Il Mistero in Internet Chi siamo  Contatti   Site map    Cerca   Edicola Home  
EdicolaWeb 2006  
Nonsoloufo - Ufo and much moreClicca qui per prelevareARCHEOMISTERI - I quaderni di Atlantide

Tutti gli Inserti stampabili LE STRENNE (ARCANI ENIGMI...)

DA ZOROASTRO AI CATARI
di Stelio Calabresi
per Edicolaweb


INTRODUZIONE: DEFINIZIONE DEL PROBLEMA STORICO
Diversi autori hanno fatto osservare che il cristianesimo, a partire dalle origini, visse e si rafforzò in una strana contraddizione. Nel momento stesso in cui iniziò a farsi conoscere fuori dei confini della Palestina, fra i gentili (secolo II), cominciò ad essere travagliato, cominciò a svilupparsi un dibattito dottrinario interno che investì i cardini stessi del credo. Cominciò immediatamente l'epoca delle eresie.
Ovviamente quando affronto questo problema debbo chiarire che ne parlo sotto un profilo storico ed escludo qualsiasi tipo di valutazione del merito dottrinario, anche se è estremamente difficile valutare i movimenti ereticali senza tener conto della logica delle origini.
Sta di fatto che un determinato fenomeno veniva definito "eretico" sulla base delle conclusioni cui poteva pervenire un'altra fazione - parimenti "cristiana" - sulla base di pressoché identici presupposti dottrinari (1).
Ma cerchiamo di restare aderenti al fatto storico. Siamo in tal caso costretti ad accettare, per quanto riguarda il catarismo, alcuni fatti: i Catari sono conosciuti - in Italia e nella Linguadoca Francese (tra il XII ed il XIV secolo) - come Albigesi, in quanto derivano la propria denominazione da uno dei centri della Provenza di maggiore importanza, Albi.
Dobbiamo a questo punto comprendere:
  • chi fossero i Catari denominati anche Albigesi (in effetti i nomi con i quali furono conosciuti - e lo vedremo - furono diversi e non sempre si trattò di sinonimi);
  • da dove derivasse e quale fosse il loro credo che li portò ad essere soggetti passivi di persecuzioni e, infine, di una crociata;
  • quale fosse la reale situazione della Francia tra il XII ed il XIII secolo, con particolare riguardo a quella parte del territorio conosciuto come Linguadoca.

Origini remote ed origini recenti del Catarismo la sua semantica
Solitamente la parola "cataro" è collegata, sotto il profilo semantico, al greco.
In questa lingua l'aggettivo "καθαρoς" significa "puro".
Nelle zone di lingua italiana sono noti come "Occitani".
Ma la storia del pensiero filosofico alla base del catarismo non è né semplice - come potrebbe sembrare - né breve. In effetti la loro filosofia risale molto più indietro del XII secolo; essi traggono la loro origine da quella parte del pensiero filosofico che si definisce pensiero dualistico. Le loro origini remote si confondono con le origini di quel pensiero filosofico: essi idealmente si riallacciano al persiano Zarathustra.
Le loro origini recenti (si fa per dire) invece sono da collegarsi a Mani, personaggio, guarda caso, comparso in Persia all'inizio del III secolo Qui Mani fu condannato e fatto giustiziare per motivi connessi al proprio credo.
Per l'esattezza dobbiamo dire che né il movimento dei Catari né quello Manicheo erano, dal punto di vista dottrinale, originali: entrambi risentivano di origini molto più antiche che poggiavano su un principio dualistico (presenza di bene e male nella realtà) con una tendenza monistica conclusiva (la lotta tra le due forse si sarebbe conclusa inevitabilmente con la vittoria del bene).
Questa tradizione apparteneva in realtà a Zarathustra (2).
Qualunque ne sia l'origine, qualunque sia la natura dell'etimo sta di fatto che il catarismo, tra il XII ed il XIII secolo fu uno dei movimenti eretici più diffusi dell'Europa meridionale al punto da entrare in conflitto con la Chiesa di Roma con una vera e propria crociata in loro danno. La conclusione fu una strage ma non la scomparsa. Rimase latente un sottile fascino perfino in un campione della cristianità come San Bernardo da Chiaravalle (Clairvaux (3)).

Zarathustra, zoroastrismo (Mazdeismo) e gimnosofimo
Furono i Greci ad individuare in Zarathustra, da loro ribattezzato Zororoastro, il fondatore della religione persiana.
In Persia il suo nome era "Zerdust Name". Questo nome ha un duplice significato. Il primo si riferisce ad una situazione patrimoniale e significa "ricco di cammelli". La seconda invece corrisponde ad una denominazione più marcatamente religiosa e suona come "il profeta della legge di Dio".
Egli fu, quindi, l'ispirato di Ormuzd ed il profeta dello Zend Avesta nel quale Dio è "Ahura Mazda" o "Ormuzd" (in ogni caso una divinità della luce) (4).
Indipendentemente dalle sottigliezze semantiche a noi Zarathustra è noto quale ispirato di Ormuzd ed erede di Yima. Questa parentela spirituale garantì il collegamento con il primo dei Grande Iniziati nella storia dell'esoterismo.
È ben poco quello che conosciamo della vicenda umana e storica di Zarathustra. Qualcosa riusciamo a dedurla: così l'etimologia del nome ci rivela che egli appartenne ad una famiglia agiata. Per il resto i suoi dati biografici sono avvolti dalla notte del tempo o nella nebbia del mistero. Ciò accade, per esempio, per l'epoca in cui sarebbe vissuto. C'è chi ne ascrive la vicenda terrena ad un periodo compreso tra l'VIII ed il VII secolo (probabilmente tra il 630 ed il 553 a.C.) e chi, con diversa approssimazione, lo colloca tra la fine del secondo e l'inizio del primo millennio.
La nascita spazia in un arco di tempo che varia di circa 3000 anni: dal VI secolo prima di Serse al VI millennio prima dello stesso re.
Il Frye, nel suo studio sulla "Persia preislamica", osserva con un certo sconforto, come sia "...scoraggiante che dopo tanti anni di ricerche non si sappia ancora quando e dove visse e neppure che cosa predicò esattamente" (5).
Parimenti deprimente appare il vuoto intorno al personaggio: mitico almeno quanto storico. Al punto che taluno, ad esempio Bausani, ritiene (e non è un paradosso), che Zarathustra fosse non il creatore della più antica religione Iranica (il mazdeismo) ma, come tanti, un semplice seguace di questa religione. Una possibilità è che, appunto Zarathustra ne sia stato il riformatore atteso che l'avrebbe ritenuta "una delle più importanti religioni superiori", nel senso che in essa si nascondeva "un insieme di veri e propri enigmi..." dai quali sarebbe derivato "...il materiale per la costruzione delle leggende escatologiche di tutte le grandi religioni del mondo civile [occidentale]".
Naturalmente in questa valutazione non si può tacere delle difficoltà linguistiche dei testi, zoroastriani. Infatti la lingua avestica è quanto mai arcaica e quella in cui sono scritte le "Gatha" ("Canti"), probabilmente l'unica opera genuina di Zarathustra (6), per larga parte incomprensibile.
Gli ultimi studiosi degli ultimi tempi sono indirizzati a ritenere che la religione iranica antica non fosse una religione unica, ma una pluralità complicata di idee da ricostruire per frammenti, come iscrizioni, iconografia archeologica, testi isolati nel tempo incorporati nel più ampio e unitario filone del mazdeismo.
Un quadro filologico e storico a dir poco impossibile e, a dir poco, contraddittorio (7).
Del resto gli stessi persiani non ne sapevano molto di più dei greci né di noi e non possiamo escludere che i seguaci di Zarathustra, da veri precursori, avessero considerato l'ipotesi di dar vita ad una vera e propria "era di Zarathustra". Il Frey è un sostenitore di questa ipotesi.
Erodoto definì Zarathustra "il Battriano" ma con questo aggettivo lo storico greco ci da solo un'informazione sulla terra di origine (tra l'altro indimostrata) (8). L'opinione di Erodoto - e ce lo conferma M. Bussagli - è una caratteristica dell'onomastica persiana propria dell'epoca in cui il nostro sarebbe vissuto.
Ma i dubbi più seri sono quelli che riguardano il merito: l'oggetto della predicazione ed il ruolo che Zarathustra avrebbe giocato. Nei Gatha egli si definisce "zaôtar" (l'equivalente di "prete", analogo all'indiano "hotar"). In pratica egli sembra ritenersi un sacerdote dell'antica religione iranica).
Tuttavia egli avrebbe predicato qualcosa che suonava totalmente nuovo rispetto al credo indoeuropeo praticato in Battriana tanto che le sue parole non avrebbero trovarono ascolto presso Kavi Vistaspa, un re straniero. E questo dato ci conferma che si trattava di un credo rivoluzionario come poteva esserlo il monoteismo in un mondo politeista.
Oggi ancora ci domandiamo se sia stato il fondatore di una nuova religione oppure un riformatore religioso. Sotto questo secondo aspetto egli avrebbe lottato per rivendicare al monoteismo una terra dai molteplici dèi come quella della Battriana (9).
Come fondatore si sarebbe sforzato di unificare le varie deità in una dottrina tendenzialmente monoteista, per quanto su base dualistica (bene e male) che da lui prese il nome di Zoroastrismo i cui principi espose nell'Avesta (10).
Lo Zoroastrismo non morì con il suo ideatore ma fu portato avanti, dopo la sua morte, dai Magi di Persia e dai Gimnosofisti indiani (altrimenti noti come i "Sapienti nudi") (11).
Cerchiamo di vedere, molto in sintesi quella che è la dottrina dello Zoroastrismo che probabilmente è la più antica tra le religioni rivelate.
In Iran esistono ancor oggi diversi resti collegati a quel culto. Basti pensare al "Trono di Salomone" in iranico "Takht I Sulaiman" (12) mentre soprattutto in India (a Bombay) sono comuni le "Torri del Silenzio" sulle quali sono deposti i cadaveri dei Farsi per essere divorati dai corvi e dalle aquile senza che i loro resti possano contaminare i quattro elementi (13).
I resti di Takht I Saulaiman, che si rivelano ispirati al mantenere acceso un fuoco perenne in onore di Ahura Mazda, ci introducono ai misteri dello Zoroastrismo. Infatti i fuochi in onore della divinità venivano accesi sia in templi a base quadrata (detti appunto "chatar taq") che all'aperto ed ogni fuoco rappresentava la classe sociale che lo aveva in custodia (14).
Un tratto comune al buddismo fu il rifiuto delle pratiche crudeli e sanguinarie proprie degli ari: oltre a proibire il sacrificio di animali vietò che i morti venissero sepolti in terra, immersi o bruciati perché ciò avrebbe contaminato i tre elementi fondamentali del creato. I cadaveri venivano quindi esposti sulle "torri del silenzio" fino alla loro naturale scarnificazione: solo allora i resti potevano essere raccolti in urne apposite.
La dottrina normalmente a lui attribuita, è comunque quella dei due principi: Ahura Mazda e Ahriman mentre intono al fuoco è costruita la mistica dello Zoroastrismo (15).
Nel pensiero iranico in principio c'è il "fuoco" figlio del tempo (Zurvan); il fuoco fu creato prima dei due daimones (il bene e il male); e dal fuoco sono nate tutte le cose del mondo reale (come ci riferisce Eudosso). È evidente che secondo lo Zoroastrismo sono elevate al rango di divinità i due concetti morali di bene e male: il Dio buono è "Ahura Mazda" o "Ormuzd", simboleggiato dal fuoco. A lui si contrappone il principio della menzogna e della tenebra: "Ariman" o "Angra Maynyu". In definitiva lo Zoroastrismo tende a migliorare l'ordine morale e sociale e definisce il concetto di Giudizio Finale da cui dipendono la beatitudine o la dannazione.
La loro lotta costituisce la storia con cicli di 3000 anni nei quali Ahura Mazda ed Arimane predominano a turno. Ma l'uomo non può sottrarsi al tempo-destino perché non può evitare l'influsso della divinità predominante.
Le due divinità formano una coppia di opposti perfettamente speculari e come tali verrano ereditate dal Manicheismo.
La loro presenza dà vita ad un conflitto perenne che è destinato a concludersi con la vittoria di Ahura Mazda.
Con l'Avvento dell'Islam i pochi fedeli rimasti in Iran mutarono il nome di Ahura Mazda in Ormuzd e dai musulmani sono detti "Ghebri" (adoratori del fuoco).
Lo Zoroastrismo si diffuse anche a Roma, nel periodo imperiale, sotto forma di culto misterico nella specie del mithraismo, col quale venne spesso confuso lo stesso culto cristiano per la somiglianza del messaggio. Del resto le dottrine persiane, su una lotta perenne tra bene e male, affascinarono i Greci del V secolo come Eudosso di Cnido - che ne trattò nella "Descrizione della Terra" di cui parla anche Aristotele - e Xantos di Lidia. Ma, in particolare ispirò il sincretismo dei Magi che continuò ad essere vivo e vitale in India fino all'epoca Kushana.
Sembra che anche Eraclito di Efeso (come riferisce Clemente Alessandrino) avesse conoscenza del pensiero persiano come dimostra la sua dottrina del fuoco.
Inoltre Clearco di Cipro, in un passo tramandatoci da Diogene Laerzio (16) ci parla della derivazione dei Gimnosofisti dai Magi; inoltre da Aristotele apprendiamo che i magi sarebbero stati ben più antichi degli egiziani.
Esiste anche una cosmogonia Zoroastriana basata su un computo millenaristico tipicamente ariano il che configura però lo zoroastrismo in una forma tipicamente escatologia.
La storia del mondo, in questo schema, comprende tre cicli tri-millenari. Il primo ciclo corrisponde all'età dell'oro: è il regno di Ahura Mazda. Seguono i 3000 anni di Ahriman e della lotta tra bene e male alla fine della quale compare Zarathustra che fa pendere la bilancia dalla parte di Ahura Mazda. A questo punto il mondo è rinnovato ed i cicli riprendono in una sorta di corsi e ricorsi vichiani.

Il dopo-Zarathustra. Mani e la dottrina dualistica
Nell'Iran mazdeo e nell'ambito della medesima tradizione Zoroastriana, nei primi secoli del Cristianesimo assistiamo all'apparizione di un altro "profeta", Mani il babilonese, fondatore di una mistica di tipo dualistico dove Spirito e Materia (o se si preferisce luce e ombra, bene e male) si contendono il dominio del mondo pur essendo chiaro che - alla fine dei tempi - la tenebra si sarebbe evoluta verso la luce.
Spetta all'uomo separare gli elementi che sono del bene da quelli che sono del male.
Puech è uno specialista del manicheismo. Per lui questa dottrina costituisce "...l'esempio più perfetto di religione di tipo gnostico che sia dato trovare".
Secondo una certa tradizione, quindi, il manicheismo sarebbe una concezione gnostica molto elaborata, messa a sostegno di una religione che era destinata a diffondersi sia in Asia che in Europa ed in Nordafrica.
Lo stesso S. Agostino (354-430), prima della sua conversione al cristianesimo, fu un manicheo (17).
Su Mani, vissuto nel III secolo, zoppo dalla nascita, nobile persiano si è costruita una vera e propria leggenda come influenze e rivelazioni angeliche come nei vangeli cristiani ortodossi.
Proclamatosi inviato del Signore secondo la più classica delle tradizioni, dichiarò di essere stato inviato per completare e perfezionare, in una sola volta, le rivelazioni di Zoroastro, di Buddha e di Gesù.
La risultante sarebbe stata la vera religione universale, capace di coinvolgere tutti gi uomini.
Fino all'età di 25 anni, probabilmente Mani fece parte di una setta di ispirazione giudaico-cristiana (il "movimento battista elchasaita") ma a 12 anni avrebbe già avuto la prima "rivelazione" da parte di un angelo. Dopo altri 12 anni ci sarebbe stata una seconda apparizione angelica.
A questo punto Mani sarebbe entrato in conflitto con gli elchasaiti, e si distaccò da quella comunità per formarne una propria. Fondò così - in sostanza - una religione, nuova quanto conforme alle rivelazioni angeliche.
Chiaramente non possono essere soltanto questioni di natura geografica a creare un collegamento tra mazdeismo zoroastriano e manicheismo: in questo collegamento Ahura Mazda rappresenta lo Spirito (vale a dire l'elemento positivo; il bene). In quanto tale, si contrappone alla Materia che, nell'universo manicheo rimane l'equivalente di Angra Maynyu (vale a dire l'elemento negativo; il Male).
Resta comunque il fatto che le concezioni di Mani senza dubbio provengono dalla Mesopotamia (dalla Babilonia) e dalla Persia (dall'Iran) ma attingono profondamente anche dal vicino Buddismo indiano: nella lotta tra le potenze del bene e quelle del male, tra spirito e materia, tra anima e corpo, tutte le anime (18) perverranno, alla fine dei tempi, al regno eterno della luce, attraverso la metempsicosi ovvero attraverso un ciclo di rinascita. Da Gesù Mani mutua il Trinitarismo ed altri insegnamenti evangelici.
In questo sistema a vari strati il mondo reale di Mani è un miscuglio di spirito e di materia, di bene e di male. Esso si è costituito ab aeterno, fin da quando - nella notte del caos iniziale - le tenebre hanno iniziato la loro elevazione verso la luce (si pensi alla corrispondente concezione originaria dello Zoroastrismo che Mani va ad aggiornare).
I due elementi primordiali sono tra loro in lotta. Il bene è uno stato di realtà "tendenziale": la realtà "tende" al bene ma questa tendenza diverrà attuale solo alla fine dei tempi quando lo Spirito trionferà definitivamente sulla materia.
Mi si dirà che fin qui è Zoroastrismo. Ed è vero.
Ma la dottrina di Mani introduce nello zoroastrismo un "quid novi", un elemento di sostanziale novità: l'uomo non zoroastrianamente impotente di fronte agli elementi della realtà.
Anche nel Manicheismo Spirito e Materia condizionano la realtà, ma il loro reciproco rapporto non è immodificabile.
Sotto il profilo etico tocca proprio all'uomo il compito di separare la parte del reale che è del Bene da quella che appartiene alla Materia, al Male, anche se l'intervento dell'uomo non determina una situazione di equilibrio stabile. Anzi l'equilibrio tra Bene e Male per Mani rimane instabile e può essere modificato, in un senso o nell'altro, fino all'ultimo istante del tempo.
Mani concluse la propria vicenda terrena nel 272 d.C. La morte del suo mentore, Sapur I - signore dei Parti - gli fece perdere l'appoggio reale e lo fece trovare in opposizione al crudele Bahram II. Questi venne sobillato dal visir Kartir che provocò la condanna di Mani e la sua morte tra crudeli torture.
Le fortune di Mani tuttavia non terminarono con la sua morte.
Afferma Mani della sua ricerca: "La verità l'ho mostrata ai miei compagni di strada, la parola l'ho annunciata ai figli della pace, la speranza l'ho proclamata alla generazione immortale, l'elezione l'ho eletta, e la via che conduce alle altezze l'ho mostrata a coloro che vanno verso l'alto, e questa rivelazione l'ho rivelata, e questo vangelo immortale l'ho messo per iscritto per deporvi questi misteri sublimi a svelare in esso grandissime opere.
" In fatto Mani fu un autentico apostolo di se stesso; egli si prodigò movendosi dalla Persia fino al grande Oriente, India e Cina, convertendo sovrani, mentre la sua "Santa Chiesa" cresceva a dismisura.
A differenza di altri profeti precedenti, Mani ha lasciato una quantità incontrollabile di scritti e testi a lui attribuiti, quasi che avesse perseguito un fine essenzialmente propagandistico.
Naturalmente tutto si complica enormemente.
Secondo alcuni (Tardieu) si deve parlare di nove opere di Mani; Altri (Puech) di sette scritti canonici e di altri variamente attribuitigli.
Il fatto è che (lo scrive Puech) "il manicheismo è una 'gnosi', una variante particolarmente interessante e caratteristica dello gnosticismo, una gnosi ampliata fino a raggiungere le grandiose dimensioni di una religione universale." Esso comprende dottrine al limite dell'incredibile. In maniera convenzionale possiamo dire che la dottrina di Mani si rifacesse al dualismo mazdeo, nel senso che riconosceva la contemporanea presenza nel mondo - con la contemporanea opposizione - dei due principi antitetici fondamentali, bene e male (ma anche luce e tenebra, spirito e materia), e la loro lotta diuturna quanto inarrestabile che si sviluppa in fasi alterne fino alla liberazione dalla materia e al trionfo della luce.
Su questo semplice schema di fede, Mani stesso e i suoi seguaci hanno sopraelevato le invenzioni gnostiche più fantasiose, con figurazioni simboliche come la Madre della Vita, variante della Grande Madre, della Vergine Maria ecc., il Primo uomo o Adamo celeste alla pari di Gesù Cristo, "scende" a liberare il mondo, a sua volta imprigionato, finché Dio del bene gli manda lo Spirito Vivente con la Madre di Vita, che liberano e riportano il Primo uomo nel cielo della Luce.
Questo processo salvifico di liberazione delle anime dai corpi continuerà nel mondo con altri salvatori, anch'essi "discesi" dall'alto, come la sequenza di noti profeti da Adamo a Mani, fino all'apocalisse finale.

CAPITOLO 1 - VERSO IL CATARISMO: LE ERESIE DEL III E IV SECOLO

Le eresie del III secolo: Novaziano e lo Gnosticismo. Alle origini del catarismo
Novaziano fu sacerdote che concluse la propria vita ecclesiastica come Antipapa; morì intorno al 257.
Apparteneva ad una famiglia di tradizioni pagane e, prima di convertirsi (già in età avanzata), egli si era formato alla luce della filosofia stoica.
Una volta battezzato fu elevato alla dignità di presbitero a Roma e fu consacrato da Papa San Fabiano (tra il 236 ed il 250) nonostante le proteste del clero romano.
Uomo potente ed influente della Comunità Cristiana, Novaziano prese posizione nella polemica contro i moralisti e i sabelliani, scrivendo il "De Trinitate", un libro in otto capitoli, in cui però cadde, come molti, in eccesso di difesa della divinità del Figlio.
Fu il padre del movimento detto del Novazianismo.
La sua conversione comincia con un evento sinistro. Sembra che Novaziano fosse occasionalmente posseduto dal demonio. La liberazione lo indusse ad allinearsi su posizioni subordinazioniste, per non trovarsi coinvolto in un diteismo (due Dei separati).
Tra il 249 ed il 251, nell'impero romano imperversò la persecuzione di Decio che ebbe l'effetto di creare un grosso vuoto nella gerarchia ecclesiastica: nel Gennaio del 250 era stato martirizzato il papa Fabiano, e la sede pontificia restò vacante per oltre un anno.
Fu in questo periodo che Numaziano assunse il governo della Chiesa assieme ad altri presbiteri ma anche in contrasto con loro.
Questo periodo - nel quale Numaziano fu per così dire antipapa (19) - dette l'avvio a diverse contestazioni sul comportamento da lui temuto durante il corso della persecuzione: fu accusato di aver negato il conforto ai cristiani in pericolo; si disse anche che voleva cessare il presbiterato.
Ma Papa Cornelio (251-253), fonte delle notizie relative a Numaziano, non gode di molta credibilità negli ambienti dell'ortodossia avendo diverse ragioni di essere ostile a Numaziano. Tra l'altro avrebbe fatto parte dei contestatori di Numaziano.
Difatti nel 251 moriva l'imperatore Decio e la Chiesa romana ritenne fosse venuto il momento di procedere alla nomina legale del Papa. Venne eletto, appunto, Cornelio, un moderato nobile romano.
Ma Numaziano, che a sua volta aspirava al soglio pontificio, venne eletto antipapa da parte di tre vescovi provenienti dalla parti più lontane dell'Italia.
Inutile dire che Cornelio dichiarò immediatamente decaduti quei vescovi e scomunicò lo stesso Numaziano (ottobre del 251) (20).
Si temette che il contrasto desse vita ad un vero e proprio scisma; ma ne venne fuori addirittura un'eresia allorquando - pronunciandosi sui lapsi (caduti), cioè sui cristiani che durante la persecuzione di Decio, avevano abbandonato la fede cristiana - Numaziano puntò decisamente alla loro condanna alla pari del suo maestro, Ippolito (21) obiettando che se perdono doveva esserci questo poteva essere concesso solo da Dio. In senso contrario si pronunciarono molti orientati verso una procedura penitenziale al fine di mantenere i lapsi nella cristianità.
Questo atteggiamento di intransigenza somigliava molto alla posizione dei Montanisti per i quali Numaziano mostrava molta simpatia al punto che, in Frigia, il suo movimento e quello dei montanisti (22) dettero vita ad un'unica struttura.
Poi Numaziano scomparve, probabilmente ucciso nel corso della persecuzione di Valeriano (tra il 257 ed il 258). In quell'occasione scomparve anche Cipriano da Cartagine.
Particolarmente significativa la circostanza che i seguaci di Numaziano furono i primi a definirsi "katharoi" (i puri), termine che ricomparve tra il XII ed il XIV secolo adottato appunto dai Catari. Essi, d'altra parte, applicavano molti precetti propri dei montanisti (non praticavano la cresima e proibivano il nuovo matrimonio limitatamente ai vedovi).
All'epoca del concilio di Nicea gli epigoni di Numaziano, aderirono alla tesi dell'identità consustanziale di Cristo a Dio.
Costantino intimò loro di rientrare nei ranghi dell'ortodossia; mentre, nel 359, paradossalmente furono perseguitati alla stregua dei cristiani da parte dell'imperatore Costanzo, che cercava di imporre la formula di Acacio di Cesarea.
I Numazianisti successivamente furono perseguitati dall'imperatore Valente nel 378, e da Onorio nel 412. Tuttavia la loro presenza era segnalata ad Alessandria d'Egitto ancora nel 600.

L'antitrinitarismo (Adozionismo, Sabellianismo e Monarchianismo)
Alla fine del II secolo imperversò tuttavia l'eresia antitrinitaria con le teorie dei Moralisti e dei Sabelliani. Gli uni e gli altri si schierarono contro l'apologetica del II secolo. Proprio intorno al 180 era comparso il termine "Triade" o "Trinità", coniato presumibilmente dallo scrittore cristiano Teofilo di Antiochia.
Più o meno alla stessa epoca risale una eresia gravissima: l'adozionismo. Essa consisteva nello spiegare l'attributo di "Figlio di Dio" dato a Cristo come equivalente di "adozione da parte di Dio". In tale dottrina si configurava, in sostanza, sia il rifiuto della Trinità che la negazione della divinità di Cristo e dell'incarnazione del Verbo.
Promotore dell'adozionismo fu un ricco commerciante di Bisanzio, certo Teodato, condannato da papa Vittore I verso il 190. Ne furono seguaci un secondo Teodato, cambiavalute, e un certo Artemone.
Ma era in arrivo un secondo errore: ancora più grave, più sottile e quindi più pericoloso. Autore, a quanto sembra, Nocto; oscurata dall'opera di Sabellio (210) per cui questa eresia viene chiamata semplicemente sabellianismo, o anche monarchianismo. Questo secondo nome deriva dal fatto che i sabelliani proclamavano: "Noi non ammettiamo che la monarchia", cioè l'unità di persona e l'unità di natura in Dio.
I termini di Padre, Figlio e Spirito Santo, utilizzati fin dal principio nella Chiesa, in particolare nella liturgia del battesimo, per i sabelliani corrispondeva a tre aspetti, tre attributi diversi, ma non a persone distinte.
Per i Sabelliani, in altri termini, è il Padre che si è incarnato nel seno della Vergine e questi ha assunto, alla nascita, il nome di Figlio, senza per questo cessare di essere contemporaneamente il Padre (23).
In generale, i sabelliani rigettavano l'adozionismo mentre un vescovo del III secolo, Paolo di Samosata, trovò il modo per professare simultaneamente le due dottrine ereticali (24).

Ario e la sua dottrina
Le controversie del III secolo, derivanti dagli errori antitrinitari, portarono ad una decisa condanna dell'arianesimo.
Tale errori erano maturati sul presupposto dell'incapacità degli scrittori cristiani a sostenere il subordinazionismo e sul contrasto di questi con i Papi che non avevano mai accettato la illogica dottrina di Paolo di Samosata.
Sembra tuttavia che il sacerdote cristiano Luciano di Antiochia conservasse qualcosa di quella dottrina nel senso di sostituire Gesù, anima che vivifica il corpo dell'uomo, col Verbo cioè lo stesso che Dio di cui è il primogenito senza per questo essergli inferiore, essendo stato da lui creato dal nulla.
Probabilmente Luciano di Antiochia deve essere considerare il vero padre dell'arianesimo.
Per parte sua Ario era nato in Egitto verso il 256. Era un sacerdote cristiano e aveva ricevuto l'incarico di reggere una importante chiesa di Alessandria, una delle più splendide dell'Impero romano: la parrocchia di Baucalis.
Austero ed eloquente, abile almeno quanto ambizioso, era pieno di sé quando si trattava delle proprie idee.
Verso il 318 si trovò in conflitto dottrinale con il proprio vescovo, Alessandro.
Quest'ultimo, dopo aver tentato metodi di persuasione dolci, riunì, tra il 320 ed il 321 un vero e proprio concilio cui parteciparono un centinaio di vescovi dell'Egitto e della Libia, allo scopo di mettere in discussione le proposizioni di Ario.
Ario ne uscì sconfitto (e dovette lasciare la parrocchia) ma non vinto, per cui si rifugiò prima in Palestina e poi in Asia, dove riunì intorno a sé una serie di seguaci. Per propagare le sue idee aveva composto una raccolta di canti popolari, intitolata "Thalia". I Thalia venivano cantati ad Alessandria, dai vecchi amici devoti, per dileggiare i cristiani. Naturalmente i cristiani rispondevano per le rime e si scatenavano risse incresciose.
Proprio in quegli anni Costantino aveva sconfitto il suo rivale Licinio e ricostituito l'unità dell'Impero romano. L'Imperatore non aveva nessuna voglia di tollerare la rissosità di Alessandria, di Nicomedia, della Palestina e della Siria.
D'altra parte le questioni in contestazione erano troppo scottanti perché potesse chiudere un occhio.
Costantino, su consiglio di Osio di Cordova, optò per la riunione in un concilio che si pronunciasse definitivamente sulla dottrina di Ario.
Cosa sosteneva Ario?
La dottrina di Ario era fondata su alcuni presupposti che comprendevano la unità ed eternità di Dio; la creazione del Verbo (o Logos), quale prima creatura, dal nulla; la creazione del mondo mediante il logos.
Ne derivava una conseguenziale superiorità del Logos rispetto a tutte le altre creature; ma ne derivava anche l'impossibilità di chiamare Dio il logos, se non in quanto creatore del mondo.
In realtà, il Logos di Ario non è altro che un Figlio adottivo di Dio e lo Spirito Santo a sua volta non è che la prima creatura del Figlio ed è perciò a lui inferiore.
Tra Gesù ed il Verbo si era instaurato un rapporto di causa ed effetto, nel senso che per Ario il Verbo era venuto ad animare il corpo di Gesù nato dalla Vergine Maria. Per questo - affermava Ario - Giovanni può affermare: "Il Verbo, si è fatto carne" e non "si è fatto uomo". E Gesù il Verbo sostituisce, in Gesù, l'anima umana e ne tiene il posto.
Nel 325 si riunì il Concilio di Nicea.
Sotto l'influsso del diacono Atanasio, vescovo di Alessandria (luogo nel quale era sorta l'eresia) il Concilio adottò il termine "consustanziale" per affermare l'assoluta, perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre. Due soli vescovi rifiutarono di sottoscrivere il voto del Concilio.
I seguaci di Ario furono tutti deposti e deportati.

Il Fotinianismo
Era destino che il trinitarismo - nonostante non fosse una dottrina assolutamente nuova - non dovesse trovar pace. Si era appena placata l'eresia di Ario (siamo nel 335) che la pubblicazione di un libro contro l'arianesimo del vescovo Marcello d'Ancira riaccende la miccia.
Marcello era quello che si potrebbe definire un ortodosso fanatico. Al punto che, nel suo zelo contro l'eresia, egli finì col ricadere nell'errore di Sabellio: non riuscì più a distinguere l'una dalle altre, come sarebbe stato logico, le tre persone della Trinità.
Per comprendere quello che realmente accadde, bisogna considerare che in quel momento storico tutte le scuole di pensiero cristiane si contendevano i favori dell'imperatore. Tra queste non ultimi i seguaci di un certo Eusebio di Nicomedia che non persero l'occasione per cercare di far condannare Marcello.
Questi si appellò al papa Giulio I il quale, per ben due volte, ne dichiarò la dottrina conforme alla ortodossia (la prima volta nel 338 e la seconda nel 341). Tuttavia i lì a poco il pontefice fu costretto a riconoscere che il linguaggio di Marcello non era granché soddisfacente.
Intanto le idee di Marcello avevano segnato un progresso perché erano state riprese da Fotino, vescovo di Sirmio e l'eresia che ne scaturì prese il nome di "fotinianismo": un movimento nettamente ispirato alla dottrina modalistica di Sabellio.
Questa intricata vicenda contribuì, e non poco, a turbare gli animi nelle file dei cristiani.

Il semi-arianesimo
Ora dobbiamo necessariamente fare uno sforzo di astrazione: cerchiamo di valutare tutto questo fermento di idee indipendentemente dal fatto che si trattava di eresie. Non si potranno certo negare alcuni fatti:
  • che il trinitarismo aveva comunque fatto indubbi progressi verso la verità;
  • che l'arianesimo era stato costretto all'angolo ed aveva dovuto modificare le sue formule quanto meno per renderle più accettabili;
  • l'ortodossia ed il trinitarismo, validamente difesa da Atanasio e appoggiata da Roma, aveva guadagnato posizioni.
Questa era la situazione che si presentava nel 337.
In quell'anno moriva Costantino, e l'impero venne diviso tra i figli Costanzo e Costante.
Costanzo era convinto di essere un grande teologo, mentre era solo un ingenuo raggirabile e di fatto raggirato da Eusebio di Nicomedia un indubbio eresiarca, padre del semi-arianesimo.
Stoicamente ci troviamo, nella storia della Chiesa cristiana, nella fase confusa del Papa Giulio I schierato a difesa di Atanasio (una volta richiamato e poi cacciato dalla propria sede). Eusebio di Nicomedia profittò della concomitanza con il concilio di Antiochia del 341 e caldeggiò sia la condanna di Marcello d'Ancira che quella del rinnovato sabellianismo.
Né meno confusa era la situazione politica dell'impero.
Costanzo non era ancora unico imperatore e suo fratello Costante regnava in occidente.
Nel campo del cristianesimo, ad aumentare la confusione, Costante si era accordato con il papa (Giulio I), per riunire il concilio di Sardica (odierna Sofia, in Bulgaria), che si doveva svolgere alla presenza di Atanasio ma sotto la presidenza del vecchio Osio di Cordova al quale toccava il compito di sostituire il Papa.
Ad accrescere la confusione, degli eusebiani si ritirarono quasi immediatamente e, a loro dispetto, il concilio riabilitò Atanasio il quale poté rientrare ad Alessandria nel 346 per ristabilire la sua ortodossia.
La situazione poteva sembrava così normalizzata. Infatti l'anno precedente (345), il Concilio di Milano aveva condannato l'eresia fotiniana e ciò aveva notevolmente contribuito a rischiarare l'ambiente. Con l'avallo dell'imperatore Costante, la Chiesa di Roma poteva sperare in una pacificazione stabile.
Purtroppo nella storia il concetto di duraturo è estremamente relativo (e ancor di più quando si tratta d pace e di pacificazione): solo cinque anni dopo Costante (350) fu assassinato e Costanzo rimase imperatore unico.
Eusebio di Nicomedia era intanto morto e due vescovi, Basilio d'Ancira e Acacio di Cesarea, le cui dottrine erano già state condannate dal concilio di Sardica del 343, riuscirono a conquistare le fiducia nel nuovo imperatore.
Queste circostanze rimisero tutto in discussione perché Basilio di Ancira, alla pari di Eusebio di Nicomedia, era semi-ariano e promosse la riunione di tutta una serie di concili, con lo scopo dichiarato di porre fine all'eresia di Fotino (cioè il sabellianesimo).
Ma, di fatto, Basilio aveva uno scopo recondito: l'affermazione della dottrina di Atanasio circa la consustanzialità del Verbo e del Padre. In altre parole Basilio era un fotiniano più o meno mascherato. Il che creava nuovi problemi, atteso che la dottrina di Atanasio era sostenuta soprattutto in Occidente.
La politica della moltiplicazione dei concili, soprattutto in Italia ed in Gallia, finalizzati a distruggere la pretesa eresia dei "niceani" (vale a dire dei sostenitori del Concilio di Nicea del 325) era sostenuta soprattutto dai consiglieri semi-ariani, e trovò accoglimento presso lo stesso imperatore (25).
Peraltro, in questi concili invalse l'uso di costringere i vescovi a scegliere tra la condanna di Atanasio e l'esilio.
La prima vittima fu proprio il nuovo Papa.
Papa Liberio, nel 352 era successo a Giulio I e cadde nella trappola: si rifiutò di tradire la causa di Atanasio; alla fine del 355, fu cacciato da Roma e sostituito da un antipapa (tale Felice, antipapa tra il 355 ed il 365). Successivamente Papa Liberio fu convinto (o costretto?) ad accettare una formula ambigua di compromesso, sulla quale avrò modo di tornare tra breve (26).

Gli Pneumatomachi
Nella seconda metà del IV secolo i fermenti antitrinitari si erano spostati sul "Verbo", vale a dire sulla seconda persona della Trinità.
Con ciò, tuttavia, si era persa di vista la Terza persona: lo Spirito Santo.
Eppure tutti coloro i quali rigettavano la consustanzialità del Figlio (sembra ovvio) a maggior ragione avrebbero dovuto respingere quella dello Spirito Santo.
E, difatti, la questione non tardò ad emergere. Ciò accadde verso il 360.
Nella liturgia del battesimo la persona dello Spirito Santo era sempre stata associata sia al Padre che al figlio, mentre quasi tutti i semi-ariani e gli ariani puri erano contrari alla divinità dello Spirito Santo.
Per tale motivo semi-ariani ed ariani vennero definiti "pneumatomachi" (ossia avversari dello Spirito Santo) o "macedoniani" (27). Questa nuova eresia tuttavia costrinse finalmente i cristiani a prendere il considerazione il dogma della Trinità nella sua completezza.
E toccò all'imperatore Teodosio porre fine alle controversie dogmatiche su un problema teologico nel quale il dogma trinitario aveva preso consistenza.
Teodosio aveva ricevuto il battesimo in età adulta e, subito dopo aver ricevuto il sacramento, egli ebbe a dichiarare che, quanto alla cristianità, egli si sarebbe attenuto alla più stretta ortodossia; soprattutto per quanto riguardava l'argomento della Trinità.
Ovviamente, quando parliamo di ortodossia ci riferiamo al pensiero ufficiale di quelli che, in quel momento storico, erano i vertici della gerarchia ecclesiastica: il vescovo di Roma, e il vescovo Atanasio di Alessandria.
Restava, e comunque resterà, da definire il problema del rapporto con i cristiani d'Oriente in larga parte ariani ed estremamente suscettibili nei confronti del Papa e del successore di Atanasio.
E Teodosio ne era perfettamente cosciente tant'è che - come premessa - ritenne opportuno riportare i termini del problema allo "status quo ante".
In definitiva, essendo intenzionato ad indire un concilio impegnativo per i soli orientali, Teodosio, per prima cosa, ordinò agli ariani di restituire ai cristiani tutte le chiese di Costantinopoli recentemente occupate e si assicurò la presenza del vescovo Gregorio Nazianzeno, oratore, teologo ed in odore di santità.
Poi, in accordo con Gregorio Nazianzeno, convocò i vescovi orientali. Ne intervennero 186, dei quali 36 coinvolti con gli pneumatomachi.
Il concilio fu presieduto prima da Melezio di Antiochia, e poi dallo stesso Gregorio Nazianzeno; successivamente l'onore e l'onere passò a Nettario.
Il concilio in primo luogo confermò anche per l'oriente, definitivamente, la dottrina di Nicea. In secondo luogo scagliò l'anatema contro l'arianesimo e il semi-arianesimo, nonché contro le recenti eresie degli "anomei", degli "omei", e degli "omeusiani" (28).
Nel merito, il concilio proclamò la divinità dello Spirito Santo alla pari del Verbo e del Padre.
Gli pneumatomachi furono cacciati dalla Chiesa, ma l'arianesimo continuò a vivere presso i "barbari" fino al secolo VII.

Le origini dell'eresia catara
Le polemiche generate dalle eresie trinitarie, tuttavia, non esaurivano le fattispecie ereticali. E anzi, a questo punto, se ne inserisce una nuova: quella detta "eresia catara".
Ma chi erano i Catari?
I Catari, per cominciare, erano cristiani di tendenze dualiste (manichei) che accettavano il Nuovo Testamento, distinguendosi per questo dai vecchi manichei, con i quali tuttavia i cristiani spesso li confondevano.
Con i Manichei, in effetti, i Catari avevano punti di contatto e punti di contrasto.
Come i manichei credevano nei due principi contrapposti, del Bene e del Male, rappresentati rispettivamente dal Dio del Nuovo Testamento e dal Dio nemico o Satana (Jahvè del vecchio Testamento).
Tuttavia le concordanze con in manichei non andava molto oltre. C'era infatti chi sosteneva l'originalità del pensiero cataro, quasi che il catarismo fosse stato unicamente una reazione alla corruzione dilagante nella Chiesa.
Vedremo che a questa teoria aderirono Catari di rilievo come i cosiddetti "predicatori itineranti" dell'inizio del XII secolo (tra gli altri Pietro de Bruis, Enrico di Losanna, Tanchelmo di Brabante, ed Eon de l'Etoile). Indubbiamente i Catari palesarono segni di un malessere diffuso soprattutto nelle classi socialmente più deboli.
Ai predicatori itineranti bisogna riconoscere il merito di aver creato una base ideale per il successivo sviluppo del catarismo.
Contrariamente a quello che normalmente si crede, il Catarismo non fu una sorta di struttura monolitica: abbastanza presto, infatti, il catarismo si era diviso divise in due filoni di cui uno assoluto ed uno moderato. Né è facile spiegare o percepire le differenze tra i due indirizzi.
In generale si afferma che per i Catari assoluti, le due entità Divine (Bene e Male) erano tra loro in lotta "ab aeterno". Esse avevano creato i loro rispettivi mondi, quello dello spirito perfetto in contrapposizione a quello imperfetto della materia (nel quale viviamo).
Per i moderati, Satana era una vera divinità alla quale era toccata la creazione del mondo materiale.
L'eterna contrapposizione aveva portato circa un terzo degli angeli ad unirsi a Satana; essi erano restati così intrappolati nel corpo degli uomini e tale circostanza impediva loro di poter tornare col Dio giusto.
Questa diversa posizione di partenza serviva a spiegare la presenza nell'uomo di un desiderio continuo verso Dio Padre ma anche la presenza contemporanea del dolore, derivante dall'essere l'anima imprigionata nel corpo dell'uomo.
Era quindi insita nel Catarismo una evidente contraddizione tra la potenzialità e la realità dello spirito in rapporto a quella del corpo. I Catari tentarono di risolvere tale contraddizione in vita, attraverso il "Consolament".
La mancanza del "Consolament" avrebbe condannato l'anima ad una continua metempsicosi che avrebbe ritardato all'infinito la riunione con Dio.
Date queste premesse, è evidente che la figura di Cristo, coincideva solo apparentemente quella della dottrina cristiana. Nella realtà i Catari vedevano in Cristo un angelo, che essi chiamavano Giovanni.
Giovanni sarebbe sceso sulla terra sotto forma di puro spirito. La sua morte sulla croce sarebbe stata pura apparenza e parlare della morte di Croce una autentica bestemmia.
Per il vero queste erano conclusioni tipiche del "docetismo", del quale era propria la mera apparenza della nascita, sofferenza e morte di Cristo sulla terra (29).
La posizione dottrinaria docetista di partenza faceva automaticamente cadere due simboli cristiani legati alla vita terrena di Cristo: la croce (che i Catari negavano) e la transustanziazione, cioè la trasformazione del pane e vino in corpo e sangue di Cristo nell'eucaristia (che i Catari respingevano con orrore).
I Catari (e soprattutto gli Albigesi) predicavano il ritorno allo spirito originario del Vangelo, disprezzando la materia (dimora del male), non cedevano ai vizi. Disprezzavano tutto ciò che poteva servire al corpo, come mangiare, lavorare, sposarsi.
Accostavano ai principi evangelici alcune istanze pauperistiche (come i Dolciniani), condannate d'altro canto dal potere civile e da quello religioso.
Tra il 1170 ed il 1208 la Chiesa promosse vare manovre di recupero degli Albigesi ma i Catari, sostenuti da Raimondo VI di Tolosa, resistetteo inducendo il Papa Innocenzo III a guidare una crociata contro di loro, nell'ambio della quale si passò più volte dalla guerriglia alla guerra guerreggiata fino all'annientamento ed al rogo finale dei perfetti.
Sebbene militarmente stroncati e perseguiti dall'Inquisizione gli Albigesi tentarono ancora tre volte di rovesciare la situazione, nel 1240, nel 1242 e nel 1245. Prontamente sedati (e sterminati), la corrente ereticale andò spegnendosi.
Vediamo ora come e con quali caratteristiche si sviluppò il Catarismo.

Bogomili e Bogomilismo
L'eresia dei bogomili (o Bogomilimo) si sviluppò nei Balcani, nel corso del X secolo; sorse e si affermò come movimento riformatore, sviluppo della dottrina dualistica orientale.
Il Bogomilismo nacque in Bulgaria intorno al 930 e normalmente ne viene attribuita la paternità al sacerdote (pope) "Bogomil" (30).
Tale dottrina - che credeva in un figlio primogenito di Dio - ne assegnava il ruolo a Satanael (Satana), creatura ribelle colpevole di aver plasmato il mondo materiale, opposto al disegno di un universo spirituale originario.
In questa visione gli esseri umani erano destinati a essere schiavi del male fino alla venuta di un secondo figlio di Dio, il Cristo che sarebbe dovuto discendere dal cielo in sembianze umane: a lui sarebbe toccato il compito di liberare il principio spirituale e sconfiggere il male.
In sintesi: la dottrina, caldeggiata da Bogomil era basata su un dualismo moderato. Dio aveva due figli, Cristo e Satana (Satanael).
Quest'ultimo era il figlio ribelle ed era identificati dai bogomili con il demiurgo o il Dio dell'Antico Testamento: a lui risaliva la responsabilità del mondo materiale e dei corpi degli uomini. Al loro interno erano rimasti imprigionati gli angeli (31).
Satanael per giunta avrebbe creato Adamo ed Eva. Dalla relazione con Eva sarebbe nato Caino. Poi, sotto le spoglie del serpente, avrebbe convinto Eva a tentare Adamo per generare Abele. Per tutti questi misfatti Dio Padre avrebbe punito, senza sconfiggerlo, Satanael.
Cristo sarebbe venuto sulla terra per chiudere la partita con Satanael e liberare gli angeli intrappolati nei corpi umani.
Per realizzare la propria missione Cristo, che avrebbe mantenuto la natura di puro spirito, avrebbe assunto, in apparenza, una natura umana.
Per il bogomilismo Cristo sarebbe morto sulla croce in apparenza e sarebbe sceso all'inferno per sconfiggere Satanael, togliendo la desinenza divina "el" dal suo nome trasformato in Satana.
Infine sarebbe tornato al Padre.
Sotto l'aspetto comportamentale i Bogomili praticavano un ascetismo severo, rifiutavano le immagini sacre, i sacramenti e l'Antico Testamento (ad eccezione del Libro dei Salmi e di quelli dei Profeti).
Nel 1118 l'imperatore bizantino Alessio I Comneno fece giustiziare per eresia Basilio, capo della setta. La fede bogomila sopravvisse in Bosnia fino alla conquista islamica del XV secolo. Il movimento Bogomilo avrebbe ispirato gran parte Catari e degli Albigesi.
In sintesi non credo che siamo lontano dal vero quando affermiamo che il bogomilismo, fu probabilmente la più importante eresia della fine del I millennio. Di fatto il Bogomilismo derivò da influenze dualiste di missionari pauliciani armeni che l'imperatore bizantino Costantino V Copronimo (32), nel 754, aveva costretto in una zona cuscinetto della Tracia, sulla linea di demarcazione tra l'impero bizantino ed il territorio dei bulgari.
Ai pauliciani, probabilmente, si erano aggregati i manichei superstiti, perseguitati dai bizantini i quali, per sopravvivere, si erano portati oltre i confini dell'impero. In parte si erano spostati verso il Turkmenistan e la Cina ad est; in parte verso la penisola balcanica ad ovest.
L'influenza manichea fece sì che, nel Medioevo bogomili e catari fossero genericamente denominati, per l'appunto, "manichei" dai loro avversari.
Durante il regno del nipote di Alessio, Manuele I Comneno (1143-1180), il bogomilismo si diffuse nell'impero, al punto che lo stesso Patriarca di Costantinopoli, Cosma Attico, fu destituito nel 1147, a causa di una "pericolosa" amicizia con il "perfetto" bogomilo, Nifone.
Proprio in questa fase iniziarono le persecuzioni dei bizantini che continuarono fino al 1204, quando gli effetti devastanti della IV Crociata permisero un allentamento della pressione sui bogomili.
Nonostante le persecuzioni nel secondo Regno Bulgaro, resosi indipendente nel 1185, si verificò una grande diffusione del bogomilismo. In quel Regno lo zar Boris (1207-1218) convocò un concilio a Tarnovo nel 1211 per condannare il bogomilismo, ma il successivo zar, Ivan Asen II (1218-1241) trattò con tolleranza il movimento.
In quello stesso lasso di tempo, la Chiesa bogomila si era scissa in cinque chiese locali: dei Catari di Bulgaria (detta "ordo Bulgariae"), Catari di Romania, Catari di Melinguia (in Macedonia), Catari di Dalmazia (tutte dualiste moderate) e Catari di Dragovitza (in Bosnia), l'unica che propagandava un dualismo più radicale e che probabilmente risentiva di una forte influenza pauliciana.
Abbiamo detto che il bogomilismo non fu un fenomeno esclusivamente Bulgaro. Infatti esso toccò in Bosnia il massimo livello di diffusione e fu perfino accettato nel 1199 come religione di stato sotto il ban Kulin (1180-1214).
In contrapposizione i cristiani bosniaci, facendo base nei possedimenti veneziani in Dalmazia, vollero tentare una crociata per abbattere lo stato bogomilo della Bosnia, ma furono respinti.
In sintesi possiamo affermare che in Bosnia si ebbe la situazione più favorevole al bogomilismo: al vescovo Niceta - originario di Dragovitza - deve essere imputata l'introduzione del catarismo in Italia settentrionale e nella Francia meridionale e, comunque, l'evoluzione in senso assolutista dell'eresia catara.
I bogomili di Serbia non ebbero altrettanta fortuna. Essi vennero perseguitati dal principe Stefano Nemanja (1168-1196) mentre in Ungheria, vennero sterminati nel 1200 per ordine del re Imre (1196-1204), su sollecitazione di Papa Innocenzo III (1198-1216).
Va infine ricordato che l'invasione dei Turchi, della Bulgaria (1396) e della Bosnia (1463) ebbe come effetto, nelle zone balcaniche, l'estinzione del bogomilismo e l'assorbimento di quello da parte dell'Islam.
I bogomili osservanti (vale a dire i perfetti) rifiutavano i rapporti sessuali ed il matrimonio, erano vegetariani e non bevevano il vino. Essi rifiutavano il consumo di qualsiasi cosa avesse avuto origine da un atto sessuale, come carne, formaggio, uova, con la sola eccezione del pesce del quale, come tutti i Catari di quell'epoca, non conoscevano le modalità di riproduzione.
Infine i bogomili aborrivano la croce e furono integralmente iconoclasti.
Ad eccezione del "Consolament" (33), ritenevano la totale inutilità dei sacramenti.
Alla pari dei manichei, e poi dei Catari, i bogomili avevano un'organizzazione sociale imperniata sui "perfetti"; questi seguivano con estrema coerenza i dogmi della setta e si impegnavano nell'attività missionaria.
Per quanto riguarda i testi sacri, i bogomili rinnegavano in blocco l'Antico Testamento e tutta la Patristica per concentrarsi sul Nuovo Testamento (con particolare riguardo sull'Apocalisse).
Svilupparono, invece, una grossa produzione apocrifa, incentrata sulla "Interrogatio Iohannis", (le domande di Giovanni evangelista), il "Vangelo di Nicodemo", il "Legno della Croce" e la "Visione di Isaia" (34).

Paulicianesimo
Il paulicianesimo, alla pari del bogomilismo, fu una setta dualistica che preludeva il catarismo. Secondo la tradizione sarebbe stata istituita da Costantino di Manamali nel 655 (35).
Costantino fu giustiziato nel 682 ma il suo carnefice Simeone (ex ufficiale bizantino) divenne a sua volta capo della setta pauliciana fino al 690, data in cui finì sul rogo.
Nel 717, ritroviamo la comunità pauliciana riorganizzata a Episparsis (Erek, in Armenia occidentale, attualmente in Turchia, presso la frontiera con l'Iraq).
Al suo vertice si susseguirono diversi capi, tra cui un tale Paolo l'Armeno, da cui alcuni probabilmente la setta prese il nome.
Le beghe interne e le persecuzioni dei bizantini da un lato e le guerre con gli Ottomani dall'altro portarono la setta molto vicina all'estinzione fino all'avvento di Sergio il riformatore.
Sergio, storicamente, fu un ribelle autore di una secessione all'interno della setta nella quale creò la corrente dei Sergiti opposta ai Baaniti (i seguaci del capo Baanes).
Sotto la guida di Sergio il movimento pauliciano riprese vigore e si espanse in Cilicia ed in tutta l'Asia Minore.
Era questo un momento nel quale gli imperatori bizantini della dinastia isaurica, come Niceforo I Logoteta (802-811), avevano optato per una politica di inusitata apertura mentale in rapporto alle necessità militari. Niceforo tollerò la presenza dei Pauliciani, visto che gli affiliati accettavano di prestare servizio militare, nelle zone di confine con gli ottomani.
Indubbiamente la crescente pressione islamica sull'impero bizantino produceva questi effetti.
Le cose cambiarono con il passaggio della dignità imperiale alla dinastia amoriana: gli imperatori bizantino come Teofilo (829-842), Teodora (reggente 842-865) e Michele III (842-867) preferirono tornare alla vecchia politica di persecuzioni e causarono la ribellione dei pauliciani che finirono con l'allearsi con i musulmani nonostante gli appelli pacifisti di Sergio.
Artefice di quest'alleanza fu, nell'844, Karbeas, che è considerato fondatore di uno stato pauliciano, del quale fissò nell'856 la capitale a Tephrike (l'odierno Divrigi, Turchia centrale).
Karbeas morì nell'863 e gli successe, Crisokeir ("mano d'oro"), che riuscì a tenere in scacco le truppe imperiali dall'863 all'872.
In questa occasione Crisokeir avanzò con i pauliciani fino ad Efeso (nell'Anatolia centrale) mentre sulla costa centro-settentrionale arrivarono fino al Mare di Marmara, di fronte a Costantinopoli.
Ma la sua fortuna si era esaurita: Crisokeir fu sconfitto e ucciso nell'872, lo stato pauliciano si estinse quando la sua capitale fu distrutta.
Tuttavia nell'impero sopravvissero diverse comunità pauliciane anche se furono ribelli: nel 970 in ogni caso furono deportati in massa in Tracia per costituirvi una forza d'urto contro i Bulgari invasori, dello zar Giovanni I Zimisce (968-975).
All'imperatore Alessio I Comneno (1081-1118), fondatore dell'omonima dinastia bizantina, venne attribuito il merito di aver convertito gli ultimi pauliciani.
In ogni caso, le deportazioni dei tre secoli precedenti finirono col favorire la diffusione delle dottrine pauliciane con una sorta di effetto domino. La presenza dei pauliciani, nella penisola balcanica, andò ad incrementare lo sviluppo di altri gruppi di eretici dualisti, come Bogomili e Catari.
In definitiva il paulicianesimo sopravvivesse in Armenia, fino all'invasione Russa del 1828.
Peraltro il nome di pauliciani, dato ai seguaci di questa setta ereticale, dette origine ad una serie di equivoci e di ipotesi più o meno campate in aria.
In particolare il nome di "pauliciani" andò a combinarsi con la particolare venerazione nei confronti di San Paolo e con l'abitudine di considerare i capi pauliciani dei compagni di Paolo. Queste circostanze determinarono:
  • un supposto collegamento spirituale dei pauliciani con Paolo di Samosata (36);
  • una derivazione del termine di "Pauloioannoi" (37) dal nome di "Paolo e Giovanni" (in effetti si trattò di due missionari che portarono l'eresia pauliciana in Armenia nel corso dell'VIII secolo).
Mi sembra lecito sostenere che il paulicianesimo fu probabilmente una sorta di sincretismo di dottrine eretiche popolari in Asia Minore nei secoli precedenti (come lo gnosticismo, il marcionismo, il messalianismo, il manicheismo). Mi sembra, per converso, del tutto destituita di fondamento l'ipotesi di una parentela con gli insegnamenti adozionisti di Paolo di Samosata.
Infatti sulla base delle dottrine di Marcione, i pauliciani negavano qualsiasi credito al Vecchio Testamento; essi si limitavano a propugnare il principio dualista e gnostico delle due Divinità: da un lato, il Dio malvagio del Vecchio Testamento, creatore del mondo e della materia, e dall'altro il Dio buono del Nuovo Testamento, creatore dello spirito e dell'anima, unico degno di adorazione.
Ne seguiva che i paulicani utilizzavano, come testo sacro, solo il Nuovo Testamento (in particolare le lettere di San Paolo ed il Vangelo di San Luca, mentre erano respinte le lettere di San Pietro).
Come altre sette gnostiche - ad esempio i manichei - anche i pauliciani erano divisi in pochi "Perfetti" (38), seguiti da molti "Uditori" o "catecumeni".
Fattore comune ad entrambe la categorie: gli uni e gli altri aborrivano l'uso delle armi e solo con molta difficoltà accettarono di difendersi all'epoca della "Crociata"; praticavano la non violenza e costò loro molta fatica il dovere brandire le armi per difendere la propria vita contro gli attacchi delle truppe crociate nemiche.
Alla pari dei messaliani, i pauliciani consideravano superflue la mediazione della Chiesa, i sacramenti (ma talora si lasciavano battezzare) e tutte le forme esteriori della Chiesa; combatterono il culto delle immagini sfociando nell'iconoclastia, il che permise loro una relativa tranquillità nel periodo degli imperatori della dinastia isaurica, iconoclasti convinti.
Come se non bastasse i Pauliciani rifiutavano l'Incarnazione di Cristo. Seguendo l'eresia Docetista, essi credevano che il corpo di Cristo fosse in realtà quello di un angelo.
Sono invece del tutto calunniose e prive di fondamento le accuse di praticare riti satanici e sacrifici notturni di neonati, riportate da Giovanni di Ojun (o Oziensis), vescovo della Chiesa Armena.

Catarismo e Albigesi
Il movimento dei Catari derivò, in maniera più o meno diretta, da quello dei Bogomili. I Catari si caratterizzavano per una condotta ascetica molto rigida e per un collegamento molto stretto con la dottrina dualistica propria del manicheismo.
Credevano, in altre parole, in un diuturno conflitto fra il mondo spirituale - creato da Dio - contrapposto ad un mondo materiale - opera di Satana.
L'eresia catara comparve in Italia settentrionale nel XII secolo: qui i Catari costituirono le comunità di Desenzano, Mantova, e Concorezzo.
Storicamente, tra i secoli XIV e XV, nell'Europa occidentale cominciarono a manifestarsi quei conati che avrebbero portato alla formazione degli Stati nazionali in Spagna, in Francia, Svizzera ed in Inghilterra.
Nell'Europa centrale, in quella che sarebbe divenuta la Mitteleuropea, invece, le monarchie non ebbero la forza (anche perché mancavano di una tradizione politica adeguata) per imporsi alle autonomie locali.
Ad esempio, le città più grandi e prospere - come Augusta, Strasburgo e Colonia - erano sì degli importanti centri culturali, ma le loro aspirazioni, analogamente a quanto avveniva in Italia, non andavano oltre i loro interessi particolari. I principi elettori tedeschi (sette principi tedeschi di cui quattro laici e tre ecclesiastici) mantenevano nelle loro mani un enorme potere: a loro spettava di eleggere l'imperatore.
Cerchiamo di capire perché fosse tanto rilevante l'elezione dell'imperatore e perché l'istituzione decadde. Come è noto il Sacro Romano Impero venne introdotto da Carlo Magno e riformato con la "Bolla d'Oro" del 1356.
La Bolla d'oro stabiliva in particolare le modalità secondo le quale sarebbe seguita l'elezione dell'imperatore. L'elettorato era istituzionalmente stato limitato, come ho già detto, ai soli principi elettori (cosiddetti "Grandi elettori"), e tra questi non figurava neppure il pontefice.
D'altra parte la Bolla d'oro ribadiva la non trasmissibilità per successione ereditaria della corona imperiale (39). L'applicazione dei due principi comportava una concentrazione di potere pazzesca in mani laiche e antipapapali (si pensi alle vicende concomitanti con la elezione degli Ottoni della casa Sassone).
Proprio nel periodo di dominio della casa di Sassonia, divenne evidente la necessità di cercare ed attuare un meccanismo di compensazione allo strapotere imperiale.
Il meccanismo non poté essere trovato sul piano istituzionale ma su quello di fatto, nel senso che invalse la consuetudine di eleggere come imperatori dei sovrani scarsamente rappresentativi perché poco potenti, soprattutto privi di vasti possedimenti territoriali e ben accetti alla Francia ed al papato.
L'elettorato passivo venne condizionato alla quasi totale mancanza di autorità.
È una sorta di legge storica che, quando diminuisce il potere dell'autorità centrale, alzino la testa i potentati locali. Mentre alzavano la testa gruppi fortemente militarizzati su base religiosa che spostavano altrove il baricentro della politica (si pensi agli ordini dei Templari, degli Ospitalieri, all'ordine Tetutonico).
Così nel Sacro Romano impero, alla carenza di potere politico centrale si contrappose la crescita di potere delle leghe fra città (soprattutto quelle mercantili). Così, ad esempio, la "Lega anseatica" (una associazione tra circa un centinaio di città marinare del Baltico e del mare del Nord) esercitò un vero predominio commerciale e politico nella zona baltica esautorando il sovrano di Danimarca.
Così gli svizzeri, dopo lunghe lotte con gli Asburgo (tra il 1291 ed il 1315) si resero indipendenti.
Gli Asburgo (che fra il 1308 ed il 1437, non avevano mai conseguito la dignità imperiale) consolidarono il loro dominio sull'Austria, la Carinzia, il Tirolo impadronendosi della città e del porto di Trieste (che divenne la loro porta di accesso al mare).
Nel 1308, il Lussemburgo, con Enrico VIII, ottenne la corona imperiale che restò appannaggio dei suoi successori. Gli imperatori della casata cercarono, alla pari degli Asburgo, di consolidare il proprio dominio allargandolo alla Boemia e trasformando Praga in una splendida capitale.
Nel 1437, alla morte dell'imperatore Sigismondo, la corona passò finalmente agli Asburgo (in quanto Alberto II d'Asburgo era genero di Sigismondo) e gli Asburgo la mantennero fino al 1806 (40). Nell'occasione della elezione imperiale gli Asburgo estesero i loro domini alla Boemia ed all'Ungheria; anche se bisogna ammetterne il lato positivo dal momento che essi sarebbe stati in grado di opporsi validamente ai Turchi, nel frattempo stanziati nei Balcani.
Nel Trecento si formò il regno di Polonia e, alla fine del '300 la sua monarchia si trasformò da ereditaria in elettiva.
Nello stesso periodo (XV secolo) si formò lo Stato della Russia sul centro di gravità del Principato di Mosca. Il principe Ivan III il Grande ne fu il primo Zar. E nei successivi due secoli i principi di Mosca furono in grado di consolidare l'unità politica del Paese nonostante dovessero lottare con i grandi proprietari terrieri (i boiari).
La ventata di rinnovamento interessò, in primo luogo, la Francia meridionale (cioè la Provenza).
In Provenza il rinnovamento prese le mosse dal catarismo in quanto la struttura socio-politica si era dimostrata particolarmente sensibile e favorevole alla struttura religiosa ed organizzativa Catara.
In Spagna la lotta per lo Stato nazionale si era polarizzata sulla guerra al Califfato di Cordoba; l'indipendenza degli Svizzeri intorno alle rappresentanze dei quattro cantoni storici.
In Francia le istanze autonomistiche si concentrarono intorno alle lotte di religione. In embrione si trattava delle stesse problematiche che, nei due secoli successivi, avrebbero dato vita alla Guerra dei Cent'anni ed alla assunzione di autonomia nei confronti dell'Inghilterra, autonomia che avevano perso per le vicende connesse alla situazione del dopo Guglielmo il Conquistatore.
Lo stato nazionale di Francia per il momento era di là da venire e le problematiche del rinnovamento non erano uniformemente sentite né le soluzioni uniformemente distribuite su tutto il territorio francese.
Infatti nel nord della Francia la monarchia era stretta tra gli inglesi (e il 25 ottobre 1415 - in piena Guerra dei Cent'anni - Enrico V avrebbero pesantemente battuto la cavalleria francese ad Azincourt), ed i loro alleati interni: Borgognoni e Armagnacchi. La monarchia francese portava il titolo reale ma era isolata ed estromessa anche dall'Ile de France e dalla stessa città di Parigi. Essa non potette fare altro che accettare il gioco della Chiesa di Roma, unico alleato possibile, ma parte "forte", nel tentativo di creare uno "stato" nel senso nuovo del termine.
Diversa era la situazione nel mezzogiorno provenzale (vale a dire in Linguadoca, cioè nella fascia mediterranea compresa ad tra il Rodano ad oriente ed l'Aragona ad occidente). Qui il potere del sovrano era assente mentre l'autorità locale era nella mani di una nobiltà potente quanto autonoma, da un lato, e dei rappresentanti della Chiesa di Roma, dall'altro.
Per parte sua la Chiesa dei secoli XIII e XIV aveva due distinti grossi problemi: il primo interno al proprio ordine, vale a dire la corruzione ecclesiastica (a sua volta determinata dalla avidità dei beni materiali); il secondo esterno, per l'eresia ereditata dai secoli precedenti.
Unici alleati possibili i due Ordini mendicanti - quello dei francescani e quello dei domenicani - che di fatto dovettero contrastare sia la corruzione che l'eresia.
Per il vero essi si integrarono al meglio divenendo tra di loro complementari. A sorreggere il Laterano pericolante furono chiamati i seguaci sia di S. Francesco, che S. Domenico (41). E non a caso Dante li chiama, alla latina, "principi" (42).
Ebbe inizio così, nella Linguadoca, la resa dei conti con la corruzione ecclesiastica che non mollava nonostante il malcontento popolare.
Ma andiamo con ordine.
Fu facile ai Catari, partendo dal malcontento nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, conquistare posizioni di prestigio e adepti soprattutto nell'ambito della locale nobiltà (ad esempio il conte di Tolosa) sicché il Catarismo (cioè gli Albigesi) poté per quasi due secoli essere presente nonostante l'opposizione della Chiesa di Roma.
Abbiamo detto che gli Albigesi furono agevolati dal concorso di due circostanze: il consenso popolare e l'aiuto della nobiltà che, in un certo qual modo, fece da scudo anche a rischio di gravi sanzioni ecclesiastiche (43).
I Catari, ufficialmente, scomparvero dalla scena storica francese solo alla fine del XIV secolo, per una martellante e colossale azione di propaganda di francescani e domenicani, ma soprattutto grazie alla violenza di una crociata ed è l'unico caso di una crociata indetta contro altri cristiani, per quanto eretici.
La crociata contro gli Albigesi, indetta da papa Innocenzo III allo scopo di estirpare l'eresia catara dai territori della Linguadoca, andò avanti tra efferatezze di ogni genere, fu tra il 1209 e il 1229.
Ad onor del vero non si arrivò direttamente alla crociata: essa fu preceduta da un'azione propagandistica iniziata sotto Papa Lucio II che operò vari tentativi di conversione attraverso i domenicani.
L'inevitabile accadde con il successore di Lucio, Innocenzo III, che probabilmente ordì o profittò del casus belli: l'uccisione di un legato pontificio (1209). Venne così lanciata la vera e propria Crociata guidata da Arnoldo, abate di Citeaux.
Gli Albigesi si ribellarono all'impiego della forza e per alcuni, furono protagonisti di una guerriglia contro le truppe reali. Questo fina a quando, nel 1229, Raimondo VII, successo a Raimondo VI, scese a patti con Luigi IX re di Francia, abbandonando i Catari al loro destino.
Sebbene militarmente stroncati e perseguitati dall'Inquisizione, gli Albigesi tentarono ancora tre volte di rovesciare la situazione, nel 1240, nel 1242 e nel 1245. Prontamente affrontata (e inevitabilmente sterminata) la corrente ereticale andò spegnendosi.

CAPITOLO 2 - IL MONDO DEI CATARI

La visione etica del mondo presso Catari, Pauliciani e Bogomili
I movimenti di religione, come i grandi movimenti storici, sono soggetti alla legge di successione: così l'avvento del Cristianesimo ebbe come conseguenza la messa in quiescenza del Manicheismo. Per diversi secoli, non se ne parlò più almeno nelle zone in cui il Cristianesimo andava sviluppandosi (Europa).
Abbiamo visto nel precedente capitolo che intorno al VII secolo, ai margini occidentali dell'Asia minore (vale a dire in Armenia) cominciò a svilupparsi una setta cristiana ereticale: quella dei Pauliciani che si espanse, in maniera relativamente rapida in tutto l'impero Bizantino del quale l'Armenia faceva parte.
Abbiamo anche visto che la presenza dei Pauliciani non esauriva il fenomeno delle eresie in Asia minore; ché anzi i Pauliciani, a loro volta, dettero vita all'Ordine dei Bogomili e dei Catari.
Intorno all'anno 1000 le varie confessioni di Pauliciani, Catari e Bogomili iniziarono la loro penetrazione in Europa attraverso Macedonia, Bosnia e Balcani.
Chi erano costoro e come si caratterizzavano?
Semplicemente col fatto che tutte e tre le sette rientravano nella gnosi e nel vecchio dualismo religioso.
Con il Catarismo l'uomo, sembra essere divenuto, sotto il profilo gnoseologico, etico e comportamentale, il protagonista della filosofia e l'autore della propria salvezza.
In questo complesso e non sempre lineare patrimonio filosofico ebbe diritto di cittadinanza anche la reincarnazione e la parità tra i sessi (44).
Nella società Catara i Perfetti occupavano il punto più alto della scale sociale: essi e solo essi erano conoscitori della "Dottrina Completa" cioè la dottrina rivelata ai credenti da un trattato dal titolo inequivocabile: "La cena segreta".
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare i Catari alla fede rivelata, in quanto gnostici, preferivano l'esperienza mistica e la conoscenza diretta (45).
Naturalmente, l'universo cataro era dualistico (come quello dei manichei dai quali discendeva) sicché anch'essi parlavano di una perenne lotta tra Bene e Male, tra buio e luce, tra spirito e materia. Tuttavia bene e male avevano pari dignità, con la conseguenza che gli aspetti negativi non erano di rango inferiore al Bene: male e bene si equivalevano, almeno nella fasi alterne della lotta.

Come si definivano i Catari
I cristiani dell'ortodossia chiamarono i dissidenti "Catari" alla maniera greca (Kaqaroi cioè "puri"), o più folcloristicamente alla maniera del latino medioevale dove "catus" era il gatto in senso dispregiativo.
Come ci insegna la storia delle streghe, il gatto era il classico travestimento che Lucifero adottava per operare nel mondo ed a Lucifero gli eretici, durante i loro riti blasfemi (secondo i detrattori), avrebbero baciato lo sfintere!
Non fu questa la sola aberrazione che li riguardò.
Tanto per cominciare il nome: a seconda dei casi i Catari furono chiamati "pubblicani" o "pobliciani" o "populiciani", per l'inevitabile collegamento con la coeva eresia dualista del paulicianesimo. In altri casi vennero chiamati "bulgari", dal paese di origine della setta dei bogomili ovvero semplicemente "manichei" (per un nostalgico richiamo all'eresia di Mani) o impropriamente "ariani" o "arriani" per una connessione con le tesi cristologiche dell'eresia di Ario.
Per individuare i Catari veniva anche utilizzato un termine derivato dall'antico francese: "tixerand", dove il termine indicava i tessitori.
Di notevole c'è il fatto che gli autori anglosassoni - facendo tutt'oggi confusione - definiscono i Catari come "patarini"; è evidente la confusione con il movimento riformista - ma non certo dualista - della Pataria dell'XI secolo (46).
Per parte loro i Catari definivano se stessi puramente e semplicemente "boni homini" o "boni christiani", che non necessitano di chiarimenti perché inequivocabili.

Rituali e liturgia catara
Non è compito facile il tentativo di ricostruire gli aspetti del rito e della liturgia catara: tanto per incominciare, i Catari per principio rifiutavano l'assimilazione ai corrispondenti riti e liturgie cristiane preferendo utilizzare le proprie.
Tra queste proprie tradizioni domatico-religiose dobbiamo in ogni caso occuparci del "Consolament", un rito complesso, basato sulla imposizione delle mani e somministrato solo a persone adulte, che riuniva in sé il valore di vari sacramenti cristiani (il battesimo, la comunione, l'ordinazione e l'estrema unzione).
Il Consolament poteva essere somministrato una sola volta nella vita. Per effetto del "Consolament" il cataro da semplice fedele diventava un "perfetto" o, più precisamente, "Amico di Dio". Molti Catari preferivano aspettare di essere in fin di vita per chiederne la somministrazione. Ricevutolo, preferivano lasciarsi morire per non rischiare un nuovo peccato.
Così, ad esempio, il Consolament fu somministrato ai difensori di Montségur in vista della battaglia finale.
La pratica del Consolament, chiamata "enduro", divenne una costante nell'ultima fase della crociata, quando la scarsità di "perfetti" rese difficile o impossibile una normale cerimonia di sua somministrazione.
In ordine di importanza il Consolament era seguito dal "Melhorament", elaborata forma di saluto tra Catari e dallo "Aparelhament", una specie di confessione pubblica dei propri peccati. Seguivano ancora le "Caretas" o baci rituali di pace.
Fatte eccezione per alcune invocazioni minori e di secondaria importanza, il "Padre Nostro" fu l'unica preghiera accettata dal catarismo. Naturalmente il testo risultava modificato in alcuni punti significativi: così i Catari preferivano il riferimento al "pane soprasostanziale" in luogo del "pane quotidiano"; perché nel pane il cataro vedeva non un cibo materiale ma l'essenza degli insegnamenti di Cristo.
Alla fine della preghiera i Catari aggiungevano la locuzione "perché Tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen". I perfetti avevano l'obbligo di recitarlo più volte al giorno, solitamente in serie da sei (sezena), otto (sembla) o sedici (dobla).

Prassi catara
Per i Catari il mondo materiale era la risultante del dualismo dell'universo manicheo: il mondo era il male.
Questa concezione dell'universo includeva anche una valutazione della vita quotidiana: ad esempio i Catari rifiutavano il battesimo d'acqua e la somministrazione di altri sacramenti cristiani come l'Eucarestia. L'idea stessa del matrimonio era loro estranea. Il matrimonio, in quanto suggello di unioni carnali, in senso cristiano finalizzato alla generazione di corpi materiali era inestricabilmente collegato alla creazione di prigioni per l'anima.
Lo stesso presupposto governava la scelta del cibo perché il cataro, come abbiamo visto, rifiutava qualsiasi alimento potesse essere connesso ad un atto di riproduzione sessuale.
Ma la caratterizzazione più incisiva riguardava la religione.
I Catari veneravano il Cristo, ma secondo gli Albigesi Cristo non era stato un uomo-Dio bensì un angelo apparso sulla Terra sotto sembianze umane; di conseguenza accusavano la religione cristiana di essersi posta al servizio di Satana, dal momento che aveva accettato la corruzione e l'attaccamento ai beni materiali.
Nella pratica e sotto l'aspetto della liturgia, le comunità di fedeli erano divise in credenti e "Pefetti". I primi si chiamavano "Buoni Uomini", "Buone Donne" o, più in genericamente, "Buoni Cristiani". Al di sopra di loro c'erano solo i "perfetti" vale a dire fedeli che avevano ricevuto il "Consolament".
I Perfetti praticavano forme estreme di ascetismo, aborrivano l'idea di proprietà e vivevano unicamente di elemosina. In contropartita solo i perfetti potevano rivolgersi a Dio con la preghiera, mentre i semplici credenti potevano sperare di divenire perfetti attraverso un lungo cammino di iniziazione, al quale faceva seguito la comunicazione con lo Spirito Santo, attraverso il Consolament.
Il Consolament era probabilmente l'unico sacramento riconosciuto dai Catari, se si fa eccezione per una sorta di confessione collettiva periodica.
Tuttavia anche tra i perfetti esisteva una gerarchia che faceva capo ai Vescovi di ogni Provincia: essi erano assistiti da coloro che venivano detti il "Figlio Maggiore" e il "Figlio Minore" ed erano accompagnati dai vari Diaconi delle comunità catare.

Vita quotidiana nella società catara
Ho detto delle abitudini alimentari. Qui mi resta solo da dire i Catari erano rigidamente vegetariani.
Una pratica molto frequente era quella del digiuno a pane e acqua durante la Quaresima, l'Avvento e dopo la Pentecoste: Allo stesso modo digiunavano per tre giorni la settimana come forma di penitenza per peccati di lieve entità.
La menzogne era vietata ed erano casti. La procreazione era considerata come atto tipico del mondo materiale creato da Satana e destinato a perpetuare continuamente la catena delle reincarnazioni che i Catari si sforzavano di spezzare.
C'era tuttavia un precetto che creò loro non pochi problemi. Ai Catari era vietato sopprimere qualsiasi forma di vita. Il rispetto di tale precetto li mise spesso in crisi quando si trattò di difendersi durante la crociata e le successive campagne di persecuzioni dell'Inquisizione.
Va comunque detto che i precetti più importanti dei quali ho parlato non si applicavano ai fedeli ed ai simpatizzanti: gli uni e gli altri potevano brandire le armi per difendere la propria causa, la propria e l'altrui persona.
Naturalmente l'applicazione di tutti questi principi comportava degli effetti anche per l'organizzazione della struttura della comunità. Qui il capo della chiesa assumeva il titolo tradizionale di vescovo e questi era un "perfetto". Egli delimitava una struttura di vertice dove il perfetto destinato a succedergli era denominato "figlio maggiore", una sorta di vicario a futura memoria, mentre il perfetto destinato a succedere al vicario, era a sua volta chiamato "figlio minore". Sembra invece totalmente privo di significato il titolo di "papa cataro", che venne da qualcuno impropriamente attribuì a Niceta.

I testi sacri nel catarismo
A parte il Nuovo Testamento, i Catari, nel tempo, produssero una copiosa letteratura che, per la maggior parte, andò distrutta durante le persecuzioni. Ci sono giunti:
  • il "Liber de duobus principiis", di Giovanni di Lugio, vescovo della chiesa catara di Desenzano, uno dei maggiore teologhi Catari;
  • l'"Interrogatio Iohannis", apocrifo di ispirazione bogomila introdotto in Italia da Nazario, vescovo della chiesa di Concorrezzo, ed ispirato alla Genesi e agli apocrifi della Bibbia;
  • un secondo apocrifo bogomilo, la "Visione di Isaia", venne tradotto in provenzale da Pietro Authier;
  • varie versioni di rituali Catari, tra cui quello utilizzato dai francesi (detto occitano), e dagli italiani (detto latino);
  • trascritti in un testo, detto "Carta di Niceta" (47), gli atti del concilio di Saint Felix de Caraman, di cui sono giunte copie postume (del XVII secolo).
Purtroppo il patrimonio culturale dei Catari si disperse nel realizzarsi della vicenda "Crociata". Andarono quasi del tutto perduti i testi religiosi. Di qualcuno abbiamo avuto notizia, attraverso voci riportate da terzi, o attraverso testi in larga parte ricostruiti.

La dottrina dualistica degli Albigesi
I Catari della Linguadoca, gli Albigesi, furono - in ordine di tempo - i più recenti seguaci del manicheismo cioè di quell'eresia gnostico-dualista apprezzata anche in certi ambienti cristiani (48). Purtroppo si tratta di un'eresia e le sue tesi furono ritenute molto pericolose per la Chiesa di Roma.
Cerchiamo di metterci d'accordo almeno sui termini.
Innanzi tutto gli Albigesi, dal punto di vista filosofico, aderivano alla "gnosi" (la filosofia della conoscenza) (49).
In secondo luogo il rapporto con il divino era diretto: senza mediazione dei sacerdoti. I sacerdoti, per parte loro erano considerati dai Catari indegni perché portatori del potere temporale, corrotto per definizione. Infatti i Catari respingevano tutti i tipi di beni materiali e tutte le espressioni della carnalità (50).
In terzo luogo i Catari, credevano nella reincarnazione e professavano la credenza secondo la quale il re d'amore (Dio) ed il re del male (il "Rex mundi") rivaleggiassero a pari dignità per il dominio delle anime umane. Per i Catari tutta la vita umana era segnata dalla lotta tra il principio divino del bene (identificato in Cristo e nel Dio del Nuovo Testamento), e la divinità del male (identificata in Satana e nel Dio dell'Antico Testamento).
In quarto luogo, coerentemente con la più classica dottrina dualistica manichea, gli Albigesi sostenevano l'esistenza di un dio del bene accanto ad una Divinità del male con la quale coesisteva.
Nella loro visuale bipolare tutta la realtà materiale era considerata principio negativo. L'anima era concepita come elemento spirituale imprigionato da Satana nel corpo dell'uomo. La sola speranza di salvezza era riposta nella vita dopo la morte, che liberava dalla schiavitù della materia ed evitava la reincarnazione nel corpo di un altro essere umano o addirittura di un animale.
I Catari, verso la fine dell'XI secolo, si erano diffusi nella Francia settentrionale, ma senza fortuna: furono perseguitati in quanto eretici e costretti a emigrare verso sud dove furono accolti favorevolmente nella provincia semindipendente della Linguadoca e soprattutto nella città di Albi (ove stabilirono una loro Chiesa) ma anche nelle sedi di Carcassonne e Tolosa (51).
I signori di quelle città della Linguadoca furono seguaci del movimento ereticale.
Le comunità catare qui stanziate, insieme ai numerosi e coevi focolai dell'Italia settentrionale, furono in occidente il gruppo principale attraverso il quale si manifestò l'eresia di estrazione orientale (maturata, come si è visto nei Balcani).
Intanto la dottrina millenaristica aveva manifestato la propria inconsistenza ma il movimento cataro trovò terreno fertile nella ripresa religiosa europea dell'XI secolo.
L'XI secolo non fu solo un momento di rivivificazione del sentimento religioso: questo, in effetti, si accompagnò ad una generalizzata crescita economica, a profondi rimescolamenti sociali ed al tramonto di diverse istanze medievali.
Che cosa dunque ruppe l'equilibrio, nel caso dei Catari?
Credo che il catarismo commettesse due errori fondamentali, quanto mortali, di impostazione politica: l'uno e l'altro derivavano dal fatto di essersi voluti spingere fino alla negazione completa della Chiesa di Roma, della sua liturgia ma anche di alcuni dei suoi principali cardini teologici intangibili (52). Questo fu il primo errore.
Sta di fatto che le comunità catare trovarono un potente alleato principalmente nel conte di Tolosa, Raimondo VI e in altri grandi signori provenzali (il signore di Carcassonne).
Intorno al 1170, a Saint-Félix-de-Caraman, i Catari celebrarono il loro primo concilio e, in quella occasione, si dettero una organizzazione su base territoriale in forma diocesana.
L'applicazione di questo tipo di organizzazione, secondo errore, implicava in concreto il pericolo di una nuova chiesa cristiana in occidente e Roma reagì.
A queste valutazioni si aggiunge che nel 1208 il legato pontificio inviato in Provenza venne assassinato.
Il papa (Innocenzo III), definì santo l'ucciso e considerò chiusa ogni possibile conciliazione: scomunicò Raimondo VI e con il concorso di Pietro l'eremita, bandì una crociata contro altri cristiani, gli Albigesi.
La crociata si trasformò in una lunga e sanguinosa guerra, condotta dalla Francia settentrionale (cristiana), in larga parte legata alla monarchia capetingia, contro i potenti principati della Linguadoca.
Lo scontro si risolse dopo oltre venti anni, nel 1229, quando il re Luigi VIII profittò dell'occasione per sottomettere alla corona gran parte della regione e con l'ausilio della Inquisizione.
La Chiesa ottenne l'estirpazione dell'eresia; la corona la formazione di un primo embrione di Stato Nazionale francese.

Espansione del Catarismo. Gli Albigesi e Raimondo Vi di Tolosa
Cerchiamo, a questo punto, di capire quale fosse il complesso di cause che portarono alla sanguinosa conclusione della "crociata".
Verso la fine dell'XI secolo il catarismo si era sparso in tutta la Francia.
Nella Francia settentrionale i Catari furono perseguitati in quanto eretici e furono costretti a emigrare verso sud dove vennero accolti con favore e benevolenza nella provincia semi-indipendente della Linguadoca e nella città di Albi (ove stabilirono una propria Chiesa), oltre che nelle sedi di Carcassonne e Tolosa (53).
Caratteristica del catarismo era che nella loro visuale bipolare essi consideravano in maniera negativa tutta la realtà materiale. La stessa anima era un elemento spirituale imprigionato da Satana nel corpo dell'uomo. La sola speranza di salvezza era riposta nella vita dopo la morte, che liberava dalla schiavitù della materia e poteva evitava la reincarnazione nel corpo di un altro essere umano o addirittura di un animale.
Queste idee erano state considerate ereticali, ma - alla pari di quanto era successo dei balcani - si svilupparono tra XII e XIII secolo in Francia, essenzialmente nel Mezzogiorno (Linguadoca), con centri a Tolosa e ad Albi.
Le due città furono, insieme ai numerosi e coevi focolai dell'Italia settentrionale, le principali manifestazioni in Occidente di una eresia che fino a quel momento aveva prosperato in oriente soprattutto in territori a cavallo tra cristianità ed islam (si pensi ai bogomili ed ai pauliciani dei Balcani).
In occidente, in Europa, il movimento andò ad innestarsi sulla ripresa religiosa propria dell'XI secolo, che fece seguito al millenarismo e accompagnò sia la crescita economica che i consequenziali rimescolamenti sociali.
Le comunità ereticali della Linguadoca trovarono un potente alleato nel conte di Tolosa Raimondo VI e in altri grandi signori provenzali che vedevano di buon occhio l'organizzazione anticlericale emersa dal Concilio di Saint-Félix-de-Caraman.
La scomunica di Raimondo VI ed il bando della crociata furono la inevitabile conclusione di questa fase.

CAPITOLO 3 - IL CATARISMO E LA CHIESA DI ROMA

Dalla Parte della Chiesa: La relazione di S. Bernardo
Durante la prima fase dei rapporti tra Chiesa di Roma e catarismo, Papa Innocenzo III si rese conto che qualcosa non andava nei rapporti che gli pervenivano dalla Provenza: aveva necessità di conoscere il catarismo in maniera meno partigiana.
Individuò in Padre Bernardo da Clairvaux la persona più indicata.
Bernardo fu così inviato a studiare da vicino il problema di Catari. Al termine della sua indagine egli trasmise all'Abate di Chiaravalle, Evervino da Steinfelden, un rapporto che ci è pervenuto nel testo integrale.
Il testo è in latino medioevale e le difficoltà connesse ad una traduzione che non può essere puntuale mi impediscono di pubblicarlo per intero anche perché è disponibile in Internet per chiunque volesse approfondire.
Mi limiterò pertanto ad una sintesi molto contenuta.
Mi aspettavo un testo di invettive (in fondo si parla di eretici) ma sono rimasto piacevolmente deluso.
Chiaramente Bernardo nn può disconosce - e di fatto non disconosce la natura ereticale delle posizioni catare - tuttavia le considerazioni che accompagnano la relazione e soprattutto le conclusioni sono di una quasi inspiegabile moderazione.
Esordisce con "...l'umile ministro nel Signore Bernardo... - trasmette (oggi diremmo per competenza) - ...al suo signore e padre reverendo, abate allo scopo di essere confortato e confortare la Chiesa di Cristo...".
Subito dopo si rivolge al Papa del quale loda le parole che sono un "...Cantico di amore dello sposo per la sposa cioè di Cristo per la Chiesa...".
Dopo una serie di frasi si circostanza Bernardo passa alla valutazione delle eresie in generale relativamente alle quali invita il Pontefice a distruggerle se "...ti pervenga notizia di essere contrarie alle ragioni ed all'autorità della nostra fede...".
Ma, a questo punto Bernardo avanza una perorazione di tolleranza nei confronti di eretici pentiti: "...Alcuni eretici hanno prestato abiura e sono rientrati soddisfatti nell'ambito della Chiesa. Due di questi, di cui uno che si diceva loro vescovo ed il suo confratello sono tornati nel nostro convento tra chierici e laici in presenza dell'arcivescovo, insieme ad altri grandi uomini nobili ... quando ebbero visto che la loro eresia era indifendibile...".
In sostanza Bernardo, che pure sollecita una azione severa al fine di estirpare le eresie, raccomanda prudenza secondo un principio di giustizia, di modo che non si faccia di ogni erba un fascio.
Non è da escludere che Bernardo prevedesse quello che sarebbe accaduto di lì a venti anni.
In secondo luogo mi sembra evidente dal contesto che Bernardo ritenesse l'inasprimento dei rapporti perché questa conclusione non sarebbe certo giovato - come non giovò - alla causa dell'ortodossia.
In terzo luogo, sotto l'aspetto della tutela della fede, neppure questa sarebbe stata tutelata perché era fin da allora chiaro che la lotta sarebbe scaduta alle vendette personali e che vicende di tutt'altra natura (politica) sarebbero state spacciate per questioni politiche fideistiche.
C'è da dire che Bernardo correttamente tentò di definire con precisione i contorni dell'eresia catara imputandone le motivazioni alla stessa Chiesa di Roma:

"...molti dei Catari affermano che gran parte della Chiesa sia dalla loro parte ... perché solo la loro dottrina è coerente con il ricordo di Cristo; essi, infatti, affermano che sarebbero i veri seguaci di Cristo dal momento che non bramano cose del mondo, né case né campi né denaro: così Cristo non possedette alcunché né permise che i suoi discepoli possedessero...".
"...Dicono che voi, invece, desiderate case, campi e denaro: e questo sia i monaci sia i canonici regolari, se non in proprietà esclusiva, almeno in comunione. Di se stessi dicono: Noi siamo poveri come Cristo, senza fissa dimora; fuggiamo le città; siamo come pecore in mezzo ai lupi .... Per distinguere noi e voi da loro [sarà sufficiente ricordare] le parole di Cristo: Dai loro frutti li conoscerete..." (54).

Anche per quanto riguarda la questione dei sacramenti mi sembra che Bernardo affronti il problema con molta moderazione:

"...I Catari ammettono, oltre al battesimo di acqua anche quello di fuoco e di spirito sulla testimonianza delle parole di Giovanni Battista: 'Egli vi battezzerà in Spirito Santo e col fuoco' (55); ...Tale battesimo, per imposizione delle mani lo ammettono per la testimonianza di Luca che, negli Atti dei Postoli descrive il battesimo di Paolo senza alcuna menzione dell'acqua... in sostanza non tengono in alcun conto il nostro Battesimo; condannano i matrimoni (ma non vogliono spiegare il perché)".

Dopo di che Bernardo passa a riferirsi ad altre forme di eresia:
"...Vi sono poi altri eretici che si trovano in totale disaccordo con i primi e per questo motivo sono discriminati. Questi negano che sull'altare vi sia il corpo di Cristo... che la dignità apostolica sia stata corrotta da affari secolari; e che sulla cattedra di Pietro non sia presente una milizia per Dio mentre si è privata del potere di consacrare che fu concessa a Pietro: ...gli arcivescovi vivono in maniera secolare e sulla cattedra di Mosè siedono Scribi e Farisei come dicono che voi fate (56). ...Per converso hanno fede nel battesimo di bambini perché, come è scritto nel Vangelo (57). Definiscono fornicazione qualsiasi rapporto tra maschio e femmina dimenticando le parole del Signore: 'L'uomo non separi ciò che Dio ha unito...'".

Bernardo fa seguire una puntuale analisi del catarismo come il suffragio dei santi (58) ed il Purgatorio (59): "...Definiscono superstizioni le altre osservanze stabilite da Cristo e dagli apostoli..." (60)

Indipendentemente dalla moderazione di Bernardo dobbiamo dire che le più pessimistiche previsioni erano destinate ad avverarsi. Di lì a poco Bernardo fu costretto ad accorrere in Francia, su invito del cardinale Alberico di Ostia (legato pontificio), che ne richiese l'intervento a Tolosa come avversario di Enrico di Losanna; ma la situazione era già di gran lunga modificata e proprio Bernardo ebbe modo di rendersi personalmente conto del grado di diffusione dell'eresia nella Linguadoca.
Sta di fatto che la relazione di Bernardo non sortì - né poteva essere altrimenti - effetto di sorta sull'atteggiamento degli Albigesi e nel 1148 (vale a dire soltanto tre anni dopo), il concilio di Tours condannò irrimediabilmente i Catari alla prigione ed alla confisca de beni.
Non sembra però che la condanna sortisse miglior effetto perché proprio in Linguadoca e, in genere, in Provenza, i Catari consolidarono la propria presenza (61).
Alcuni anni dopo la missione di San Bernardo, nel 1165 a Lombez si tenne un pubblico contraddittorio tra teologi cattolici e Catari a capo dei quali c'era un tale Oliviero; ma anche quell'evento di risolse in un nulla di fatto.

Dalla parte dei Catari: I predicatori erranti e Pietro de Bruis
Ho più volte accennato alle modalità di diffusione della dottrina catara. È arrivato il momento di conoscere più da vicino alcune figure base, cioè i "Predicatori Erranti".
Pietro de Bruis ne fu probabilmente il primo. Era originario delle Hautes - Alpes (forse di un piccolo villaggio di un cantone di Rosane).
Prima di passare al catarismo Pietro era stato chierico cristiano con cura d'anime, ma ben preso si dedicò alla diffusione di idee religiose semplici, quanto radicali, destinate a suscitare molta preoccupazione.
Infatti l'abate di Cluny, suo diretto superiore, proprio nei confronti di Pietro de Bruis, si era visto costretto a compilare un trattato, in forma epistolare (62), destinato ai prelati delle arcidiocesi di Embrun ed Arles nonché delle diocesi di Die e Gap.
L'obiettivo era di fornire a quei vescovi uno strumento dottrinale per far loro comprendere quale fosse il pericolo costituito da Pietro di Bruis e dai suoi seguaci e, quindi, per consentire ai prelati di combatterlo consapevolmente.
Tuttavia mi sembra indispensabile puntualizzare alcune circostanze:
  • l'abate di Cluny scrisse il proprio trattato nei primi trenta anni del XII secolo, quando ormai era troppo tardi perché da vent'anni - tra le Alpi del Delfinato e della Provenza - circolavano le idee eterodosse di Pietro de Bruis;
  • Pietro di Bruis ormai era bruciato sul rogo nei pressi di Saint-Gilles, ai margini nord-occidentali del delta del Rodano.
Quali erano i punti controversi dell'universo religioso petrobrusiano?
L'abate di Cluny li riassume in cinque capitoli ed affonda gli aspetti negativi dell'eresia.
Infatti Pietro de Bruis nega il valore salvifico del battesimo degli infanti, giudica superflui gli edifici sacri, ha orrore della croce, ritiene inefficace la celebrazione eucaristica ed inutili i suffragi per i defunti (aspetti ripresi dalla relazione di San Bernardo).
Nonostante queste idee, grazie a Pietro di Bruis, l'eresia ottenne credito ed adesioni tra popolazioni di aree urbane e fu in grado di condizionare le scelte religiose di un altro famoso eretico, Enrico di Losanna detto anche "il monaco".

Dalla parte dei Catari: Enrico di Losanna
Enrico di Losanna è il secondo predicatore errante che proviene da Cluny. Fu attivo nella prima metà del XII secolo e fu conosciuto con vari appellativi: Enrico di Tolosa, Enrico di Le Mans, Enrico di Losanna o, più semplicemente, Enrico il monaco.
Se sulla vita di Pietro di Bruis, suo precursore, si conoscono poche notizie, se ne conoscono ancora meno su questo ex monaco diacono dell'ordine di Cluny. Per questo motivo viene citato spesso con vari nomi delle città dove predicò.
Nel 1116, lasciò il chiostro ed iniziò la sua predicazione nella città di Le Mans, nel nord della Francia, dove il vescovo Ildeberto di Lavardin (1056-1133) lo autorizzò a predicare in pubblico. Qui esordì scagliandosi contro la corruzione del clero. Riuscì in tal modo a creare, un tale movimento di popolo, da obbligare lo stesso vescovo a cacciarlo, anche se a fatica, dalla città.
Fu allora che divenne predicatore errante e girò per tutta la Francia recandosi essenzialmente a Poitiers ed a Bordeaux.
Fu in questi anni errabondi che s'imbatté in colui che avrebbe influenzato, in maniera determinante, il suo pensiero: Pietro di Bruis.
Alla pari di Pietro, Enrico rifiutava la validità del battesimo dei bambini e non ammetteva il peccato originale: questo restava un problema solo per Adamo ed Eva. Enrico contestò anche sacramenti e riti, come la messa, il ruolo dei preti, del clero, e, chiaramente, la ricchezze dei vescovi.
Egli credeva nella predestinazione, i defunti erano immediatamente salvati o dannati, indipendentemente da preghiere e messe di suffragio, ma anche dai meriti acquisiti in vita (al contrario di Pietro di Bruis). Tuttavia Enrico, non fu in pratica un iconoclasta né pose mai mano ad una sistematica distruzione di croci. Sotto l'aspetto più strettamente dottrinario non rifiutò parti del Vecchio o del Nuovo Testamento (atteggiamento che, invece, contraddistinse i petrobrusiani).
Nel 1134, l'arcivescovo di Arles lo fece arrestare e deferire al sinodo di Pisa, dove abiurò accettando di rientrare in monastero a Citeaux. Era però solo un espediente per sfuggire a maggiori rigori.
Una volta tornato in Francia, si guardò bene dal recarsi nel monastero e riprese la predicazione, in particolare nella zona di Tolosa, appoggiato da Ildefonso, conte di Saint-Gilles una sorta di antesignano politico della nobiltà del Sud.
Nel 1145 le autorità religiose locali si rivolsero a San Bernardo e questi si recò in Linguadoca praticamente per rendersi conto del grado di diffusione delle dottrine eretiche, sia da parte di Enrico, che in genere dei Catari.
In ogni caso Bernardo di Clairvaux, per l'occasione unito al legato pontificio Alberico di Beauvais, riuscì a convincere Ildefonso di Saint-Gilles a non appoggiare più Enrico il quale, di lì a poco fu di nuovo catturato e di lui non si seppe più nulla. Si ritenne che fosse morto di lì a poco.
I suoi seguaci, denominati enriciani sopravvissero fino al 1152 circa.

Dalla parte dei Catari: Tanchelmo di Brabante (o d'Anversa)
Il terzo grande eretico cataro fu Tanchelmo di Brabante detto anche Tanchelmo di Anversa forse morto intorno al 1115.
Era originario dei Paesi Bassi e probabilmente apparteneva al casato di un notabile della corte di Roberto II, conte di Fiandra, morto intorno al 1109.
Dopo la morte del suo nobile protettore, Tanchelmo, divenne, come già Pietro di Bruis e di Enrico di Losanna, un predicatore errante come molti suoi simili.
Predicò il rifiuto dei sacramenti, soprattutto se dispensati da un prete corrotto e incoraggiò la popolazione fiamminga a non pagare le decime. La sua predica ebbe come scenario la Fiandra ed il Seeland, le contrade del Reno e, in particolare, le città di Lovanio, Utrecht, Bruges e Anversa.
Le accuse di Tanchelmo furono rafforzate dallo scandalo in cui venne coinvolto un noto parroco fiammingo, corrotto e concubino, che conviveva con una propria nipote proprio ad Anversa dove, manco a farlo apposta, Tanchelmo stava predicando.
Gli scrittori cattolici del tempo, per contrastare Tanchelmo, non seppero fare altro che denigrarlo, descrivendo lui come corrotto, circondato di belle donne, capace di essersi comportato come un re con tanto di corona e guardia del corpo nonché di essersi autonominato "angelo del Signore".
Ottennero però un effetto contrario al voluto perché il popolo di Anversa era convinto di avere a che fare con un santo, al punto da voler poter bere l'acqua dove egli aveva fatto un bagno, ritenendola dotata non si sa di quale potere taumaturgico.
Nel 1112 Tanchelmo fu catturato dai soldati dell'arcivescovo di Colonia, perché accusato di essere un manicheo e, riuscito a fuggire, assassinato tre anni dopo da un prete cattolico, timoroso della sua crescente popolarità.
Tanchelmo, tuttavia, non era riuscito a reggere il confronto con il vescovo di Magdeburgo, San Norberto (vissuto tra il 1080 ed il 1134) che fu un esempio di rigorosa ortodossia. Norberto non tardò a riconquistare i seguaci di Tanchelmo, popolari in Olanda e Germania fino al 1125.

Dalla parte dei Catari: Eon (Eudes) de l'Etoile (Eudo de Stella)
Ultimo dei cosiddetti predicatori itineranti fu Eon de l'Ètoile (probabilmente morto intorno al 1148).
Come altri predicatori (tra i quali, Pietro di Bruis, Tanchelmo di Brabante ed Enrico di Losanna) fu noto sotto vari nomi Eudes de l'Etoile; come loro, si trovò ben presto in conflitto con la Chiesa di Roma alla quale il loro gruppo rimproverava il sempre maggiore allontanamento dalle necessità dei più deboli, accompagnato da una totale mancanza di carità.
Eudes in effetti era un nobile bretone, tipica espressione del XII secolo. Durante una visione, nella quale veniva insignito del titolo di "Giudice del Mondo" gli fu intimato di cambiare il proprio nome in Eon.
La sua predicazione iniziò nel 1145 nella foresta di Brécilien e dapprima fu pacifica. Riscosse un tale successo che ritenne utile la fondazione di una sua propria setta della quale si mise a capo come un profeta, incarnazione dello Spirito Santo.
Soprannominò i suoi collaboratori più diretti con appellativi come Saggezza e Giudizio.
Il periodo di predicazione di Eudes coincise con un momento terribile di carestia in Bretagna ed in Guascogna: ed egli approfittò per sottolineare l'indifferenza delle gerarchie ecclesiastiche verso la sorte dei poveri (purtroppo una caratteristica diffusa tra i ricchi monaci e chierici). Questa circostanza fece salire l'indice di aggressività delle sue prediche tanto che le masse di diseredati al suo seguito furono indotte ad assaltare i granai del clero ed a saccheggiare chiese e monasteri (63).
Ovviamente la reazione fu molto severa: l'arcivescovo di Rouen, Ugo di Amiens (vescovo tra il 1130 ed il 1174) lo fece arrestare catturare nel 1148.
Il profeta, venne tradotto in catene per essere giudicato davanti al sinodo di Reims, presieduto nientedimeno che da Papa Eugenio III (1145-1153) in persona.
Papa Eugenio si trovava il momentaneamente in Francia e risiedeva a Reims essendosi trovato in conflitto con Arnaldo da Brescia, che gli aveva impedito il rientro a Roma.
A Reims, dinanzi al sinodo Eudes, insistette nel suo ruolo di secondo Spirito Santo e dichiarò di essere "colui che veniva per giudicare i vivi e i morti ed il mondo con il fuoco".
Forse i giudici, di evidente manica larga, lo considerarono totalmente pazzo e lo condannarono alla prigione a vita a pane ed acqua.
Eudes morì poco dopo, probabilmente nello stesso anno. I cronisti cattolici dell'epoca dissero che poco prima di morire si era riconciliato con la Chiesa.
I suoi seguaci, invece, vennero giudicati sani di mente e mandati al rogo per essere immediatamente bruciati sul rogo.

CAPITOLO 4 - I CATARI E LA LORO RELIGIONE

L'attività religiosa catara all'inizio del XII secolo Il Concilio di Saint-Félix de Caraman (o Saint-Félix de Lauragais)
Nel 1167, i Catari coronarono la loro intensa attività religiosa celebrando un loro concilio a Saint-Félix de Caraman (o Saint-Félix de Lauragais), nei pressi di Tolosa.
Il concilio ottenne un grosso successo quanto alla qualità ed alla partecipazione: vi prese parte il vescovo bogomila Niceta (che era stato definito il "papa cataro") ed altri vescovi della Chiesa di Francia (tra gli altri Robert d'Espernon, Siccardo Cellarerius di Albi, Bernard Catalanus di Carcassonne) e d'Italia (tra gli altri Marco di Lombardia).
Sembrò legittimo osservare - e la presenza di Niceta sembrò avallare la tesi - che il bogomilismo assoluto, tipico della Chiesa di Dragovitza (in Bosnia), avesse influenzato in maniera determinante la dottrina catara.
Il concilio comunque non tradì le aspettative: era stato organizzato per riorganizzare internamente (e di fatto questo scopo fu realizzato) il catarismo nella Francia meridionale.
I Catari della Provenza vennero assegnati alle quattro chiese di Agen, Tolosa, Albi e Carcassonne.

La reazione cattolica
Sull'altro fronte, abbiamo visto che gli anni tra il 1178 ed il 1194 videro varie iniziative tese a favorire un riavvicinamento tra cattolici e Catari. Ma videro anche altrettanti fallimenti.
Finalmente, nel 1194, il catarismo segnò un punto a proprio vantaggio quanto Raimondo VI (1194-1222), favorevole ai Catari, divenne conte di Tolosa.
Per effetto di ciò nel territorio di quella contea poterono svilupparsi in maniera tranquilla le diocesi catare di Agen e Tolosa. Neppure quelle di Albi e Carcassonne corsero in quegli anni seri rischi in quanto politicamente in territorio "amico", sotto il controllo del visconte Raimond-Roger Trencavel, nipote di Raimondo VI e come lui filocataro.

CAPITOLO 5 - LA PERSECUZIONE DEI CATARI

Storia di una persecuzione - L'inizio e i precursori
Le cose erano destinate a cambiare ed anche piuttosto rapidamente.
I problemi che oggi deve affrontare la critica storica quando cerca di analizzare il problema degli Albigesi sono ancora quelli che si presentarono immediatamente, a partire dall'XI secolo.
Già nel 1018 i cronisti Ademaro di Chabannes" (64) e Rodolfo il Glabro (65) confondevano Catari e manichei. Essi, infatti, parlarono di "manichei" presenti nella Francia del sud. Entrambi si occuparono di Leutard, dei canonici di Santa Croce e degli eretici di Arras.
Tuttavia sarà utili ricordare che fatti relativi all'eresia catara si verificarono, quasi coevamente anche in altre Nazioni. Ad esempio Gerardo di Manforte ci parla della presenza in Italia di gruppi piuttosto consistenti di Catari.
Abbiamo già visto che nel 1143, Evervino di Steinfeld, abate di Clairvaux incaricò a varie riprese frate Bernardo, autore di una famosa relazione per Innocenzo III. In particolare Evervino lo informò di una situazione particolarmente preoccupante di catarismo che riguardava la Germania e precisamente la Renania.
Nella città di Colonia erano presenti numerosi gruppi di eretici particolarmente attivi ed organizzati: essi avevano costituito una sorta di oratori nei quali veniva accettato come preghiera il solo Padre Nostro nella forma catara che abbiamo visto.
Inutile dire che gli eretici venissero mandati al rogo. Tuttavia Evervino ebbe modo di stupirsi per il fatto che andassero al supplizio quasi gioia.
Fu necessario tutto l'acume di Bernardo per far comprendere ad Evervino quella che doveva apparire come una mostruosità: l'essere perfettamente in carattere con lo stato di grazia indotto dal Consolament.

La Chiesa contro i Catari: prima fase della persecuzione
Andando avanti con ordine ricordiamo che nel XIII secolo i Catari, erano saldamente insediati nella Linguadoca (Provenza) ed erano organizzati su quattro diocesi avendo Albi, come una specie di capitale politica.
Non è un caso che in Linguadoca i Catari avevano cambiato pelle: ora si chiamavano "Albigesi".
La prima parte del XIII secolo fu un periodo di prosperità che non poteva durare, né durò, a lungo.
I rapporti con la Chiesa di Roma si erano già guastati all'epoca dei predicatori itineranti e si erano ulteriormente deteriorati durante le polemiche del periodo di San Bernardo e delle cosiddette "missioni di conversione".
Era chiaro a tutti che Papa Innocenzo cercava il casus belli per scatenare l'inferno: la contrapposizione, che inizialmente era stata solamente ideologica era purtroppo destinata a sfociare in una guerra guerreggiata: una guerra di annientamento.
In questa mortale escalation è possibile individuare una serie di fasi graduate nelle quali c'è una sola costante: l'assoluta mancanza di quello spirito apostolico che San Bernardo aveva raccomandato. Debbo dire che, dati i tempi, ciò non meraviglia affatto.
Primo a muoversi fu il papato che chiaramente agì in danno degli agli Albigesi e procedette alla scomunica previa dichiarazione dell'eresia degli Albigesi.
Successivamente e conseguentemente contro i Catari venne mobilitata la Santa Inquisizione.
Le rispettive posizioni di fatto si erano consolidate ed a Papa Innocenzo III non vide altra via per uscita dalla situazione di stallo che attivare la soluzione militare.
Ma andiamo con ordine: il 22 luglio 1209 si ebbe la dichiarazione dell'eresia: i Catari erano dei cristiani che la pensavano diversamente. Sul piano dottrinario il pronunciamento non faceva una grinza.
Esattamente un anno dopo, il 22 luglio 1210, a Minerva, un paesino della Linguadoca, in Francia, i "crociati di Simon de Montfort" portarono al rogo centocinquanta eretici e "Perfetti" Catari che avevano rifiutato l'abiura.
Tradizionalmente i roghi di Minerva sono individuati come inizio della guerra guerreggiata. Trascorsero così anni di attacchi furibondi e di resistenza accanita seguiti da massacri atroci con il coronamento degli immancabili roghi.
La crociata si sarebbe conclusa solo il 16 marzo 1244 a Montségur, quando i 205 Catari superstiti decisero di gettare le spade e... salirono sul rogo.
Erano trascorsi 35 anni dalla dichiarazione di eresia.
Prima ancora di entrare nei dettagli mi sembra lecito chiedermi se l'eresia Catara era stata estirpata dalla Linguadoca. In sostanza: a cosa era servita una crociata tra cristiani?
La Chiesa di Roma aveva trionfato ma non poteva certo essere orgogliosa per aver trucidato diverse migliaia di persone ed averne bruciate molte altre.
Invero per i Catari la strage non era una novità: lo stesso Mani era stato crocifisso - circa mille anni prima - e fatto a pezzi; molti manichei erano stati imprigionati per ordine dell'imperatrice Teodora di Bisanzio e uccisi dopo efferate torture.
Tuttavia vedremo in conclusione che i Catari sono, ancora una volta, sopravvissuti alla strage. Non solo in Francia, ma anche in Germania, i superstiti continuano a praticare il loro antico culto al di là dello spazio e del tempo.
Nella realtà i Catari costituirono una grande alternativa al Cristianesimo dell'Occidente di quel periodo.
Per contro, l'atteggiamento della Chiesa di Roma fu probabilmente sproporzionato rispetto alla reale consistenza del fenomeno limitato ad un mondo tutto sommato minimo (la sola Linguadoca fu interessata) e con alcune roccheforti (come Montségur).
La Chiesa perse un'occasione per lavare i panni sporchi in famiglia e l'avrebbe pagata cara di lì a poco con la sottomissione al potere politico (cattività Avignonese) e con la distruzione interna dell'ordine dei Templari.
Ma la crociata fu la reazione del mondo cattolico (66) probabilmente commisurata al timore che la setta avesse in sé la capacità di mettere in grave crisi l'ancor giovane compagine istituzionale cristiana.
Occorre stare attenti a non generalizzare. In effetti l'azione militare non mi sembra diretta a colpire i singoli eretici.
La reazione di Roma ebbe il senso di introdurre un modello che rappresentò un'assoluta novità nel mondo del medioevo Europeo. Questo modello, oltre ai Catari, coinvolse tutti i movimenti religiosi eterodossi la cui presenza e la cui attività aveva sconvolto il pensiero della giovane cristianità (