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Se analisi di laboratorio confermassero le dichiarazioni di Michael Wolf, Philip Corso, Kewper (solo per citare alcune delle nostre fonti di informazioni) ne deriverebbe che i dischi volanti sarebbero composti quasi interamente da silicio, materiale altamente conduttivo atto a contenere informazioni e ad elaborarle. Secondo Kewper, ex insider dell’intelligence, gli UFO da lui visti nell’Area 51 sarebbero stati una specie di enorme circuito elettronico, di cui il pilota formava la parte centrale, senza la quale l’insieme non funzionava. Attualmente sulla Terra utilizziamo il silicio per costruire le CPU (o unità centrali di calcolo) dei microchip dei computers, per via della sua alta conduttività, ma non abbiamo mai pensato di costruire un velivolo con questo materiale. Le capacità di calcolo di tale mezzo sarebbero impressionanti, e al contrario di quello mostrato da tanti film di fantascienza, un "guasto al computer di bordo" diverrebbe alquanto improbabile. Infatti il computer sarebbe composta dall’intera astronave, e se questo sistema informatico non fosse centralizzato (cosa probabile), finché ne esiste anche un solo pezzo sano e operativo che possa storare i dati e calcolarli, il disco volante avrebbe un suo elaboratore attivo ed efficiente. Ma la domanda più inquietante è un’altra: quale materiale forma quel famoso 0,01% del minerale che nessun laboratorio è riuscito a classificare e che sembra non provenire da questa Terra? E se si trattasse di un minerale avente le funzioni di enzima bioelettronico? Questo consentirebbe la famosa fusione psichica o interfaccia tra il pilota umanoide e la macchina, rendendo quest’ultima virtualmente "viva" e reattiva ai comandi mentali del pilota. È solo una teoria, che però spiegherebbe la non classificabilità del minerale stesso, forse originario di un pianeta lontano. Dunque, ipoteticamente, l’enorme massa di informazioni contenute in un velivolo quasi integralmente costituito da silicio (ricordiamo che secondo Corso e Kewper l’interno dei dischi sarebbe rivestito da nickel e fibre ottiche), una volta attivata dal comando mentale del pilota, sarebbe a disposizione dello stesso in tempo reale. E non possiamo escludere che un contatto mentale continuo tra il mezzo volante ed il pilota non crei in quegli enzimi bioelettronici una specie di effetto feedback, ossia una imitazione approssimativa e limitata del comportamento umano (o alieno) e delle sue scelte. In pratica le particelle di interfaccia formerebbero una memoria filtro o tampone che "ricorderebbe" le scelte operate dal pilota o le sue caratteristiche, trattenendole quale imprinting nei codici di volo generali del computer di bordo. Seguendo questa ipotesi di lavoro, alternando più piloti alla guida di uno stesso mezzo introdurremmo diverse classificazioni comportamentali nella "memoria tampone" biologica del disco, creando un sistema sempre più complesso. In pratica, il mezzo inizierebbe ad avere una sua personalità ed essere dunque in grado, dopo aver accumulato abbastanza memoria biologica dai suoi occupanti, di pilotare anche in automatico, seguendo un criterio di guida e di scelta delle possibili attività estrapolato dal proprio bagaglio mnemonico-caratteriale.

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