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LE STRENNE (ARCANI ENIGMI...)


DA ZOROASTRO AI CATARI

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb


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INTRODUZIONE: DEFINIZIONE DEL PROBLEMA STORICO »
CAPITOLO 1 - VERSO IL CATARISMO: LE ERESIE DEL III E IV SECOLO »
CAPITOLO 2 - IL MONDO DEI CATARI »

CAPITOLO 3 - IL CATARISMO E LA CHIESA DI ROMA
Dalla Parte della Chiesa: La relazione di S. Bernardo
Durante la prima fase dei rapporti tra Chiesa di Roma e catarismo, Papa Innocenzo III si rese conto che qualcosa non andava nei rapporti che gli pervenivano dalla Provenza: aveva necessità di conoscere il catarismo in maniera meno partigiana.
Individuò in Padre Bernardo da Clairvaux la persona più indicata.
Bernardo fu così inviato a studiare da vicino il problema di Catari. Al termine della sua indagine egli trasmise all'Abate di Chiaravalle, Evervino da Steinfelden, un rapporto che ci è pervenuto nel testo integrale.
Il testo è in latino medioevale e le difficoltà connesse ad una traduzione che non può essere puntuale mi impediscono di pubblicarlo per intero anche perché è disponibile in Internet per chiunque volesse approfondire.
Mi limiterò pertanto ad una sintesi molto contenuta.
Mi aspettavo un testo di invettive (in fondo si parla di eretici) ma sono rimasto piacevolmente deluso.
Chiaramente Bernardo nn può disconosce - e di fatto non disconosce la natura ereticale delle posizioni catare - tuttavia le considerazioni che accompagnano la relazione e soprattutto le conclusioni sono di una quasi inspiegabile moderazione.
Esordisce con "...l'umile ministro nel Signore Bernardo... - trasmette (oggi diremmo per competenza) - ...al suo signore e padre reverendo, abate allo scopo di essere confortato e confortare la Chiesa di Cristo...".
Subito dopo si rivolge al Papa del quale loda le parole che sono un "...Cantico di amore dello sposo per la sposa cioè di Cristo per la Chiesa...".
Dopo una serie di frasi si circostanza Bernardo passa alla valutazione delle eresie in generale relativamente alle quali invita il Pontefice a distruggerle se "...ti pervenga notizia di essere contrarie alle ragioni ed all'autorità della nostra fede...".
Ma, a questo punto Bernardo avanza una perorazione di tolleranza nei confronti di eretici pentiti: "...Alcuni eretici hanno prestato abiura e sono rientrati soddisfatti nell'ambito della Chiesa. Due di questi, di cui uno che si diceva loro vescovo ed il suo confratello sono tornati nel nostro convento tra chierici e laici in presenza dell'arcivescovo, insieme ad altri grandi uomini nobili ... quando ebbero visto che la loro eresia era indifendibile...".
In sostanza Bernardo, che pure sollecita una azione severa al fine di estirpare le eresie, raccomanda prudenza secondo un principio di giustizia, di modo che non si faccia di ogni erba un fascio.
Non è da escludere che Bernardo prevedesse quello che sarebbe accaduto di lì a venti anni.
In secondo luogo mi sembra evidente dal contesto che Bernardo ritenesse l'inasprimento dei rapporti perché questa conclusione non sarebbe certo giovato - come non giovò - alla causa dell'ortodossia.
In terzo luogo, sotto l'aspetto della tutela della fede, neppure questa sarebbe stata tutelata perché era fin da allora chiaro che la lotta sarebbe scaduta alle vendette personali e che vicende di tutt'altra natura (politica) sarebbero state spacciate per questioni politiche fideistiche.
C'è da dire che Bernardo correttamente tentò di definire con precisione i contorni dell'eresia catara imputandone le motivazioni alla stessa Chiesa di Roma:

"...molti dei Catari affermano che gran parte della Chiesa sia dalla loro parte ... perché solo la loro dottrina è coerente con il ricordo di Cristo; essi, infatti, affermano che sarebbero i veri seguaci di Cristo dal momento che non bramano cose del mondo, né case né campi né denaro: così Cristo non possedette alcunché né permise che i suoi discepoli possedessero...".
"...Dicono che voi, invece, desiderate case, campi e denaro: e questo sia i monaci sia i canonici regolari, se non in proprietà esclusiva, almeno in comunione. Di se stessi dicono: Noi siamo poveri come Cristo, senza fissa dimora; fuggiamo le città; siamo come pecore in mezzo ai lupi .... Per distinguere noi e voi da loro [sarà sufficiente ricordare] le parole di Cristo: Dai loro frutti li conoscerete..." (54).

Anche per quanto riguarda la questione dei sacramenti mi sembra che Bernardo affronti il problema con molta moderazione:

"...I Catari ammettono, oltre al battesimo di acqua anche quello di fuoco e di spirito sulla testimonianza delle parole di Giovanni Battista: 'Egli vi battezzerà in Spirito Santo e col fuoco' (55); ...Tale battesimo, per imposizione delle mani lo ammettono per la testimonianza di Luca che, negli Atti dei Postoli descrive il battesimo di Paolo senza alcuna menzione dell'acqua... in sostanza non tengono in alcun conto il nostro Battesimo; condannano i matrimoni (ma non vogliono spiegare il perché)".

Dopo di che Bernardo passa a riferirsi ad altre forme di eresia:
"...Vi sono poi altri eretici che si trovano in totale disaccordo con i primi e per questo motivo sono discriminati. Questi negano che sull'altare vi sia il corpo di Cristo... che la dignità apostolica sia stata corrotta da affari secolari; e che sulla cattedra di Pietro non sia presente una milizia per Dio mentre si è privata del potere di consacrare che fu concessa a Pietro: ...gli arcivescovi vivono in maniera secolare e sulla cattedra di Mosè siedono Scribi e Farisei come dicono che voi fate (56). ...Per converso hanno fede nel battesimo di bambini perché, come è scritto nel Vangelo (57). Definiscono fornicazione qualsiasi rapporto tra maschio e femmina dimenticando le parole del Signore: 'L'uomo non separi ciò che Dio ha unito...'".

Bernardo fa seguire una puntuale analisi del catarismo come il suffragio dei santi (58) ed il Purgatorio (59): "...Definiscono superstizioni le altre osservanze stabilite da Cristo e dagli apostoli..." (60)

Indipendentemente dalla moderazione di Bernardo dobbiamo dire che le più pessimistiche previsioni erano destinate ad avverarsi. Di lì a poco Bernardo fu costretto ad accorrere in Francia, su invito del cardinale Alberico di Ostia (legato pontificio), che ne richiese l'intervento a Tolosa come avversario di Enrico di Losanna; ma la situazione era già di gran lunga modificata e proprio Bernardo ebbe modo di rendersi personalmente conto del grado di diffusione dell'eresia nella Linguadoca.
Sta di fatto che la relazione di Bernardo non sortì - né poteva essere altrimenti - effetto di sorta sull'atteggiamento degli Albigesi e nel 1148 (vale a dire soltanto tre anni dopo), il concilio di Tours condannò irrimediabilmente i Catari alla prigione ed alla confisca de beni.
Non sembra però che la condanna sortisse miglior effetto perché proprio in Linguadoca e, in genere, in Provenza, i Catari consolidarono la propria presenza (61).
Alcuni anni dopo la missione di San Bernardo, nel 1165 a Lombez si tenne un pubblico contraddittorio tra teologi cattolici e Catari a capo dei quali c'era un tale Oliviero; ma anche quell'evento di risolse in un nulla di fatto.

Dalla parte dei Catari: I predicatori erranti e Pietro de Bruis
Ho più volte accennato alle modalità di diffusione della dottrina catara. È arrivato il momento di conoscere più da vicino alcune figure base, cioè i "Predicatori Erranti".
Pietro de Bruis ne fu probabilmente il primo. Era originario delle Hautes - Alpes (forse di un piccolo villaggio di un cantone di Rosane).
Prima di passare al catarismo Pietro era stato chierico cristiano con cura d'anime, ma ben preso si dedicò alla diffusione di idee religiose semplici, quanto radicali, destinate a suscitare molta preoccupazione.
Infatti l'abate di Cluny, suo diretto superiore, proprio nei confronti di Pietro de Bruis, si era visto costretto a compilare un trattato, in forma epistolare (62), destinato ai prelati delle arcidiocesi di Embrun ed Arles nonché delle diocesi di Die e Gap.
L'obiettivo era di fornire a quei vescovi uno strumento dottrinale per far loro comprendere quale fosse il pericolo costituito da Pietro di Bruis e dai suoi seguaci e, quindi, per consentire ai prelati di combatterlo consapevolmente.
Tuttavia mi sembra indispensabile puntualizzare alcune circostanze:

  • l'abate di Cluny scrisse il proprio trattato nei primi trenta anni del XII secolo, quando ormai era troppo tardi perché da vent'anni - tra le Alpi del Delfinato e della Provenza - circolavano le idee eterodosse di Pietro de Bruis;
  • Pietro di Bruis ormai era bruciato sul rogo nei pressi di Saint-Gilles, ai margini nord-occidentali del delta del Rodano.
Quali erano i punti controversi dell'universo religioso petrobrusiano?
L'abate di Cluny li riassume in cinque capitoli ed affonda gli aspetti negativi dell'eresia.
Infatti Pietro de Bruis nega il valore salvifico del battesimo degli infanti, giudica superflui gli edifici sacri, ha orrore della croce, ritiene inefficace la celebrazione eucaristica ed inutili i suffragi per i defunti (aspetti ripresi dalla relazione di San Bernardo).
Nonostante queste idee, grazie a Pietro di Bruis, l'eresia ottenne credito ed adesioni tra popolazioni di aree urbane e fu in grado di condizionare le scelte religiose di un altro famoso eretico, Enrico di Losanna detto anche "il monaco".

Dalla parte dei Catari: Enrico di Losanna
Enrico di Losanna è il secondo predicatore errante che proviene da Cluny. Fu attivo nella prima metà del XII secolo e fu conosciuto con vari appellativi: Enrico di Tolosa, Enrico di Le Mans, Enrico di Losanna o, più semplicemente, Enrico il monaco.
Se sulla vita di Pietro di Bruis, suo precursore, si conoscono poche notizie, se ne conoscono ancora meno su questo ex monaco diacono dell'ordine di Cluny. Per questo motivo viene citato spesso con vari nomi delle città dove predicò.
Nel 1116, lasciò il chiostro ed iniziò la sua predicazione nella città di Le Mans, nel nord della Francia, dove il vescovo Ildeberto di Lavardin (1056-1133) lo autorizzò a predicare in pubblico. Qui esordì scagliandosi contro la corruzione del clero. Riuscì in tal modo a creare, un tale movimento di popolo, da obbligare lo stesso vescovo a cacciarlo, anche se a fatica, dalla città.
Fu allora che divenne predicatore errante e girò per tutta la Francia recandosi essenzialmente a Poitiers ed a Bordeaux.
Fu in questi anni errabondi che s'imbatté in colui che avrebbe influenzato, in maniera determinante, il suo pensiero: Pietro di Bruis.
Alla pari di Pietro, Enrico rifiutava la validità del battesimo dei bambini e non ammetteva il peccato originale: questo restava un problema solo per Adamo ed Eva. Enrico contestò anche sacramenti e riti, come la messa, il ruolo dei preti, del clero, e, chiaramente, la ricchezze dei vescovi.
Egli credeva nella predestinazione, i defunti erano immediatamente salvati o dannati, indipendentemente da preghiere e messe di suffragio, ma anche dai meriti acquisiti in vita (al contrario di Pietro di Bruis). Tuttavia Enrico, non fu in pratica un iconoclasta né pose mai mano ad una sistematica distruzione di croci. Sotto l'aspetto più strettamente dottrinario non rifiutò parti del Vecchio o del Nuovo Testamento (atteggiamento che, invece, contraddistinse i petrobrusiani).
Nel 1134, l'arcivescovo di Arles lo fece arrestare e deferire al sinodo di Pisa, dove abiurò accettando di rientrare in monastero a Citeaux. Era però solo un espediente per sfuggire a maggiori rigori.
Una volta tornato in Francia, si guardò bene dal recarsi nel monastero e riprese la predicazione, in particolare nella zona di Tolosa, appoggiato da Ildefonso, conte di Saint-Gilles una sorta di antesignano politico della nobiltà del Sud.
Nel 1145 le autorità religiose locali si rivolsero a San Bernardo e questi si recò in Linguadoca praticamente per rendersi conto del grado di diffusione delle dottrine eretiche, sia da parte di Enrico, che in genere dei Catari.
In ogni caso Bernardo di Clairvaux, per l'occasione unito al legato pontificio Alberico di Beauvais, riuscì a convincere Ildefonso di Saint-Gilles a non appoggiare più Enrico il quale, di lì a poco fu di nuovo catturato e di lui non si seppe più nulla. Si ritenne che fosse morto di lì a poco.
I suoi seguaci, denominati enriciani sopravvissero fino al 1152 circa.

Dalla parte dei Catari: Tanchelmo di Brabante (o d'Anversa)
Il terzo grande eretico cataro fu Tanchelmo di Brabante detto anche Tanchelmo di Anversa forse morto intorno al 1115.
Era originario dei Paesi Bassi e probabilmente apparteneva al casato di un notabile della corte di Roberto II, conte di Fiandra, morto intorno al 1109.
Dopo la morte del suo nobile protettore, Tanchelmo, divenne, come già Pietro di Bruis e di Enrico di Losanna, un predicatore errante come molti suoi simili.
Predicò il rifiuto dei sacramenti, soprattutto se dispensati da un prete corrotto e incoraggiò la popolazione fiamminga a non pagare le decime. La sua predica ebbe come scenario la Fiandra ed il Seeland, le contrade del Reno e, in particolare, le città di Lovanio, Utrecht, Bruges e Anversa.
Le accuse di Tanchelmo furono rafforzate dallo scandalo in cui venne coinvolto un noto parroco fiammingo, corrotto e concubino, che conviveva con una propria nipote proprio ad Anversa dove, manco a farlo apposta, Tanchelmo stava predicando.
Gli scrittori cattolici del tempo, per contrastare Tanchelmo, non seppero fare altro che denigrarlo, descrivendo lui come corrotto, circondato di belle donne, capace di essersi comportato come un re con tanto di corona e guardia del corpo nonché di essersi autonominato "angelo del Signore".
Ottennero però un effetto contrario al voluto perché il popolo di Anversa era convinto di avere a che fare con un santo, al punto da voler poter bere l'acqua dove egli aveva fatto un bagno, ritenendola dotata non si sa di quale potere taumaturgico.
Nel 1112 Tanchelmo fu catturato dai soldati dell'arcivescovo di Colonia, perché accusato di essere un manicheo e, riuscito a fuggire, assassinato tre anni dopo da un prete cattolico, timoroso della sua crescente popolarità.
Tanchelmo, tuttavia, non era riuscito a reggere il confronto con il vescovo di Magdeburgo, San Norberto (vissuto tra il 1080 ed il 1134) che fu un esempio di rigorosa ortodossia. Norberto non tardò a riconquistare i seguaci di Tanchelmo, popolari in Olanda e Germania fino al 1125.

Dalla parte dei Catari: Eon (Eudes) de l'Etoile (Eudo de Stella)
Ultimo dei cosiddetti predicatori itineranti fu Eon de l'Ètoile (probabilmente morto intorno al 1148).
Come altri predicatori (tra i quali, Pietro di Bruis, Tanchelmo di Brabante ed Enrico di Losanna) fu noto sotto vari nomi Eudes de l'Etoile; come loro, si trovò ben presto in conflitto con la Chiesa di Roma alla quale il loro gruppo rimproverava il sempre maggiore allontanamento dalle necessità dei più deboli, accompagnato da una totale mancanza di carità.
Eudes in effetti era un nobile bretone, tipica espressione del XII secolo. Durante una visione, nella quale veniva insignito del titolo di "Giudice del Mondo" gli fu intimato di cambiare il proprio nome in Eon.
La sua predicazione iniziò nel 1145 nella foresta di Brécilien e dapprima fu pacifica. Riscosse un tale successo che ritenne utile la fondazione di una sua propria setta della quale si mise a capo come un profeta, incarnazione dello Spirito Santo.
Soprannominò i suoi collaboratori più diretti con appellativi come Saggezza e Giudizio.
Il periodo di predicazione di Eudes coincise con un momento terribile di carestia in Bretagna ed in Guascogna: ed egli approfittò per sottolineare l'indifferenza delle gerarchie ecclesiastiche verso la sorte dei poveri (purtroppo una caratteristica diffusa tra i ricchi monaci e chierici). Questa circostanza fece salire l'indice di aggressività delle sue prediche tanto che le masse di diseredati al suo seguito furono indotte ad assaltare i granai del clero ed a saccheggiare chiese e monasteri (63).
Ovviamente la reazione fu molto severa: l'arcivescovo di Rouen, Ugo di Amiens (vescovo tra il 1130 ed il 1174) lo fece arrestare catturare nel 1148.
Il profeta, venne tradotto in catene per essere giudicato davanti al sinodo di Reims, presieduto nientedimeno che da Papa Eugenio III (1145-1153) in persona.
Papa Eugenio si trovava il momentaneamente in Francia e risiedeva a Reims essendosi trovato in conflitto con Arnaldo da Brescia, che gli aveva impedito il rientro a Roma.
A Reims, dinanzi al sinodo Eudes, insistette nel suo ruolo di secondo Spirito Santo e dichiarò di essere "colui che veniva per giudicare i vivi e i morti ed il mondo con il fuoco".
Forse i giudici, di evidente manica larga, lo considerarono totalmente pazzo e lo condannarono alla prigione a vita a pane ed acqua.
Eudes morì poco dopo, probabilmente nello stesso anno. I cronisti cattolici dell'epoca dissero che poco prima di morire si era riconciliato con la Chiesa.
I suoi seguaci, invece, vennero giudicati sani di mente e mandati al rogo per essere immediatamente bruciati sul rogo.

Note:
54. Matth. VII, 16.
55. Matth. III, 11.
56. Matth. XXVIII, 2, 3.
57. Marc. XVI, 16.
58. "...Non hanno fede nel suffragio dei santi né in altre penitenze che possano essere impartite per i peccati. Dicono che non sono necessarie ai giusti né ai peccatori..."
59. "...Negano l'esistenza del Purgatorio sicché, quando uno muore passa nell'eterno riposo o nella pena eterna...".
60. Il teso latino integrale è riportato da Everino di Steinfeld in "De haeretici sui temporis".
61. Questa regione, a ridosso dei Pirenei, è nota come Occitania ed aveva fatto parte del regno dei Visigoti (alto Medioevo). Si trattava del classico Stato-cuscinetto tra il regno dei Franchi e gli Arabi a sud.
Dal punto di vista politico, linguistico, culturale e della tolleranza, l'Occitania si presentava in modo molto diverso dalla Francia. Tanto per incominciare gli occitani parlavano la lingua d'oc, e non l'oil. Sotto il profilo culturale nell'arte avevano aderito alla lirica trobadorica (molti trovatori, come Guglielmo Figueira, furono Catari). Nel campo religioso gli Occitani erano tolleranti verso gli ebrei come verso il pensiero eterodosso.
62. Contra Petrobrusianos hereticos.
63. Ricordate i dolcinaini?
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