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LE STRENNE (ARCANI ENIGMI...)


DA ZOROASTRO AI CATARI

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb


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INTRODUZIONE: DEFINIZIONE DEL PROBLEMA STORICO »
CAPITOLO 1 - VERSO IL CATARISMO: LE ERESIE DEL III E IV SECOLO »
CAPITOLO 2 - IL MONDO DEI CATARI »
CAPITOLO 3 - IL CATARISMO E LA CHIESA DI ROMA »
CAPITOLO 4 - I CATARI E LA LORO RELIGIONE »

CAPITOLO 5 - LA PERSECUZIONE DEI CATARI
Storia di una persecuzione - L'inizio e i precursori
Le cose erano destinate a cambiare ed anche piuttosto rapidamente.
I problemi che oggi deve affrontare la critica storica quando cerca di analizzare il problema degli Albigesi sono ancora quelli che si presentarono immediatamente, a partire dall'XI secolo.
Già nel 1018 i cronisti Ademaro di Chabannes" (64) e Rodolfo il Glabro (65) confondevano Catari e manichei. Essi, infatti, parlarono di "manichei" presenti nella Francia del sud. Entrambi si occuparono di Leutard, dei canonici di Santa Croce e degli eretici di Arras.
Tuttavia sarà utili ricordare che fatti relativi all'eresia catara si verificarono, quasi coevamente anche in altre Nazioni. Ad esempio Gerardo di Manforte ci parla della presenza in Italia di gruppi piuttosto consistenti di Catari.
Abbiamo già visto che nel 1143, Evervino di Steinfeld, abate di Clairvaux incaricò a varie riprese frate Bernardo, autore di una famosa relazione per Innocenzo III. In particolare Evervino lo informò di una situazione particolarmente preoccupante di catarismo che riguardava la Germania e precisamente la Renania.
Nella città di Colonia erano presenti numerosi gruppi di eretici particolarmente attivi ed organizzati: essi avevano costituito una sorta di oratori nei quali veniva accettato come preghiera il solo Padre Nostro nella forma catara che abbiamo visto.
Inutile dire che gli eretici venissero mandati al rogo. Tuttavia Evervino ebbe modo di stupirsi per il fatto che andassero al supplizio quasi gioia.
Fu necessario tutto l'acume di Bernardo per far comprendere ad Evervino quella che doveva apparire come una mostruosità: l'essere perfettamente in carattere con lo stato di grazia indotto dal Consolament.

La Chiesa contro i Catari: prima fase della persecuzione
Andando avanti con ordine ricordiamo che nel XIII secolo i Catari, erano saldamente insediati nella Linguadoca (Provenza) ed erano organizzati su quattro diocesi avendo Albi, come una specie di capitale politica.
Non è un caso che in Linguadoca i Catari avevano cambiato pelle: ora si chiamavano "Albigesi".
La prima parte del XIII secolo fu un periodo di prosperità che non poteva durare, né durò, a lungo.
I rapporti con la Chiesa di Roma si erano già guastati all'epoca dei predicatori itineranti e si erano ulteriormente deteriorati durante le polemiche del periodo di San Bernardo e delle cosiddette "missioni di conversione".
Era chiaro a tutti che Papa Innocenzo cercava il casus belli per scatenare l'inferno: la contrapposizione, che inizialmente era stata solamente ideologica era purtroppo destinata a sfociare in una guerra guerreggiata: una guerra di annientamento.
In questa mortale escalation è possibile individuare una serie di fasi graduate nelle quali c'è una sola costante: l'assoluta mancanza di quello spirito apostolico che San Bernardo aveva raccomandato. Debbo dire che, dati i tempi, ciò non meraviglia affatto.
Primo a muoversi fu il papato che chiaramente agì in danno degli agli Albigesi e procedette alla scomunica previa dichiarazione dell'eresia degli Albigesi.
Successivamente e conseguentemente contro i Catari venne mobilitata la Santa Inquisizione.
Le rispettive posizioni di fatto si erano consolidate ed a Papa Innocenzo III non vide altra via per uscita dalla situazione di stallo che attivare la soluzione militare.
Ma andiamo con ordine: il 22 luglio 1209 si ebbe la dichiarazione dell'eresia: i Catari erano dei cristiani che la pensavano diversamente. Sul piano dottrinario il pronunciamento non faceva una grinza.
Esattamente un anno dopo, il 22 luglio 1210, a Minerva, un paesino della Linguadoca, in Francia, i "crociati di Simon de Montfort" portarono al rogo centocinquanta eretici e "Perfetti" Catari che avevano rifiutato l'abiura.
Tradizionalmente i roghi di Minerva sono individuati come inizio della guerra guerreggiata. Trascorsero così anni di attacchi furibondi e di resistenza accanita seguiti da massacri atroci con il coronamento degli immancabili roghi.
La crociata si sarebbe conclusa solo il 16 marzo 1244 a Montségur, quando i 205 Catari superstiti decisero di gettare le spade e... salirono sul rogo.
Erano trascorsi 35 anni dalla dichiarazione di eresia.
Prima ancora di entrare nei dettagli mi sembra lecito chiedermi se l'eresia Catara era stata estirpata dalla Linguadoca. In sostanza: a cosa era servita una crociata tra cristiani?
La Chiesa di Roma aveva trionfato ma non poteva certo essere orgogliosa per aver trucidato diverse migliaia di persone ed averne bruciate molte altre.
Invero per i Catari la strage non era una novità: lo stesso Mani era stato crocifisso - circa mille anni prima - e fatto a pezzi; molti manichei erano stati imprigionati per ordine dell'imperatrice Teodora di Bisanzio e uccisi dopo efferate torture.
Tuttavia vedremo in conclusione che i Catari sono, ancora una volta, sopravvissuti alla strage. Non solo in Francia, ma anche in Germania, i superstiti continuano a praticare il loro antico culto al di là dello spazio e del tempo.
Nella realtà i Catari costituirono una grande alternativa al Cristianesimo dell'Occidente di quel periodo.
Per contro, l'atteggiamento della Chiesa di Roma fu probabilmente sproporzionato rispetto alla reale consistenza del fenomeno limitato ad un mondo tutto sommato minimo (la sola Linguadoca fu interessata) e con alcune roccheforti (come Montségur).
La Chiesa perse un'occasione per lavare i panni sporchi in famiglia e l'avrebbe pagata cara di lì a poco con la sottomissione al potere politico (cattività Avignonese) e con la distruzione interna dell'ordine dei Templari.
Ma la crociata fu la reazione del mondo cattolico (66) probabilmente commisurata al timore che la setta avesse in sé la capacità di mettere in grave crisi l'ancor giovane compagine istituzionale cristiana.
Occorre stare attenti a non generalizzare. In effetti l'azione militare non mi sembra diretta a colpire i singoli eretici.
La reazione di Roma ebbe il senso di introdurre un modello che rappresentò un'assoluta novità nel mondo del medioevo Europeo. Questo modello, oltre ai Catari, coinvolse tutti i movimenti religiosi eterodossi la cui presenza e la cui attività aveva sconvolto il pensiero della giovane cristianità (67) dell'Impero Romano d'Oriente fin dall'epoca di Costantino.
Sarà sufficiente ricordare per tutti la persecuzione dei pauliciani e dei monofisiti di epoca giustinianea.
Non è possibile spiegare altrimenti alcuni fenomeni che macchiarono la storia della Chiesa per almeno la metà del successivo millennio. Mi riferisco a quell'autentica mostruosità storica che fu l'Inquisizione ed alla creazione dell'ordine dei domenicani (istituzionalmente preposti alla confutazione dell'eresia) e giù giù fino all'organizzazione di una crociata con relativa licenza di massacro, di cristiani contro altri cristiani.
C'è comunque da dire che in quel momento storico l'attività degli Albigesi avrebbe potuto provocare conseguenze inimmaginabili sul piano della storia degli stati nazionali europei in via di formazione.
Impossibile immaginare cosa sarebbe potuto accadere alla Francia di lì a poco dilaniata dalla Guerra dei Cent'anni con l'Inghilterra: in mancanza di un riscontro nessuno storico potrà mai dire da quale parte si sarebbe schierato il Conte di Tolosa alleato laico dei Catari.
Come disse Benedetto Croce, la storia non si fa con i "se" e con i "ma". Allo stato delle cose noi possiamo solo dire che Stato e Chiesa furono per una volta alleati nel perseguire la distruzione dei Catari.

La svolta del 1198: parte la crociata
Il 1198 a Roma ascendeva al soglio pontificio Innocenzo III (regnò dal 1198 al 1216). E proprio in quell'anno si verificò la svolta politica e religiosa nella vicenda dei Catari. Innocenzo III fu l'ideatore e l'esecutore di una vera e propria politica complessa contro i Catari iniziata con la dichiarazione di eresia e culminata nella famosa crociata.
A ben vedere tutta la vicenda fu molto complessa. Tra i primi momenti - dei quali ho già parlato - anche il primo si articolò in fasi progressive.
Infatti la prima fase, quella che ho definito propagandistica si articolò in: una fase di accostamento al problema, una fase di provocazione (cioè di creazione delle premesse della guerra) ed una fase di guerra guerreggiata.
Nella prima di esse l'azione di Innocenzo si limitò ad una che oggi definiremmo psicologica. Essa venne attuata negli anni tra il 1207 ed il 1208 anni in cui Innocenzo III si limitò ad inviare in Provenza predicatori di chiara fama come Domenico di Guzman (nato nel 1170 - morto e beatificato nel 1221) e Diego d'Azevedo, vescovo di Osma. Lo scopo dichiarato era quello di cercare la conversione dei Catari ma probabilmente rispondeva a fini meno nobili come la possibilità di risolvere il problema della moralizzazione del clero ufficiale della Linguadoca.
Le mosse dei predicatori erano direte a coinvolgere i "perfetti" in dibattiti pubblici, esperimento già tentato nel 1165. Ma ora come non sortirono alcun risultato; ché anzi teologi Catari, come Guillabert de Castres, non ebbero difficoltà a riportare chiari successi mettendo in difficoltà i chierici mandati dalla Curia romana.
L'insuccesso chiarì ad Innocenzo III che delle due alternative delineate dal rapporto di padre Bernardo di Clairvaux quella che gli restava praticabile era solo il ricorso alle vie di fatto.
È buona regola che quanto più infame sia l'azione da compiere, tanto più necessario sia la presenza di un valido pretesto. E il pretesto c'è sempre il caso o qualcuno disposto a fornirlo.
A Saint-Gilles nel 1208, fu assassinato il legato papale, Pietro di Castelnau, monaco cistercense. Si trattò chiaramente di un assassinio "politico" che nulla aveva a che vedere col catarismo. Ma piovve come il classico cacio sui maccheroni.
Innocenzo III affermò che Pietro era un santo, che il suo sangue gridava "vendetta" e ... indisse la crociata complice il solito di Pietro l'eremita che, dopo il disastro della crociata degli innocenti, evidentemente era a corto di idee per dare sfogo alla sua sete di sangue.
All'assassinio di Pietro di Castelnau probabilmente non fu estraneo Rai-mondo VI di Tolosa, che da lui era stato già scomunicato per sospetta eresia l'anno prima (1207).

Lo svolgimento della crociata
L'armata crociata contava ventimila cavalieri oltre a 200.000 fanti ai quali si devono aggiungere i servi al seguito.
Il suo nerbo era costituito dalle forze dei nobili della Francia settentrionale, tra i quali il Duca di Borgogna (68) ed il Conte di Nevers. Ma era costume che alle truppe per così dire "regolari" si accompagnassero avventurieri senza scrupoli: a tutti - così voleva la consuetudine - era stata promessa alternativamente, indulgenza dei peccati e facoltà di saccheggio o una signoria in Linguadoca.
Date le premesse era inevitabile che la crociata si macchiasse, fin dalle prime schermarglie, di assurde crudeltà. Così all'assedio di Béziers - prima città investita - conquistata il 22 luglio del 1209, divenne di moda un aneddoto:
Arnaud Amaury, legato papale, abate di Citeaux, a chi gli chiedeva come potesse distinguersi tra cattolici e Catari avrebbe riposto: "Uccideteli tutti, Dio saprà riconoscere i suoi".
A Béziers, Furono massacrate 20.000 persone e Amaury, primo capo dei crociati, ottenne le congratulazioni di Innocenzo III.
Seguì, in un perpetuarsi di orrori, l'assedio a Carcassonne al quale fu imprigionato (morì in carcere) il visconte Raimond-Roger di Trencavel.
Dal 1210 a capo dei crociati, in sostituzione di Arnaud Amaury, fu posto Simon IV de Montfort che impresse alla crociata una impressionante accelerazione. In quell'anno, Simon realizzò la conquista di Agen, Albi, Birou, Bram, Cahusac, Cassés, Castres, Fanjeaux, Gaillac, Lavaur, Limoux, Lombez, Minerve (69), Mirepoix, Moissac, Montégur, Montferrand, Montrèal, Pamiers, Penne, Puivert, Saint Antonin, Saint Marcel, Saverdun, Termes.
Tutte si trasformarono, non metaforicamente, in giganteschi roghi.
Tanto per citare delle cifre dell'orrore, a Lavaur (caduta nel 1211) furono bruciati in una sola volta 400 Catari e, tra gli altri, anche la bella Giraude di Lavaur gettata dai crociati in un pozzo dopo essere stata lapidata a morte.
Il 1212 vide la partecipazione alla lotta - dalla parte degli Albigesi ed a difesa dei tolosani - di Re Pietro I d'Aragona: molte delle terre assalite facevano parte dei propri domini. Ma Pietro fu ucciso all'assalto di Muet.
Tra il 1217 ed il 1218 i crociati dovettero affondare l'ostacolo più difficile dell'intera crociata: l'assedio di Tolosa.
Qui Simon de Montfort venne ucciso da una pietra ed il comando venne assunto da Amaury VI de Montfort, inetto figlio di Simon che l'assunse senza grandi entusiasmi e comunque senza grande successo.
Tuttavia Amaury si dimostrò accorto politico, succube del futuro Re di Francia (Luigi VIII detto il Leone) che nel 1224 lo costrinse a fargli dono delle terre conquistate.
L'incapacità di Amaury permise ai Catari di serrare le fila in vista dell'assalto finale voluto da Papa Onorio III (1216-1227) nel frattempo succeduto a Innocenzo III (70).
In ogni caso la resistenza dei Catari - eroica quanto inutile - volgeva alla fine. Con la discesa in campo di Luigi VIII in persona, la crociata - tra il 1226 ed il 1228 divenne "Reale" (1226-1228).
Tra l'altro, alla fine nel 1229, Raimondo VII di Tolosa (1222-1249) ridotto agli estremi da una guerra, che aveva stravolto il Mezzogiorno della Francia, accettò una pace mediata da Bianca di Castiglia, madre del delfino minorenne (Luigi IX: 1226-1270), e ratificata con il trattato di Meaux. Il voltafaccia di Raimondo gli valse il salvataggio di una buona parte delle proprie terre mentre cedeva il resto al Regno di Francia. In quell'occasione Raimondo di Tolosa dovette fare pubblica ammenda, dichiarare la propria fedeltà al re di Francia ed abbandonare i "boni homini" alla propria sorte.

La crociata contro gli Albigesi: una tragedia storica
La crociata, com'è naturale, provocò reazioni diverse a seconda del tipo di politica perseguita nella singole regioni interessate.
Abbiamo visto, infatti, che in linea generale, diverso fu l'atteggiamento nelle regioni settentrionali rispetto a quelle meridionali.
Nel nord della Francia i locali baroni ed il Re di Francia accolsero il pretesto ufficiale di sostenere la Chiesa di Roma nella lotta contro l'eresia mentre per gli uni e per l'altro era esiziale la conquista dei territori del Conte di Tolosa, complice il Papa Innocenzo III.
Questi, esempio unico nella storia della Chiesa, aveva deciso ormai di proclamare una Crociata contro un signore cristiano per il solo fatto di essersi mostrato tollerante (se non compiacente) nei confronti degli Albigesi.
La "Crociata contro gli Albigesi" spazzò via il sogno di uno stato occitano-catalano (71) nello stesso momento in cui i crociati si accinsero a mettere a ferro e fuoco la Linguadoca.
Chi erano questi crociati? Erano salvo poche eccezioni, - quasi tutti cavalieri che provenivano dal centro e dal Nord della Francia: valvassori e valvassini dei quali si intendeva sfruttare il revanscismo nei confronti della vecchia nobiltà del Sud per impossessarsi delle sue terre.
Da Béziers (15-20.000 morti) a Minerve, da Bram a Lavaur l'impresa costò alla Linguadoca decine di migliaia di persone uccise, torturate, bruciate sul rogo. I massacri degli Albigesi (ma erano tutti veri Albigesi?) acquistarono una consistenza spropositata al punto che lo stesso Innocenzo III si dovette impegnare, senza successo, per mitigare gli effetti. Le lotte di fatto si inasprirono tanto da diventare una specie di guerra civile, un conflitto politico di conquista del potere sulla Linguadoca.
Ma la Crociata non si esaurì qui. In funzione antieresia a questo punto la Chiesa utilizzò l'Inquisizione, e questa - per quasi un secolo - condusse macabra caccia all'eretico (fece esumare cadaveri per eseguire condanne al rogo postume).
Ma l'epilogo fu costituito dalla caduta di Montségur, il 16 marzo 1244: ai piedi del castello fu eretto un immane rogo nei "Prati del Cremata". Vennero arse in una sola volta oltre duecento persone.
Ma il problema Albigesi era ancora da risolvere: la resistenza armata ai Francesi del Nord continuò per molti anni con lo stesso andamento.
In ogni caso Montségur segnò il declino della cultura occitana e l'annessione definitiva alla Corona di Francia di tutti i territori del conte di Tolosa.
Nel 1229 il conte Raimondo VII di Tolosa, era uno dei comandanti Albigesi, ma non poté evitare di accettarne la sconfitta, sancita dal trattato di Meaux (località presso Parigi dove il trattato venne stipulato).
La caduta di Montségur ed i roghi di massa del 16 marzo 1244 posero fine all'ultima ribellione degli Albigesi anche se piccoli gruppi di Catari sopravvissero in aree isolate per essere perseguitati dall'Inquisizione sino alla fine del XIV secolo.
In Italia il movimento fu decapitato nel 1277. A Sirmione furono catturati circa 170 fra Vescovi, preti e perfetti Catari. Imprigionati vennero mandati al rogo a Verona.
L'azione fu condotta dagli Scaligeri in concerto con Corradino di Svevia. I Veronesi, ghibellini, assalirono e catturarono i Catari, anche loro ghibellini, per ottenere la revoca della scomunica del 1267 comminata dal papa Clemente IV preoccupato della possibile alleanza degli Scaligeri con Corradino. La scomunica contemporanea degli Scaligeri, di Corradino di Svevia e tutti i cittadini veronesi impedì l'operazione.
La vicenda occitana da anni è tornata di moda nella versione francese. Quando ci spostiamo verso la Spagna, appena l'autostrada entra in Linguadoca, si leggono le scritte che annunciano che siamo nel "Pays cathar" e gli autogrill, sono pieni di oggetti proposti come souvenir della regione e del suo tragico passato.
Inutile dire che, dietro ai massacri dei "poveri Albigesi", ci furono anche serie motivazioni politiche e no, serie ma anche futili: la crociata fu la guerra della Francia della langue d'oc che mal sopportava la Francia della langue d'oil; come in Italia al tempo del dopo Garibaldi; come negli U.S.A. del dopo guerra di Secessione. Il Mezzogiorno una volta romanizzato fu vinto e conquistato, dal Nord celtico e franco (quindi barbarico per definizione).
L'antica eresia celebra ancora oggi i propri revival ed in essi si conserva molto della lotta dei catalani alo stesso modo che nei Paesi di lingua basca si conserva in Spagna l'avversione al dominio castigliano.

Le parti in lotta
Sotto l'aspetto politico la tragedia della "crociata" vide opporsi sue mondi: da un lato i Catari - Albigesi sostenuti dal Re d'Aragona e dal Conte di Tolosa; dall'altro la Francia dei Re Luigi VIII e Luigi IX.
La crociata doveva assicurare alla corte il dominio di un territorio che avrebbe assoggettato definitivamente solo nel 1271.
Nella guerra si inserì, dalla parte del Re, quella nobiltà, che avevano preso di mira i vasti possedimenti della chiesa in Provenza, ed i più umili strati della società, delusi dalla corruzione e dall'avidità del clero cristiano. La lotta non poteva che essere all'ultimo sangue: solo la distruzione fisica di uno dei contendenti poteva mettere fine ad uno scontro che, tuttavia, continuò in forma di guerriglia fino a spegnersi definitivamente nel 1229.
Gli ultimi possedimenti degli Albigesi erano passati alla corona di Francia che si sarebbe così potuta preparare al grande scontro con l'Islam (durante le Crociate) ed alla guerra con gli Inglesi (durante la Guerra dei Cent'anni).
Anche a margine dl brutale genocidio qualcosa si mosse nelle coscienze del tempo. La crociata contro gli Albigesi non lasciò indifferenti i Templari (ufficialmente neutrali) i quali, nelle precettorie presenti sul territorio della Provenza, offrirono rifugio a molti Catari, difendendoli anche con le armi ed accogliendone molti tra le loro fila (72).

Da Innocenzo III a Gregorio IX (1227-1241)
Abbiamo visto che la causa prossima della crociata (quella che ho definito il casus belli) fu l'uccisione di Pietro da Castelnau (legato papale in Provenza): "Innocenzo III sedeva sul trono, con un miscuglio di eccitazione e collera. Di fronte a lui stava un segretario con un bianco abito cistercense in mano, perforato da parte a parte e inzuppato di sangue secco. 'Ecco, Santità, questo è l'abito di Fratel Pietro di Castelnau'. Il Papa corresse con gravità: 'San Pietro di Castelnau'".
Con queste parole Marco Capurro, in "Venti secoli di Papato (Sangue Sparso)", descrive l'arrivo della notizia dell'omicidio di Pietro di Castelnau ad Innocenzo III.
Il 10 marzo 1208, canonizzando fratel Pietro, Innocenzo colse l'occasione per emanare la sua Bolla di Anatema contro gli Albigesi, eretici della Linguadoca. Capurro aggiunge: "Alzandosi dal suo trono egli intonò: 'Morte agli eretici'".
A giudicare l'operato di Innocenzo III oggi, appare evidente che la morte di fratel Pietro era un pretesto. Innocenzo sapeva benissimo che l'eresia era fiorita per oltre un secolo nella Linguadoca, tra il Rodano e le montagne, e che l'eresia dei Catari (o Albigesi che dir si voglia) trovava origine, tra l'altro, anche nella spaventosa corruzione del clero.
Questo leit-motiv accompagnerà tutti i conati ereticali del Medioevo e troverà conclusione solo dal Grande Scisma d'Occidente (quello di Martin Lutero) per definirsi in pieno XIX e XX secolo con la Breccia di Porta Pia e l'abolizione del "Triregno" sotto Giovanni XXIII.
Erano però tutte cose di là da venire e Innocenzo, trovando un facile capro espiatorio, poté scrivere di suo pugno: "In tutta questa regione i prelati sono fonte di irrisione e riso per i laici. L'origine del Male risiede nell'arcivescovo di Narbonne. L'uomo non conosce altro dio che il denaro ed ha un portafogli (borsa) al posto del cuore. Nei dieci anni in cui ha retto la carica (di arcivescovo) non ha visitato una sola volta la sua diocesi... dove tutti possono osservare preti e monaci che hanno gettato alle ortiche i loro abiti, hanno preso mogli ed amanti e vivono di usura."
Fonti dell'epoca confermano che in Linguadoca, come in molti altri luoghi, preti e vescovi vivevano nel lusso, nella lussuria e si sostenevano con la simonia senza dire messa.
Al contrario, i perfetti tra gli Albigesi praticavano castità e morigeratezza, si astenevano dai piaceri terreni e per questo godevano di grande autorità morale. Soprattutto disprezzavano il clero, chiamavano Roma "la Puttana di Babilonia" e ne definivano i vescovi con il titolo di "Anticristi".
La raccomandazioni alla tolleranza di Bernardo di Clairvaux erano state superate dai fatti e Innocenzo ordinò che l'abito insanguinato di fratel Pietro fosse mostrato in ogni chiesa della Linguadoca al fine eccitare gli animi in vista della promovenda crociata (questa volta non contro l'Islam ma contro altri cristiani che contestavano l'autorità pontificia).
Il tipo di azione che Innocenzo stava per intraprendere potrebbe suscitare qualche meraviglia negli storiografi.
Prima di giudicare l'azione ne dobbiamo però valutare le premesse.
Sino dal 1096, la follia di Pietro d'Amiens, detto l'Eremita, aveva suscitato con le crociate enormi entusiasmi, anche indipendentemente dal fatto che la prima (detta dei fanciulli o degli innocenti: era fatta di contadini, donne, bambini e straccioni), era finita in un disastro ed un massacro, dopo una strana odissea attraverso mezza Europa.
Sul Bosforo quella banda di fanatici derelitti era stata fatta a pezzi dai Turchi.
Quando, nell'estate successiva, arrivarono i cavalieri cristiani, tedeschi e francesi (che partecipavano alla crociata "regolare"), trovarono soltanto montagne di cadaveri disseccati, che i Francesi usarono, mischiandoli con il fango, per costruire le prime mura delle proprie fortezze in Terrasanta.
Uno dei pochissimi sopravvissuti fu naturalmente Pietro l'Eremita.
Quella era un'epoca di straordinaria follia, dove la santità (73) spesso andava di pari passo con la diplomazia.
La decisione fu più sofferta di quanto si creda: ci fu un momento nel quale Innocenzo esitò. Una crociata avrebbe costituito una indelebile macchia per una Chiesa che, confessava, ammettendola, la propria impotenza.
Poi gli eventi precipitarono ed il Pontefice diresse od organizzò scientificamente una guerra contro cristiani in una terra cristiana, dove era virtualmente impossibile separare gli ortodossi dagli eretici. Per questo, in assoluto contrasto con le parabole di Gesù, decise di bruciare insieme il grano e le erbacce.
Tuttavia, se dobbiamo giudicare obiettivamente i fatti, siamo costretti ad ammettere che la violenza nella storia della Chiesa non fu né sistematica né costante.
Fino al IV secolo la Chiesa rimase rigidamente aderente al rispetto del valore sacrale della vita umana. Lo spargimento di sangue umano restò un gravissimo peccato; i martiri dei primi due secoli rifiutavano di partecipare ad operazioni militari (i primi cristiani furono perciò ritenuti cattivi cittadini per gli Imperatori romani).
A partire da Costantino le cose cambiarono bruscamente e rapidamente. Il suo motto, "in hoc signo vinces" divenne l'avallo ufficiale per l'uso della violenza. Dopo di lui Leone il Grande (440-61) ebbe parole di grande stima verso l'imperatore che aveva aver torturato ed ucciso gli eretici.
Persino Augustino (teologo sulla cui opera si fonda gran parte della costruzione teorica ecclesiastica), pur non approvando tortura ed omicidio, sostiene che con gli eretici tre o quattro buone bastonate possono essere utili a mostrare la strada giusta.
In breve: nel 177 non c'era un solo soldato cristiano nell'esercito imperiale; nel 416 (data dell'editto di Teodosio) i cristiani costituivano il nerbo e solo essi potevano arruolarsi.
Per tutto il medioevo l'insegna da seguire non fu il monaco ascetico e pacifico ma il guerriero con la spada insanguinata.
La garanzia del paradiso per il guerriero era mutuata dalla Jihad, dalla Guerra Santa.
Quando non c'erano infedeli ad assumere il ruolo dei "cattivi" divenne indispensabile andarli a cercare quanto più vicino possibili alla Terra Santa. E chi meglio dei giudei poteva incarnare il sogno di gloria e di indulgenze (74)?
Ma torniamo a noi ed arriviamo al momento di partire per la gloriosa impresa.
Il comando dell'armata dei crociati era stato offerto a Filippo di Francia ma questi declinò l'incarico unicamente perché ritenne che un'azione contro il Conte di Tolosa poteva creargli difficoltà con la locale nobiltà.
Innocenzo III si vide costretto ad agire diversamente: designò quale capo un suo legato, Arnaldo-Amalric, generale cistercense di Citeaux. Dopo di che poté dedicarsi al reclutamento della truppa.
Alla chiamata rispose gente di tutte le risme (cavalieri, ma anche contadini e mercenari). Secondo il costume del tempo per l'occasione fu decretata una "indulgenza" speciale valida per tutto il periodo della campagna che venne valutato in quaranta giorni. Inoltre vennero messe a disposizione le terre della nobiltà della Linguadoca.
L'armata crociata contava 200.000 fanti ed almeno 20.000 cavalieri, tra cui nobili, duchi e conti. Si trattava di un grosso esercito dato il tempo ed i suoi movimenti inevitabilmente si traducevano in saccheggi, grassazioni e violenze: i soldati dovevano pur mangiare!
Sappiamo che la prima fortezza ad essere investita fu Béziers; l'assedio cominciò il 22 di luglio (nella ricorrenza di santa Maria Maddalena) ed il legato Amalric credeva di poter evitare l'assedio: chiese ai cittadini di Béziers di consegnare gli eretici residenti (duecento o trecento persone). Pensava che la consegna potesse risparmiare un massacro, ma gli abitanti decisero di resistere.
A seguito di una stupida azione di disturbo, la roccaforte che avrebbe potuto resistere per mesi, cadde subito sotto l'attacco dei crociati. Nell'occasione Arnaldo-Amalric pronunciò la frase famosa: "Uccideteli tutti; Il Signore riconoscerà i suoi!".
Gli abitanti di Béziers vennero massacrati tutti, a qualunque fede appartenessero e dovunque si trovassero, e l'opera fu completata dalla profanazione di arredi ed oggetti di culto cristiani.
Di Béziers non restarono che resti anneriti dalle fiamme.
Nella relazione al Pontefice Arnaldo scrisse: "Oggi, Vostra Santità, sono stati passati a fil di spada ventimila cittadini, senza riguardo all'età o al sesso." (75)
Carcassonne fu la seconda e venne conquistata con l'inganno mentre i maggiorenti cittadini credevano di trattare una tregua. Gli abitanti vennero però liberati, con un salvacondotto valido un sol giorno e lasciati nudi "...completamente nudi, fatti salvi i peccati che si portavano addosso", con l'obbligo di non farsi più rivedere, pena la morte.
Naturalmente le cose andarono peggio agli Albigesi perché il legato preferì affidarli al braccio secolare.
In quell'occasione entrò in scena quel Simone de Montfort che avrebbe assunto il comando della crociata ed il cui nome venne posto in relazione con i Templari.
Il comportamento del Monfort fu estremamente ambiguo, perché se è vero che a Bram (1210) non uccise nessuno, è anche vero che fece strappare naso e occhi a tutti gli abitanti (76).
Fuori dal caso di Bram fece bruciare tutti i "perfecti", "cum ingenti gaudio combusserunt" (77).
Il 1216 si aprì con due novità: la morte sia di De Monfort che di Innocenzo III, ma per la crociata non cambiò niente. Tranne che il tempo: secondo le previsioni avrebbe dovuto durare 40 giorni ma sarebbe durata diciotto anni. E sarebbe costata centinaia di migliaia di vite umane solo per una "disobbedienza al pontefice".
Inutile dire che la parte più truculenta fu quella svolta dall'Inquisizione alla quale si dovettero i roghi di 250 Catari e valdesi nel sud della Francia; di altri 200 a Verona; di altri 100 a Graz in Austria previa impiccagione; di 2470 in Provenza; di 2000 a Guardia Piemontese, San Sisto e Montaldo (in Calabria) ed altri 2.000 nelle Alpi. Fino a tutto il 1686.
La Linguadoca venne ridotta ad una tabula rasa mentre le antiche tradizioni locali andarono perdute.
Il ruolo svolto da Innocenzo III non fu all'altezza della fama di cui ha goduto nella storia. Di fatto egli non riuscì a comprendere la sproporzione tra una eresia, che tutto sommato fu poca cosa pure se accompagnata da una disobbedienza verso un uomo fosse anche il Papa, ed una sradicazione sanguinosa accompagnata dalla creazione della più mostruosa della creature del Cristianesimo: l'Inquisizione.

Gregorio IX e la "Inquisitio hereticae pravitatis"
L'intervento della romana inquisizione deve essere considerato il momento più drammatico e, nelle intenzioni della Curia Romana, avrebbe dovuto segnare la fine della crociata. Apparentemente è così.
Gregorio IX è, in sequenza, il terzo Pontefice che si occupò dei Catari ed il terzo che diresse la "crociata". È difficile dire se dei tre Gregorio non sia stato il più pernicioso. Certamente Gregorio, con Innocenzo III ed Onorio III, fu in buona compagnia quanto a efferatezza.
Abbiamo appena visto che Onorio aveva conseguito un grosso successo politico: il coinvolgimento del Re di Francia Luigi IX, ancora minore.
Di fatto, a quel punto, la "Crociata" poteva considerarsi conclusa. Ai militari erano subentrai gli inquisitori domenicani e francescani.
Tuttavia nel 1233 Gregorio IX fece un ulteriore passo avanti: colse al volo l'occasione per istituire la giurisdizione ufficiale dell'inquisizione con la bolla "Inquisitio hereticae pravitatis".
Era il peggio che potesse capitare agli occitani: gli inquisitori erano odiati dalla popolazione locale (e non solo dai Catari superstiti), ma ricambiarono questo odio con altrettanta efferatezza scatenata sul territorio per circa 100 anni (dal 1233 al 1325). E sarebbe potuta andar ancora peggio; ad onor del vero le persone massacrate furono di numero molto inferiore a quelle che si potrebbe immaginare.
Ma ugualmente si servirono del rogo come strumento di pressione e di terrore. In genere gli inquisitori se la presero con i "perfetti", che rifiutavano l'abiura. Colpisce l'uso sadico del fuoco come strumento di repressione e contemporaneamente come metodo di pressione psicologica, sottile quanto efferata.
Per onor di cronaca citerò il caso di due "perfetti" uccisi nel 1242 ad Avignone: Arnaud Guilhelm de Montpellier e Étienne de Narbonne massacrati con il loro seguito.

La strage di Montségur e la fine della crociata
Intanto, tra il 1243 ed il 1244 si chiudeva ufficialmente la crociata con la strage dei Catari asserragliati nella fortezza di Montségur.
Montségur era infatti diventata, fin dal 1232, ultimo baluardo della resistenza catara secondo gli obiettivi di Guilhabert de Castrés.
Nel maggio 1243 la fortezza, difesa da Raimond de Péreille e dal perfetto Bernard Marty (78), venne posta sotto assedio da parte delle truppe del siniscalco di Carcassonne, Hugues de Arcis. Solo nel marzo 1244, circa 10.000 crociati riuscirono ad avere la meglio sui circa 500 difensori.
Furono immediatamente eretti i ben noti roghi sui quali Bernard Marty e 225 Catari furono bruciati vivi.
La "Crociata degli Albigesi" era conclusa.

Gli occitani in Italia
Come abbiamo visto il movimento cataro si sviluppò essenzialmente nella Francia meridionale (linguadoca), che fu la sua area geografica naturale.
In effetti il catarismo ebbe diversi proseliti anche in Italia dove, l'ex cataro Raniero Sacconi, parla di circa 2.500 unità alla metà del XIII secolo. Sembra però che questo numero sia da riferire ai soli cosiddetti "perfetti".
In definitiva il numero complessivo di Catari (inclusi credenti e simpatizzanti),dovrebbe essere molto più alto.
Il primo vescovo dei Catari italiani fu, Marco di Lombardia cui successe Giovanni Giudeo (79), ma in seguito il movimento si frazionò in sei chiese locali:

  • Chiesa di Desenzano (sul Lago di Garda) l'unica che praticava un dualismo di tipo assoluto e i cui adepti si chiamavano albanensi, dal nome del primo vescovo Albano (80). Questa Chiesa praticava un dualismo di tipo moderato.
  • Chiesa di Concorrezzo (vicino a Monza), la maggiore in Italia e i cui membri si chiamavano garattisti, dal nome del loro primo vescovo Garatto (81). Questa Chiesa praticava un dualismo di tipo moderato di origine Bulgara.
  • Chiesa di Bagnolo San Vito (vicino a Mantova), i cui fedeli venivano chiamati bagnolensi o coloianni, dal nome in greco del loro primo vescovo Giovanni il Bello (82). Si estinse con l'abiura degli ultimi due vescovi. Questa Chiesa praticava un dualismo di tipo moderato di origine della Sclavonia.
  • Chiesa di Vicenza o della Marca di Treviso, fondata dal primo vescovo, Nicola da Vicenza (83). Questa Chiesa praticava un dualismo di tipo moderato di origine della Sclavonia.
  • Chiesa di Firenze, fondata da Pietro (Lombardo) da Firenze (84) e di cui si ricorda il famoso condottiero ghibellino Farinata degli Uberti, cantato nell'Inferno di Dante. Questa Chiesa praticava un dualismo di tipo moderato di origine della Sclavonia.
  • Chiesa di Spoleto e Orvieto, fondata da Girardo di San Marzano (85) e proseguita da due donne, Milita di Marte Meato e Giuditta di Firenze. La chiesa si estinse con l'abiura dell'ultimo vescovo, Geremia. Questa Chiesa praticava un dualismo di tipo moderato di origine della Sclavonia.
Sotto il profilo dei rapporti "politici" con la Chiesa romana va rilevato che il catarismo, in Italia, ebbe un destino diverso da quello francese. Probabilmente tale atteggiamento fu la risultante dell'appoggio delle fazioni ghibelline, in chiave antipapale.
Anche per il catarismo italiano stava arrivando l'ora decisiva; nel 1266 - quando a Benevento venne sconfitto il partito ghibellino - l'affermarsi della parte guelfa degli Angioini, fece mancare ai Catari gli appoggi di cui avevano goduto fino a quel momento: Per il catarismo italiano era arrivato il momento della resa dei conti.
La rocca di Sirmione fu la "Montségur" italiana: qui si erano rifugiati i vescovi delle chiese di Desenzano, Bagnolo San Vito con numerosi perfetti sia d'Italia che occitani. Nel 1276 la rocca di Sirmione fu espugnata, tutti i Catari vennero arrestati e 174 perfetti, relapsi (86) finirono al rogo (1278).

Note:
64. Ademaro di Chabannes (Chabannes, Haute Vienne 988-Gerusalemme 1034). Cronista mediolatino; autore di una "Commemoratio abbatum sancti Martialis Epistula de apostolatu sancti Martialis Chronicon" (in tre libri).
65. Rodolfo il Glabro (Borgogna 985 circa - Saint Germain-d'Ayxerre 1050 circa) cronista francese autore della "Historiarum libri quinque" (composti nel periodo tra il 900 ed il 1044 circa).
66. La "crociata", la stessa che normalmente aveva destinato alle guerre di religione contro l'Islam.
67. Che, peraltro alcuni secoli prima si era fatta trovare impreparata contro l'Islam.
68. Che di lì a poco ritroveremo con gli Armagnacchi in funzione anti reale (Guerra dei Cent'anni).
69. Qui 140 Catari si gettarono spontaneamente nelle fiamme.
70. Onorio III fu il Papa che approvò la "Regola" dei Templari.
71. Il progetto era stato delineato a Tolosa il 27 gennaio 1213, ma a settembre dello stesso anno Pietro II di Aragona e conte di Barcellona, fu ucciso nella battaglia di Muret ed il progetto sfumò.
72. Vittorio Messori.
73. Innocenzo aveva già provato a liberarsi degli Albigesi con sistemi meno cruenti. Aveva spedito in Linguadoca Domenico, che avrebbe poi fondato l'ordine domenicano, ma il frate era tornato dicendo: "Li ho pregati piangendo, Santità, ma dove la preghiera ha fallito un grosso bastone potrebbe ottenere risultati".
74. Questa situazione creò effetti a dir poco paradossali. Accadde così che nel 1096 (in vista della prima crociata) i Crociati cominciarono con lo sterminare prima la metà degli ebrei di Worms e poi l'altra metà che si era rifugiata nella residenza del vescovo (naturalmente il vescovo li lasciò in balia dei crociati). Lo stesso episodio si ripeté in tutta la Germania e poi anche in Francia. La carneficina era diventata la religione ufficiale della Chiesa e il fine giustificava l'utilizzo di qualsiasi mezzo.
75. In quella che è stata storicamente la più terribile persecuzione contro i cristiani, sotto l'Imperatore Diocleziano, si calcola siano morti circa duemila cristiani. Nella sua prima operazione di "pulizia", Innocenzo III ne fece ammazzare dieci volte tanti.
76. Un solo cittadino venne graziato e gli venne lasciato un occhio perché facesse da guida agli altri fino a Cabaret e spaventasse gli altri Albigesi.
77. Secondo quanto scritto al Pontefice da Vaux de Cernay: "Li bruciarono con immensa gioia".
78. Bernard Marty (o Bertand d'En Marti) (vescovo cataro) (morto nel 1244). "Figlio maggiore" del vescovo cataro di Tolosa, Guilaert e suo successore, famoso nella storia degli Albigesi per la strenua difesa della roccaforte simbolo di questa setta: Montségur. Difese eroicamente il pog (picco) di Montségur dal maggio 1243 al 16 marzo 1244 con 70 "perfetti", le loro famiglie ed una ridotta guarnigione, al comando di Pierre-Roger de Mirepoix, per un totale di circa 500 persone contro un esercito assediante di 10.000 soldati (secondo una stima, forse esagerata, di alcuni storici) al comando del siniscalco di Carcassonne, Hugues de Arcis.
L'assedio iniziò nel maggio 1243, ma fu solamente alla fine di dicembre che gli assedianti riuscirono a portarsi in una posizione strategicamente più favorevole, fiaccando la resistenza dei Catari.
In questi ultimi mesi dell'assedio di Montségur, si svilupparono le leggende più varie, legate al favoloso "tesoro" dei Catari, messo in salvo chissà dove oppure alla fuga dalla rocca, il giorno prima della resa, di quattro "perfetti" a conoscenza di misteriosi segreti, sui quali alcuni autori, più o meno fantasiosamente, hanno speculato nei secoli successivi: dal Sacro Graal all'ubicazione della tomba con le spoglie mortali di Gesù.
Il 16 marzo 1244 la guarnigione si arrese e furono lasciati liberi solo i soldati al comando di Mirepoix.
Ben altra sorte attendeva i circa 205 (o forse 225) Catari, tra i quali, oltre a Marty, facevano parte Raimond Agulher, vescovo della chiesa catara del Razès e i famigliari di Ramon de Perella (o Raymond de Péreille), signore del luogo, e più precisamente la moglie Corba de Lanta, la figlia Esclarmonde de Péreille (alla cui vita e morte sul rogo fa probabilmente allusione una cantata del trovatore occitano Guilhem de Montanhagol) e la suocera, marchesa de Lanta. Tutti furono bruciati sul rogo, sul quale salirono cantando, sicuri della loro salvezza in Dio. Il luogo fu rinominato Prat dels Cremats (Prato dei Bruciati).
79. Giovanni Giudeo (vescovo cataro del XII secolo). Ex-tessitore di Milano, giudeo fu convertito da Marco di Lombardia alla fede catara. Diventato il suo "figlio maggiore", gli successe come l'unico vescovo cataro d'Italia; fu proprio sotto il suo episcopato che il movimento cataro si divise in due tronconi, l'uno con a capo Giudeo stesso e l'altro organizzato da Pietro da Firenze.
80. Albano (vescovo cataro dell'inizio XII secolo). Vescovo della chiesa catara di Desenzano, caratterizzata da un dualismo alquanto radicale. Dal suo nome sono derivati gli "albanenses", come erano chiamati i membri di questa chiesa: pare che l'altra ipotesi etimologica, cioè che questa parola derivi dall'Albania, avanzata da alcuni autori, sia da ritenersi priva di fondamento.
81. Garatto (vescovo cataro del XII secolo). Vescovo della chiesa catara di Concorezzo, i cui membri furono definiti Garattisti, per l'appunto, da Garatto stesso. Al concilio cataro di Mosio, vicino a Mantova, convocato per cercare di conciliare le varie anime del catarismo italiano, fu eletto al posto di Giovanni Giudeo ed era candidato quindi a diventare l'unico prelato cataro italiano, ma non poté diventarlo perché venne accusato di indegnità per colpa di una donna (accusa che aveva rovinato la carriera a diversi vescovi Catari). Rimase comunque vescovo fino al 1190, quando gli successe il suo "figlio maggiore" Nazario.
82. Giovanni il Bello (o Coloianni) (vescovo cataro del XII secolo). Primo vescovo della chiesa catara di Mantova - Bagnolo S. Vito, i cui membri furono definiti Bagnolenses o Coloianni, dalla traduzione in greco del nome del loro vescovo. Una volta eletto, fu inviato in Sclavonia (in Croazia) presso l'Ordo Sclaveniae, di ispirazione dualista moderata, per ricevere gli ordini. La chiesa di Mantova - Bagnolo S. Vito contava adepti anche a Ferrara, Brescia, Bergamo, Modena, in Romagna e nel Milanese.
83. Nicola da Vicenza (vescovo cataro della fine del XII secolo). Vescovo cataro della chiesa dualista moderata di Vicenza (o della Marca Trevigiana), da lui stesso fondata nel 1180, dopo l'investitura ufficiale ricevuta durante un viaggio in Sclavonia.
84. Pietro (Lombardo) di Firenze (vescovo cataro del XII secolo). Capo della frazione scismatica dei Catari italiani, sotto l'episcopato di Giovanni Giudeo, e primo vescovo della chiesa catara di Firenze, città che si affermò come importante centro dell'eresia catara per lungo tempo.
85. Girardo di San Marzano (vescovo cataro del XII secolo). Vescovo cataro, dal 1150, della chiesa di Spoleto di corrente dualista moderata, portò la fede catara anche ad Orvieto, dove la sua opera fu continuata da due donne, Milita di Marte Meato e Giuditta di Firenze.
86. Secondo la definizione del Codice di Eymerich.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Testi dalla biblioteca dell'autore
F. Altheim - "L'antico Iran", in "I Propilei", vol. I, tr. it. Mondatori, 1967.
A. Bausani - "Persia religiosa", Milano, 1959.
E. Bergheaud - "L'Eresia Catara", Ginevra, 1971.
P. Binchois - "La civiltà dei Persiani e dei Parti", Ginevra, 1974.
A. Di Nola - in "Enciclopedia delle religioni", vol. VI, coll. 370-432 - voce-saggio "Zoroastrismo".
R. Frye - "Persia preislamica", Milano1963.
G. Hancock e R. Buval - "Il talismano, Le città sacre e la fede segreta", Il Corbaccio, Cles, 2004.
R. Kurt - "Il Manicheismo", in "Storia delle religioni", Laterza, 1995, vol. III.
Puech - "Il manicheismo", in "Storia delle religioni", vol. 8, 1977, Laterza.
F. Rosselli - "Zoroastro e Mani", Genova, 1891.
E. Shuré - "I grandi iniziati", Roma. 1990.
M. Tardieu - "Il Manicheismo", tr. it. 1988 Giordano.
J. Viach - "il Cataro", Edizioni il Punto di Incontro (2005).
K. Mosse - "I Codici del Labirinto", Edizioni Piemme (2005).

Articoli da Internet
G. Bufalo - "I Catari: discendenti del Manicheismo".
Novaziano - "Da Ario all'Alta Medioevo".
A. Bruno - "Gnosi ed eresie".
F. Capurro - "Eresie medievali".
F. Polidori - "Catari e Manichei a confronto".

Altri testi
M. Bussagli - "I Re magi nella realtà storica e nella tradizione magica".

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