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IL PAPIRO TULLI
a cura di Francesco Di Blasi

Nella rubrica "Riferimenti storici" di Nonsolufo, già nel 1996, abbiamo trattato ampiamente del Papiro Tulli in un articolo del professor Solas Boncompagni.
 
 

Il papiro narrava di una serie di avvistamenti di oggetti misteriosi nel cielo. Protagonisti della vicenda il Faraone Thuthmosis III (1504-1450, circa a.C.) e molti suoi sudditi.
Oggi troviamo interessante far conoscere ai nostri lettori un approfondito articolo di Michele Manher, dal titolo "Il caso del Papiro Tulli", pubblicato su "UFO Notiziario" del Gennaio 2003.

IL CASO DEL PAPIRO TULLI

di Michele Manher

da "UFO Notiziario" Nuova Serie - N. 40 del Gennaio/Febbraio 2003

Sesostri si pettinava nella sua piramide
con un pettine d'avorio decorato di vespe.
Dentro la sua nudità cantavano per lui
usignoli di sangue e calabroni.
Era scintilla, lampo, silenzio
trafitto da fiamme voraci.
Era vento caldo, limpida cresta
di montagna battuto dal fuoco.
Popolo di affilalame e duellatori,
urto violento e caldo di metalli.
Forza dell'orso e trillo di colomba
nei letti dell'amore a mezzanotte.

Questa è un'ode scritta dal gitano andaluso Federico Garcia Lorca nel 1928 e dedicata "per burla" - come disse lui stesso - ad un antico re egiziano. In realtà l'ala della sua poesia sfiorò lieve soltanto il suo sogno d'essere un antico re gitano. Del resto ne aveva ben d'onde, dato che la matrice della parola latina "gitano", come dell'equivalente anglosassone "gipsy", è "e-giptiano" e tale Garcia Lorca era nel profondo della sua anima: un antico, dolente egiziano. Lo spirito simbolico, surreale e magico dei geroglifici rivive intatto nella capacità creativa del poeta spagnolo, che in quest'ode si descrive così, come antico re d'un mondo perduto che canta solo ciò che gli è rimasto: il mondo delle sue passioni.
Ma i geroglifici sono anche una lingua. Antica.
Un ragazzo di 17 anni, Adam Cadwell, che vive nella città di Sheffield in Inghilterra, fin dalla tenera età di 6 anni sa leggere e tradurre i geroglifici egizi. All'età di 16 anni era già riuscito là dove attempati e qualificati super esperti avevano sempre fallito: tradurre le iscrizioni d'un sarcofago, custodito nel Museo della sua città, che conteneva la mummia d'una nobildonna tebana della 26a dinastia, morta di malattia all'età di 14 anni.
Naturalmente io auguro a questo ragazzo di diventare un formidabile traduttore in questo ramo; di riuscire a tradurre, per esempio, quelle lunghe file di geroglifici sconosciuti che si trovano nel tempio della dea Hator a Dendera, oppure le iscrizioni che si trovano non soltanto nel Museo Egizio di Sheffield, ma anche in altri. Ad esempio una che si trova nel Museo Egizio di Torino, incisa sul retro del gruppo marmoreo di granito nero di due statue sedute, che rappresentano il faraone Haremhab e sua moglie Mut nodjmie. Chissà che quella iscrizione, finora mal tradotta (ne esiste una di James Henry Breasted nel suo "Ancient Records of Egypt", vol. I, par. 24, ma è molto lacunosa e incompleta), non contenga ancora qualcosa, che adesso ignoriamo, su uno dei più oscuri periodi della storia egiziana.
La lista delle cose tuttora da capire è in verità molto lunga. Si può certo inserire in questa lista anche qualche documento che l'egittologia ufficiale ha rifiutato di riconoscere, a causa delle oscure modalità di ritrovamento, ovviamente con formale correttezza ma suscitando così inevitabili polemiche. È questo ad esempio il caso, anzi, lo "strano" caso, del papiro Tulli.
Ecco la sua storia, a partire dall'inizio.
Una settantina d'anni fa circa un alto prelato del Vaticano, il Cardinale Augusto Tulli, si recò in Egitto assieme a suo fratello Alberto, Direttore del Museo Gregoriano Egizio, con la missione, non ufficiale, di acquisire nuovi reperti archeologici. Il Papa di allora, Pio XI, aveva già commissionato all'architetto Beltrami, negli anni precedenti, la costruzione d'un edificio che comprendesse, oltre alla nuova Pinacoteca inaugurata nel 1932, anche uffici, laboratori e magazzini dai quali poter gestire e curare il sempre più grande complesso dei Musei Vaticani. Come tutti i Papi da Giulio Il in poi, infatti, anche Pio XI perseguì la stessa politica d'incremento per i Musei, ivi compreso quello egizio, istituito poco meno di cento anni prima, nel 1839, da Gregorio XVI quando erano state trovate a Villa Adriana le prime statue egizie. Fu così dunque che i fratelli Tulli si misero in viaggio. Dopo il loro sbarco ad Alessandria, salirono sull'espresso del Basso Egitto per raggiungere la capitale. Le carrozze a quell'epoca erano trainate da una sbuffante locomotiva a vapore che, lanciata alla massima velocità, non superava i 60 km orari. Compresa l'interminabile sosta alla stazione di Benha, i due finirono per sbarcare sui marciapiedi della "Main Rail Station" del Cairo quando ormai imbruniva. Usciti da lì, guardarono per alcuni attimi la statua di Ramses III che indicava loro, silenziosa come una sfinge, la Sharia Ramses in direzione del Nilo, il grande viale che dalla stazione portava al Museo. Attraversarono la piazza incuranti dei venditori ambulanti, delle bancarelle ma anche dell'aria calda, fluttuante, serena e densa di odori sconosciuti, con cui li avvolgeva quella terra carica di tanta storia. Percorsero a piedi la Sharia el-Gumhuriya fino alla Piazza dell'Opera, dove imboccarono, con la decisione degli sfiniti, il portone del Continental Savoy, non pensando ad altro che ad un buon letto e un bel bagno caldo. Soltanto nella tarda mattinata del giorno dopo riuscirono a prendere contatto con le autorità locali, in particolare con la persona che era succeduta da poco a Gustave Lefevre nella direzione del Servizio per la conservazione delle Antichità Egizie. Si trattava del canonico Drioton, l'uomo che insegnò a leggere e scrivere in geroglifico ad una generazione di egittologi francesi. Drioton li affidò ad una guida che fece visitare loro alcune tra le migliori botteghe antiquarie della capitale.
Fu in una di queste che il prof. Alberto Tulli rimase attratto da un piccolo papiro, redatto in ieratico, che il titolare della bottega gli presentò come qualcosa di straordinario e misterioso, qualcosa che proveniva dagli archivi di Stato dell'antico Egitto, e redatto all'epoca di Touthmosis III.
Purtroppo da questo momento in poi della vicenda non è più possibile ricostruire con certezza quello che accadde. Secondo alcuni il commerciante avrebbe chiesto in pagamento una cifra che esorbitava le disponibilità imposte ai Tulli dalla Tesoreria Vaticana; il professore, tuttavia, sarebbe riuscito comunque ad avere, per una somma più modesta, il permesso di copiare su carta trasparente l'intero scritto cosicché egli, con l'aiuto del canonico Drioton, avrebbe poi trascritto in geroglifico il contenuto di quel foglio. Sarebbero queste due ricopiature, dunque, i "documenti" che lui avrebbe portato con sé a Roma.
Vi è, tuttavia, anche un'altra storia.
Nel 1956 comparve per la prima volta la traduzione di questo papiro in Inghilterra, dapprima nel volume di H. T. Wilkins "Flying Saucers Uncensored" e poi sulla rivista "The Doubt". L'autore di questa traduzione era un celebre e stimato egittologo sudtirolese, il Principe Boris de Rachelwitz, autore tra l'altro di molti saggi di successo sull'antico Egitto. La rivista "The Doubt" pubblicò anche una lettera del Principe, nella quale egli spiegava di avere ricavato quella traduzione da "un papiro originale" del Nuovo Regno, che gli era stato consegnato dal fratello del defunto professore Alberto Tulli. De Rachelwitz spiegò che la trascrizione gerogiifica, a suo dire da lui operata, era relativa ad una parte soltanto del documento di Stato risalente al tempo di Touthmosis III e che "l'originale", in ieratico, era in pessimo stato di conservazione, oltre al fatto che molte parti del testo erano state "intenzionalmente" abrase in epoche remote. Per quanto riguarda il testo, che in USA è stato successivamente inserito nell'ufficiale "rapporto Condon" sugli UFO, bisogna dire che si tratta d'una traduzione molto sommaria, e in alcuni punti persino scorretta, della già squinternata trascrizione geroglifica del documento originario. Questa infatti presenta già per conto suo una pessima calligrafia e in alcuni casi un uso alquanto improprio dei geroglifici stessi. Ad esempio nella frase "questo avvenne dopo cena", la parola "cena", che in geroglifico si dice "mesherut", non è scritta usando la "civettà" (m) e il "bacino artificiale" (sh), ma il geroglifico "scacciamosche", simboleggiato da tre pelli di fenek legate insieme, che ha lo stesso suono ma che vuoi dire "nascità", "nato da". La seconda metà di questo documento presenta una migliore leggibilità, e quindi traducibilità, cosicché ho potuto approntarne io stesso una traduzione in italiano. Nonostante si tratti d'una testimonianza frammentaria, si coglie comunque per intero il senso d'una grande drammaticità causata da eventi straordinari.
Qui di seguito viene riportata la traduzione in italiano della versione inglese fino alla frase "brillavano nel cielo più del sole ..."; da questa frase in poi c'è la mia traduzione dal testo geroglifico.

"Nell'anno 22, nel terzo mese d'inverno, sesta ora del giorno (...abrasione...) gli scribi della Casa di Vita videro un cerchio di fuoco che veniva dal cielo (...abrasione...) non aveva testa, il respiro della sua bocca aveva un cattivo odore. Il suo corpo era lungo una pertica (50 metri, n.d.a.) e largo una pertica. Non aveva voce. Le loro (degli scribi, n.d.a.) pance divennero agitate per questo: allora essi si distesero sulle loro pance (...abrasione...) essi andarono dal Re, per riferire ciò (...abrasione...). Sua Maestà ordinò (...abrasione...) venne esaminato (...abrasione...). Su tutto quello che è scritto nei rotoli di papiro della Casa di Vita stava riflettendo Sua Maestà, (come) su quanto succedeva. Ora, dopo che erano passati alcuni giorni, questi oggetti divennero più numerosi che mai nel cielo. Essi brillavano nel cielo più del sole...
e si estendevano fino ai limiti dei quattro pilastri del cielo.
Esprimeva forza lo stare fermi dei dischi
(shenu) di fuoco. L'esercito del Re stava a guardare, e Sua Maestà stava in mezzo a loro (cioè ai soldati, n.d.a.). Questo avvenne dopo cena. Dopodiché questi cerchi luminosi salirono più in alto nel cielo, verso sud. Pesci ed allo stesso tempo qualche uccello caddero giù dal cielo. Questa cattiva aggressione non si manifestava da che fu costruito il tempio. Allora Sua Maestà diede le formule per le offerte della terra, avendo portato l'incenso al palazzo, di prima mattina, di fronte ad Amen-Ra, Signore delle Due Terre. Per suo (...abrasione...) ordine preciso suo (...abrasione...) negli annali della Casa di Vita (...abrasione...) per sempre ricordato."

L'espressione che io ho tradotto "avendo portato l'incenso" è la più probabile, ma potrebbe non essere quella più fedele. Nel testo c'è la parola "an-t" che Wallis Budge, nel suo celebre "Egyptian Hierogliphic Dictionary", alla pag. 56b traduce "qualcosa che viene condotto" e l'incenso, com'è ovvio, non si conduce. D'altra parte, se noi proviamo a separare il verbo "an(i)", "portare", dal termine "net", o "nt", otteniamo qualcosa che non ha senso, dal momento che "net" è un suffisso pronominale (2a pers. sing.) che vale "tu, te, ti", mentre "nt" è addirittura un pronome interrogativo ("chi", "quale"). Esiste un'ultima possibilità per cercare di far quadrare i conti ed è quella di supporre che "net", pur essendo priva del determinativo che la qualificherebbe senza ombra di dubbio, significhi "la corona rossa del Nord".
Nei capitoli 220 e 221 dei "Testi delle Piramidi" troviamo un'estesa trattazione riguardo a questa corona che viene descritta come un "serpente di fuoco, grande nella magia... grande quando si manifesta e ricco di esistenze". La corona rossa è il simbolo della sovranità di Seth, dio tutelare del Basso Egitto, e di lui rappresenta il fuoco, la forza oscura e la magia. Questa temibile corona aveva una grande potenza, ma anche una pericolosità che solo il faraone poteva neutralizzare, con precise azioni e formule rituali. Ovviamente anche il trasporto era pericoloso, e ad esso erano adibiti sacerdoti "specializzati". Il fatto che nel papiro Tulli si possa parlare di questa corona sotto Touthmosis III è molto importante, perché dalla fine della XVIII dinastia in poi se ne perde ogni traccia, non se ne sente più parlare: questa potente e misteriosa corona svanisce per sempre nel nulla. È perfettamente possibile, pur essendo un evento straordinario, che Touthmosis l'abbia fatta portare nel tempio di Amen-Ra e lì, avendo svolto, proprio come testimonia il papiro Tulli, i riti descritti nei "Testi delle Piramidi", le avrebbe parlato attraverso una nube d'incenso per neutralizzarne il potere mortale. Nel pieno rispetto delle formule sacre, vecchie di millenni, le avrebbe chiesto di porre il timore di lui non solo nei suoi sudditi, ma anche, come recitano i "Testi delle Piramidi, negli occhi di tutti gli dei e degli esseri luminosi". Il re infatti non aveva gradito che, di fronte a lui e a tutto il suo esercito schierato, vi fosse stata quella pioggia di pesci e uccelli morti. Gli egiziani normalmente pensavano che tutto quello che cadeva dal cielo, persino la pioggia, fosse un atto di disprezzo degli dei. Era sicuramente indispensabile dunque, oltre che compiere i dovuti riti di purificazione, anche "dialogare", attraverso la misteriosa corona rossa, con gli stessi dei.
Ora non si può non notare che la descrizione di questa corona, fatta nei "Testi delle Piramidi", coincide in tutti i dettagli, sia "tecnici" che rituali, con la descrizione biblica di quel misterioso oggetto che Iahvé stesso avrebbe consegnato a Mosè dicendogli: "...e collocherai nell'arca la testimonianza che io ti darò". (Es 25, 21).
Nel testo ebraico la parola tradotta con il termine "testimonianza", è , "eda", la cui radice , "ed", vuol dire appunto "testimone". Con un impercettibile cambiamento della punteggiatura sotto la vocale tuttavia, "eda" diventa , "ida", che viene assunta col significato generico di "emissione", tant'è che può indicare, ad esempio, il mestruo. Questo stesso concetto di "emissione" è espresso in geroglifico dalla lettera "n", che ritroviamo appunto, associata alla lettera "t", nella parola che indica la corona rossa. Naturalmente in un testo antico di millenni, come quello biblico, passato tra mille mani e chissà quante trascrizioni prima e dopo quella di Esdra, è perfettamente possibile che qualche minimo errore, da parte di qualche scriba, sia stato inevitabilmente commesso. Non sappiamo se è così anche in questo caso, ma c'è una cosa che sappiamo con assoluta certezza: le misure dell'Arca costruita da Mosè, per contenere l'"emittente celeste", sono perfettamente identiche alle misure della cassa di granito che si trova nella stanza superiore della Grande Piramide a Giza. Era forse quello il luogo sacro in cui veniva custodita la corona rossa? Quando Iahvé si rivolge al profeta Natan dicendo "io non abito in una casa dal giorno che trassi i figli d'Israele dall'Egitto" (Il Sa 7, 6), ci troviamo di fronte ad una frase che può voler dire una cosa, ed una soltanto: che il contenuto delI'Arca si trovava sicuramente in Egitto prima dell'Esodo. Il Tempio costruito da Salomone doveva sostituire la Grande Piramide come dimora di quest'oggetto? È vero quello che c'è scritto nell'antico poema nazionale etiopico, il "Kebra nagast", e cioè che il contenuto dell'Arca fu poi consegnato in segreto dai giovani sacerdoti del Tempio al figlio di Salomone e Makeda, la regina di Saba, che lo portò con se in Etiopia?
Più o meno consapevolmente, potrebbe essere questo il "vero" segreto del papiro Tulli, la vera ragione di tante furibonde passioni che si scatenano a solo pronunciarne il nome. Ad esempio Plinio il Vecchio, nel secondo libro della sua "Naturalis Historia", come vedremo più avanti, parla di fenomeni ancora più assurdi ed eclatanti di quelli descritti nel papiro Tulli, ma nessuno se n'è mai occupato, e comunque di certo senza suscitare tutta quell'agitazione che provoca invece questo papiro dichiarato ufficialmente scomparso, anzi per alcuni addirittura mai esistito.
Secondo quanto dichiarò de Rachelwitz, il professar Tulli avrebbe portato a Roma "l'originale", e non una copia, di questo prezioso documento. A questo riguardo fu davvero singolare, negli anni successivi, l'atteggiamento del Vaticano che non contribuì mai a fare chiarezza su questa vicenda, ma semmai ad alimentare tutte le ipotesi. Di questa "stranezza" è resa piena testimonianza nella quinta sezione del governativo "rapporto Condon" sugli UFO.

I RETROSCENA DEL RAPPORTO CONDON
Nell'autunno del 1966 l'U.S. Air Force aveva commissionato all'Università del Colorado un'indagine conoscitiva sul fenomeno degli UFO. L'Università del Colorado, a sua volta, affidò la direzione della Commissione ad uno dei più prestigiosi fisici sperimentali d'America, il celebre Edward Uhler Condon. Ma come e perché cadde proprio su questo scienziato la scelta di dirigere ufficialmente un processo la cui sentenza non poteva non essere scritta in partenza?
Quando Gerald Ford, nove anni prima di diventare Presidente degli Stati Uniti d'America, venne eletto capogruppo dei deputati repubblicani al Congresso, una delle prime cose che fece, dall'alto della sua nuova carica, fu di chiedere, agli inizi d'ottobre del 1965, un'indagine del Governo sui dischi volanti, essendo stato lui stesso testimone, nel Michigan, di fenomeni inspiegabili, abbastanza analoghi a quelli cui avrebbe assistito anche Touthmosis III.
Poiché negli "States" si stava creando una vera psicosi intorno a questo argomento, dopo un po' di discussioni furono in molti a convincersi che bisognava fare qualcosa per gettare acqua sul fuoco, per ristabilire la serenità nel paese e riportare l'inquietudine sotto i valori critici: per difendere insomma il regolare decorso della vita di tutti i giorni.
Poiché il raggiungimento di questo obiettivo implicava che gli episodi indagati venissero "interpretati" in un certo modo, bisognava trovare una personalità dall'indiscussa autorità scientifica, che allo stesso tempo condividesse con inossidabile certezza il senso e gli scopi di quel lavoro. La scelta finale cadde su Edward Uhler Condon. Questo scienziato era stato, negli Stati Uniti, uno dei pionieri della fisica sperimentale in ambito atomico e per questa ragione aveva occupato un posto di primissimo piano nel "Manhattan Project", il progetto per la costruzione della prima bomba atomica, con l'incarico di vicedirettore accanto a Robert Oppenheimer. Condon infatti, al contrario di Oppenheimer che lavorava come professore all'Università, faceva il consulente scientifico per le grandi industrie americane e conosceva bene tutti i problemi pratici legati alla produzione. Tuttavia fu proprio per questa sua capacità che a Los Alamos, dove gli americani avevano costruito i laboratori segreti del Manhattan Project, Condon venne a trovarsi in rotta di collisione con il responsabile militare del Progetto, il generale Leslie Richard Groves, soprannominato "Greasy" dagli amici d'Accademia e "Gee-Gee" dagli scienziati di Los Alamos. Groves odiava Condon almeno tanto quanto certi politici italiani ne odiano certi altri. Non saprei in che altro modo rendere l'idea. Groves aveva il carattere d'un supersergente di ferro, forgiato in questo modo forse dalle troppe frustrazioni subite nella carriera, ma era anche il migliore ingegnere edile dell'esercito: fu lui, infatti, a dirigere i lavori per la costruzione del Pentagono. Ma tornando agli anni di Los Alamos, col passare dei giorni in quella caserma segreta, Condon prese ad allontanarsi anche da Oppenheimer, di cui non riusciva proprio ad apprezzare la sua "ubbidienza" a Groves. Quando, in pieno maccartismo, il nome di Condon, agli inizi degli anni '50, venne scritto nel libro nero della caccia alle streghe, la comunità degli scienziati organizzò una cena di solidarietà per lui. Robert Oppenheimer fu l'unico a non essere presente forse perché pensava, cosi facendo, di non venire travolto anche lui dalla cultura del sospetto, ma si sbagliò tragicamente: il 23 dicembre del 1953, infatti, quella lista s'arricchì anche del suo nome.
Era dunque passata una quindicina d'anni da questi fatti quando Condon, che viveva ormai dimenticato dai mass-media, venne contattato, alla fine dell'estate del 1966, dall'Università del Colorado. Poiché il Congresso aveva autorizzato l'Aeronautica militare a finanziare una ricerca esterna sul fenomeno degli UFO, gli chiesero se lui era interessato a voler dirigere la Commissione, qualora fosse stato assegnato a loro l'incarico. Il 6 ottobre di quell'anno l'Università del Colorado firmò il contratto e Condon fu nominato Direttore dell'"University of Colorado UFO Project" (questo era il vero nome della Commissione), o più brevemente del "Colorado Project". I lavori durarono due anni ed ai primi giorni del 1969 venne pubblicato un rapporto ufficiale di ben 1500 pagine intitolato "Scientific Study on Unidentified Flying Objects". Condon, nelle sue sibilline conclusioni, scrisse che lo studio degli UFO non aveva fatto aumentare il livello della conoscenza dei fenomeni fisici e che ulteriori studi sarebbero stati inutili in tal senso. Nei mesi successivi il "National Investigations Committee on Aerial Phenomena" vide crollare il numero dei suoi iscritti e andò in rovina; contemporaneamente il numero degli avvistamenti in tutti gli "States" subì una caduta verticale. L'incendio era spento. La macchina del consenso sociale e politico fu, in quell'occasione, più forte delle tante verità che pure erano emerse, come il fatto che alcuni colleghi di Condon, che lavoravano con lui nella Commissione, si erano dimessi, passando dall'altra parte della barricata con tutti i documenti in loro possesso. Fu questo il caso, ad esempio, del dr. Saunders, che rivelò i veri risultati delle analisi condotte su alcuni frammenti raccolti da un pescatore brasiliano a Ubatuba (S. Paolo del Brasile), in riva al mare, nel settembre del 1957. Quei frammenti, stando al racconto del pescatore, erano ciò che restava d'un UFO esploso mentre volava sulla costa: le analisi misero in evidenza una struttura cristallina, a base di magnesio, la cui resistenza meccanica era assolutamente sconosciuta per quel materiale, a quella data, sulla Terra.
Il rapporto dedicò anche un'intera sezione, la quinta, agli avvistamenti di UFO nel passato, e l'attenzione non poteva non cadere, tra tutti i documenti, anche su quanto era stato pubblicato a proposito del papiro Tulli. Com'è dimostrato nel rapporto, la Commissione inviò un cablogramma alla sezione Egizia dei Musei Vaticani, chiedendo maggiori informazioni sia sul papiro che sulla traduzione di de Rachelwitz. La risposta, secca e quasi stizzita, fu la seguente:
"Il papiro Tulli non è proprietà dei Musei Vaticani. Attualmente risulta disperso e non più rintracciabile. L'ispettore per il Museo Vaticano Egizio (f.to) Gianfranco Nolli. Città del Vaticano, 25 luglio 1968."
La risposta, ovviamente, lasciò tutti sconcertati. A quel punto fu lo stesso Condon a prendere carta e penna per scrivere una lettera al dr. Walter Ramberg, addetto scientifico dell'Ambasciata statunitense a Roma, per chiedergli di svolgere indagini in merito. L'attaché rispose così:
"L'attuale Direttore della Sezione Egizia del Musei Vaticani, dr. Nolli, ha detto che il prof. Tulli lasciò tutte le sue proprietà ad un suo fratello, che era prete al palazzo del Laterano. Presumibilmente il famoso papiro andò a questo prete. Sfortunatamente anche il prete morì nel frattempo ed i suoi averi furono dispersi tra i suoi parenti, che potrebbero aver disposto del papiro come di qualcosa di scarso valore. Il dr. Nolli ha dichiarato formalmente che il prof. Tulli fu soltanto un 'Egittologo' dilettante e che il Principe de Rachelwitz era un incompetente. Egli sospetta che Tulli fu ingannato e che il papiro è un falso..."
Questa ulteriore risposta lascia allibiti. Il dr. Nolli non ha la minima esitazione a definire "egittologo dilettante" il suo predecessore, senza curarsi di gettare discredito sull'istituzione da lui stesso rappresentata. E poi tutte quelle inconcepibili storie, completamente ipotetiche, sui parenti del prete che avrebbero buttato un antico papiro (che persino l'attaché dell'Ambasciata definisce: "famoso") chissà dove, forse nella spazzatura. Ed ancora, il dr. Nolli poteva anche avere le sue ottime ragioni ad accusare de Rachelwitz d'incompetenza, ma se il papiro è scomparso come si fa ad essere incompetenti su una cosa che non esiste? Certo, è perfettamente possibile che il prof. Tulli sia stato ingannato e che tutta la vicenda narrata nel papiro sia un'invenzione di chissà chi, magari per intascare dei i soldi: ma allora perché il dr. Nolli ha cercato di alzare, peraltro maldestramente, un piccolo polverone, con il risultato di esibire solo un incomprensibile nervosismo? Nonostante i polveroni e i depistaggi, infatti, neanche il più stupido degli investigatori scarterebbe la più debole delle testimonianze, solo perché questa non raggiunge l'evidenza scientifica. Infatti non sarebbe più possibile alcun confronto con altri documenti, antichi di millenni e provenienti da altre aree del mondo, né si potrebbe più tentare di dare una collocazione ed un senso ai cosiddetti OOPARTs (come l'oggetto di Aiud in Romania o il geode di Coso in USA, ad esempio
) vecchi di migliaia d'anni o forse più, e prodotti con ogni evidenza da tecnologie che non erano neanche lontanamente immaginabili per quelle epoche.
C'è qualcuno disposto a dire che quando Plinio il Vecchio scrisse la sua "Naturalis Historia" pensò di scrivere un libro di fiabe? Eppure nessun altro autore antico ha mai parlato tanto di UFO come lui.
Ecco che cosa scrive il serissimo generale romano nel secondo libro di quest'opera, dal capitolo 31 al capitolo 35:

[31] E per contro hanno visto molti soli contemporaneamente, né sopra lo stesso né sotto, ma di traverso, né vicino né contro la terra né di notte, ma o all'alba o al tramonto. Una volta, riferiscono, furono avvistati a mezzogiorno sul Bosforo, e durarono da quell'ora del mattino fino al tramonto. Anche gli antichi videro spesso tre soli, come sotto i consolati di Spurio Postumio e Quinto Muzio (174 a.C.), di Quinto Marcio e Marco Porcio (118 a.C.), di Marco Antonio e Publio Dolabella (44 a.C.), di Marco Lepido e Lucio Planco (42 a.C.), e nella nostra epoca si vide sotto il principato del Divino Claudio, durante il suo consolato con il collega Cornelio Orfito (51 d.C.). Più di tre insieme non furono mai visti alla nostra epoca.
[32] Anche tre lune, essendo consoli Gneo Domizio e Caio Fannio (122 a.C.), apparvero.
[33] Riguardo a ciò che per lo più definirono soli notturni, una luce dal cielo fu vista di notte essendo consoli Caio Cecilio e Gneo Papirio (113 a.C.) e spesse altre volte, sì che la notte era illuminata come il giorno.
[34] Uno scudo ardente da occidente verso oriente scintillando attraversò (il cielo) al tramonto del sole, essendo consoli Lucia Valeria e Gaio Mario (100 a.C.).
[35] Fu vista una scintilla cadere da una stella ed accrescersi mentre si avvicinava alla terra e, dopo essere diventata grande quanto la luna, illuminare come in un giorno nuvoloso, e poi, risalendo verso il cielo, diventare una torcia; (questo prodigio) fu visto una sola volta essendo consoli Gneo Ottavio e Caio Scribonio (76 a.C.). Lo vide il proconsole Silano insieme al suo seguito.

Plinio il Vecchio, da semplice cronista, non si ferma ai soli avvistamenti ma riporta anche i fenomeni tipici associati da sempre alla presenza degli UFO. Ecco cosa dice qualche capitolo dopo:

[57] Inoltre per quanto riguarda il cielo inferiore è registrato nei documenti che sia piovuto latte e sangue essendo consoli Manlio Acilio e Caio Porcio (114 a.C.) e spesse altre volte, come (una pioggia di) carne essendo consoli P. Voumnio e Servio Sulpicio (461 a.C.), e che di questa non imputridisse quella che gli uccelli non avevano portato via; inoltre (una pioggia di) ferro in Lucania l'anno prima (54 a.C.) che Crasso venisse ucciso dai Parti con tutti i soldati lucani che erano con lui, dei quali vi era un grande numero nell'esercito. La forma che piovve di quel ferro era simile alle spugne. Gli aruspici predissero ferite superiori. Essendo poi consoli Lucio Paolo e Caio Marcello (50 a.C.) piovve lana (capelli d'angelo? n.d.a.) vicino al castello di Conza, proprio dove l'anno dopo Tito Annio Milone fu ucciso. Durante il processo per la stessa causa è riportato nei documenti di quell'anno che piovvero mattoni cotti.
[58] Strepito darmi e suoni di tromba uditi dal cielo durante le guerre cimbriche (101 a.C.) ci è stato riferito, spesse volte sia prima che dopo. Inoltre nel terzo consolato di Mario (103 a.C.) dagli amerini e dai tudertini furono viste armi celesti (che provenivano) da oriente e da occidente e che tra di loro si scontravano, ed erano respinte quelle che erano (giunte) da occidente. Non c'è nessuna meraviglia nel vedere fiamme nello stesso cielo e spesso si sono viste nubi prese da un fuoco più grande.
[85] ... un grande portento di terre nella campagna di Modena essendo consoli Lucio Marcio e Sesto Giulio (91 a.C.). Infatti due monti si scontrarono tra di loro con un grandissimo frastuono, avanzando e retrocedendo, tra di loro fiamme e fumo salivano in cielo in pieno giorno; assisteva dalla via Emilia una grande moltitudine di cavalieri romani e di loro familiari e di viandanti. Per il loro scontro tutti i casolari furono rasi al suolo, e molti animali, che si trovavano dentro, restarono uccisi.

Troviamo anche in Plinio, al capitolo 56, un curioso accenno a strani fulmini:

In Italia, fra Terracina ed il tempio di Feronia, si è smesso di fabbricare torri in tempo di guerra, perché tutte erano distrutte dal fulmine.

Al confronto dei resoconti di Plinio, dunque, gli eventi raccontati nel papiro Tulli sembrano cose minime, ed appare ancor più strano che delle persone possano aver fatto di quel piccolo papiro una questione simile ad un caso di Stato. Oltretutto i resoconti di Plinio hanno fedeli ed impressionanti riscontri in tutto il mondo antico, dalla Bibbia al Mahabharata, dai racconti sumerici alle leggende dei popoli precolombiani.

LE TESTIMONIANZE ANTICHE
In Es 19, 16 leggiamo: "e appunto al terzo giorno, all'alba, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sopra il monte, e un suono fortissimo di tromba..."
E più avanti, ai versetti 18-19: "Ora il monte Sinai fumava tutto, perché lahvé .era sceso su di esso nel fuoco, e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava fortemente. Il suono della tromba diventava sempre più grande: Mosè parlava, e lahvé gli rispondeva con dei tuoni."
È esattamente lo stesso linguaggio di Plinio: i due autori stanno forse parlando dello stesso genere di cose?
Per quanto riguarda poi quello che dice Plinio nel capitolo 56, a proposito di strani fulmini che distruggevano sistematicamente ed esclusivamente le fortificazioni militari, leggiamo in Gios 6, 20 a proposito della distruzione di Gerico: "Ed avvenne che, come il popolo ebbe udito il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città furono distrutte."
Fu uno dei "fulmini" descritti da Plinio a distruggere le mura di Gerico?
Su un arazzo indiano tessuto in memoria del 24° "Gina" (Maestro di vita), Mahavira, vissuto nel VI secolo a.C., l'artista ha raffigurato la processione giainista in onore del Maestro mentre nel cielo sullo sfondo ha disegnato, a scopo celebrativo, alcune navicelle sospese in aria. Questo particolare richiama immediatamente uno dei grandi poemi dell'India, il "Mahâbhârata", che è il più grande poema - lirico, epico e sapienziale - di tutta la storia dell'umanità. Nel III libro di quest'opera, il "Vanaparva" (Libro della foresta), il re Sâlva "Salì su per il cielo con la sua nave Saubha che può andare ovunque" (15, 15). La descrizione di questa nave è esattamente ciò a cui si è ispirato l'artista nel disegnare le sue navicelle nell'arazzo: "frutto di magia era la nave di Sâlva, decorata d'oro, munita d'asta, di stendardo, di carena e di lanciamissili" (18, 12). Si deve notare il fatto che anche nell'antico Egitto il geroglifico che indicava la divinità, o la presenza del dio, era appunto un'asta con uno stendardo in cima, e questa è sicuramente un'analogia alquanto singolare. Intanto Salva dalla sua nave poteva lanciare ... "missili che risplendevano come fuoco sfavillante" (18, 15), e nell'infuriare della battaglia celeste, a un certo punto ... "il cielo sembrò contenere cento soli, o gran re, e cento lune, e miriadi di stelle" (21, 36), mentre ... "su nel cielo si fece un grande fragore" (22, 3). Non sono forse questi gli stessi fenomeni che Plinio dice che erano stati visti in cielo, sulle campagne di Mantova e in provincia di Todi? Eppure qui siamo nella valle dell'lndo, alcune centinaia d'anni prima di Cristo.
Ancora nel VI libro del "Mahâbhârata", il "Bhismaparavan" (Libro di Bhisma), vengono descritte, nel canto 114, straordinarie armi divine con queste parole: "aveva come raggi missili fiammeggianti; col vento che veniva prodotto dalle sue armi, col tuono generato dal fragore del suo veicolo, con le fiamme che uscivano dalle grandi armi ... Bhisma era per i nemici simile al fuoco della fine di un'era cosmica. Piombato in mezzo ad una schiera di carri, ne uscì poco dopo ... assalì con impeto il centro dell'esercito Panduide ... con sei velocissimi missili dal tremendo fragore, che assomigliavano al sole e frantumavano ogni difesa avversaria."
Ed ancora nel canto 102 leggiamo che: "udendo il rumore che emetteva la sua arma da lancio, simile al tuono del fulmine, tutti le creature si rannicchiavano (sta parlando d'un mortaio?). Quattordicimila Cedi, Kaci e Karusha, tutti combattenti col carro, famosi, di nobili famiglie, pronti a morire, decisi a non tornare indietro, ognuno col suo vessillo decorato d'oro, assalendo Bhisma svanirono nella battaglia come nella Morte che li attendeva con la bocca spalancata, diretti all'altro mondo con tutti i loro carri, cavalli ed elefanti. Ed allora vedemmo ovunque, o re, carri con gli assi ed i finimenti spezzati, con le ruote frantumate a centinaia e migliaia. Di carri rotti con tutte le loro corazze, di guerrieri schizzati via dai carri, di frecce e corazze infrante, di asce, clave, mazze, scimitarre, pezzi di carro, faretre, pezzi di ruote, balestre, spade, braccia, teste con addosso ancora gli orecchini, guanti di protezione delle dita, vessilli abbattuti ed archi spezzati, di tutto questo era sparpagliata a distesa la terra."
Non si porrebbero descrivere meglio, o diversamente, le conseguenze d'un bombardamento a tappeto, la vista di cose e persone dilaniate in un attimo da un'immane esplosione. Bhisma aveva distrutto da solo, e in pochi istanti, quattordicimila carristi "con tutti i loro carri, cavalli ed elefanti". Forse qualcuno potrebbe pensare che l'autore di questi versi era una specie di Nostradamus indiano e che il racconto è frutto d'una visione profetica. Questo è ben difficile che sia possibile, anche perché racconti analoghi li troviamo un po' in ogni parte del mondo.
Ad esempio tra gli antichi racconti dei popoli precolombiani, ritroviamo nella mitologia Dakota la descrizione di titanici combattimenti tra gli Uccelli del Tuono e grandi "animali divini" di terra chiamati Unktehi, dalla cui "coda" e dalle cui "corna" uscivano lampi di fuoco accompagnati da tuoni. Le battaglie tra questi "animali divini" si concludevano sempre con gravi perdite da entrambe le parti.
Stranamente, presso i popoli antichi di tutto il mondo, veniva usata la stessa parola, "animale", per indicare macchine belliche o velivoli da trasporto talmente avanzati tecnologicamente da apparire, in quei tempi, manifestazioni soprannaturali. Anche nella Bibbia il profeta Ezechiele usa ripetutamente la parola "animale" (Ez: 1, 5; 2, 13; 10, 15; 10, 20, per citare solo alcuni passi) per indicare l'apparecchio misterioso che vede a Babilonia, sulle rive del canale Kebar, e che lo prende a bordo per portarlo qualche chilometro più in là, a TeI Abib nella Bassa Caldea, dove il profeta risiedeva. Un anno dopo Ezechiele verrà trasferito in volo addirittura fino a Gerusalemme. Egli cerca di descrivere, nel modo migliore che gli riesce possibile, ciò che vede. Sembra che stia parlando di elicotteri. Infatti dice che "essi sfavillavano come un globo di rame terso" (Ez 1, 7), mentre "le loro ali erano unite l'una all'altra" [cioè le pale del rotore unite al centro] (1, 9). "Sopra le teste degli animali" [i caschi dei piloti] "c'era come una volta celeste con lo splendore del cristallo" [la cupola della cabina di pilotaggio] (1, 22). "Quando si muovevano io udivo il rumore delle loro ali simile al rumore di acque impetuose ... quando si fermavano le ali si abbassavano" (1, 24). "C'era un rumore sopra la cupola che era sopra le loro teste" (1, 25). Si tratta delle turbine che alimentano il moto delle pale, come è lo stesso Ezechiele a spiegare: "udii che le ruote venivano chiamate 'turbine'" (10, 13). Il profeta viene costretto a salire a bordo di uno di questi elicotteri: "Lo spirito mi sollevò e io udii dietro di me un grande frastuono mentre la gloria di lahvé si sollevava" (3, 12). "C'era il rumore delle ali degli animali che battevano l'una sull'altra [le pale del rotore], il fragore delle ruote [le turbine], e il rumore d'un gran frastuono" (3, 13).
Chi è salito su un elicottero, sa bene di cosa parla Ezechiele. In altri punti la sua descrizione è identica a quella che troviamo in alcuni passi dei "Testi delle Piramidi" dove, nel capitolo dedicato al "trono celeste", leggiamo che il faraone "sale in cielo sul suo trono di metallo" (cfr. Ez 1, 26). Questo "trono" è decorato con facce di leone (Ez 1, 10), mentre i suoi piedi sono simili agli zoccoli d'un bue (Ez 1, 7). Ezechiele ha copiato alla lettera dai "Testi delle Piramidi", o tutti e due stanno descrivendo lo stesso oggetto?
Certo non è soltanto questo profeta a parlare di strani velivoli nella Bibbia. Ecco cosa dice David nel secondo libro di Samuele, dopo il suo insediamento in Gerusalemme, quando ricorda l'intervento "divino" in sua difesa durante le guerre contro i Filistei:
"Il fumo usciva dalle sue narici;
dalla sua bocca uscì un fuoco distruttore
mentre braci ardenti schizzavano fuori da essa.
...
una nube caliginosa sorreggeva i suoi piedi.
Salì sopra un cherubino e volò;
egli si spostò spinto da un vento
mentre si formava una nube oscura tutto intorno;
lo circondavano come un abitacolo
in un fragore d'acque e densissime nubi.
Dallo splendore che emanava tra le nubi
schizzavano pietre incandescenti.
Il Signore tuonava dal cielo,
l'Altissimo produceva il suo suono.
Scagliò i suoi bolidi e disperse i nemici,
vibrò le sue folgori e li mise in fuga."
(2 Sa 22, 9-15).

Un servizio analogo l'aveva ricevuto trecento anni prima il faraone Ramosis II a Kadesh, sulle rive del fiume Oronte a nord del Libano, quando anche lui, come David, si trovò circondato dai nemici e in situazione d'estremo pericolo. Nel resoconto di quella battaglia, scritto sulle pareti dei templi di Karnak, Luxor e Abido nonché su papiri come il Sallier III, leggiamo:
"Uadjt abbatteva per me i miei avversari, il suo vento infuocato da braci ardenti era di fronte ai miei nemici ... questi raggi bruciavano le membra dei ribelli, e ognuno di loro gridava all'altro: 'attenti!'. La grande Sekhmet lo guidava ... chiunque provava ad avvicinarsi al re il raggio ardente come fuoco ne bruciava le membra, mentre altri in lontananza volavano via dal terreno, (ed altri si piegavano) con le loro mani alla mia presenza ... essi erano a mucchi davanti al mio cavallo, erano stesi a mucchi nel loro sangue."
Anche Ramosis Il, come David, parla di "braci ardenti"; l'uno parla di un "raggio ardente", l'altro di "folgori", ma nel resoconto di Ramosis c'è un elemento nuovo: i nemici che "volavano via dal terreno", come sospinti da un'esplosione. Ci sono persone per le quali non si tratta altro che di retoriche e allucinate iperboli. Per loro infatti la parola "uadjt" significa non la divinità chiamata appunto "Cobra", ma l'ureo fissato sulla corona posta sulla fronte del re, da cui sarebbero "poeticamente" usciti quei raggi mortali che avrebbero fulminato migliaia di nemici. Questa sì che è vera... fantasia anche se, ad alimentarla, ci si mette di certo la tradizionale ambiguità dei testi egiziani! È comunque una singolare coincidenza il fatto che, ancora oggi, gli elicotteri d'assalto dell'aviazione israeliana si chiamino curiosamente "Cobra"...
In un papiro d'epoca tolemaica (copia d'un papiro più antico d'epoca ramesside) chiamato "Setne II" e custodito al British Museum con la sigla D.C. IV; si narrano alcune vicende legate al figlio di Ramosis Il Khaemuaset, chiamato anche "Setem", cioè Sommo Sacerdote (di Ptah). Il teatro dell'azione è naturalmente Menfi, dove Khaemuaset viveva e svolgeva le sue funzioni religiose. Nel racconto il principe ha un figlio, Sausir, che è in realtà l'incarnazione d'un potentissimo mago vissuto in Egitto 150 anni prima, quando regnava Thotmosis III, ed il cui nome era Horus sapaenshu. Questo mago è ritornato sulla terra e si è incarnato nel piccolo Sausir (un Harry Porter dell'epoca!) perché proprio allora sarebbe ritornato anche un altro mago, nemico dell'Egitto, che era stato confinato fuori dal mondo proprio per il periodo di 150 anni. Quando il mago malvagio in effetti si presenta a corte per compiere la sua vendetta, Sausir-Horo sapaenshu è l'unico che può fronteggiarlo e neutralizzarlo. Egli racconta al faraone, in presenza della corte, cosa successe quando era re Thoutmosis III, ed ogni parola del suo racconto è contenuta nel papiro che il mago malvagio ha portato con sé dall'Etiopia. Costui, in quel tempo, aveva costruito con una "cera magica" un veicolo sorretto da quattro non meglio identificati "sostentatori". Poi, soffiando su questa costruzione, le diede vita. Questo veicolo fu allora in grado di recarsi durante la notte in Egitto e, aspettando la cattura nel sonno del faraone, portarlo in Etiopia, aspettare che venisse bastonato dagli etiopi e riportarlo di nuovo nel suo palazzo, il tutto in sei ore. Horo sapaenshu non sa come fronteggiare questa situazione, così si addormenta nel tempio di Thot. Il dio gli si presenta in sogno e gli rivela un nascondiglio segreto dove sono custodite le istruzioni che consentiranno anche a lui di poter costruire un "carro magico". Horo sapaenshu fa come gli ha detto il dio e dopo un po' "Le magie di Horo sapaenshu correvano in mezzo alle nuvole del cielo e non perdevano tempo a muoversi nella notte (andando) verso il paese degli Etiopi. (Arrivati lì) s'impadronirono del re (degli etiopi, n.d.a.) e lo portarono in Egitto ... poi lo riportarono a Saba (Meroe) il tutto in sei ore." Il re degli etiopi, spaventato, dice allora al suo mago: "per Amen, il potente di Saba, mio dio, se capiterà che tu non sappia salvarmi dal carro magico degli egiziani, ti farò fare una brutta morte tra i tormenti." Così il mago etiope va in Egitto e, di fronte al faraone Thotmosis III, inizia una gara di magia con Horo sapaenshu. Ad un certo punto l'etiope "sospese una grande lastra di pietra che misurava duecento cubiti di lunghezza e cinquanta di larghezza (80 mt x 20 mt) sopra il faraone e i suoi nobili." Al che Horo riesce a far scivolare l'immane macigno su di una chiatta ormeggiata sulla riva del fiume, liberando il faraone. Dopo altre schermaglie, la storia si conclude con l'immancabile vittoria del Bene sul Male. Il problema che abbiamo noi, di fronte a questo racconto, è quello di capire se la fiabesca fantasiosità della trama si poggia, e fino a che punto, su basi di realtà. Abbiamo visto che, nel papiro Tulli, Thoutmosis III dà ordine di andare a consultare "tutto quello che è scritto nei rotoli di papiro della Casa di Vita". È legittimo presumere che l'ordine riguardasse la consultazione non su come coltivare l'aglio e le cipolle, ma su quante e quali analogie potessero avere i fenomeni celesti di quei giorni con altri eventi o fatti di cui il re era già a conoscenza e che lui sapeva essere annotati negli Archivi di Stato. Ricevuti tutti i documenti, Thoutmosis III si mette a riflettere su di essi cercando di capire, paragonando i dischi volanti di quei giorni ad altri casi evidentemente già documentati o al movimento, e la prevista presenza, di altri apparecchi di cui lui conosceva il comportamento.
Un altro riscontro è il seguente. Tra i monti del Libano, ad un'altezza di 1200 metri sul livello del mare, si eleva una collina, chiamata Baalbek, sulla quale è stato edificato uno dei complessi templari più incredibili di tutta l'antichità. Quando vi arrivarono i greci lo dedicarono a Giove e come tale ancora oggi viene identificato. Le basi del complesso edilizio, tuttavia, hanno chiare origini megalitiche. Tra esse si trovano tre monoliti che non hanno eguali in nessun'altra parte del mondo, neanche tra le fortezze Inca in Perù o il complesso di Giza in Egitto. Si tratta di tre parallelepipedi ciascuno lungo quasi 20 metri e largo 4, ciascuno del peso di 1000 (mille!) tonnellate. È già incomprensibile come siano stati elevati a sei metri d'altezza dal terreno e posti su altri blocchi, perfettamente squadrati e aderenti tra loro. Ma la cosa ancor più inimmaginabile è come questi monoliti possano essere stati portati lassù, su una collina, a 1200 metri d'altezza! Da alcuni anni la NASA ha iniziato lo studio e la progettazione di apparecchiature che, producendo particolari onde sonore, sarebbero in grado di sollevare oggetti anche particolarmente pesanti (levitazione acustica). Sarebbe questo il sistema usato a Baalbek e nel racconto di Setne Il?
Il papiro "Setne Il" è un racconto celebrativo della grandezza egiziana, in cui si trovano elementi chiaramente fantastici. Tuttavia non si tratta d'una fiaba, dal momento che molti elementi sono del tutto reali. Reali sono, infatti, i faraoni Thoutmosis III e Ramosis Il; è realmente esistito il figlio di Ramosis II che si chiamava Khaemuaset; è vero che questo principe occupava la carica di sacerdote supremo di Ptah e che risiedeva a Menfi. Il conflitto tra Thoutmosis III e i nubiani è assolutamente vero, com'è testimoniato negli "Annali" di questo re. A questo punto c'è da chiedersi: saranno veri anche i riferimenti al "carro magico" ed al monolite sospeso per aria? Per quanto riguarda il "carro magico", il papiro Tulli non è l'unico riscontro noto e possibile con cui stabilire un collegamento. Ce ne sono anche altri: il più noto è il testo letterario del "Libro dei morti" degli antichi egizi.
Tra i papiri che riportano le varie versioni ve n'è uno, custodito al British Museum, noto come "papiro di Ani", la cui versione è tra le più diffuse. Ani, da vivo, era governatore dei magazzini di Abydos e responsabile delle offerte, nonché scriba dei redditi (amministratore) dei signori di Tebe. È vero che questo testo rituale veniva ricopiato, per ogni singolo committente, da una base di formule uguali per tutti, ma è anche vero che ci sono personalizzazioni e modifiche che variano da persona a persona. Chissà. se Ani, nella sua vita, fu anche qualcosa d'altro, oltre quello che raccontano i suoi titoli ufficiali. Nel capitolo CXXXlII egli, ormai morto, come in un testamento spirituale prende un solenne, pur se rituale, impegno: "non dirà l'Osiride Ani giustificato (cioè da morto) ciò che ha visto, né ripeterà da Osiride (ciò che ha sentito) nella dimora segreta." E meno male che ha preso questo impegno, dal momento che in altri capitoli lui fa confessioni che ci lasciano sconvolti! Chissà, se non avesse preso questo impegno a stare zitto, quali altre cose ci avrebbe mai raccontato.
Ecco cosa dice, infatti, nel capitolo LXXVII: "io volo via e poi atterro (stando) dentro il falco; il suo dorso misura sette cubiti (3,7 metri), le sue due ali sono come di feldspato verde. lo esco dalla nave-sektet, il mio cuore va sulla montagna orientale" (il Sinai? Oppure la montagna sacra dello Wadi Hammamat?).
Capitolo LXXVIII: "io ti do il nemes di Ruty, il mio, affinché tu possa andare e tornare per la strada celeste. Gli dei del Duat, che sono all'estremità del cielo, ti vedranno, ti rispetteranno, s'impegneranno davanti alle loro porte per te, lahwed sarà con loro. Essi si sono dati da fare per me, gli dei padroni dei confini (del mondo), coloro che sono legati alla dimora dell'unico Signore. lo infatti in alto (ero) presso lui che galleggiava: dopodiché egli prende il mio nemes, come aveva detto Ruty. lahwed apre per me un passaggio. lo sono in alto, Rury aveva preso il nemes per me, l'aveva messo sulla mia testa, aveva allacciato per me il mio corpo nel suo schienale, per la sua grande potenza io non posso cadere nel vuoto ... io ho visto le sante cose segrete, io sono stato addestrato nelle operazioni nascoste, io ho visto ciò che c'è in quel luogo, il mio pensiero è nella maestà del signore dell'aria. ... io sono come Horo tra i suoi illuminati ... ho attraversato le regioni più lontane del cielo. ... 'Un bel viaggio!' mi hanno detto le divinità del Duat." Questo capitolo è semplicemente sconcertante. Gli egittologi dicono che si tratta d'una descrizione immaginaria del viaggio del morto nell'aldilà. Solo che c'è un piccolo, tremendo, particolare: il passo in cui Ani dice "io infatti in alto (ero) presso lui che galleggiava", parole che non possono essere nient'altro che la descrizione della mancanza di gravità. Gli egittologi preferiscono "tradurre" questo passo in modo delirante piuttosto che guardare le cose come stanno. Uno di loro traduce: "salute a colui che è esaltato che è sul suo ornamento". L'insensatezza e la gratuità di frasi simili è ancor più chiara se andiamo a guardare la traslitterazione del testo originale. Quella relativa al passo in questione è la seguente [tra le virgolette la traslitterazione, in parentesi tonda la traduzione letterale per ogni singola parola]: "ì" (io) "ìn" (infatti) "q3" (in alto) "hr" (presso) "÷b3" (galleggiava) "f" (lui). È impossibile equivocare, eppure c'è gente che lo fa. È ovvio che nessun abitante della terra, 3500 anni fa, poteva immaginare viaggi nello spazio extraterrestre, e men che meno l'esistenza della mancanza di gravità: in che modo allora Ani, o qualcun altro prima di lui, avrebbe potuto sapere una cosa simile? È davvero mai possibile che ci sia stato proprio qualcuno, a quell'epoca, fuori dall'atmosfera terrestre?
Se vogliamo credere alle parole di quel testo, ecco cosa dice ancora il capitolo CLXXV: "cos'è questo? lo vi ho viaggiato e, inoltre, non c'è acqua, non c'è aria, non c'è vento, è buio, oscuro, senza limiti, senza confini." Potremmo noi descrivere lo spazio extraterrestre con altre parole? Per contro, queste parole potrebbero essere state usate per descrivere una qualche esperienza sulla terra, oppure un modo degli antichi egizi d'immaginare l'aldilà? Assolutamente nessuna di queste due cose: l'assenza d'aria non è un'esperienza che si può fare sulla terra, tranne che sott'acqua. Immaginare poi l'aldilà come un luogo senz'acqua, né aria, né vento sappiamo che era del tutto impossibile per gli antichi egizi, che collocavano nell'aldilà i "campi di Ialu", campi eterni nei quali i faraoni coltivavano le messi, serviti da una schiera di "ushabti". Ani dunque non parla solo di galleggiamento "in alto", ma anche di assenza d'aria ed acqua: se un indizio è poco, due sono troppi. Ani non sta parlando del viaggio del morto nell'aldilà, ma d'un (suo?) viaggio reale, in vita, al di fuori dell'atmosfera terrestre, della fase preparatoria di questo viaggio e delle operazioni di attracco e trasferimento nello spazio. C'è anche un misterioso dio, Iahwed (chi sarà?), che dopo aver aiutato Ani ad entrare nella stazione spaziale, lo aiuta anche a togliersi il casco. Per inciso, il nome in geroglifico di questo dio, con la sola mancanza della "d" finale, lo ritroviamo nel tempio di Amenhotp III a Soleb, nell'attuale Sudan. Nella sala ipostila, alla base delle colonne, quando vengono elencati i nomi delle tribù sottomesse, a un certo punto leggiamo: "beduini shasu di Yahwe". Ma tornando a quello che dice il "Libro dei morti", Ani parla anche del suo ritorno sulla terra, quando sbarca ed esce dal recinto dell'astroporto. Ecco cosa dice al capitolo LXXXVI: "io ho passato un giorno nella base isolata dove c'è l'avvampamento (una base di decollo e atterraggio?), vi ero andato in missione, ne ritorno per rendere conto, aprimi affinché possa dire ciò che ho visto. Horo è il comandante della nave divina, ... io vi sono entrato stimato ed esco ingrandito attraverso la porta del Signore dell'Universo." L'autore originario di questo passo, chiunque sia stato, sembra voler mettere all'incasso il suo eccezionale viaggio, per intascare delle molto terrene credenziali politiche! È molto probabile che le sue pretese abbiano dato fastidio a qualche potente terrestre, ma questo non lo sappiamo, come non sappiamo di cosa sia morto.
Ani dunque come Ezechiele? È impossibile dirlo con certezza perché il "Libro dei morti", oltre ad essere un racconto letterario, è anche un racconto ritualizzato (o meglio teatralizzato) di eventi molto più antichi, per cui Ani ripeteva a pappagallo cose di cui avrebbe anche potuto ignorare il vero significato. Ad esempio il testo del capitolo 175, com'è noto, è molto antico e lo ritroviamo in epoche precedenti a quella di Ani, come il periodo eracleopolitano, cosicché questo brano risulta essere, come tutti gli altri, una ripetizione cerimoniale. Tuttavia, a proposito del viaggio del Falco Divino, Rundle Clark, nel suo "Myth and Symbol in Ancient Egypt" (Londra 1959), sostiene che, per quanto riguarda questa parte del racconto mitico, si tratta di "una creazione letteraria indipendente, che aveva reciso i legami col rito" (i personaggi divini, ad esempio, sono completamente privi di ogni sacralità). Ci troviamo di fronte dunque ad alcune "anomale" interpolazioni che, in qualunque epoca siano state compiute, rafforzano l'enigma riguardo al fatto che questi viaggi nello spazio qualcuno possa averli davvero compiuti. La datazione dei personaggi e degli eventi esclude che questi viaggi possa averli compiuti anche Ani? Dobbiamo osservare che il fiorire di tutta questa letteratura coincide, dal punto di vista storico e cronologico, con periodi in cui sono redatti, da scribi dell'esercito, documenti di Stato che attestano drammatici "incontri ravvicinati del terzo tipo" con macchine volanti, inconcepibili per quell'epoca. Questi documenti non solo esistono e sono reali, ma sono anche, contrariamente a quanto è avvenuto per il papiro Tulli, correttamente e ufficialmente catalogati nel "corpus" dei testi storici. Ne riparleremo presto, fornendo tutta la corretta documentazione a riguardo. Di certo il "caso" del Papiro Tulli è soltanto la punta di un iceberg. La parte ancora sommersa, che deve essere portata alla luce, è molto più grande di quello che finora si vede.
Inoltre è noto come presso altri popoli esistano altre analoghe descrizioni. In un racconto babilonese, "Le imprese del dio Ninrag", si parla di "un carro di lapislazzuli ... terribile e spaventoso" a cui "Anu dona terribile fulgore nel cielo" e che "a causa del rimbombo e dell'immemo frastuono, rintronano per il suo movimento il cielo e la terra".
Nell'"Epopea di Gilgamesh" il leggendario re di Uruk deve compiere l'impresa di distruggere un "toro disceso dal cielo". La dea Astarte, che lo ha ricevuto in dono da suo padre, il re degli dei Anu, "ora lo guida giù sulla terra. Con un soffio (un missile?) il toro celeste aprì una voragine: vi furono inghiottiti dentro cento uomini. Con un secondo soffio aprì un'altra fossa: vi furono inghiottiti dentro duecento uomini di Ururk."
La suprema divinità degli Ittiti, il dio della tempesta, del tuono e del fulmine Teshub, era stranamente associato alla figura del toro. In alcune liste sacrificali ittite compare frequentemente l'indicazione di "un grande toro di ferro", oppure di "un grande toro d'argento". Questo culto era particolarmente vivo a Catal Huyuk, tra le cui rovine sono stati trovati, peraltro, dei teschi "umani" molto particolari.
La quantità e la qualità di questi documenti è tale da costringerci a pensare che non si può trattare solo e sempre di fantasie, equivoci o allucinazioni. In ogni parte del mondo, nell'antichità, viene narrata e testimoniata la presenza di esseri e di oggetti "divini", circondati da attrezzature e/o fenomeni che agli indigeni terrestri d'allora apparivano come manifestazioni soprannaturali o di magia. Queste testimonianze provengono da ogni parte del globo, da culture completamente diverse tra loro e persino, in qualche caso, da grandi personalità storiche del passato. La cosa più sconcertante è che tutte queste svariate testimonianze descrivono le stesse cose con le stesse parole.

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