
DA ZOROASTRO AI CATARI
di Stelio Calabresi
per Edicolaweb
preleva l'inserto stampabile:
parti precedenti:
INTRODUZIONE: DEFINIZIONE DEL PROBLEMA STORICO »
CAPITOLO 1 - VERSO IL CATARISMO: LE ERESIE DEL III E IV SECOLO
Le eresie del III secolo: Novaziano e lo Gnosticismo. Alle origini del catarismo
Novaziano fu sacerdote che concluse la propria vita ecclesiastica come Antipapa; morì intorno al 257.
Apparteneva ad una famiglia di tradizioni pagane e, prima di convertirsi (già in età avanzata), egli si era formato alla luce della filosofia stoica.
Una volta battezzato fu elevato alla dignità di presbitero a Roma e fu consacrato da Papa San Fabiano (tra il 236 ed il 250) nonostante le proteste del clero romano.
Uomo potente ed influente della Comunità Cristiana, Novaziano prese posizione nella polemica contro i moralisti e i sabelliani, scrivendo il "De Trinitate", un libro in otto capitoli, in cui però cadde, come molti, in eccesso di difesa della divinità del Figlio.
Fu il padre del movimento detto del Novazianismo.
La sua conversione comincia con un evento sinistro. Sembra che Novaziano fosse occasionalmente posseduto dal demonio. La liberazione lo indusse ad allinearsi su posizioni subordinazioniste, per non trovarsi coinvolto in un diteismo (due Dei separati).
Tra il 249 ed il 251, nell'impero romano imperversò la persecuzione di Decio che ebbe l'effetto di creare un grosso vuoto nella gerarchia ecclesiastica: nel Gennaio del 250 era stato martirizzato il papa Fabiano, e la sede pontificia restò vacante per oltre un anno.
Fu in questo periodo che Numaziano assunse il governo della Chiesa assieme ad altri presbiteri ma anche in contrasto con loro.
Questo periodo - nel quale Numaziano fu per così dire antipapa (19) - dette l'avvio a diverse contestazioni sul comportamento da lui temuto durante il corso della persecuzione: fu accusato di aver negato il conforto ai cristiani in pericolo; si disse anche che voleva cessare il presbiterato.
Ma Papa Cornelio (251-253), fonte delle notizie relative a Numaziano, non gode di molta credibilità negli ambienti dell'ortodossia avendo diverse ragioni di essere ostile a Numaziano. Tra l'altro avrebbe fatto parte dei contestatori di Numaziano.
Difatti nel 251 moriva l'imperatore Decio e la Chiesa romana ritenne fosse venuto il momento di procedere alla nomina legale del Papa. Venne eletto, appunto, Cornelio, un moderato nobile romano.
Ma Numaziano, che a sua volta aspirava al soglio pontificio, venne eletto antipapa da parte di tre vescovi provenienti dalla parti più lontane dell'Italia.
Inutile dire che Cornelio dichiarò immediatamente decaduti quei vescovi e scomunicò lo stesso Numaziano (ottobre del 251) (20).
Si temette che il contrasto desse vita ad un vero e proprio scisma; ma ne venne fuori addirittura un'eresia allorquando - pronunciandosi sui lapsi (caduti), cioè sui cristiani che durante la persecuzione di Decio, avevano abbandonato la fede cristiana - Numaziano puntò decisamente alla loro condanna alla pari del suo maestro, Ippolito (21) obiettando che se perdono doveva esserci questo poteva essere concesso solo da Dio. In senso contrario si pronunciarono molti orientati verso una procedura penitenziale al fine di mantenere i lapsi nella cristianità.
Questo atteggiamento di intransigenza somigliava molto alla posizione dei Montanisti per i quali Numaziano mostrava molta simpatia al punto che, in Frigia, il suo movimento e quello dei montanisti (22) dettero vita ad un'unica struttura.
Poi Numaziano scomparve, probabilmente ucciso nel corso della persecuzione di Valeriano (tra il 257 ed il 258). In quell'occasione scomparve anche Cipriano da Cartagine.
Particolarmente significativa la circostanza che i seguaci di Numaziano furono i primi a definirsi "katharoi" (i puri), termine che ricomparve tra il XII ed il XIV secolo adottato appunto dai Catari. Essi, d'altra parte, applicavano molti precetti propri dei montanisti (non praticavano la cresima e proibivano il nuovo matrimonio limitatamente ai vedovi).
All'epoca del concilio di Nicea gli epigoni di Numaziano, aderirono alla tesi dell'identità consustanziale di Cristo a Dio.
Costantino intimò loro di rientrare nei ranghi dell'ortodossia; mentre, nel 359, paradossalmente furono perseguitati alla stregua dei cristiani da parte dell'imperatore Costanzo, che cercava di imporre la formula di Acacio di Cesarea.
I Numazianisti successivamente furono perseguitati dall'imperatore Valente nel 378, e da Onorio nel 412. Tuttavia la loro presenza era segnalata ad Alessandria d'Egitto ancora nel 600.

L'antitrinitarismo (Adozionismo, Sabellianismo e Monarchianismo)
Alla fine del II secolo imperversò tuttavia l'eresia antitrinitaria con le teorie dei Moralisti e dei Sabelliani. Gli uni e gli altri si schierarono contro l'apologetica del II secolo. Proprio intorno al 180 era comparso il termine "Triade" o "Trinità", coniato presumibilmente dallo scrittore cristiano Teofilo di Antiochia.
Più o meno alla stessa epoca risale una eresia gravissima: l'adozionismo. Essa consisteva nello spiegare l'attributo di "Figlio di Dio" dato a Cristo come equivalente di "adozione da parte di Dio". In tale dottrina si configurava, in sostanza, sia il rifiuto della Trinità che la negazione della divinità di Cristo e dell'incarnazione del Verbo.
Promotore dell'adozionismo fu un ricco commerciante di Bisanzio, certo Teodato, condannato da papa Vittore I verso il 190. Ne furono seguaci un secondo Teodato, cambiavalute, e un certo Artemone.
Ma era in arrivo un secondo errore: ancora più grave, più sottile e quindi più pericoloso. Autore, a quanto sembra, Nocto; oscurata dall'opera di Sabellio (210) per cui questa eresia viene chiamata semplicemente sabellianismo, o anche monarchianismo. Questo secondo nome deriva dal fatto che i sabelliani proclamavano: "Noi non ammettiamo che la monarchia", cioè l'unità di persona e l'unità di natura in Dio.
I termini di Padre, Figlio e Spirito Santo, utilizzati fin dal principio nella Chiesa, in particolare nella liturgia del battesimo, per i sabelliani corrispondeva a tre aspetti, tre attributi diversi, ma non a persone distinte.
Per i Sabelliani, in altri termini, è il Padre che si è incarnato nel seno della Vergine e questi ha assunto, alla nascita, il nome di Figlio, senza per questo cessare di essere contemporaneamente il Padre (23).
In generale, i sabelliani rigettavano l'adozionismo mentre un vescovo del III secolo, Paolo di Samosata, trovò il modo per professare simultaneamente le due dottrine ereticali (24).

Ario e la sua dottrina
Le controversie del III secolo, derivanti dagli errori antitrinitari, portarono ad una decisa condanna dell'arianesimo.
Tale errori erano maturati sul presupposto dell'incapacità degli scrittori cristiani a sostenere il subordinazionismo e sul contrasto di questi con i Papi che non avevano mai accettato la illogica dottrina di Paolo di Samosata.
Sembra tuttavia che il sacerdote cristiano Luciano di Antiochia conservasse qualcosa di quella dottrina nel senso di sostituire Gesù, anima che vivifica il corpo dell'uomo, col Verbo cioè lo stesso che Dio di cui è il primogenito senza per questo essergli inferiore, essendo stato da lui creato dal nulla.
Probabilmente Luciano di Antiochia deve essere considerare il vero padre dell'arianesimo.
Per parte sua Ario era nato in Egitto verso il 256. Era un sacerdote cristiano e aveva ricevuto l'incarico di reggere una importante chiesa di Alessandria, una delle più splendide dell'Impero romano: la parrocchia di Baucalis.
Austero ed eloquente, abile almeno quanto ambizioso, era pieno di sé quando si trattava delle proprie idee.
Verso il 318 si trovò in conflitto dottrinale con il proprio vescovo, Alessandro.
Quest'ultimo, dopo aver tentato metodi di persuasione dolci, riunì, tra il 320 ed il 321 un vero e proprio concilio cui parteciparono un centinaio di vescovi dell'Egitto e della Libia, allo scopo di mettere in discussione le proposizioni di Ario.
Ario ne uscì sconfitto (e dovette lasciare la parrocchia) ma non vinto, per cui si rifugiò prima in Palestina e poi in Asia, dove riunì intorno a sé una serie di seguaci. Per propagare le sue idee aveva composto una raccolta di canti popolari, intitolata "Thalia". I Thalia venivano cantati ad Alessandria, dai vecchi amici devoti, per dileggiare i cristiani. Naturalmente i cristiani rispondevano per le rime e si scatenavano risse incresciose.
Proprio in quegli anni Costantino aveva sconfitto il suo rivale Licinio e ricostituito l'unità dell'Impero romano. L'Imperatore non aveva nessuna voglia di tollerare la rissosità di Alessandria, di Nicomedia, della Palestina e della Siria.
D'altra parte le questioni in contestazione erano troppo scottanti perché potesse chiudere un occhio.
Costantino, su consiglio di Osio di Cordova, optò per la riunione in un concilio che si pronunciasse definitivamente sulla dottrina di Ario.
Cosa sosteneva Ario?
La dottrina di Ario era fondata su alcuni presupposti che comprendevano la unità ed eternità di Dio; la creazione del Verbo (o Logos), quale prima creatura, dal nulla; la creazione del mondo mediante il logos.
Ne derivava una conseguenziale superiorità del Logos rispetto a tutte le altre creature; ma ne derivava anche l'impossibilità di chiamare Dio il logos, se non in quanto creatore del mondo.
In realtà, il Logos di Ario non è altro che un Figlio adottivo di Dio e lo Spirito Santo a sua volta non è che la prima creatura del Figlio ed è perciò a lui inferiore.
Tra Gesù ed il Verbo si era instaurato un rapporto di causa ed effetto, nel senso che per Ario il Verbo era venuto ad animare il corpo di Gesù nato dalla Vergine Maria. Per questo - affermava Ario - Giovanni può affermare: "Il Verbo, si è fatto carne" e non "si è fatto uomo". E Gesù il Verbo sostituisce, in Gesù, l'anima umana e ne tiene il posto.
Nel 325 si riunì il Concilio di Nicea.
Sotto l'influsso del diacono Atanasio, vescovo di Alessandria (luogo nel quale era sorta l'eresia) il Concilio adottò il termine "consustanziale" per affermare l'assoluta, perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre. Due soli vescovi rifiutarono di sottoscrivere il voto del Concilio.
I seguaci di Ario furono tutti deposti e deportati.

Il Fotinianismo
Era destino che il trinitarismo - nonostante non fosse una dottrina assolutamente nuova - non dovesse trovar pace. Si era appena placata l'eresia di Ario (siamo nel 335) che la pubblicazione di un libro contro l'arianesimo del vescovo Marcello d'Ancira riaccende la miccia.
Marcello era quello che si potrebbe definire un ortodosso fanatico. Al punto che, nel suo zelo contro l'eresia, egli finì col ricadere nell'errore di Sabellio: non riuscì più a distinguere l'una dalle altre, come sarebbe stato logico, le tre persone della Trinità.
Per comprendere quello che realmente accadde, bisogna considerare che in quel momento storico tutte le scuole di pensiero cristiane si contendevano i favori dell'imperatore. Tra queste non ultimi i seguaci di un certo Eusebio di Nicomedia che non persero l'occasione per cercare di far condannare Marcello.
Questi si appellò al papa Giulio I il quale, per ben due volte, ne dichiarò la dottrina conforme alla ortodossia (la prima volta nel 338 e la seconda nel 341). Tuttavia i lì a poco il pontefice fu costretto a riconoscere che il linguaggio di Marcello non era granché soddisfacente.
Intanto le idee di Marcello avevano segnato un progresso perché erano state riprese da Fotino, vescovo di Sirmio e l'eresia che ne scaturì prese il nome di "fotinianismo": un movimento nettamente ispirato alla dottrina modalistica di Sabellio.
Questa intricata vicenda contribuì, e non poco, a turbare gli animi nelle file dei cristiani.

Il semi-arianesimo
Ora dobbiamo necessariamente fare uno sforzo di astrazione: cerchiamo di valutare tutto questo fermento di idee indipendentemente dal fatto che si trattava di eresie. Non si potranno certo negare alcuni fatti:
- che il trinitarismo aveva comunque fatto indubbi progressi verso la verità;
- che l'arianesimo era stato costretto all'angolo ed aveva dovuto modificare le sue formule quanto meno per renderle più accettabili;
- l'ortodossia ed il trinitarismo, validamente difesa da Atanasio e appoggiata da Roma, aveva guadagnato posizioni.
Questa era la situazione che si presentava nel 337.
In quell'anno moriva Costantino, e l'impero venne diviso tra i figli Costanzo e Costante.
Costanzo era convinto di essere un grande teologo, mentre era solo un ingenuo raggirabile e di fatto raggirato da Eusebio di Nicomedia un indubbio eresiarca, padre del semi-arianesimo.
Stoicamente ci troviamo, nella storia della Chiesa cristiana, nella fase confusa del Papa Giulio I schierato a difesa di Atanasio (una volta richiamato e poi cacciato dalla propria sede). Eusebio di Nicomedia profittò della concomitanza con il concilio di Antiochia del 341 e caldeggiò sia la condanna di Marcello d'Ancira che quella del rinnovato sabellianismo.
Né meno confusa era la situazione politica dell'impero.
Costanzo non era ancora unico imperatore e suo fratello Costante regnava in occidente.
Nel campo del cristianesimo, ad aumentare la confusione, Costante si era accordato con il papa (Giulio I), per riunire il concilio di Sardica (odierna Sofia, in Bulgaria), che si doveva svolgere alla presenza di Atanasio ma sotto la presidenza del vecchio Osio di Cordova al quale toccava il compito di sostituire il Papa.
Ad accrescere la confusione, degli eusebiani si ritirarono quasi immediatamente e, a loro dispetto, il concilio riabilitò Atanasio il quale poté rientrare ad Alessandria nel 346 per ristabilire la sua ortodossia.
La situazione poteva sembrava così normalizzata. Infatti l'anno precedente (345), il Concilio di Milano aveva condannato l'eresia fotiniana e ciò aveva notevolmente contribuito a rischiarare l'ambiente. Con l'avallo dell'imperatore Costante, la Chiesa di Roma poteva sperare in una pacificazione stabile.
Purtroppo nella storia il concetto di duraturo è estremamente relativo (e ancor di più quando si tratta d pace e di pacificazione): solo cinque anni dopo Costante (350) fu assassinato e Costanzo rimase imperatore unico.
Eusebio di Nicomedia era intanto morto e due vescovi, Basilio d'Ancira e Acacio di Cesarea, le cui dottrine erano già state condannate dal concilio di Sardica del 343, riuscirono a conquistare le fiducia nel nuovo imperatore.
Queste circostanze rimisero tutto in discussione perché Basilio di Ancira, alla pari di Eusebio di Nicomedia, era semi-ariano e promosse la riunione di tutta una serie di concili, con lo scopo dichiarato di porre fine all'eresia di Fotino (cioè il sabellianesimo).
Ma, di fatto, Basilio aveva uno scopo recondito: l'affermazione della dottrina di Atanasio circa la consustanzialità del Verbo e del Padre. In altre parole Basilio era un fotiniano più o meno mascherato. Il che creava nuovi problemi, atteso che la dottrina di Atanasio era sostenuta soprattutto in Occidente.
La politica della moltiplicazione dei concili, soprattutto in Italia ed in Gallia, finalizzati a distruggere la pretesa eresia dei "niceani" (vale a dire dei sostenitori del Concilio di Nicea del 325) era sostenuta soprattutto dai consiglieri semi-ariani, e trovò accoglimento presso lo stesso imperatore (25).
Peraltro, in questi concili invalse l'uso di costringere i vescovi a scegliere tra la condanna di Atanasio e l'esilio.
La prima vittima fu proprio il nuovo Papa.
Papa Liberio, nel 352 era successo a Giulio I e cadde nella trappola: si rifiutò di tradire la causa di Atanasio; alla fine del 355, fu cacciato da Roma e sostituito da un antipapa (tale Felice, antipapa tra il 355 ed il 365). Successivamente Papa Liberio fu convinto (o costretto?) ad accettare una formula ambigua di compromesso, sulla quale avrò modo di tornare tra breve (26).

Gli Pneumatomachi
Nella seconda metà del IV secolo i fermenti antitrinitari si erano spostati sul "Verbo", vale a dire sulla seconda persona della Trinità.
Con ciò, tuttavia, si era persa di vista la Terza persona: lo Spirito Santo.
Eppure tutti coloro i quali rigettavano la consustanzialità del Figlio (sembra ovvio) a maggior ragione avrebbero dovuto respingere quella dello Spirito Santo.
E, difatti, la questione non tardò ad emergere. Ciò accadde verso il 360.
Nella liturgia del battesimo la persona dello Spirito Santo era sempre stata associata sia al Padre che al figlio, mentre quasi tutti i semi-ariani e gli ariani puri erano contrari alla divinità dello Spirito Santo.
Per tale motivo semi-ariani ed ariani vennero definiti "pneumatomachi" (ossia avversari dello Spirito Santo) o "macedoniani" (27). Questa nuova eresia tuttavia costrinse finalmente i cristiani a prendere il considerazione il dogma della Trinità nella sua completezza.
E toccò all'imperatore Teodosio porre fine alle controversie dogmatiche su un problema teologico nel quale il dogma trinitario aveva preso consistenza.
Teodosio aveva ricevuto il battesimo in età adulta e, subito dopo aver ricevuto il sacramento, egli ebbe a dichiarare che, quanto alla cristianità, egli si sarebbe attenuto alla più stretta ortodossia; soprattutto per quanto riguardava l'argomento della Trinità.
Ovviamente, quando parliamo di ortodossia ci riferiamo al pensiero ufficiale di quelli che, in quel momento storico, erano i vertici della gerarchia ecclesiastica: il vescovo di Roma, e il vescovo Atanasio di Alessandria.
Restava, e comunque resterà, da definire il problema del rapporto con i cristiani d'Oriente in larga parte ariani ed estremamente suscettibili nei confronti del Papa e del successore di Atanasio.
E Teodosio ne era perfettamente cosciente tant'è che - come premessa - ritenne opportuno riportare i termini del problema allo "status quo ante".
In definitiva, essendo intenzionato ad indire un concilio impegnativo per i soli orientali, Teodosio, per prima cosa, ordinò agli ariani di restituire ai cristiani tutte le chiese di Costantinopoli recentemente occupate e si assicurò la presenza del vescovo Gregorio Nazianzeno, oratore, teologo ed in odore di santità.
Poi, in accordo con Gregorio Nazianzeno, convocò i vescovi orientali. Ne intervennero 186, dei quali 36 coinvolti con gli pneumatomachi.
Il concilio fu presieduto prima da Melezio di Antiochia, e poi dallo stesso Gregorio Nazianzeno; successivamente l'onore e l'onere passò a Nettario.
Il concilio in primo luogo confermò anche per l'oriente, definitivamente, la dottrina di Nicea. In secondo luogo scagliò l'anatema contro l'arianesimo e il semi-arianesimo, nonché contro le recenti eresie degli "anomei", degli "omei", e degli "omeusiani" (28).
Nel merito, il concilio proclamò la divinità dello Spirito Santo alla pari del Verbo e del Padre.
Gli pneumatomachi furono cacciati dalla Chiesa, ma l'arianesimo continuò a vivere presso i "barbari" fino al secolo VII.

Le origini dell'eresia catara
Le polemiche generate dalle eresie trinitarie, tuttavia, non esaurivano le fattispecie ereticali. E anzi, a questo punto, se ne inserisce una nuova: quella detta "eresia catara".
Ma chi erano i Catari?
I Catari, per cominciare, erano cristiani di tendenze dualiste (manichei) che accettavano il Nuovo Testamento, distinguendosi per questo dai vecchi manichei, con i quali tuttavia i cristiani spesso li confondevano.
Con i Manichei, in effetti, i Catari avevano punti di contatto e punti di contrasto.
Come i manichei credevano nei due principi contrapposti, del Bene e del Male, rappresentati rispettivamente dal Dio del Nuovo Testamento e dal Dio nemico o Satana (Jahvè del vecchio Testamento).
Tuttavia le concordanze con in manichei non andava molto oltre. C'era infatti chi sosteneva l'originalità del pensiero cataro, quasi che il catarismo fosse stato unicamente una reazione alla corruzione dilagante nella Chiesa.
Vedremo che a questa teoria aderirono Catari di rilievo come i cosiddetti "predicatori itineranti" dell'inizio del XII secolo (tra gli altri Pietro de Bruis, Enrico di Losanna, Tanchelmo di Brabante, ed Eon de l'Etoile). Indubbiamente i Catari palesarono segni di un malessere diffuso soprattutto nelle classi socialmente più deboli.
Ai predicatori itineranti bisogna riconoscere il merito di aver creato una base ideale per il successivo sviluppo del catarismo.
Contrariamente a quello che normalmente si crede, il Catarismo non fu una sorta di struttura monolitica: abbastanza presto, infatti, il catarismo si era diviso divise in due filoni di cui uno assoluto ed uno moderato. Né è facile spiegare o percepire le differenze tra i due indirizzi.
In generale si afferma che per i Catari assoluti, le due entità Divine (Bene e Male) erano tra loro in lotta "ab aeterno". Esse avevano creato i loro rispettivi mondi, quello dello spirito perfetto in contrapposizione a quello imperfetto della materia (nel quale viviamo).
Per i moderati, Satana era una vera divinità alla quale era toccata la creazione del mondo materiale.
L'eterna contrapposizione aveva portato circa un terzo degli angeli ad unirsi a Satana; essi erano restati così intrappolati nel corpo degli uomini e tale circostanza impediva loro di poter tornare col Dio giusto.
Questa diversa posizione di partenza serviva a spiegare la presenza nell'uomo di un desiderio continuo verso Dio Padre ma anche la presenza contemporanea del dolore, derivante dall'essere l'anima imprigionata nel corpo dell'uomo.
Era quindi insita nel Catarismo una evidente contraddizione tra la potenzialità e la realità dello spirito in rapporto a quella del corpo. I Catari tentarono di risolvere tale contraddizione in vita, attraverso il "Consolament".
La mancanza del "Consolament" avrebbe condannato l'anima ad una continua metempsicosi che avrebbe ritardato all'infinito la riunione con Dio.
Date queste premesse, è evidente che la figura di Cristo, coincideva solo apparentemente quella della dottrina cristiana. Nella realtà i Catari vedevano in Cristo un angelo, che essi chiamavano Giovanni.
Giovanni sarebbe sceso sulla terra sotto forma di puro spirito. La sua morte sulla croce sarebbe stata pura apparenza e parlare della morte di Croce una autentica bestemmia.
Per il vero queste erano conclusioni tipiche del "docetismo", del quale era propria la mera apparenza della nascita, sofferenza e morte di Cristo sulla terra (29).
La posizione dottrinaria docetista di partenza faceva automaticamente cadere due simboli cristiani legati alla vita terrena di Cristo: la croce (che i Catari negavano) e la transustanziazione, cioè la trasformazione del pane e vino in corpo e sangue di Cristo nell'eucaristia (che i Catari respingevano con orrore).
I Catari (e soprattutto gli Albigesi) predicavano il ritorno allo spirito originario del Vangelo, disprezzando la materia (dimora del male), non cedevano ai vizi. Disprezzavano tutto ciò che poteva servire al corpo, come mangiare, lavorare, sposarsi.
Accostavano ai principi evangelici alcune istanze pauperistiche (come i Dolciniani), condannate d'altro canto dal potere civile e da quello religioso.
Tra il 1170 ed il 1208 la Chiesa promosse vare manovre di recupero degli Albigesi ma i Catari, sostenuti da Raimondo VI di Tolosa, resistetteo inducendo il Papa Innocenzo III a guidare una crociata contro di loro, nell'ambio della quale si passò più volte dalla guerriglia alla guerra guerreggiata fino all'annientamento ed al rogo finale dei perfetti.
Sebbene militarmente stroncati e perseguiti dall'Inquisizione gli Albigesi tentarono ancora tre volte di rovesciare la situazione, nel 1240, nel 1242 e nel 1245. Prontamente sedati (e sterminati), la corrente ereticale andò spegnendosi.
Vediamo ora come e con quali caratteristiche si sviluppò il Catarismo.

Bogomili e Bogomilismo
L'eresia dei bogomili (o Bogomilimo) si sviluppò nei Balcani, nel corso del X secolo; sorse e si affermò come movimento riformatore, sviluppo della dottrina dualistica orientale.
Il Bogomilismo nacque in Bulgaria intorno al 930 e normalmente ne viene attribuita la paternità al sacerdote (pope) "Bogomil" (30).
Tale dottrina - che credeva in un figlio primogenito di Dio - ne assegnava il ruolo a Satanael (Satana), creatura ribelle colpevole di aver plasmato il mondo materiale, opposto al disegno di un universo spirituale originario.
In questa visione gli esseri umani erano destinati a essere schiavi del male fino alla venuta di un secondo figlio di Dio, il Cristo che sarebbe dovuto discendere dal cielo in sembianze umane: a lui sarebbe toccato il compito di liberare il principio spirituale e sconfiggere il male.
In sintesi: la dottrina, caldeggiata da Bogomil era basata su un dualismo moderato. Dio aveva due figli, Cristo e Satana (Satanael).
Quest'ultimo era il figlio ribelle ed era identificati dai bogomili con il demiurgo o il Dio dell'Antico Testamento: a lui risaliva la responsabilità del mondo materiale e dei corpi degli uomini. Al loro interno erano rimasti imprigionati gli angeli (31).
Satanael per giunta avrebbe creato Adamo ed Eva. Dalla relazione con Eva sarebbe nato Caino. Poi, sotto le spoglie del serpente, avrebbe convinto Eva a tentare Adamo per generare Abele. Per tutti questi misfatti Dio Padre avrebbe punito, senza sconfiggerlo, Satanael.
Cristo sarebbe venuto sulla terra per chiudere la partita con Satanael e liberare gli angeli intrappolati nei corpi umani.
Per realizzare la propria missione Cristo, che avrebbe mantenuto la natura di puro spirito, avrebbe assunto, in apparenza, una natura umana.
Per il bogomilismo Cristo sarebbe morto sulla croce in apparenza e sarebbe sceso all'inferno per sconfiggere Satanael, togliendo la desinenza divina "el" dal suo nome trasformato in Satana.
Infine sarebbe tornato al Padre.
Sotto l'aspetto comportamentale i Bogomili praticavano un ascetismo severo, rifiutavano le immagini sacre, i sacramenti e l'Antico Testamento (ad eccezione del Libro dei Salmi e di quelli dei Profeti).
Nel 1118 l'imperatore bizantino Alessio I Comneno fece giustiziare per eresia Basilio, capo della setta. La fede bogomila sopravvisse in Bosnia fino alla conquista islamica del XV secolo. Il movimento Bogomilo avrebbe ispirato gran parte Catari e degli Albigesi.
In sintesi non credo che siamo lontano dal vero quando affermiamo che il bogomilismo, fu probabilmente la più importante eresia della fine del I millennio. Di fatto il Bogomilismo derivò da influenze dualiste di missionari pauliciani armeni che l'imperatore bizantino Costantino V Copronimo (32), nel 754, aveva costretto in una zona cuscinetto della Tracia, sulla linea di demarcazione tra l'impero bizantino ed il territorio dei bulgari.
Ai pauliciani, probabilmente, si erano aggregati i manichei superstiti, perseguitati dai bizantini i quali, per sopravvivere, si erano portati oltre i confini dell'impero. In parte si erano spostati verso il Turkmenistan e la Cina ad est; in parte verso la penisola balcanica ad ovest.
L'influenza manichea fece sì che, nel Medioevo bogomili e catari fossero genericamente denominati, per l'appunto, "manichei" dai loro avversari.
Durante il regno del nipote di Alessio, Manuele I Comneno (1143-1180), il bogomilismo si diffuse nell'impero, al punto che lo stesso Patriarca di Costantinopoli, Cosma Attico, fu destituito nel 1147, a causa di una "pericolosa" amicizia con il "perfetto" bogomilo, Nifone.
Proprio in questa fase iniziarono le persecuzioni dei bizantini che continuarono fino al 1204, quando gli effetti devastanti della IV Crociata permisero un allentamento della pressione sui bogomili.
Nonostante le persecuzioni nel secondo Regno Bulgaro, resosi indipendente nel 1185, si verificò una grande diffusione del bogomilismo. In quel Regno lo zar Boris (1207-1218) convocò un concilio a Tarnovo nel 1211 per condannare il bogomilismo, ma il successivo zar, Ivan Asen II (1218-1241) trattò con tolleranza il movimento.
In quello stesso lasso di tempo, la Chiesa bogomila si era scissa in cinque chiese locali: dei Catari di Bulgaria (detta "ordo Bulgariae"), Catari di Romania, Catari di Melinguia (in Macedonia), Catari di Dalmazia (tutte dualiste moderate) e Catari di Dragovitza (in Bosnia), l'unica che propagandava un dualismo più radicale e che probabilmente risentiva di una forte influenza pauliciana.
Abbiamo detto che il bogomilismo non fu un fenomeno esclusivamente Bulgaro. Infatti esso toccò in Bosnia il massimo livello di diffusione e fu perfino accettato nel 1199 come religione di stato sotto il ban Kulin (1180-1214).
In contrapposizione i cristiani bosniaci, facendo base nei possedimenti veneziani in Dalmazia, vollero tentare una crociata per abbattere lo stato bogomilo della Bosnia, ma furono respinti.
In sintesi possiamo affermare che in Bosnia si ebbe la situazione più favorevole al bogomilismo: al vescovo Niceta - originario di Dragovitza - deve essere imputata l'introduzione del catarismo in Italia settentrionale e nella Francia meridionale e, comunque, l'evoluzione in senso assolutista dell'eresia catara.
I bogomili di Serbia non ebbero altrettanta fortuna. Essi vennero perseguitati dal principe Stefano Nemanja (1168-1196) mentre in Ungheria, vennero sterminati nel 1200 per ordine del re Imre (1196-1204), su sollecitazione di Papa Innocenzo III (1198-1216).
Va infine ricordato che l'invasione dei Turchi, della Bulgaria (1396) e della Bosnia (1463) ebbe come effetto, nelle zone balcaniche, l'estinzione del bogomilismo e l'assorbimento di quello da parte dell'Islam.
I bogomili osservanti (vale a dire i perfetti) rifiutavano i rapporti sessuali ed il matrimonio, erano vegetariani e non bevevano il vino. Essi rifiutavano il consumo di qualsiasi cosa avesse avuto origine da un atto sessuale, come carne, formaggio, uova, con la sola eccezione del pesce del quale, come tutti i Catari di quell'epoca, non conoscevano le modalità di riproduzione.
Infine i bogomili aborrivano la croce e furono integralmente iconoclasti.
Ad eccezione del "Consolament" (33), ritenevano la totale inutilità dei sacramenti.
Alla pari dei manichei, e poi dei Catari, i bogomili avevano un'organizzazione sociale imperniata sui "perfetti"; questi seguivano con estrema coerenza i dogmi della setta e si impegnavano nell'attività missionaria.
Per quanto riguarda i testi sacri, i bogomili rinnegavano in blocco l'Antico Testamento e tutta la Patristica per concentrarsi sul Nuovo Testamento (con particolare riguardo sull'Apocalisse).
Svilupparono, invece, una grossa produzione apocrifa, incentrata sulla "Interrogatio Iohannis", (le domande di Giovanni evangelista), il "Vangelo di Nicodemo", il "Legno della Croce" e la "Visione di Isaia" (34).

Paulicianesimo
Il paulicianesimo, alla pari del bogomilismo, fu una setta dualistica che preludeva il catarismo. Secondo la tradizione sarebbe stata istituita da Costantino di Manamali nel 655 (35).
Costantino fu giustiziato nel 682 ma il suo carnefice Simeone (ex ufficiale bizantino) divenne a sua volta capo della setta pauliciana fino al 690, data in cui finì sul rogo.
Nel 717, ritroviamo la comunità pauliciana riorganizzata a Episparsis (Erek, in Armenia occidentale, attualmente in Turchia, presso la frontiera con l'Iraq).
Al suo vertice si susseguirono diversi capi, tra cui un tale Paolo l'Armeno, da cui alcuni probabilmente la setta prese il nome.
Le beghe interne e le persecuzioni dei bizantini da un lato e le guerre con gli Ottomani dall'altro portarono la setta molto vicina all'estinzione fino all'avvento di Sergio il riformatore.
Sergio, storicamente, fu un ribelle autore di una secessione all'interno della setta nella quale creò la corrente dei Sergiti opposta ai Baaniti (i seguaci del capo Baanes).
Sotto la guida di Sergio il movimento pauliciano riprese vigore e si espanse in Cilicia ed in tutta l'Asia Minore.
Era questo un momento nel quale gli imperatori bizantini della dinastia isaurica, come Niceforo I Logoteta (802-811), avevano optato per una politica di inusitata apertura mentale in rapporto alle necessità militari. Niceforo tollerò la presenza dei Pauliciani, visto che gli affiliati accettavano di prestare servizio militare, nelle zone di confine con gli ottomani.
Indubbiamente la crescente pressione islamica sull'impero bizantino produceva questi effetti.
Le cose cambiarono con il passaggio della dignità imperiale alla dinastia amoriana: gli imperatori bizantino come Teofilo (829-842), Teodora (reggente 842-865) e Michele III (842-867) preferirono tornare alla vecchia politica di persecuzioni e causarono la ribellione dei pauliciani che finirono con l'allearsi con i musulmani nonostante gli appelli pacifisti di Sergio.
Artefice di quest'alleanza fu, nell'844, Karbeas, che è considerato fondatore di uno stato pauliciano, del quale fissò nell'856 la capitale a Tephrike (l'odierno Divrigi, Turchia centrale).
Karbeas morì nell'863 e gli successe, Crisokeir ("mano d'oro"), che riuscì a tenere in scacco le truppe imperiali dall'863 all'872.
In questa occasione Crisokeir avanzò con i pauliciani fino ad Efeso (nell'Anatolia centrale) mentre sulla costa centro-settentrionale arrivarono fino al Mare di Marmara, di fronte a Costantinopoli.
Ma la sua fortuna si era esaurita: Crisokeir fu sconfitto e ucciso nell'872, lo stato pauliciano si estinse quando la sua capitale fu distrutta.
Tuttavia nell'impero sopravvissero diverse comunità pauliciane anche se furono ribelli: nel 970 in ogni caso furono deportati in massa in Tracia per costituirvi una forza d'urto contro i Bulgari invasori, dello zar Giovanni I Zimisce (968-975).
All'imperatore Alessio I Comneno (1081-1118), fondatore dell'omonima dinastia bizantina, venne attribuito il merito di aver convertito gli ultimi pauliciani.
In ogni caso, le deportazioni dei tre secoli precedenti finirono col favorire la diffusione delle dottrine pauliciane con una sorta di effetto domino. La presenza dei pauliciani, nella penisola balcanica, andò ad incrementare lo sviluppo di altri gruppi di eretici dualisti, come Bogomili e Catari.
In definitiva il paulicianesimo sopravvivesse in Armenia, fino all'invasione Russa del 1828.
Peraltro il nome di pauliciani, dato ai seguaci di questa setta ereticale, dette origine ad una serie di equivoci e di ipotesi più o meno campate in aria.
In particolare il nome di "pauliciani" andò a combinarsi con la particolare venerazione nei confronti di San Paolo e con l'abitudine di considerare i capi pauliciani dei compagni di Paolo. Queste circostanze determinarono:
- un supposto collegamento spirituale dei pauliciani con Paolo di Samosata (36);
- una derivazione del termine di "Pauloioannoi" (37) dal nome di "Paolo e Giovanni" (in effetti si trattò di due missionari che portarono l'eresia pauliciana in Armenia nel corso dell'VIII secolo).
Mi sembra lecito sostenere che il paulicianesimo fu probabilmente una sorta di sincretismo di dottrine eretiche popolari in Asia Minore nei secoli precedenti (come lo gnosticismo, il marcionismo, il messalianismo, il manicheismo). Mi sembra, per converso, del tutto destituita di fondamento l'ipotesi di una parentela con gli insegnamenti adozionisti di Paolo di Samosata.
Infatti sulla base delle dottrine di Marcione, i pauliciani negavano qualsiasi credito al Vecchio Testamento; essi si limitavano a propugnare il principio dualista e gnostico delle due Divinità: da un lato, il Dio malvagio del Vecchio Testamento, creatore del mondo e della materia, e dall'altro il Dio buono del Nuovo Testamento, creatore dello spirito e dell'anima, unico degno di adorazione.
Ne seguiva che i paulicani utilizzavano, come testo sacro, solo il Nuovo Testamento (in particolare le lettere di San Paolo ed il Vangelo di San Luca, mentre erano respinte le lettere di San Pietro).
Come altre sette gnostiche - ad esempio i manichei - anche i pauliciani erano divisi in pochi "Perfetti" (38), seguiti da molti "Uditori" o "catecumeni".
Fattore comune ad entrambe la categorie: gli uni e gli altri aborrivano l'uso delle armi e solo con molta difficoltà accettarono di difendersi all'epoca della "Crociata"; praticavano la non violenza e costò loro molta fatica il dovere brandire le armi per difendere la propria vita contro gli attacchi delle truppe crociate nemiche.
Alla pari dei messaliani, i pauliciani consideravano superflue la mediazione della Chiesa, i sacramenti (ma talora si lasciavano battezzare) e tutte le forme esteriori della Chiesa; combatterono il culto delle immagini sfociando nell'iconoclastia, il che permise loro una relativa tranquillità nel periodo degli imperatori della dinastia isaurica, iconoclasti convinti.
Come se non bastasse i Pauliciani rifiutavano l'Incarnazione di Cristo. Seguendo l'eresia Docetista, essi credevano che il corpo di Cristo fosse in realtà quello di un angelo.
Sono invece del tutto calunniose e prive di fondamento le accuse di praticare riti satanici e sacrifici notturni di neonati, riportate da Giovanni di Ojun (o Oziensis), vescovo della Chiesa Armena.

Catarismo e Albigesi
Il movimento dei Catari derivò, in maniera più o meno diretta, da quello dei Bogomili. I Catari si caratterizzavano per una condotta ascetica molto rigida e per un collegamento molto stretto con la dottrina dualistica propria del manicheismo.
Credevano, in altre parole, in un diuturno conflitto fra il mondo spirituale - creato da Dio - contrapposto ad un mondo materiale - opera di Satana.
L'eresia catara comparve in Italia settentrionale nel XII secolo: qui i Catari costituirono le comunità di Desenzano, Mantova, e Concorezzo.
Storicamente, tra i secoli XIV e XV, nell'Europa occidentale cominciarono a manifestarsi quei conati che avrebbero portato alla formazione degli Stati nazionali in Spagna, in Francia, Svizzera ed in Inghilterra.
Nell'Europa centrale, in quella che sarebbe divenuta la Mitteleuropea, invece, le monarchie non ebbero la forza (anche perché mancavano di una tradizione politica adeguata) per imporsi alle autonomie locali.
Ad esempio, le città più grandi e prospere - come Augusta, Strasburgo e Colonia - erano sì degli importanti centri culturali, ma le loro aspirazioni, analogamente a quanto avveniva in Italia, non andavano oltre i loro interessi particolari. I principi elettori tedeschi (sette principi tedeschi di cui quattro laici e tre ecclesiastici) mantenevano nelle loro mani un enorme potere: a loro spettava di eleggere l'imperatore.
Cerchiamo di capire perché fosse tanto rilevante l'elezione dell'imperatore e perché l'istituzione decadde. Come è noto il Sacro Romano Impero venne introdotto da Carlo Magno e riformato con la "Bolla d'Oro" del 1356.
La Bolla d'oro stabiliva in particolare le modalità secondo le quale sarebbe seguita l'elezione dell'imperatore. L'elettorato era istituzionalmente stato limitato, come ho già detto, ai soli principi elettori (cosiddetti "Grandi elettori"), e tra questi non figurava neppure il pontefice.
D'altra parte la Bolla d'oro ribadiva la non trasmissibilità per successione ereditaria della corona imperiale (39). L'applicazione dei due principi comportava una concentrazione di potere pazzesca in mani laiche e antipapapali (si pensi alle vicende concomitanti con la elezione degli Ottoni della casa Sassone).
Proprio nel periodo di dominio della casa di Sassonia, divenne evidente la necessità di cercare ed attuare un meccanismo di compensazione allo strapotere imperiale.
Il meccanismo non poté essere trovato sul piano istituzionale ma su quello di fatto, nel senso che invalse la consuetudine di eleggere come imperatori dei sovrani scarsamente rappresentativi perché poco potenti, soprattutto privi di vasti possedimenti territoriali e ben accetti alla Francia ed al papato.
L'elettorato passivo venne condizionato alla quasi totale mancanza di autorità.
È una sorta di legge storica che, quando diminuisce il potere dell'autorità centrale, alzino la testa i potentati locali. Mentre alzavano la testa gruppi fortemente militarizzati su base religiosa che spostavano altrove il baricentro della politica (si pensi agli ordini dei Templari, degli Ospitalieri, all'ordine Tetutonico).
Così nel Sacro Romano impero, alla carenza di potere politico centrale si contrappose la crescita di potere delle leghe fra città (soprattutto quelle mercantili). Così, ad esempio, la "Lega anseatica" (una associazione tra circa un centinaio di città marinare del Baltico e del mare del Nord) esercitò un vero predominio commerciale e politico nella zona baltica esautorando il sovrano di Danimarca.
Così gli svizzeri, dopo lunghe lotte con gli Asburgo (tra il 1291 ed il 1315) si resero indipendenti.
Gli Asburgo (che fra il 1308 ed il 1437, non avevano mai conseguito la dignità imperiale) consolidarono il loro dominio sull'Austria, la Carinzia, il Tirolo impadronendosi della città e del porto di Trieste (che divenne la loro porta di accesso al mare).
Nel 1308, il Lussemburgo, con Enrico VIII, ottenne la corona imperiale che restò appannaggio dei suoi successori. Gli imperatori della casata cercarono, alla pari degli Asburgo, di consolidare il proprio dominio allargandolo alla Boemia e trasformando Praga in una splendida capitale.
Nel 1437, alla morte dell'imperatore Sigismondo, la corona passò finalmente agli Asburgo (in quanto Alberto II d'Asburgo era genero di Sigismondo) e gli Asburgo la mantennero fino al 1806 (40). Nell'occasione della elezione imperiale gli Asburgo estesero i loro domini alla Boemia ed all'Ungheria; anche se bisogna ammetterne il lato positivo dal momento che essi sarebbe stati in grado di opporsi validamente ai Turchi, nel frattempo stanziati nei Balcani.
Nel Trecento si formò il regno di Polonia e, alla fine del '300 la sua monarchia si trasformò da ereditaria in elettiva.
Nello stesso periodo (XV secolo) si formò lo Stato della Russia sul centro di gravità del Principato di Mosca. Il principe Ivan III il Grande ne fu il primo Zar. E nei successivi due secoli i principi di Mosca furono in grado di consolidare l'unità politica del Paese nonostante dovessero lottare con i grandi proprietari terrieri (i boiari).
La ventata di rinnovamento interessò, in primo luogo, la Francia meridionale (cioè la Provenza).
In Provenza il rinnovamento prese le mosse dal catarismo in quanto la struttura socio-politica si era dimostrata particolarmente sensibile e favorevole alla struttura religiosa ed organizzativa Catara.
In Spagna la lotta per lo Stato nazionale si era polarizzata sulla guerra al Califfato di Cordoba; l'indipendenza degli Svizzeri intorno alle rappresentanze dei quattro cantoni storici.
In Francia le istanze autonomistiche si concentrarono intorno alle lotte di religione. In embrione si trattava delle stesse problematiche che, nei due secoli successivi, avrebbero dato vita alla Guerra dei Cent'anni ed alla assunzione di autonomia nei confronti dell'Inghilterra, autonomia che avevano perso per le vicende connesse alla situazione del dopo Guglielmo il Conquistatore.
Lo stato nazionale di Francia per il momento era di là da venire e le problematiche del rinnovamento non erano uniformemente sentite né le soluzioni uniformemente distribuite su tutto il territorio francese.
Infatti nel nord della Francia la monarchia era stretta tra gli inglesi (e il 25 ottobre 1415 - in piena Guerra dei Cent'anni - Enrico V avrebbero pesantemente battuto la cavalleria francese ad Azincourt), ed i loro alleati interni: Borgognoni e Armagnacchi. La monarchia francese portava il titolo reale ma era isolata ed estromessa anche dall'Ile de France e dalla stessa città di Parigi. Essa non potette fare altro che accettare il gioco della Chiesa di Roma, unico alleato possibile, ma parte "forte", nel tentativo di creare uno "stato" nel senso nuovo del termine.
Diversa era la situazione nel mezzogiorno provenzale (vale a dire in Linguadoca, cioè nella fascia mediterranea compresa ad tra il Rodano ad oriente ed l'Aragona ad occidente). Qui il potere del sovrano era assente mentre l'autorità locale era nella mani di una nobiltà potente quanto autonoma, da un lato, e dei rappresentanti della Chiesa di Roma, dall'altro.
Per parte sua la Chiesa dei secoli XIII e XIV aveva due distinti grossi problemi: il primo interno al proprio ordine, vale a dire la corruzione ecclesiastica (a sua volta determinata dalla avidità dei beni materiali); il secondo esterno, per l'eresia ereditata dai secoli precedenti.
Unici alleati possibili i due Ordini mendicanti - quello dei francescani e quello dei domenicani - che di fatto dovettero contrastare sia la corruzione che l'eresia.
Per il vero essi si integrarono al meglio divenendo tra di loro complementari. A sorreggere il Laterano pericolante furono chiamati i seguaci sia di S. Francesco, che S. Domenico (41). E non a caso Dante li chiama, alla latina, "principi" (42).
Ebbe inizio così, nella Linguadoca, la resa dei conti con la corruzione ecclesiastica che non mollava nonostante il malcontento popolare.
Ma andiamo con ordine.
Fu facile ai Catari, partendo dal malcontento nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, conquistare posizioni di prestigio e adepti soprattutto nell'ambito della locale nobiltà (ad esempio il conte di Tolosa) sicché il Catarismo (cioè gli Albigesi) poté per quasi due secoli essere presente nonostante l'opposizione della Chiesa di Roma.
Abbiamo detto che gli Albigesi furono agevolati dal concorso di due circostanze: il consenso popolare e l'aiuto della nobiltà che, in un certo qual modo, fece da scudo anche a rischio di gravi sanzioni ecclesiastiche (43).
I Catari, ufficialmente, scomparvero dalla scena storica francese solo alla fine del XIV secolo, per una martellante e colossale azione di propaganda di francescani e domenicani, ma soprattutto grazie alla violenza di una crociata ed è l'unico caso di una crociata indetta contro altri cristiani, per quanto eretici.
La crociata contro gli Albigesi, indetta da papa Innocenzo III allo scopo di estirpare l'eresia catara dai territori della Linguadoca, andò avanti tra efferatezze di ogni genere, fu tra il 1209 e il 1229.
Ad onor del vero non si arrivò direttamente alla crociata: essa fu preceduta da un'azione propagandistica iniziata sotto Papa Lucio II che operò vari tentativi di conversione attraverso i domenicani.
L'inevitabile accadde con il successore di Lucio, Innocenzo III, che probabilmente ordì o profittò del casus belli: l'uccisione di un legato pontificio (1209). Venne così lanciata la vera e propria Crociata guidata da Arnoldo, abate di Citeaux.
Gli Albigesi si ribellarono all'impiego della forza e per alcuni, furono protagonisti di una guerriglia contro le truppe reali. Questo fina a quando, nel 1229, Raimondo VII, successo a Raimondo VI, scese a patti con Luigi IX re di Francia, abbandonando i Catari al loro destino.
Sebbene militarmente stroncati e perseguitati dall'Inquisizione, gli Albigesi tentarono ancora tre volte di rovesciare la situazione, nel 1240, nel 1242 e nel 1245. Prontamente affrontata (e inevitabilmente sterminata) la corrente ereticale andò spegnendosi.

Note:
19. In effetti un Papa mancò del tutto.
20. Numaziano era il secondo antipapa della storia del Cristianesimo, dopo Sant'Ippolito. Alcuni studiosi ritengono che Numaziano fondò anche una Chiesa novazianista, denominata Chiesa dei Santi.
21. I "lapsi" si dividevano in: "Libellatici", che si erano procurati documenti che attestavano, falsamente, che avevano sacrificato agli dei romani; "Sacrificati", che avevano veramente sacrificato agli dei; "Turificati", che avevano bruciato l'incenso agli dei; "Traditores", che avevano consegnato le Sacre Scritture alle autorità romane.
22. Il "Montanismo" fu un movimento pentecostale diffuso da Montano e dalle seguaci Massimilla e Priscilla, alla metà del II secolo, nella regione della Frigia (attuale Turchia) e poi in tutta l'Asia minore e in Africa.
23. È il Padre, sotto il nome di Figlio, che ha predicato, ha sofferto ed è risuscitato. I cristiani ortodossi diedero per questo motivo ai sabelliani il soprannome di patripassiani, quelli che credono che il Padre abbia sofferto sulla croce per noi. Furono anche soprannominati modalisti, perché le tre persone della Trinità sono da essi ridotte a semplici modi di espressione.
24. Paolo di Samosata fu condannato nel concilio di Antiochia, verso il 268.
25. Tra questi concili ricordiamo quello di Milano del 355, quello di Arles del 353, quello di Beziers del 356, ecc.
26. Fra i più illustri esiliati di questo periodo si devono segnalare, insieme con il papa Liberio e lo stesso Atanasio, due santi molto venerati in Occidente: S. Eusebio di Vercelli e S. Ilario di Poitiers. Persino il venerando Osio di Cordova, nato nel 258 e vescovo dal 295 che aveva quasi cento anni.
27. Dal nome di Macedonio, vescovo di Costantinopoli, uno dei loro capi più eminenti, deposto nel 360.
28. All'estremità della scala delle opinioni si trovavano gli ariani puri, i quali sostenevano che il Verbo era dissimile - anomoios - dal Padre. Questi sono conosciuti sotto il nome di anomei. Infine, tra i due opposti si ergeva l'opinione di Acacio di Cesarea, secondo il quale si doveva dire semplicemente che il Verbo è simile - omoios - al Padre, senza precisare che gli è simile nella sostanza. I sostenitori di questa teoria furono perciò detti omei.
29. Docetismo.Terminologia cristologica derivata dal greco dokein, cioè "apparire". Si riferisce alla convinzione che l'umanità e le sofferenze di Gesù Cristo fossero più apparenti che reali. Secondo i docetisti, in Gesù Cristo non potevano essere simultaneamente presente sia il Bene che il Male, rappresentato dalla carne. Allora Cristo avrebbe dovuto avere un corpo solo apparente oppure etereo e quindi Egli non sarebbe potuto nascere dalla Vergine Maria, né morire, né resuscitare, né infine ci sarebbe il corpo di Cristo nell'eucarestia: il tutto insomma sarebbe una pura illusione dei sensi. Non si segnalano capostipiti di questo pensiero, che apparve più volte durante la storia del cristianesimo. Si sviluppò come un pensiero collaterale degli gnostici, preoccupati di rimuovere lo scandalo della crocefissione. In altre parole, da Simon Mago in avanti, si formulò il concetto che il Cristo non aveva sofferto sulla croce, o perché era stato sostituito da qualcun altro (per esempio Simone Cireneo) o perché tutto l'episodio del Calvario era stato un'illusione.
Propugnatori della dottrina docetica sono i più famosi maestri gnostici, come Saturnino. Cerdo, Basilide, Valentinom Tolomeo ma anche eretici come Marcione, Apelle, Bardesane, Giulio Cassiano, gli Elcasaiti, i Manichei, i Priscillianisti, i Pauliciani, i Seleuciani, i Bogomili ed i Catari.
30. È difficile accertare se il nome fu preso da presunto fondatore del movimento, il prete Bogumil Bogomil, (Bulgaro: поп Богомил - 'поп' [pop] significa letteralmente prete, padre) oppure se egli avesse assunto il nome dopo i averlo dato alla setta. La parola è una traduzione diretta in slavo di "Massaliani", il nome Siriano di una setta corrispondente setta Greca degli Euchiti o adelfiani. Infatti i Bogomili si identificano con i Massaliani nei documenti slavi del XIII secolo, la cui etimologia è la stessa del nome greco Teofilo, vale a dire "amato da Dio".
A Bogomil fanno riferimento menzione alcuni documenti, tra cui un lavoro del vescovo Cosma, risalenti al regno di Pietro, zar dei Bulgari tra il 927 ed il 969. E perfino quest'ultimo monarca lasciò una personale testimonianza scritta sul nascente movimento in due sue lettere indirizzate, intorno al 940, al Patriarca di Costantinopoli, Teofilatto, con relativa risposta del prelato, il quale definì il bogomilismo come un'eresia neomanichea.
Nel 1014, la Bulgaria occidentale fu invasa dalle truppe bizantine dell'imperatore Basilio II Bulgaroctono (976-1025), ma così facendo, il bogomilismo poté diffondersi in tutto l'impero d'oriente.
Al 1118 risale l'incauta predicazione di Basilio, capo dei bogomili. Invitato ad esporre le sue idee davanti all'imperatore Alessio I Comneno (1081-1118), si espresse liberamente. Sfortunatamente per lui, nascosti da una tenda, gli scrivani di corte trascrissero ogni sua parola. L'allocuzione venne analizzata successivamente dai teologi e questi convinsero facilmente l'imperatore a far imprigionare Basilio. L'imperatore, esperto teologo lui stesso, fece varie visite a Basilio in prigione per convincerlo ad abiurare, ma avendo solo ricevuto dei dinieghi, lo fece condannare al rogo. Il tutto venne descritto nell'"Alessiade", scritta dalla figlia dell'imperatore, Anna Comnena e nella "Panoplia dogmatica", redatta dal monaco Eutimio Zigabeno, che chiamò i bogomili sprezzantemente fundagagiti o fundaiti, cioè vagabondi.
31. Un concetto simile alle dottrine gnostiche o marcioniste.
32. Imperatore d'Oriente tra il 718 ed il 775.
33. Il battesimo spirituale, che poteva essere dato una sola volta nella vita, e rifiutavano le festività ecclesiastiche e la maggior parte delle preghiere, escluso il Padre Nostro, l'unico da loro accettato e recitato ben otto volte il giorno.
34. Soprattutto il primo testo è stato considerato la base dottrinale della setta, ma anche del catarismo: fu portato dalla Bulgaria in Italia da Nazario, vescovo cataro di Concorrezzo e divenne il "secretum" (libro segreto) degli Albigesi.
35. Costantino (Silvano) di Manamali (morto nel 682). Costantino era nato a Manamali, un paese vicino a Samosata e si soprannominò Silvano da Silas (uno dei compagni di San Paolo, con cui era stato imprigionato a Filippi). In seguito alla persecuzione scatenata dal primate Narsete III (640-661), egli fuggì sul Mar Nero per fondare la prima comunità pauliciana nel 655 circa a Kibossa, vicino a Colonia, nel Ponto (regione della Turchia nordorientale) e predicò per circa 27 anni, soprattutto nel Ponto ed in Armenia, finché nel 682 circa fu arrestato, su ordine dell'imperatore Costantino IV Pogonato (668-685), da parte dell'ufficiale imperiale Simeone, diventato lui stesso, successivamente, un capo pauliciano. Condannato per eresia, Costantino fu immediatamente lapidato a morte.
36. Per il fatto che Costantino, il fondatore era nato a Manamali, vicino a Samosata.
37. Vale a dire i discepoli del "piccolo Paolo", ma non si sa né si è mai saputo a chi si facesse riferimento.
38. Celibi, astemi e vegetariani.
39. Però dal 1452 l'impero divenne, di fatto, appannaggio degli Asburgo, grazie ai loro vasti possedimenti personali.
40. Quando Napoleone I soppresse il Sacro Romano Impero.
41. Con canonizzato nel 1234, si realizzava la profezia di Gioacchino da Fiore per la quale la Provvidenza avrebbe suscitato, a sostegno della Chiesa, due uomini che l'avrebbero degnamente guidata.
42. Dove il vocabolo latino sta per "princeps", cioè capo, condottiero. È evidente che per il poeta, la santità è sempre dura battaglia. Nel canto XI del Paradiso (versi da 35 a 39) il Poeta afferma: due principi ordinò in suo favore, / che quinci e quindi le fosser per guida. / L'uno fu tutto serafico in ardore [S. Francesco]; / l'altro [S. Domenico] per sapienza in terra fue / di che rubica luce uno splendore.
43. Nonostante l'intenso lavorio intellettuale degli Albigesi, attestato da moltissime dispute pubbliche e dalla stima che conseguirono da Bernardo da Chiaravalle, i Catari non hanno lasciato dietro di sé né grandi né numerose opere letterarie. Per il vero oggi non possiamo sapere se le carenze furono determinate dalle distruzioni postume o se scrissero poco. Sta di fatto che della letteratura catara restano due opere: un rituale latino-provenzale e il Libro dei due Principi.