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UFOSTORIE...


IL CASO DEL PAPIRO TULLI

di Michele Manher
 

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IL PAPIRO TULLI »

da "UFO Notiziario" Nuova Serie - N. 40 del Gennaio/Febbraio 2003

Sesostri si pettinava nella sua piramide
con un pettine d'avorio decorato di vespe.
Dentro la sua nudità cantavano per lui
usignoli di sangue e calabroni.
Era scintilla, lampo, silenzio
trafitto da fiamme voraci.
Era vento caldo, limpida cresta
di montagna battuto dal fuoco.
Popolo di affilalame e duellatori,
urto violento e caldo di metalli.
Forza dell'orso e trillo di colomba
nei letti dell'amore a mezzanotte.

Questa è un'ode scritta dal gitano andaluso Federico Garcia Lorca nel 1928 e dedicata "per burla" - come disse lui stesso - ad un antico re egiziano. In realtà l'ala della sua poesia sfiorò lieve soltanto il suo sogno d'essere un antico re gitano. Del resto ne aveva ben d'onde, dato che la matrice della parola latina "gitano", come dell'equivalente anglosassone "gipsy", è "e-giptiano" e tale Garcia Lorca era nel profondo della sua anima: un antico, dolente egiziano. Lo spirito simbolico, surreale e magico dei geroglifici rivive intatto nella capacità creativa del poeta spagnolo, che in quest'ode si descrive così, come antico re d'un mondo perduto che canta solo ciò che gli è rimasto: il mondo delle sue passioni.
Ma i geroglifici sono anche una lingua. Antica.
Un ragazzo di 17 anni, Adam Cadwell, che vive nella città di Sheffield in Inghilterra, fin dalla tenera età di 6 anni sa leggere e tradurre i geroglifici egizi. All'età di 16 anni era già riuscito là dove attempati e qualificati super esperti avevano sempre fallito: tradurre le iscrizioni d'un sarcofago, custodito nel Museo della sua città, che conteneva la mummia d'una nobildonna tebana della 26a dinastia, morta di malattia all'età di 14 anni.
Naturalmente io auguro a questo ragazzo di diventare un formidabile traduttore in questo ramo; di riuscire a tradurre, per esempio, quelle lunghe file di geroglifici sconosciuti che si trovano nel tempio della dea Hator a Dendera, oppure le iscrizioni che si trovano non soltanto nel Museo Egizio di Sheffield, ma anche in altri. Ad esempio una che si trova nel Museo Egizio di Torino, incisa sul retro del gruppo marmoreo di granito nero di due statue sedute, che rappresentano il faraone Haremhab e sua moglie Mut nodjmie. Chissà che quella iscrizione, finora mal tradotta (ne esiste una di James Henry Breasted nel suo "Ancient Records of Egypt", vol. I, par. 24, ma è molto lacunosa e incompleta), non contenga ancora qualcosa, che adesso ignoriamo, su uno dei più oscuri periodi della storia egiziana.
La lista delle cose tuttora da capire è in verità molto lunga. Si può certo inserire in questa lista anche qualche documento che l'egittologia ufficiale ha rifiutato di riconoscere, a causa delle oscure modalità di ritrovamento, ovviamente con formale correttezza ma suscitando così inevitabili polemiche. È questo ad esempio il caso, anzi, lo "strano" caso, del papiro Tulli.
Ecco la sua storia, a partire dall'inizio.
Una settantina d'anni fa circa un alto prelato del Vaticano, il Cardinale Augusto Tulli, si recò in Egitto assieme a suo fratello Alberto, Direttore del Museo Gregoriano Egizio, con la missione, non ufficiale, di acquisire nuovi reperti archeologici. Il Papa di allora, Pio XI, aveva già commissionato all'architetto Beltrami, negli anni precedenti, la costruzione d'un edificio che comprendesse, oltre alla nuova Pinacoteca inaugurata nel 1932, anche uffici, laboratori e magazzini dai quali poter gestire e curare il sempre più grande complesso dei Musei Vaticani. Come tutti i Papi da Giulio Il in poi, infatti, anche Pio XI perseguì la stessa politica d'incremento per i Musei, ivi compreso quello egizio, istituito poco meno di cento anni prima, nel 1839, da Gregorio XVI quando erano state trovate a Villa Adriana le prime statue egizie. Fu così dunque che i fratelli Tulli si misero in viaggio. Dopo il loro sbarco ad Alessandria, salirono sull'espresso del Basso Egitto per raggiungere la capitale. Le carrozze a quell'epoca erano trainate da una sbuffante locomotiva a vapore che, lanciata alla massima velocità, non superava i 60 km orari. Compresa l'interminabile sosta alla stazione di Benha, i due finirono per sbarcare sui marciapiedi della "Main Rail Station" del Cairo quando ormai imbruniva. Usciti da lì, guardarono per alcuni attimi la statua di Ramses III che indicava loro, silenziosa come una sfinge, la Sharia Ramses in direzione del Nilo, il grande viale che dalla stazione portava al Museo. Attraversarono la piazza incuranti dei venditori ambulanti, delle bancarelle ma anche dell'aria calda, fluttuante, serena e densa di odori sconosciuti, con cui li avvolgeva quella terra carica di tanta storia. Percorsero a piedi la Sharia el-Gumhuriya fino alla Piazza dell'Opera, dove imboccarono, con la decisione degli sfiniti, il portone del Continental Savoy, non pensando ad altro che ad un buon letto e un bel bagno caldo. Soltanto nella tarda mattinata del giorno dopo riuscirono a prendere contatto con le autorità locali, in particolare con la persona che era succeduta da poco a Gustave Lefevre nella direzione del Servizio per la conservazione delle Antichità Egizie. Si trattava del canonico Drioton, l'uomo che insegnò a leggere e scrivere in geroglifico ad una generazione di egittologi francesi. Drioton li affidò ad una guida che fece visitare loro alcune tra le migliori botteghe antiquarie della capitale.
Fu in una di queste che il prof. Alberto Tulli rimase attratto da un piccolo papiro, redatto in ieratico, che il titolare della bottega gli presentò come qualcosa di straordinario e misterioso, qualcosa che proveniva dagli archivi di Stato dell'antico Egitto, e redatto all'epoca di Touthmosis III.
Purtroppo da questo momento in poi della vicenda non è più possibile ricostruire con certezza quello che accadde. Secondo alcuni il commerciante avrebbe chiesto in pagamento una cifra che esorbitava le disponibilità imposte ai Tulli dalla Tesoreria Vaticana; il professore, tuttavia, sarebbe riuscito comunque ad avere, per una somma più modesta, il permesso di copiare su carta trasparente l'intero scritto cosicché egli, con l'aiuto del canonico Drioton, avrebbe poi trascritto in geroglifico il contenuto di quel foglio. Sarebbero queste due ricopiature, dunque, i "documenti" che lui avrebbe portato con sé a Roma.
Vi è, tuttavia, anche un'altra storia.
Nel 1956 comparve per la prima volta la traduzione di questo papiro in Inghilterra, dapprima nel volume di H. T. Wilkins "Flying Saucers Uncensored" e poi sulla rivista "The Doubt". L'autore di questa traduzione era un celebre e stimato egittologo sudtirolese, il Principe Boris de Rachelwitz, autore tra l'altro di molti saggi di successo sull'antico Egitto. La rivista "The Doubt" pubblicò anche una lettera del Principe, nella quale egli spiegava di avere ricavato quella traduzione da "un papiro originale" del Nuovo Regno, che gli era stato consegnato dal fratello del defunto professore Alberto Tulli. De Rachelwitz spiegò che la trascrizione gerogiifica, a suo dire da lui operata, era relativa ad una parte soltanto del documento di Stato risalente al tempo di Touthmosis III e che "l'originale", in ieratico, era in pessimo stato di conservazione, oltre al fatto che molte parti del testo erano state "intenzionalmente" abrase in epoche remote. Per quanto riguarda il testo, che in USA è stato successivamente inserito nell'ufficiale "rapporto Condon" sugli UFO, bisogna dire che si tratta d'una traduzione molto sommaria, e in alcuni punti persino scorretta, della già squinternata trascrizione geroglifica del documento originario. Questa infatti presenta già per conto suo una pessima calligrafia e in alcuni casi un uso alquanto improprio dei geroglifici stessi. Ad esempio nella frase "questo avvenne dopo cena", la parola "cena", che in geroglifico si dice "mesherut", non è scritta usando la "civettà" (m) e il "bacino artificiale" (sh), ma il geroglifico "scacciamosche", simboleggiato da tre pelli di fenek legate insieme, che ha lo stesso suono ma che vuoi dire "nascità", "nato da". La seconda metà di questo documento presenta una migliore leggibilità, e quindi traducibilità, cosicché ho potuto approntarne io stesso una traduzione in italiano. Nonostante si tratti d'una testimonianza frammentaria, si coglie comunque per intero il senso d'una grande drammaticità causata da eventi straordinari.
Qui di seguito viene riportata la traduzione in italiano della versione inglese fino alla frase "brillavano nel cielo più del sole ..."; da questa frase in poi c'è la mia traduzione dal testo geroglifico.

"Nell'anno 22, nel terzo mese d'inverno, sesta ora del giorno (...abrasione...) gli scribi della Casa di Vita videro un cerchio di fuoco che veniva dal cielo (...abrasione...) non aveva testa, il respiro della sua bocca aveva un cattivo odore. Il suo corpo era lungo una pertica (50 metri, n.d.a.) e largo una pertica. Non aveva voce. Le loro (degli scribi, n.d.a.) pance divennero agitate per questo: allora essi si distesero sulle loro pance (...abrasione...) essi andarono dal Re, per riferire ciò (...abrasione...). Sua Maestà ordinò (...abrasione...) venne esaminato (...abrasione...). Su tutto quello che è scritto nei rotoli di papiro della Casa di Vita stava riflettendo Sua Maestà, (come) su quanto succedeva. Ora, dopo che erano passati alcuni giorni, questi oggetti divennero più numerosi che mai nel cielo. Essi brillavano nel cielo più del sole...
e si estendevano fino ai limiti dei quattro pilastri del cielo.
Esprimeva forza lo stare fermi dei dischi
(shenu) di fuoco. L'esercito del Re stava a guardare, e Sua Maestà stava in mezzo a loro (cioè ai soldati, n.d.a.). Questo avvenne dopo cena. Dopodiché questi cerchi luminosi salirono più in alto nel cielo, verso sud. Pesci ed allo stesso tempo qualche uccello caddero giù dal cielo. Questa cattiva aggressione non si manifestava da che fu costruito il tempio. Allora Sua Maestà diede le formule per le offerte della terra, avendo portato l'incenso al palazzo, di prima mattina, di fronte ad Amen-Ra, Signore delle Due Terre. Per suo (...abrasione...) ordine preciso suo (...abrasione...) negli annali della Casa di Vita (...abrasione...) per sempre ricordato."

L'espressione che io ho tradotto "avendo portato l'incenso" è la più probabile, ma potrebbe non essere quella più fedele. Nel testo c'è la parola "an-t" che Wallis Budge, nel suo celebre "Egyptian Hierogliphic Dictionary", alla pag. 56b traduce "qualcosa che viene condotto" e l'incenso, com'è ovvio, non si conduce. D'altra parte, se noi proviamo a separare il verbo "an(i)", "portare", dal termine "net", o "nt", otteniamo qualcosa che non ha senso, dal momento che "net" è un suffisso pronominale (2a pers. sing.) che vale "tu, te, ti", mentre "nt" è addirittura un pronome interrogativo ("chi", "quale"). Esiste un'ultima possibilità per cercare di far quadrare i conti ed è quella di supporre che "net", pur essendo priva del determinativo che la qualificherebbe senza ombra di dubbio, significhi "la corona rossa del Nord".
Nei capitoli 220 e 221 dei "Testi delle Piramidi" troviamo un'estesa trattazione riguardo a questa corona che viene descritta come un "serpente di fuoco, grande nella magia... grande quando si manifesta e ricco di esistenze". La corona rossa è il simbolo della sovranità di Seth, dio tutelare del Basso Egitto, e di lui rappresenta il fuoco, la forza oscura e la magia. Questa temibile corona aveva una grande potenza, ma anche una pericolosità che solo il faraone poteva neutralizzare, con precise azioni e formule rituali. Ovviamente anche il trasporto era pericoloso, e ad esso erano adibiti sacerdoti "specializzati". Il fatto che nel papiro Tulli si possa parlare di questa corona sotto Touthmosis III è molto importante, perché dalla fine della XVIII dinastia in poi se ne perde ogni traccia, non se ne sente più parlare: questa potente e misteriosa corona svanisce per sempre nel nulla. È perfettamente possibile, pur essendo un evento straordinario, che Touthmosis l'abbia fatta portare nel tempio di Amen-Ra e lì, avendo svolto, proprio come testimonia il papiro Tulli, i riti descritti nei "Testi delle Piramidi", le avrebbe parlato attraverso una nube d'incenso per neutralizzarne il potere mortale. Nel pieno rispetto delle formule sacre, vecchie di millenni, le avrebbe chiesto di porre il timore di lui non solo nei suoi sudditi, ma anche, come recitano i "Testi delle Piramidi, negli occhi di tutti gli dei e degli esseri luminosi". Il re infatti non aveva gradito che, di fronte a lui e a tutto il suo esercito schierato, vi fosse stata quella pioggia di pesci e uccelli morti. Gli egiziani normalmente pensavano che tutto quello che cadeva dal cielo, persino la pioggia, fosse un atto di disprezzo degli dei. Era sicuramente indispensabile dunque, oltre che compiere i dovuti riti di purificazione, anche "dialogare", attraverso la misteriosa corona rossa, con gli stessi dei.
Ora non si può non notare che la descrizione di questa corona, fatta nei "Testi delle Piramidi", coincide in tutti i dettagli, sia "tecnici" che rituali, con la descrizione biblica di quel misterioso oggetto che Iahvé stesso avrebbe consegnato a Mosè dicendogli: "...e collocherai nell'arca la testimonianza che io ti darò". (Es 25, 21).
Nel testo ebraico la parola tradotta con il termine "testimonianza", è , "eda", la cui radice , "ed", vuol dire appunto "testimone". Con un impercettibile cambiamento della punteggiatura sotto la vocale tuttavia, "eda" diventa , "ida", che viene assunta col significato generico di "emissione", tant'è che può indicare, ad esempio, il mestruo. Questo stesso concetto di "emissione" è espresso in geroglifico dalla lettera "n", che ritroviamo appunto, associata alla lettera "t", nella parola che indica la corona rossa. Naturalmente in un testo antico di millenni, come quello biblico, passato tra mille mani e chissà quante trascrizioni prima e dopo quella di Esdra, è perfettamente possibile che qualche minimo errore, da parte di qualche scriba, sia stato inevitabilmente commesso. Non sappiamo se è così anche in questo caso, ma c'è una cosa che sappiamo con assoluta certezza: le misure dell'Arca costruita da Mosè, per contenere l'"emittente celeste", sono perfettamente identiche alle misure della cassa di granito che si trova nella stanza superiore della Grande Piramide a Giza. Era forse quello il luogo sacro in cui veniva custodita la corona rossa? Quando Iahvé si rivolge al profeta Natan dicendo "io non abito in una casa dal giorno che trassi i figli d'Israele dall'Egitto" (Il Sa 7, 6), ci troviamo di fronte ad una frase che può voler dire una cosa, ed una soltanto: che il contenuto delI'Arca si trovava sicuramente in Egitto prima dell'Esodo. Il Tempio costruito da Salomone doveva sostituire la Grande Piramide come dimora di quest'oggetto? È vero quello che c'è scritto nell'antico poema nazionale etiopico, il "Kebra nagast", e cioè che il contenuto dell'Arca fu poi consegnato in segreto dai giovani sacerdoti del Tempio al figlio di Salomone e Makeda, la regina di Saba, che lo portò con se in Etiopia?
Più o meno consapevolmente, potrebbe essere questo il "vero" segreto del papiro Tulli, la vera ragione di tante furibonde passioni che si scatenano a solo pronunciarne il nome. Ad esempio Plinio il Vecchio, nel secondo libro della sua "Naturalis Historia", come vedremo più avanti, parla di fenomeni ancora più assurdi ed eclatanti di quelli descritti nel papiro Tulli, ma nessuno se n'è mai occupato, e comunque di certo senza suscitare tutta quell'agitazione che provoca invece questo papiro dichiarato ufficialmente scomparso, anzi per alcuni addirittura mai esistito.
Secondo quanto dichiarò de Rachelwitz, il professar Tulli avrebbe portato a Roma "l'originale", e non una copia, di questo prezioso documento. A questo riguardo fu davvero singolare, negli anni successivi, l'atteggiamento del Vaticano che non contribuì mai a fare chiarezza su questa vicenda, ma semmai ad alimentare tutte le ipotesi. Di questa "stranezza" è resa piena testimonianza nella quinta sezione del governativo "rapporto Condon" sugli UFO.
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