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I MISTERI DEL DILUVIO NELLA STORIA E NEL MITO
di Stelio Calabresi
per Edicolaweb


INTRODUZIONE

Cosa significa il termine "Diluvio"
Chiedersi cosa possa significare la parola "Diluvio" appare come una domanda oziosa. Tuttavia la risposta è meno scontata di quanto si possa pensare.
Quando si parla di Diluvio, si fa una gran confusione: in genere si ritiene che "diluvio" sia sinonimo di grandi ed improvvise piogge torrenziali e suoni esattamente come un innalzamento improvviso del livello dei mari.
Se siamo dei "catastrofisti" siamo naturalmente portati a pensare che, almeno una volta, la pioggia abbia fatto innalzare il livello delle acque al punto da sommergere tutte le terre. Ma questo è semplicemente impossibile: sulla Terra e nell’atmosfera non esiste la quantità d’acqua necessaria.
Allora? Cosa fu il Diluvio? una pioggia torrenziale protratta nel tempo? o un'ondata (o più di un'ondata) che travolse tutto lasciando in vita pochissimi sopravvissuti?
Quando ci poniamo la domanda in questi termini, dobbiamo Innanzi tutto chiarire cosa intendiamo per "tutto". Se stiamo in una barca "tutto" è il mondo che circonda la barca (costa, altre barche); ma questo "tutto" sarà in basso o in alto, a seconda di quello che riusciamo a percepire e dipende dell’altezza alla quale ci avrà portato l’onda. Naturalmente più l’onda sarà alta, più esteso sembrerà il nostro "tutto" che potrà essere inghiottito dal mare in qualsiasi momento, scomparendo alla vista.
"Tutto", in altri termini, corrisponde al prodotto del nostro egocentrismo: quando la barca scende nel cavo dell’onda, preferiamo pensare che il mondo sia stato inghiottito dalle acque piuttosto che il nostro io abbia seguito la risacca. Ma potrà anche essere il prodotto di un evento consumatosi altrove (1) (ad esempio uno Tsunami, sebbene anche lo Tsunami potrà essere un evento relativo).
Proseguendo su questo metro di ragionamento ci accorgiamo che il nostro assolutismo ci ha infilati in un "cul de sac" sia in senso assoluto (2) che in senso relativo (3).
Non c’è dubbio: debbo sforzarmi di precisare i limiti nei quali intendo muovere la mia indagine al di qua (e non al di là dei facili assolutismi).

Acqua e Diluvio
Anche se il Diluvio per noi è rimasto un mito (almeno a livello inconscio), resta il fatto che la favola ha assunto connotazioni assurde: come si fa a pensare che sia piovuto tanto da portare una nave di 110 metri di lunghezza ben al di sopra dei tremila metri del Monte Ararat?
Eppure non vi è dubbio che nella Bibbia il diluvio sia stato un’invasione di acque nel contempo in forma sia di inondazione che di alluvione.
In "... quel giorno si riversarono tutte le fonti del grande abisso (Acqua dal basso: inondazione) e si aprirono le cataratte del cielo" (Acqua dall'alto: alluvione).
Eppure molti ritengono assodato che la nave sia là, sull’Ararat.
Invero la circostanza che ci sia oppure no è ininfluente: il solo fatto che si continui a parlarne, che ci si ostini a cercarla, secondo me, attesta in maniera inequivocabile che in determinato momento è successo qualcosa molto al di fuori degli schemi del nostro ragionare, qualcosa di molto "particolare".
C’è stato un momento in cui anch’io ero convinto che tutto fosse andato come descritto nel Genesi; così mi si era ficcata in capo l’idea di raccogliere i racconti del diluvio in quanto "miti".
Ma dopo averne trovati più di un centinaio, mi resi conto che forse era il caso di fare una verifica della mia idea di partenza: la parcellizzazione dell’idea di fondo rischiava di farmi perdere di vista il quadro d’insieme.
È bastato questo per farmi comprendere che, nella storia del nostro pianeta, ci sono stati almeno due momenti di crisi generali, due stragi mostruose.
La prima non ebbe né sopravvissuti né testimoni: ebbe per protagonisti i dinosauri e si verificò verso la fine del cretaceo.
La seconda si verificò, più o meno, nel pleistocene quando ebbe per protagonisti sia gli uomini che la megafauna (come mammuth, tigri dai denti a sciabola, cervi giganti e così via).
Orbene: quando si verificò questa ecatombe (la "overkill" degli gli scienziati americani) si era, più o meno 12.000 anni fa; l’uomo era presente e probabilmente aveva la capacità di gestire i propri ricordi e, quindi, di rendere testimonianza.
Questo nuovo atteggiamento mentale mi portò alla conclusione che era necessario capovolgere completamente l’assunto di partenza nel senso che quello del diluvio era forse tutt’altro che un mito. Per la precisione, sembrava si trattasse di uno o più eventi storici ben celato nelle pieghe del tempo sotto la forma di mito.
Compresi allora che, nel cosiddetto mito biblico del diluvio si nascondeva molto più di una favola per quanto mi rendessi conto che si può parlare di "diluvio" partendo da angoli visuali diversi approdando a risultati del tutto dissimili a seconda che ne trattiamo sotto un profilo esoterico, storico, archeologico e, perché no, di mitologia comparata.
In effetti non era la sola Bibbia ad occuparsi del diluvio: tutti i testi sacri di questo mondo, tutte le teogonie avevano un loro "diluvio", comunque lo chiamassero e chiunque ne fosse stato il protagonista o il sopravvissuto.
I lettori di romanzi gialli sanno perfettamente che una coincidenze resta una coincidenza, ma che due coincidenze fanno un indizio e... che tre indizi (aggiungo io) fanno... una prova. Figuriamoci quando le coincidenze cominciano ad essere alcune centinaia!
Il primo problema divenne allora quello di capire e spiegarmi il perché di quell’aggettivo "universale" che qualificava il sostantivo "diluvio".
Quale era la geografia del diluvio? Il diluvio aveva sommerso una parte della terra o tutta le terra? O si doveva andare a guardare oltre il pianeta Terra o cosa?
La qualificazione della universalità del fenomeno doveva significare che lo stesso - qualunque cosa fosse stata - doveva, in un modo o nell’altro, aver interessato simultaneamente il nostro pianeta in maniera globale o quanto meno per più o meno una larga parte di esso.
Ma non basta.
Di un tale evento dovevano essere restate delle prove, ben nascoste certo, ma reali: dove stavano?
E ancora: qual era la geografia del diluvio e del dopo diluvio? Quanto era durato? Quali e quanti furono i sopravvissuti?

Diluvio ed esoterismo
Non v’è dubbio che il diluvio nasconda sotto l’aspetto mitico, una altissima significazione esoterica. Non a caso, è riconducibile al tema della rinascita sia della natura che di una umanità rinnovata.
Nella filosofia esoterica e specificamente nella iniziazione il neofita, per passare al ruolo di adepto, deve oltrepassare la soglia della morte rituale in modo da presentarsi purificato, rinnovato al dispiegarsi dei misteri.
Questa è la regola base dell’esoterismo, ed è propria di tutte le credenze misteriche (dai misteri dell’antica Grecia, a quelli egizio-isiaci, a quelli mitraici, alle iniziazioni massoniche dei giorni nostri).
Ma alla rinascita non partecipa solo il neofita che si accinge a divenire adepto: del processo di rinascita è parte integrante anche la terra, utero e sede della prima materia, che si deve presentare "rinnovata" all’apertura della Grande Opera.
Il diluvio allora si presenta come una sorta di battesimo dell’acqua, un atto di purificazione.
Ci ricorda Furio Jesi che "La necessità di passare attraverso la morte, annunciata dai miti del diluvio, e ribadita dai rituali iniziatici, è propria della paradossale dinamica del Sacro che penetra e trascende la vita e la morte" (4).
In tal modo, nella storia esoterica dell’umanità primordiale, il diluvio simboleggia l’istante della morte "necessaria" perché l’eletto (che galleggia in una sorta di liquido amniotico ed è archetipo dell’uomo rigenerato) possa dirsi "adepto", cioè "conquistato", capace e degno di penetrare i sacri misteri.
In tal senso non è sfuggito al simbolismo numerico e concettuale.
In particolare si pensi:
  • al mistico numero 7 della Cabalah (si ritrova nei miti connessi alla bibbia ed ai testi assiro-babilonesi) con i numeri connessi che comunque si collegano al numero 7 (5);
  • all’alternarsi di morte e vita: perché, se è vero che "Nel racconto del Diluvio Universale prevale l'idea del castigo Divino..." è anche vero che ne scaturisce "...la speranza che alla dissoluzione e alla morte succede nuova vita. La morte di miriadi di organismi primitivi prepararono l'ascensione dell'umanità";
  • alla Arca ed alla rinascita; l’arca è come la madia del pane, un evidente e chiaro segno di rigenerazione, rinascita; corrisponde concettualmente al Carro di Dionisio, al Carro del babilonese Nabo, ma anche alla nave di Hu-Gardan, alla "barca lunare" druidica, alla "barca solare" egiziana.
L’Arca, nella lettura massonica, è collegata al giusto peso, al giusto numero ed alla giusta misura.
Ne riparleremo tra breve a proposito del mito accadico di Ut-na-pishtim.
Nel mito biblico il Genesi introduce la figura di Noè con le parole del padre Lamech: "Questi sarà nostra consolazione nel lavori e nelle fatiche delle nostre mani in questa terra, che è stata maledetta dal Signore" (Gen. V, 29).
Noè è dunque colui che è atteso, colui che porta aiuto nel duro lavoro giornaliero sulla materia.
Del resto nello stesso racconto esistono ancora numerosi aspetti simbolici. Si pensi al simbolismo del corvo, dell’altare e della maledizione di Cam.
Quanto al "corvo", esso è presente sia nella versione ebraica (dove torna all’arca quando le acque non si sono ritirate) che nella versione assira (nella quale invece non torna perché trova carogne di cui cibarsi). Nella versione assira peraltro l'eroe (Ut-Napishtim) manda anche una colomba ed una rondine; mentre la rondine manca nella versione biblica).
Orbene il corvo era visto dagli ebrei in modo ambivalente: nel Deuteronomio è considerato immondo (6) mentre in I Re (7), i corvi nutrono il profeta Elia.
Quanto all’"altare" sono evidenti le connessioni con il simbolismo massonico.
Noè è il primo uomo ad innalzare un altare, cioè un manufatto, frutto del lavoro sulla materia, dedicarlo al culto, cioè al dialogo con l'Eterno. L'altare in pratica è la pietra cubica nella versione di pietra grezza non lavorata dall'instancabile lavoro dello scalpellino.
In Gen. XXXV, 14 è descritto un rituale di consacrazione dell'altare, (lo effettua Giacobbe che vi provvede mediante libagioni di vino e spargimento d'olio sulla pietra non violata dal ferro).
Questo tratto ci fa tornare a Noè e si legge: "E Noè, che era agricoltore, principiò a lavorare la terra, e piantare una vigna" (Gen. IX, 20).
È a questo punto che nel racconto del Genesi si inseriscono i primi Misteri; sono presenti, infatti gli strumenti dell'Ars Massonica, quali l'ascia, il regolo, il compasso, la pialla ecc.
Ma mi riferisco soprattutto all'episodio della nudità di Noè, alla "scoperta da parte di Cam" di questa nudità determinata dall’ebrietà del vecchio Patriarca, ed al comportamento, rituale e mistico, di Sem e Jafet, che procedendo voltati all'indietro, velano con un mantello le nudità paterne: trasparente simbolo di un'avvenuta violazione e di una successiva ripristinazione di quelli che sono stati chiamati i "Misteri" di Noè.
Il fatto viene narrato in questi termini:

"E avendo bevuto del vino si inebriò e si spogliò dei suoi panni nel suo padiglione. E avendo veduto Cam padre di Canaan, la nudità del padre suo, andò a dirlo ai suoi fratelli. Ma Semi e Jafet, messosi un mantello sopra le loro spalle, e camminando all'indietro, coprirono la nudità del padre, tenendo le facce rivolte all'opposta parte e non videro la sua nudità" (Gen. IX, 21-23).

L'interpretazione dei tre versetti è quanto mai dubbia: in effetti non si comprende se la "maledizione di Cam" derivi dall'essere andato al padiglione del padre ovvero dal fatto di non aver provveduto a coprirlo (cosa che fanno Sem e Jafet) ovvero, ancora, dall’aver rivelato ciò che aveva visto e che doveva restare celato.

Nasce il mito del Diluvio
Nel racconto biblico Dio, com'è noto, è stanco della malizia degli uomini e decide di sterminarli; tuttavia svela a Noè, uomo giusto e perfetto tra i contemporanei, il Suo disegno del diluvio.
Si rivolge a Noè dicendo: "Fatti un'Arca di legni piallati; tu farai nel l'Arca delle piccole stanze e la vernicerai di bitume di dentro e di fuori" (Gen. VI, 24)
Si delinea così una netta separazione fra la stirpe di Caino, perché con Tubalcain è "maestro di lavori febbrili"; Noè, della stirpe di Seth, è "falegname e carpentiere". È a quest'ultimo che Dio concede fiducia; si rivolge a lui e gli espone un Progetto particolareggiato: "Fatti un'Arca, la lunghezza dell'Arca sarà di trecento cubiti, la larghezza di cinquanta cubiti, l'altezza di trenta; farai nell'Arca una finestra, e il tetto dell'Arca lo farai che vada alzandosi fino ad un cubito; farai poi da un lato la porta dell'Arca; vi farai un piano di fondo, un secondo piano un terzo piano" (Gen. VI, 15-16).
Poi aggiunge:

"E di tutti gli animali d'ogni specie ne farai entrare nell'Arca due, affinché vivano con te maschio e femmina" (Gen. VI, 19)
"Di tutti gli animali mondi ne prenderai a sette a sette, maschio e femmina; e degli animali immondi a due a due, maschio e femmina" (Gen. VIII, 2).

In altre parole Dio rivela all'uomo nozioni specifiche che riguardano il giusto Peso, il giusto Numero, e la giusta Misura.
Indipendentemente dal significato massonico del concetto di "giustezza" è impossibile non rilevare che di numeri e calcoli abbonda tutta la narrazione biblica del Diluvio. Così per la misura dell’acqua diluviale.
L'acqua coprì i monti:

"Quindici cubiti si alzò l'acqua sopra i monti che aveva ricoperto" (Gen. VII, 20).
"E le acque signoreggiarono la terra per centocinquanta giorni" (Gen. VII, 24).
"E l'arca si posò il ventisette del settimo mese sopra i monti d'Armenia" (Gen. VIII, 4).

Ed inoltre:

Solo il primo giorno del decimo mese si scoprirono le vette dei monti; solo dopo quaranta giorni Noè aprendo la finestra dell'Arca, liberò il corvo per sapere se la terra era asciutta (Gen. VIII, 5-7) (8).
Noè aveva seicento anni quando iniziò il Diluvio. Il Signore gli consentì di uscire dall'Arca "L'anno seicentouno di Noè" (Gen. VIII, 13).
"Il secondo mese, al ventisette del mese" (Gen. VIII, 14).

Noè visse ancora trecentocinquanta anni dopo la conclusione del Diluvio, e morì all'età di novecentocinquanta anni.
Mi sembra abbastanza chiaro il senso cabalistico di questa serie.

Il simbolismo nel Genesi
Queste considerazioni mi inducono a sottolineare l’aspetto intensamente simbolico dell’intera narrazione: questo modo di procedere, evidentemente altera il valore "storico" della narrazione, spostandolo su un piano idealistico-simbolico e, più in generale, esoterico.
Tanto per cominciare l'Arca: essa rappresenta il dominio sulle Acque inferiori, ed è il simbolo della dimora protetta da Dio che salvale specie della terra (come hanno rilevato Chavalier e Gheerbrant).
Per Filone d'Alessandria l’Arca rappresenta il corpo dell'uomo; per altri è il ricettacolo della conoscenza sacra (antidiluviana) che Noè ha salvato per i posteri e che è contenuta nella Torà ebraica.
Ma altri significati si nascondono in questo simbolo evidentemente di interesse massonico.
Inoltre l’arca è fatta di "legno di Gòfen" (Gen. VI, 14) cioè di legno resinoso o di acacia (simbolo di rinascita).
E la Vulgata aggiunge "quadrangolare" o "quadrata".
Se pensiamo al significato del quadrato pitagorico diviene evidente che una siffatta Arca finisce col rappresentare la scienza sacra che non deve essere rivelata ai profani. L’Arca in sostanza, di là della sua forma materiale, effettivamente è destinata a racchiudere i segreti iniziatici.
E ancora Dio consiglia a Noè di spalmare l'Arca di bitume dentro e fuori. Anche oggi il bitume è comunemente utilizzato normalmente per calafatare le imbarcazioni.
Ma il "bitume" ha precisi significati simbolici almeno quanto al colore.
Intanto il "nero" è un colore polivalente. Si ritiene comunemente che il nero equivalga ad assenza di colore.
Orbene, forse non è un caso che la pietra impiegata nella costruzione degli edifici sacri sia basalto, diorite o granito nero; per gli Egizi, la divinità unica dell'atto della Creazione si divise a seconda delle funzioni cui ogni parte era destinata e ciascuna aveva un colore proprio del quale penetrò le cose per animarle.
Del resto il nero, in ogni mito, rappresenta il non-manifesto e questo si manifesta in un sistema coerente: cielo/terra, sole/luna ecc.
Il nero è ancor simbolo di fecondità e rappresenta la virilità, la potenzialità.
All’opposto, il nero è al tempo stesso morte e lutto, ma anche rigenerazione. In Egitto Osiride era chiamato Grande Nero e Signore dell'Occidente. Nell’oscurità (nero) dell'Amenti il defunto si rigenera prima di raggiungere la barca di Ra.
In Grecia Dionisio ha riccioli neri, ostenta bacche nere ed uva nera. All’opposto di Osiride, esprime la potenzialità del seme nascosto nella terra nera, ed è legato alle forze oscure dell'inconscio.
Da ultimo ricorderò che il nero è all’origine della parola Alchimia perché si riferisce alla "scienza di Chem", la nera terra dell'Egitto. Non a caso la prima operazione dell’alchimia è la Nigredo, cioè "Opera al Nero".
Tornando al simbolismo dell'Arca abbiamo visto che tutto è giusto: il Peso, il Numero e la Misura. Trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza.
Per Origene trecento rappresenta insieme sia "il pieno" (il numero cento) sia "la Trinità" (il numero tre); cinquanta rappresentano la Redenzione.
Il tetto piramidale dell’arca che si assottiglia rappresenta il numero Uno, (unità di Dio).
Per Isidoro di Siviglia la correlazione analogia fra trenta e trecento è evidente; trecento è pari a sei volte cinquanta e rappresenta le sei età esoteriche del mondo.
Nella Cabala, invece, il "numero trecento" è il valore della lettera "Shin", la ventunesima dell'alfabeto ebraico. Essa rappresenta il triangolo equilatero con perimetro di ventiquattro unità (totale dei libri della Bibbia ebraica).
Nella Cabala, come si sa, ogni lettera dell'alfabeto è anche un numero (9), e viceversa. Così al numero trecento sono associate molte parole e frasi le cui lettere sommate (per riduzione teosofica) danno questo numero (10); D’altra parte il numero cinquanta rimanda alla lettera "Nun", quattordicesima lettera dell'alfabeto ebraico: Nun è in stretta relazione con il secondo ed il cinquantottesimo Nome di Dio della Schernanphoras (11).
D’altro canto il "numero cinquanta" rappresenta le cinquanta porte della conoscenza Cabalistica.
Per canto suo "Trenta" corrisponde alla lettera "Lamed", dodicesima dell'alfabeto ebraico (12). Trenta cubiti era alta l'Arca. Mi sembra superfluo ricordare altri numeri cabalistici del Genesi (Uno; Due; Tre; Sette; Dieci; Ventisette; Quaranta) (13).
Prima di concludere questo paragrafo, dirò del simbolo dell’"Arcobaleno".
Per R. Guenon in generale l’Arcobaleno costituisce un simbolo opposto a quello dell’Arca (che tuttavia completa): ponte fra cielo e terra, esprime il concetto del dominio sulle acque superiori. "Arcobaleno ed Arca" sono le due metà dell'Uovo Cosmico.
L’Arcobaleno è in sostanza, un simbolo ascensionale (il Cristo in gloria è rappresentato spesso in mezzo ad un arcobaleno, simbolo visibile dell'avvenuta riconciliazione tra Dio e l'umanità). Esso rappresenta la chiglia rovesciata della nave, utile come tetto e non più come Arca per galleggiare.

Nota sistematica
Nella trattazione degli argomenti sul diluvio, mi atterrò al seguente schema: al presente capitolo di introduzione, farà seguito il Capitolo I che sarà dedicato all’esame (comparativo) dei miti.
Il capitolo II sarà dedicato all’argomento delle prove del diluvio come fatto storico.
Il capitolo III analizzerà dedicato all’aspetto spaziale dei diluvio (la cosiddetta Geografia del diluvio).
Il cap. IV riguarderà l’aspetto temporale (la durata del fenomeno).
Il capitolo V sarà dedicato ai sopravvissuti, agli aspetti particolari ed alle commistioni di scienza e fantascienza.

CAPITOLO I - I MITI DEL DILUVIO

Il senso del mito: uomo e mito
Edward De Bono (14) afferma che "Un mito offre un modello standard per interpretare il mondo, che non può essere ignorato, perché guardando attraverso il mito, ci si rende conto che la realtà esalta l'evidenza del mito stesso".
Esiste quindi questo stretto legame tra mito e realtà; il mito è l’esaltazione della realtà. E nel mito del diluvio c’è anche di più.
Infatti, quando parliamo di "diluvio" ci riferiamo, contemporaneamente, ad un "remotissimo passato" (mito in senso stretto) ma anche ad un probabile "lontanissimo futuro" (visione escatologica). Tra tutti i racconti di cataclismi che hanno queste due peculiarità entrambe sono ricorrente ma, al tempo stesso, la più affascinante è proprio quello del diluvio.
Eppure, se si tengono nel giusto conto i vari miti dell’antichità, potrebbe sembrare che lo scenario descritto, sia stato solo frutto di fantasiose trame; invece i miti nascondono qualcosa di più tangibile, vero e immanente: qualcosa che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria storica e nell’immaginario collettivo di tutti i popoli del mondo.

Genesi del mito: le sue leggi
Perché un fatto venga considerato "mito" è necessaria la concomitante presenza dei seguenti tre elementi:
  • un fatto;
  • la sua notorietà che lo fa tramandare ai posteri nel senso che, quando diciamo "diluvio" tutti sanno di cosa stiamo parlando. La trasmissione della conoscenza è, agli inizi, orale e successivamente affidata alla scrittura;
  • la coscienza collettiva che quel fatto non appartenga più alla sfera dell’individuale ma sia entrato a far parte del patrimonio culturale comune.
Solo in questo senso le origini dei miti popolari costituiscono un riflesso "delle nostre valutazioni sulle più antiche civiltà esistenti, così come le vediamo noi" (15).
Perciò nel racconto dell’evento mitico si annulla la somma delle conoscenze dei popoli più antichi che hanno iniziato a tramandarlo (sumeri, babilonesi, egiziani ma anche, atzechi, maya ecc.). Esse sono divenute ininfluenti.
Ne consegue che riconoscere valore ad un mito significa riconoscere qualcosa che non corrisponda al nostro normale schema logico sebbene contribuisca a rafforzare la "spirale magica" che presiede alla identificazione del mito stesso.
Il percorso poi di mitizzazione segue regole necessariamente precise: le testimonianze scritte più antiche, infatti, risalgono a non più di sei-settemila anni fa. E, al di fuori delle rivelazioni dell’archeologia, noi non sappiamo molto di ciò che avvenne prima dell’introduzione della scrittura perché i fatti venivano tramandati da bocca a bocca, abbelliti dal tempo, distorti dal succedersi dei ricordi di giorno in giorno sempre più confusi, sempre più erosi dall'iperbole.
Tuttavia - e forse proprio per questo - mi appare perfettamente logico che miti e leggende siano di per sé non siano, non debbano e non possano essere, attendibili sul piano storico-scientifico al punto. Appare, a prima vista, normale che i miti vengano valutati come "...uno sguardo metaforico all'indietro, come un primitivo guazzabuglio di favole...".
Nel mito del diluvio esistono, però, alcuni presupposti necessari: ad esempio è loro caratteristica costante la presenza di un soggetto che conduce l’uomo sul sentiero della civiltà; sia egli Dio, eroe, semidio o superuomo, si pone egli stesso nell’ambito della mitologia e si perde nella notte dei tempi (16).
Perché tutti i popoli hanno alle spalle una storia sacra, una teogonia ed una cosmogonia dove avvenimenti (o serie di avvenimenti) di un passato immemorabile trasformano il caos dei primordi in ordine grazie all'intervento di esseri ritenuti soprannaturali.
Per gli antichi egizi questo potere apparteneva alla dea Maat (dea dell’ordine) e tale circostanza costituiva un modo di organizzare l’apparente caos della realtà quotidiana.
Si verifica, a questo punto, uno sdoppiamento nella personalità dello "ordinatore" divino; il nume "civilizzatore", spesso si diversifica da quella divinità che le cosmogonie individuano come "creatore".
Gli esseri proposti da queste tradizioni presentano caratteristiche che li rendono credibili anche come uomini della realtà nella quale essi si presentano abbelliti, ingentiliti; in una parola "mitizzati".
Il Frazer ci fa osservare che questa operazione di vero e proprio "maquillage" è resa necessaria e risiede nel bisogno di "meraviglioso" (che cova in tutti i popoli), e nella "sacralizzazione" di eventi primordiali e dei loro protagonisti.
In questo modo il mito assume valore di "archetipo" e diviene "modello di ogni cosa" (17).
Brasseur de Boubourg ci ha spiegato chiaramente quale fosse il processo di genesi dei miti: "Nell'oscurità ... dei libri sacri di tutti i popoli del mondo ... la mano dei sacerdoti antichi copriva d'un velo simbolico le origini alle quali dovevano la loro potenza...".
E Gennaro D'Amato ha specificato che proprio nelle "...allegorie mitologiche e nelle leggende religiose ... si mascherano sotto forme strane i ricordi degli avvenimenti e le nozioni scientifiche. Ciò che designa un essere, una figura allegorica, è il suo nome, e di quel nome bisogna capire la significazione per intendere lo spirito dell'allegoria ... Per cercare di capire i fenomeni dell'universo, si fece adorare il sole; ma il Pastore non vedeva nel sole fecondatore se non una delle più visibili manifestazione della divinità".
Ho già detto che il secondo presupposto di ogni mito o leggenda è un fatto, un avvenimento materiale o spirituale per il quale "...ciò che ne è rimasto vive nelle leggende e nelle tradizioni popolari; ... [e] queste ... posseggono ... specie di simbolismo dietro il quale è impossibile delineare le precise linee della storia" (18).
Questo nuovo atteggiamento ha portato alla definizione di vere e proprie leggi che presiedono alla formazione di un mito: la legge della dislocazione o (rilocazone) (19), quella di trasposizione (20), della confusione (21), della distorsione (22), della mescolanza (23) e della manipolazione (24).

Quanti miti?
Mi è stato spesso chiesto: quanti sono i miti del diluvio? Onestamente no lo so; personalmente ne ho trovati circa duecento o poco più. Ma state tranquilli: non ho nessuna intenzione di snocciolarli tutti.
Per quanto riguarda il presente lavoro dovrò limitarvi ad elencare i miti più noti esaminando con accuratezza solo i più importanti.
È evidente, tuttavia, la rilevanza del fenomeno per cui almeno sotto il profilo statistico dovrò tener conto di tutti, compresi quelli che non ho potuto rilevare, motivo per il quale mi servirò dell’esperienza di alcuni critici, tra i quali Peter Colosimo, Graham Hancock e J.G. Frazer.
Ad esempio è stato rilevato che le leggende note sono più di 560; di queste solo 86 sono indipendenti dalle narrazioni mesopotamico-giudaiche e sono così distribuite:

Area Geografica Numero miti
Asia

20

Europa

3

Africa

7

Americhe

46

Australia e Pacifico

10

 

-----------

In totale

86


Il che significa che delle complessivamente 560 leggende considerate ben 474 sono sumero e giudaicodipendenti (anche per un fenomeno di condizionamento culturale dall’esterno) ovvero presentano caratteristiche assimilabili in rapporto al/ai sopravvissuti, al tipo di evento, al tipo di mezzo di salvataggio o ad altri dati nel loro complesso rilevanti.
A mio avviso, esclusa l’ipotesi del plagio vicendevole, questo significa che alla somiglianza del racconto mitico corrisponde una analoga o comune esperienza di vita.
Ma andiamo avanti con i dati statistici riportata nella seguente tabella:

Area
geografica
popolo

Modo di
realizzarsi
del diluvio

Soggetti
divini
ed umani

Soprav-
vissuti

Luogo
della
salvezza

Durata
del
diluvio

Note

Medio
Oriente
Sumeri
Acqua Enlil Ea
Ut-napishtim
(25)
La famiglia
di
Ut-napishtim
Monte
Nisir
7 giorni Barca
cubica
Israele Acqua (26)
fine prima
epoca
  Noè
e la sua
famiglia
animali
Ararat 40 giorni
e
40 notti
Bibbia
Arabia Acqua e
terremoti
Allah Noè Noè e la sua
famiglia
animali
Monte
Al Goudi
   
Estremo
Oriente
Cina (1)
Acqua e
sconvolgi-
mento
planetario
primo Kis
Fa Li e
la moglie
Fa Li e
la moglie
    Si ritiene
che si siano
verificati
10 Kis fino
a Confucio
(27)
Cina (2) Acqua
vento
fine
settimo
sole
         
Chewong
Malesia (1)
Acqua Dio creatore
Tohan
  Terra
sette
   
Malesia (2)
Sarawak
e Sabab
Acqua
fuoco
vento
fine del
settimo
sole
         
Laos e
Thailandia
Acqua Thien
signori
degli inferi
Pu Leng
Khun K’an
Khun K’et
con
bambini e
discendenti
    Zattera
con
casupola
Birmania
Karen
Acqua   Due fratelli     Zattera
Vietnam Acqua   Fratello
e sorella
oltre
animali
    Grande
cassa
di legno
Giappone Acqua
(28)
         
India
vedica
Acqua Vishnu
Manu
Manu (29) Montagna
del Nord
   
Australia
aborigeni
(30)
Acqua          
Aborigeni
(31)
Acqua Serpente
cosmico
Yurlunggur
       
Oceania
Hawaii
indigeni
Acqua Dio
Tangaloa
       
Samoa Acqua   esseri
umani
    Barca
Maori
della
Nuova
Zelanda
Acqua   Waikiki e
Nuku-Kama
     
indigeni di
Nuka-Hiwa
(isole
Marchesi)
Acqua   i salvati
vennero
da un'isola
dell'oceano
     
pigmei
della
Malacca
Acqua Dio Ta-Pedn        
America
Centrale
Aztechi
Acqua
Terzo
sole (32)
Cox Cox
e la moglie
Xochi-
quetzal
Cox Cox
e la moglie
Xochi-
quetzal
Un’alta
montagna
  Grande
barca
Mechoaca-
nesecs
Acqua Texcalipoca
Tezpi
Tezpi
moglie
figli
e flora
    Grande
barca
Maya
Quichè
Acqua Grande Dio
fantocci
di legno
fantocci
di legno
    Popol Vuh
Maya
del
Guatemala
e Yucatàn
Acqua Grande
Padre
Grande
Madre
Grande
Padre
Grande
Madre
     
Toltechi
(Messico)
Acqua   Corcos
e della
moglie
Xochi-
quetzal
     
America
del Sud
Chibcha
(33)
Acqua Bochica
Chia
       
Canari
(34)
Acqua Due fratelli Due fratelli Cima
di una
montagna
   
Guarany
(Bolivia)
Acqua Tupì e
Guarani
       
Brasile Acqua
e
fuoco
Una serie
di eroi (35)
       
Perù Acqua Indio
e lama
Indio
e lama
Monte
Vilca-Coto
  Tiahuanaco
"Divinità
piangente"
Cile
Araucani
Acqua Pochi
indios
Pochi
indios
Monte
Thegtheg
il tonante
   
Terra del
Fuoco
Vamana
Acqua La Luna
Pochi indios
Pochi
indios
Le 5 Vette    
Pehuence Oscurità          
America
del nord
Inuit
Alaska
Acqua e terremoto Pochi
indiani
Pochi
indiani
Vette
delle
montagne
canoe  
Luiseño
California
meridionale
Acqua Pochi
indiani
Pochi
indiani
Vette
delle
montagne
   
Duroni Vari modi         Molti diluvi
Algonchini
Montagnais
Acqua Michabo
Grande
Lepre
Michabo
Grande
Lepre
corvo
otaria
topo muschiato
     
Irochesi Acqua ? ?      
Chikasaw
e sioux
Acqua Una famiglia
ed animali
       
Hopi
Arizona
Acqua
Terzo sole
         
Europa
Grecia (36)
Cataclisma
geologico
4 razze
(oro argento
bronzo ferro)
Zeus
Deucalione
e Pirra
Monte
Parnaso
9 giorni
e
9 notti
Cassa
di legno
Etruria Acqua
Nona di
11 epoche
(37)
         
Galles Acqua Dwyfan e
Dwifach
       
Africa
Egitto
Acqua Thoth       Libro
dei morti
e tomba
di Seti I
Amakona   i salvati
vennero
da un'isola
dell'oceano
       


Il Diluvio Mesopotamico ed Assiro-babilonese
Il mito del diluvio più antico, in assoluto, è contenuto nel racconto dell’epopea di Gilgamesh propria della cultura sumera e di quella acadico-assiro-babilonese.
Al British Museum è conservata una tavoletta proveniente dalla biblioteca di Assurbanipal, che, assieme ad altre, era stata scritta da tal Berosso, sacerdote babilonese di Marduk. Questo Berosso, nel 275 a.C., aveva scritto una storia del suo popolo in parte traducendo in greco un originale assiro. La tavoletta fu scoperta nel 1953 da archeologi britannici: si innestava in migliaia di altre tavolette e frammenti provenienti da Nìnive e contiene la più antica narrazione del diluvio che si conosca.
La prima "lettura" fu data nel 1873 da un studioso di nome George Smith; egli si trovò dinanzi un racconto del diluvio che, a quanto ne sapeva, era tipica della narrazione biblica. La traduzione venne pubblicata dal British Museum in un opuscolo intitolato "The babylonian legend of the Flood" (La leggenda babilonese del diluvio).
Tuttavia i frammenti scoperti non esaurivano la narrazione; la scoperta e la lettura di svariati ulteriori frammenti fece sì che Smith giungesse alla conclusione che le tavolette risalivano all'VIII sec. a.C. e che in realtà erano traduzioni di una ben più antica epica sumerica.
In realtà il mito diluviale assiro-babiolnese coincide esattamente a quello de "L’Epopea di Gilgamsh".
Ma dall’esame del testo sumerico si rivelano sorprendenti assonanze con l'episodio biblico; Ut-Napishtim (o Utanapishtim) è l'omologo di Noè, al quale si collega anche per le azioni che entrambi compiono (38).
Da dove nasceva la leggenda? A questa domanda, che è di rito, né i Sumeri né i loro epigoni avevano alcuna possibilità di fornire una di spiegazione.
Per tutti ogni spiegazione rimase confinata nell'ambito della religione e dell’etica: il diluvio nasceva dalla volontà divina di punire gli uomini annientandoli. Da questo atteggiamento vendicativo, tipico di una personalità umana, nacque l'immagine dell'arca intesa come rifugio per ogni forma alla quale doveva essere garantito un futuro e la sopravvivenza (39).
Sotto un profilo generale è certo che le grandi catastrofi, nelle relativamente piccole comunità, provochino periodi di regresso civile e abbrutimento culturale.
È, però, vero anche il contrario: così i Sumeri compaiono improvvisamente sulla scena della storia dopo il disastro del diluvio. Viene da pensare che essi rivestano quel ruolo che altri attribuiscono agli atlantidi: i sumeri corrispondono ai sopravvissuti del diluvio e sono eredi e portatori di un antico sapere?!
Secondo i Landsburg nel racconto di Ut-Napishtim le prove in tal senso sono schiaccianti: "Di oltre 60.000 tavolette e frammenti portati alla luce negli ultimi cent'anni molte non sono state ancora tradotte, ma quelle decifrate mostrano un preciso sforzo di veridicità".
In breve ecco la legenda narrata nella "Epopea":

Gilgamesh, è un principe sumero di Lagash ma è anche un semidio; egli rifiuta la morte come epilogo della vita e parte alla ricerca della immortalità (40). Durante le sue peregrinazioni incontra un vecchissimo Ut-Napishtim, suo antenato. Incalzandolo di domande (Tav. X), riesce a farsi narrare la storia del diluvio (Tav. XI) che lo aveva visto protagonista.
Nelle righe da 25 ad 88 della tav. XI Ut-Napishtim descrive la costruzione dell’arca, il carico di persone ed animali "seme di tutte le creature viventi" ed il faticoso varo (41).
In una sorta di visione dantesca il Noè sumero racconta dell’immane distruzione che ne segue mentre l’Arca galleggia in acque tempestose: "Appena spuntò l’alba, all’orizzonte una nuvole nera ... (42)" "... Il vento del sud si affrettò per immergere le montagne nell’acqua ..." (43).
Dopo sei giorni e sette notti...
... "il diluvio cessa la battaglia dopo aver lottato come una donna in doglie (44) e l’Arca si incaglia sul Monte Nisir" (?).
La collera degli dei si placa e Ut-Napishtim abbandona lo scafo della salvezza effettuando un sacrificio di ringraziamento agli dei.

Però.... la somiglianza non è limitata a quanto narrato nelle storie di Ut-Napishtim e di Noè perché quasi tutti gli altri popoli della zona eurasiatica ricordano catastrofi simili e degli scampati che sono destinati a perpetuare la specie dando vita ad un genere umano rinnovato e purificato dall’acqua. Storia... mito o ancora una coincidenza di natura esoterica?
Il racconto è vivido ma né Ut-Napishtim né Gilgamesh si pongono il problema del perché gli dei volessero distruggere l’umanità (45). I mitografi sumeri si limitavano ad accettare il fatto senza chiedersi il perché. Lasciarono ogni indagine sui motivi nel mistero (esoterico) (46).
Per Landsburg quella di Ut-Napishtim è una vera e propria cronaca; le prove che ne furono protagonisti proprio i Sumeri appaiono schiaccianti: "Lo stesso racconto si può dedurre da oltre 60.000 tavolette e frammenti portati alla luce negli ultimi cent'anni. Molti non sono stati ancora tradotti, ma già ora quelli decifrati mostrano un deciso sforzo di veridicità".
Un'analisi accurata dei testi mitici dimostra che il racconto è stato costruito su tre punti: la rigenerazione degli esseri, la lotta fra il bene e il male e le acque come principio delle cose.
Infatti l'origine di molti dei e molte ipostasi della divinità nascevano proprio dalle acque.
I sopravvissuti in pratica sono il prodotto della rigenerazione mediante l’acqua (47).
La versione sumerica del diluvio non fu l’unica versione mesopotamica pre-biblica. Esiste una versione accadica, parimenti su tavolette di argilla, dal titolo di "Atram-hasis" della quale il protagonista è "Zi-U-Sudra".

Il Diluvio del mito accadico (Atram-hasis)
La variante arcadica è importante perché introduce una notazione temporale sulla data della composizione e sul nome dell’autore (!!): sull’ultima tavoletta è scritto: "seconda tavoletta. Per mano di Ellit-Aya, lo scriba inferiore (48). Mese di Shabbat, ventottesimo giorno, anno nel quale Ammisa-duqa, il re, costruì il forte Ammisaduqa alla foce dell'Eufrate" (49);
In questa versione il predestinato alla salvezza, in luogo di Ut-Napishtim, è Ziusudra, che aveva riportato alla luce certi libri sacri sepolti nella città di Sippar prima del diluvio.
Anche le caratteristiche fisiche dell'Arca sono diverse: si tratta di un cubo di centoventi cubiti per lato, con sei (e non tre) ponti. Calafata col bitume, accolse come al solito il protagonista insieme ad animali, servi e tesori.
Con l’"Atram-Hasis" si completa il passaggio a quel modello che del diluvio ebbe il XIX sec.: Il diluvio biblico.
Allora si lavorava sul racconto biblico escludendo qualsiasi punto di contatto con un evento specifico. Ma, a differenza di quanto comunemente si crede, il Diluvio - ovvero la "catastrofe" per antonomasia - non è una caratteristica peculiare della tradizione sumero-giudaico (50).

Il Diluvio biblico
Secondo in ordine di compilazione è il diluvio biblico, la cui narrazione si accompagna a tutta una serie di notizie date per interpretative come il Genesi Rabba (51).
Nella sostanza la narrazione biblica, con i dovuti aggiustamenti di persona, ripropone una parziale nuova edizione del mito accadico-sumerico.
Stavolta l’Arca ha una forma di nave più adatta alla navigazione in acque tempestose; Ut-Napishtim è divenuto Noé. Vero elemento di novità è quello dell’introduzione delle motivazioni: Jahvè non è più contento del risultato della sua opera come dimostrano svariati passi della mitologia ebraica pre-biblica.
Decide quindi di annientare l’uomo; ma poi ci ripensa e opta per la salvezza di Noè, il giusto.
Solo che il vero motivo dello scontento non compare nella Bibbia canonica; e, per capirlo, bisogna leggere gli apocrifi, il Libro di Adamo: l’uomo ha perso il senso della misura e gli stessi angeli ne hanno seguito l’esempio; sulla terra imperversa Lilith, l’altra Eva ed i figli di Dio hanno conosciuto le figlie degli uomini. Non c’è che dire le donne non ne combinano mai una giusta!
Tra l'altro la conclusione dell'evento sono più precise che non nella Bibbia canonica. Questa che indica genericamente l'Ararat come luogo di approdo; monte che resiste a tutti i tentativi fatti per violarne il segreto.
Il testo babilonese, ovviamente redatto in scrittura cuneiforme, indica la posizione del monte Nisir tra i fiumi Tigri e Zab, località che si trova nel Kurdistan (Iran); ma anche come racconto è molto dettagliato e più vivo (nulla però ci attesta che le persone citate nella Bibbia e nell'Epopea di Gilgamesh siano le stesse).
Il Diluvio biblico come quello greco viene assunto e mitizzato quale archetipo di una colpa e della connessa punizione collettiva perché la colpa è dell’umanità ed è l’umanità, nel suo complesso che deve pagare.
Nella Bibbia e nel filone mitico ad essa collegato, prevale l’idea di una punizione morale.
Come osserva Berlitz, la leggenda biblica ha molti punti in comune con quella babilonese con l’unica differenza che nella Bibbia c’è la motivazione dell’ira divina: alla malvagità di una comunità sociale antidiluviana corrisponde il castigo del Dio o degli Dei che salvano dalla distruzione globale un uomo ovvero una o più coppie di esseri umani.
L’umanità, alla seconda generazione, si è corrotta perché i figli di Dio (letteralmente i figli di Set, terzo figlio di Adamo ed Eva) hanno conosciuto (si sono accoppiati con) le figlie degli uomini (la discendenza di Caino) e con queste hanno procreato discendenti (Gen. 6,1-6,3); secondo altra lettura che tenga conto dei libri apocrifi quando Lilith (fatta di escrementi) comincia a procreare figli dal serpente (il libri Adamo è almeno coerente con la teoria del peccato) (52).
Si badi tuttavia ad un brevissimo inciso della Bibbia canonica apparentemente illogico: "... sulla terra c’erano i giganti ..."
Impossibile dire da dove il compilatore abbia tratto la notizia. Una cosa è certa: che nei miti delle origini compaiono molto spesso questi esseri colossali denominati Giganti o Titani; essi si contrappongono agli dei Olimpici come a quelli dei del Walhalla (si pensi alla Titanomachia, e al Crepuscolo dell’Edda).
La loro fuggevole presenza sembra una intromissione arbitraria in una vicenda che non li riguarda: e il diluvio tende a rimettere ordine (53).
Ma sul discorso dei giganti dovrò tornare.
Non sempre è facile capire di quale colpa gli uomini si imputino. Diciamo che, in linea di massima essa risiede in una degradazione del divino e nell’accostamento eccessivo di questo all'umano. È la situazione tipica della mitologia sumera dove il diluvio è un castigo ma non comprendiamo se la punizione valga a espiare una colpa degli uomini o della sessa divinità.
Quanto alla natura, il diluvio appare, più che una punizione, una vendetta, consumata a freddo, potenzialmente senza eccezioni né scampo.
"Sterminerò dalla faccia della terra l'uomo da me formato uomini e animali, rettili e uccelli dell'aria".
Si tratta, con tutta evidenza, di un modo molto umano di concepire la questione ed esso condiziona l’evento cataclismatico al punto che l'uomo prevede e paventa la distruzione della specie.
Poi qualcosa non funziona come dovrebbe; una volontà pari grado del soggetto che irroga la punizione, fa sì che la punizione venga limitata ai cattivi di turno e che alcuni superstiti garantiscano la conservazione della specie: Noè - al pari di Ut-napischtim - "trova grazia agli occhi del Signore".
Peraltro nei vari miti compaiono alcune contraddizioni inspiegabili.
Ad esempio non si comprende perché la distruzione non riguardi i pesci (54) e, mentre scompare di mari il Leviatano (che nessuno aveva visto né prima né dopo) e sono condannati sia gli uccelli che i rettili (che i sopravvissuti conoscevano bene).
Forse una dimenticanza del compilatore? È probabile.
Resta ancora da spiegare il motivo per cui tra vari elementi - tutti candidabili su un piano storico - proprio quello del diluvio venne mitizzato.
È fuori discussone che, fra tutte le leggende tramandate in varie parti del mondo, quella di un’immane catastrofe mondiale, sotto forma di diluvi e altri cataclismi, non solo è la più ricorrente, ma anche la più affascinante, proprio per il suo aspetto più catastrofico e tremendo.
Nella Bibbia, come nell’epopea di Gilgamesh si tratta di un diluvio di acqua (sia come "acqua dall’alto" [Alluvione] che "dal basso" [Inondazione]).
Orbene la prima sensazione che si riceve dalla narrazione di questi diluvio è quella della catastroficità delle precipitazioni, tanto abbondanti da coprire, così come sostiene la Bibbia, "le più alte vette di almeno 15 cubiti" (un cubito è circa 56 centimetri, in complesso oltre 7 metri al di sopra della vetta dell’Ararat!!!).
I primi e più antichi osservatori, terrorizzati dagli aspetti escatologici, probabilmente associarono l’effetto catastrofico all’aspetto che ritenevano più appariscente, l’immane inondazione. Dopotutto è proprio la Bibbia a fare un riferimento esplicito ad "acque che si ritirarono", cioè che sembrarono ritornare nei loro antichi alvei.

Il Diluvio del mito greco (Deucalione e Pirra; Platone e l’Atlantide) (55)
Neppure Zeus ha molto da essere contento per il comportamento etico degli uomini.
Infatti che i figli di Licaone hanno tentato di imbandirgli un banchetto con i resti del giovinetto Nittimo. E già questo episodio sarebbe stato di per sé sufficiente a giustificare una salutare vendetta nei confronti dell’intero genere umano.
Ma il titano Prometeo gli manda all’aria i piani e ne rivela gli intenti a Deucalione, Re di Ftia (56).
Zeus, proprio come Jahveh ed E-A, è troppo adirato per soprassedere: egli scatena il Diluvio pur essendo a conoscenza della delazione di Prometeo.
Fortunatamente che, alla pari degli illustri colleghi, neppure Zeus non è molto coerente con se stesso; e questo salva l’umanità.
Ma non basta perché Zeus, che a quanto pare ha fretta di rimediare ai guai che ha combinato il prima persona, aiuta la coppia formata da Deucalione e Pirra, a ricostituire una umanità: i due sopravvissuti gettano alle loro spalle le pietre, cioè le ossa della Grande Madre (la Terra) e dai solchi rinascono i nuovi uomini (57).
Il "Diluvio di Deucalione", nella realtà mitica, è uno degli svariati disastri descritti dai mitografi greci (Apollodoro, Esiodo e Pausania) e latini (Ovidio e Orazio). Personalmente ne ricordo almeno altri quattro: il "Diluvio Ogigio", il "Diluvio di Foroneo", il "Diluvio di Cadmo" e il "Diluvio di Fetonte".
Le due versioni del mito di Deucalione (quella greca e quella latina) presentano una serie di coincidenze con lo schema classico del diluvio biblico.
Infatti:
  • Il diluvio, in senso etico, è l’equivalente di una punizione per una colpa che coinvolge - in una sorta di responsabilità oggettiva - l’intero genere umano, al di là del fatto che i colpevoli, indipendentemente da chi e quanti fossero i responsabili (i figli di Licaone: secondo una versione erano 22, secondo altre versioni, 50);
  • La volontà di distruzione non si realizza nella sua integrità per l’intervento della stessa divinità;
  • Lo strumento salvifico è individuato in un’arca;
  • I sopravvissuti sono i nuovi padri del genere umano (58).
Non è possibile inserire il diluvio di Deucalione in una mappa temporale. Né può fare fede l’età storica in cui i mitografi lo descrissero: essi furono troppo posteriori al fatto per cui si limitarono a dare veste lirica a qualcosa che era loro noto come "vox popoli".
Sotto un altro aspetto, per il possibile collegamento all’Atlantide platonica, particolare interesse riveste la versione del mito di Foraneo collegato a quello di Orfeo (59). Ma ne riparleremo tra breve.
Quello che, invece, dobbiamo esaminare immediatamente è l’altro collegamento possibile: quello col mito di Fetonte. Sia l’episodio del diluvio che quello di Fetonte tentano di dare una spiegazione ad un disastro ritenuto di dimensioni cosmiche o, perlomeno, planetarie. E non è da escludere che vi fosse un unico punto di riferimento, come vedremo.
Nelle "Metamorfosi" Ovidio descrive gli effetti della scorribanda di Fetonte: "... grandi città periscono ... e le fiamme riducono in cenere interi popoli; i boschi e le montagne sono in fiamme ... l'Etna divampa con violenza e con fiamme raddoppiate ... il Caucaso è in fiamme ... poi è la volta della Libia che si inaridisce per il calore".
Fuoco in luogo della tradizionale acqua: e il disastro ha termine solo quando Zeus interrompe la folle corsa fulminando Fetonte.
Platone preferisce tornare al vecchio e collaudato diluvio di acqua. Siamo nel 497 a.C. quando scrive il Timeo (il primo di tre dialoghi su Atlantide) ed è probabilmente il primo a cercare di individuare la causa di tanto sconquasso che fa risalire ad una "... degradazione dei corpi che ruotano intorno alla terra e nei cieli e un grande scontro di astri sopra la terra, che si ripete a lunghi intervalli ...".
Sembra l’ipotesi più convincente e più realistica.
Perché lo sconvolgimento planetario dovette senz’altro essere all’origine di una serie di effetti che puntualmente si ritrovano nelle varie mitologie (60) come frutto congiunto di inondazione e fenomeni di vulcanesimo come ben ha individuato Graham Hancock (61).
Platone, con il "Timeo" e poi con il "Crizia", ha un approccio di tipo scientifico col diluvio. Ad un sacerdote egiziano di Sais (Egitto) fa dire:

"Voi greci siete giovani e non sapete nulla di ciò che successe (62) ...[quando] gli uomini sono stati distrutti e lo saranno ancora in vari modi. Dal fuoco e dall'acqua ebbero luogo le distruzioni più grandi, ma se ne verificarono altre di molti altri tipi come la leggenda che si racconta presso di voi che Fetonte rubò il carro del dio sole e non riuscendo a condurlo sul percorso normale incendiò tutto quello che c'era sulla terra e morì lui stesso (63) ... Ad intervalli di tempo molto grandi tutto ciò che é presente sulla Terra finisce per eccesso di fuoco. ... Al contrario, quando gli dei purificano il mondo con l'acqua, tutti coloro che vivono vicino ai fiumi e ai mari sono travolti dalle acque e si salvano solo coloro che vivono sulle alte montagne, così si salvano solo i rozzi montanari e la civiltà deve ricominciare da capo." (64)
L’interlocutore di Platone si riferisce con chiarezza a disastri che si sarebbero riprodotti ciclicamente sulla Terra, generati da fattori differenti, avvenuti in tempi molto antichi. In quei tempi naturalmente è scontata la presenza dell’uomo.
Curiosamente la narrazione di Platone (che parla di un diluvio di acqua) trova riscontro in uno scritto cinese in cui si parla di alluvioni nel corso delle quali i fiumi avrebbero "invertito" il loro corso (effetto Tsunami?).
Più o meno la stessa narrazione è riportata nella tomba di Seti I in Egitto.
In altre parole in Grecia, come in Cina ed in Egitto abbiamo delle tradizioni mitiche univoche concomitanti nonostante le grandi distanze nello spazio, nel tempo e nelle tradizioni culturali.
Ma torniamo a Platone.
Stando alla sua valutazione, la distruzione di Atlantide sarebbe avvenuta circa 11.000 anni prima della nascita del filosofo; si parla quindi di un disastro planetario che avrebbe avuto luogo in una data compresa, tra 10.500 e 13.000 anni prima, più o meno, cioè in pieno pleistocene; sulla Terra si era sviluppata la cultura dei Crô-Magnon. Esattamente il periodo nel quale gli scienziati collocano l’ultimo spostamento dell’asse terrestre (Muck e Michanowski).
Ma dove è finita Atlantide? Per Platone l’isola è sommersa in Atlantico. Altri ritiene che Atlantide sia finita in Antartide. I pochi superstiti del disastro si sarebbero lentamente sparsi per il mondo (dando vita a dei e semidei come Osiride, Thoth, Oannes, Viracocha, Kukulkan, Quetzalcoatl e chi più ne ha più ne metta: tutti dei civilizzatori!) spargendo così il seme delle loro conoscenze tra i pochi, primitivi e impauriti sopravvissuti.
Questi "sopravvissuti" sarebbero scampati perché rifugiati nei punti più alti della Terra, (dove l‘acqua non aveva potuto raggiungerli). Col passare dei millenni, nelle vesti di dei (ma anche semidei ed eroi) civilizzatori avevano gettato le basi per civiltà come quelle mesopotamiche, egizie, centro e sudamericane.
L’episodio di Deucalione del resto si connette ad Atlantide come il mito di Foroneo. Questo, a sua volta, è connesso a quello di Orfeo e di Dioniso (dall’ontano di Foroneo portava il nome della dea del Fiume Alis, regina della isole elisie dove Foroneo, Crono e Orfeo si recarono dopo la morte) (65). Foroneo era un eroe oracolare, scopritore dell’uso del fuoco (rubato da Prometeo) e inventore dell’alfabeto ogamico (cioè il più antico) quindi un eroe ordinatore, portatore di civiltà.
Il riferimento alle isole elisie sembra portarci direttamente verso Atlantide. E il sacerdote di Sais, interlocutore di Platone, aggiunge:

".... ora questo è narrato sotto la forma di un mito, ma in realtà significa un mutamento nel corso degli astri che ruotano intorno alla terra e nei cieli e la distruzione della terra che si ripete a lunghi intervalli di tempo ... Quanto alle genealogie delle quali ci hai parlato, Solone, non sono niente di più di un racconto per fanciulli, perché anzitutto ricordi un solo diluvio, mentre prima ne avvennero molti ..." (Platone Timeo, cap. III.).

Tuttavia Platone, nel "Timeo" si lancia in un terreno che sta tra il profetico (escatologico), lo scientifico (66) ed il deja-vu; il fatidico sacerdote egiziano, infatti, asserisce:

"Voi greci siete giovani e non sapete nulla di ciò che successe (67) ... gli uomini sono stati distrutti e lo saranno ancora in vari modi. Dal fuoco e dall'acqua ebbero luogo le distruzioni più grandi, ma se ne verificarono altre di molti altri tipi come la leggenda che si racconta presso di voi che Fetonte rubò il carro del dio sole e non riuscendo a condurlo sul percorso normale incendiò tutto quello che c'era sulla terra e morì lui stesso. (68) ... La verità é questa: a volte si verifica una deviazione del movimento dei corpi che circolano in cielo. Ad intervalli di tempo molto grandi tutto ciò che é presente sulla Terra finisce per eccesso di fuoco. Coloro che abitano le montagne e i luoghi secchi muoiono più di coloro che vivono vicino ai mari e ai fiumi. Al contrario, quando gli dei purificano il mondo con l'acqua, tutti coloro che vivono vicino ai fiumi e ai mari sono travolti dalle acque e si salvano solo coloro che vivono sulle alte montagne, così si salvano solo i rozzi montanari e la civiltà deve ricominciare da capo" (69).

Platone introduce quindi, nella narrazione del diluvio, elementi di assoluta novità nel senso di ricondurre il diluvio (o i diluvi) "a fatti esterni alla terra". Eppure egli non sapeva come definirli. Eppure nel passato della Terra erano entrati a far parte del sentire comune. Essi sono attestati proprio dai diversi modi di proporre, intendere e interpretare il "diluvio".
Ma vi è di più.
Moltissime persone sono convinte che il filosofo greco si sia occupato di Atlantide solo nei dialoghi del "Timeo" e del "Crizia" in effetti non è così.
Egli se ne occupa anche nel dialogo sulla "Legge". Qui Platone descrive una situazione che riveste un carattere particolarmente interessante che sfugge ad ogni possibile taccia di quella fantasiosità che apparentemente caratterizza l’Atlantide del "Timeo" e del "Crizia".
Nella Legge, Platone affronta l’argomento della formazione di società civili e politiche, della genesi della civiltà. Il filosofo, in sostanza, descrive una sorta di mondo da "day after" (dimostrazione di come possa funzionare la legge di rilocazione o dislocazione: egli, cioè, evoca un lontanissimo passato che, al tempo stesso, è un altrettanto lontano futuro).
In particolare nel libro terzo (70) Platone si sofferma sui palaioi logoi (= antichi racconti, miti) ed alla ricostituzione di una società civile distrutta da una catastrofe naturale: il Diluvio appunto. Vengono posti sotto esame le fasi della ripresa, tra le quali il risorgere dell’agricoltura, la posizione dei superstiti, la codificazione di nuove leggi.
Tra l’altro Platone torna sul problema della ciclicità e fa dire questa volta all’Ateniese (il personaggio del Dialogo) delle leggende:

"... riguardanti i frequenti stermini degli uomini dovuti a inondazioni, a malattie, e a molti altri eventi ancora, nel corso dei quali [solo] una piccola parte del genere umano riuscì a scampare ... prendiamo in considerazione una delle molte distruzioni, quella ad esempio che avvenne un tempo a causa del diluvio. ... Coloro che allora scamparono a quella distruzione dovevano essere pastori delle montagne, ultime e piccole scintille del genere umano che si sono salvati stando sui luoghi più alti [677/b] .... È inevitabile che costoro non avessero esperienza di ogni altra arte e di quei mezzi che nelle città ... sono volti al guadagno e all’ambizione."

A questo punto Platone ci rappresenta che la ricostruzione ha richiesto centinaia se non migliaia di anni e che i superstiti, depositari di certi saperi in questi periodi oscuri, vennero visti come semidei (Foroneo, Dedalo, Orfeo, Palamede, Marsia ed Anfione) [677/e]. In conclusione:

"Possiamo dire allora che questa era la condizione umana quando avvenne quella distruzione: un’immensa a paurosa solitudine, la maggior parte delle terra abbandonata, scomparsi tutti gli altri animali e sopravvissuti solo pochi armenti e qualche capra e, in ogni caso, anche questi troppo scarsi perché i pastori potessero vivere in quei tempi" [678/a].

Molto probabilmente le piccole comunità di sopravvissuti la sera si riunivano intorno ai fuochi di bivacco: i vecchi raccontavano e tramandavano quello che era accaduto nei giorni del disastro.
Quando i giovani chiedevano "perché?", essi non sapevano dare una risposta: alzando gli occhi al cielo si limitavano ad affermare che era stato il volere divino che in tal modo aveva inteso punire imprecisate colpe, probabilmente la superbia.
Ma le grandi talassocrazie del remoto passato intanto erano scomparse nelle profondità di un Atlantico postdiluviano, o sommerse sotto coltri di ghiaccio, o sepolte sotto le ceneri vulcaniche.
Ma intanto era nato il mito del Diluvio Universale (71).

Il Diluvio nella mitologia Etrusca
Il mondo del diluvio etrusco si presenta in gran parte privo di una autonoma narrazione: ci arriva, piuttosto, attraverso un manufatto e questo ci consente una approssimativa datazione relativa.
In una tomba di Vetulonia è stata trovata una navicella di bronzo. Sulla prua, reca una testa di cervo e degli animali. Si ritiene che il reperto rappresenti allegoricamente la "rigenerazione degli esseri espressione di tutti i popoli dell'antichità" col tipico simbolismo del dopo diluvio (Gennaro D’Amato) (72).
D’altra parte possiamo essere certi che il mito etrusco avesse avuto una sua diffusione anche fuori dai confini dell’Etruria. Questa convinzione è giustificata dal fatto che la diffusione del mito contribuì alla genesi di una singolare leggenda: quella della pietra "di Nau" (Noè) ovvero di Noè in Italia (73).
Sulla base di tale reperto è stato possibile fare una serie di raffronti e dare una datazione relativa:
  • Sotto il profilo della mitologia comparata è stato possibile comparare il mito etrusco con quello Scandinavo-Germanico; questi popoli erano soliti costruire modellini secondo la strutturazione di animali veri o mitologici che fosse dividendole in parti denominate secondo una struttura fisica animale (testa, collo, becco ecc.); ed erano soliti ornare (ad esempio) le prue con teste di drago (Drache o Drakkar) o di cavallo (Ross).
  • Sotto un profilo cronologico è stata possibile quella che gli archeologi chiamano "datazione relativa" attraverso la comparazione con manufatti nordici di cui fosse nota l’età.
Ma c’è un altro aspetto rilevante cui ha contribuito. Si tratta di un fenomeno che normalmente definisco "effetto cascata": perché il diffondersi del mito etrusco del diluvio ha generato e diffuso una singolare leggenda detta della pietra di Nau, ovvero di Noè in Italia.
Ricordo che lo storico toscano Giovanni Villani attribuì la fondazione di Fiesole ad Atlante, presunto figlio di Japhet (figlio di Noè); del resto il rinvenimento della Pietra di Nau alla foce del Savuto, fece ritenere che Noè fosse passato dalla Calabria per poi risalire l’Italia fino all’Umbria; gli Umbri (dal Greco ombros = pioggia) sarebbero stati quindi dei sopravvissuti al Diluvio.
Del diluvio si parla anche nelle "Tabulae Eugubinae". Il loro rinvenimento risale 1444 e fece affermare al domenicano Giovanni Nanne da Viterbo che l'Italia venisse popolata - 108 anni dopo il Diluvio - da una popolazione guidata da un Re chiamato Giano accompagnato dalla moglie Vesta: in questa narrazione Giano inequivocabilmente occupa il posto di Noè.
Successivamente lo storico Giambullari, affermò, magari solo per il gusto di schierarsi all’opposto delle teorie ecclesiastiche dell’epoca, che alla guida della popolazione eugubina sarebbe stato Ausone, figlio di Arameo, figlio di Sem, figlio di Noè.
Dopo di lui, lo storico Leandro Alberti asserì che "il primo nome dell'Italia era stato Gianìcola" mentre "[Eno]tria non fu altro che [Noe]tria o Paese di Noè".

Il Diluvio nel Corano
Nella tradizione musulmana il popolo colpevole annientato è il popolo di AD.
La leggenda, in questa forma, è diffusa anche tra le popolazioni dell'Europa settentrionale, del medio e lontano Oriente, fino all’India ed alla Cina. Mentre sul versante opposto si è diffusa tra gli indigeni del Nuovo Mondo ed in tutta l’Oceania, cioè in Paesi non certo di cultura araba.
Gli elementi di differenziazione del mito cranico rispetto agli altri miti riguardano essenzialmente il numero dei salvati e le modalità della raggiunta salvezza.
È scritto nel Corano: "... la superficie della terra sussultò (effetto sismico-tettonico N.d.A.), ... le arche (74) si mossero ... in mezzo a ondate simili a montagne" (effetto maremoti e inondazioni N.d.A.).
La narrazione del diluvio è contenuta nella XI Sura (o Sura di Hud: XI.25,49) ed il racconto di svolge lungo la fenomenologia propria della Vela di Michanovski (Nova o Supernova).
La Navigazione dell’Arca si svolge attraverso una tempesta immane:

"E Noi facemmo galleggiare l’arca sulle acque scatenate, le cui onde erano alte come montagne" (Hud, XI.42). "Ma il figlio di Noè non ubbidì al padre ... E subito un’onda travolse il giovane, facendolo annegare ..." (Hud, XI.43). "Quando Dio lo volle disse alla terra inghiotti la tua acqua!" ed al Cielo: "Chiudi le tue cataratte ... Le acque si ritirarono e l’Arca si posò sulla cima del monte Al-Gûdi" (Hud, XI.44).

L'immenso flusso d'acqua iniziò a defluire lentamente (man mano che l'attrazione gravitazionale diminuiva? N.d.A.).
Il muro d'acqua non subì il problema fisico di ghiacciarsi nell'arrampicarsi su per colline e montagne: si limitò a sommergerle come un'onda immensa che con sé trascinava detriti (morene) come avrebbero fatto i ghiacciai scivolando sugli strati rocciosi.
Ebbene: l’ipotesi coranica - riportata in Hud, XI.25,49 - sembra realizzarsi proprio nella preistoria (pleistocene?).

Il Diluvio del mito indiano o Diluvio di Sayrawata
Nel diluvio indiano (che conclude uno: "Yuga-età" o periodo: il "Trita Yuga"). Il superstite è Manu (dal sancito "Man", uomo) della tradizione, il progenitore, l’Adamo indù salvato da un pesce (75); Manu è noto anche come "Sayrawata", traslitterato spesso come "Saturavate" (76);
il mito indiano è riportato nel "Mahabarata", nel "Baisbasbata" e nei "Puranas" ("Vishu Purana" dove Noè è l’omologo di Satyrawata. All'origine del disastro c’è alla guerra dei mezzi volanti (o Vimana) probabilmente simboleggianti scontri di astri.
Altri miti connessi sono riportati nel "Ramanyana", nel "Sampsamptaka Badharaparva", nel "Drona Parva", nel "Naryanastra Mokshada Parva", in "Arma Agneya", nel "Mausala Parva", in "Abhimanyu Badha Parva".

Il Diluvio del mito persiano o Diluvio di Yima
Il Noè del mito persiano si chiama Yima, il grande eroe dei libri sacri della mitologia iranica e della religione Zoroastriana: Il "Vendidad" (II,5) definisce Yima "il buon pastore". È riconosciuto come il re del centro del mondo, ed è l’omologo del vedico Yama.
Yima aveva il potere di raddoppiare il proprio regno percorrendolo (Fetonte?) col suo carro; ma l’orgoglio lo indusse a mentire.
A causa di questa bugia egli fu abbandonato dalla Gloria e venne ucciso dal serpente Dehaka.
La sua morte determinò la fine dell’età dell’oro.
La storia del diluvio è invece contenuta nell’"Avesta": in questa seconda versione, Yima ne fu il protagonista e, contemporaneamente l’unico sopravvissuto.
Dopo la sua morte egli divenne il re del Paradiso zoroastriano.

Il Diluvio nei miti nordici
Si tratta dei tipici miti a metà strada tra un passato assai remoto ed un futuro altrettanto lontano (si tratta della consueta legge di dislocazione).
La descrizione di ciò che accadde/accadrà è contenuta nelle Edda (essenzialmente quella di Snorri).
Vi si racconta che il lupo Fenrir, imprigionato dagli dei Asi, spezzò (o spezzerà) le catene che lo tenevano avvinto: egli "si scrollò e il mondo tremò: Il frassino Yggdrasil (asse del mondo) fu scosso dalle radici fino ai rami più alti. Le montagne si spaccavano, la terra perdeva la sua forma, e le stelle cadevano dal cielo".
Da una simile descrizione risulta chiaro per il mitografo nordico che l’asse terrestre venne (o verrà) bruscamente spostato (sradicato come suggerisce l’Yggdrasil), la terra oscillò paurosamente prima di assumere una nuova posizione. Immense nubi di polvere cosmica catturarono la luce del sole e vaste zone della Terra, che fino a quel momento avevano goduto di un clima temperato, subirono un improvviso raffreddamento o congelamento.
In altre zone, prima di allora ghiacciate, si liberarono del mantello nevoso in maniera altrettanto repentina. I loro ghiacci disciolti avrebbero contribuito ad innalzare il livello del mare.
Questa descrizione immaginifica, non è narrata proprio in questi termini, ma adombra avvenimenti estremamente realistici. La scomparsa degli dei equivale all’oscuramento del sole e delle stelle: la cortina di polvere o il fumo degli incendi fa da schermo ai raggi luminosi e calorifici: il congelamento è assicurato.
Si può obiettare che si tratta di informazioni poco attendibili: ma per quanto possa non quadrare o convincere in termini temporali, dobbiamo convincerci che abbiamo a che fare con miti e non relazioni scientifiche. La narrazione di Snorri resta il racconto mitico più preciso che si conosca, indipendentemente dalla anzianità dei ghiacci antartici ottenuta con i consueti carotaggi.
Come ho detto, il racconto del "Götterdammerung" (Crepuscolo degli Dei) di Snorri descrive qualcosa che sta a mezza strada tra deja-vu (sepolto nel passato) e nella profezia di un lontanissimo futuro (escatologismo).
Sopravvivono la coppia di "Bergalmer" e la moglie (77);
Il racconto di questo "Götterdammerung" introduce la visione di un "lupo Fenrir che spezzò (o spezzerà?) le catene che lo legano; che divora (o divorò) Odino, che si scrollò (o si scrollerà?) che il mondo tremò (o tremerà); e che l’Yggdrasil si scosse (o si scuoterà) dalle radici ai rami più alti".
Ebbene: questo racconto è riferito ad un futuro, lontano nel tempo; o a un livello di coscienza ancestrale?

Il Diluvio del mito cinese
Nel mito cinese il diluvio si verifica quando a Ch'i successe Chien.
Quest’ultimo era guerriero e tiranno; infierì su nemici e su chi gli stava vicino (compresa la moglie).
La trasformazione del regno in dinastia ne provocò la decadenza.
Ed è probabilmente durante il regno di Chien che si verificò il "Diluvio".

"Il cielo non tollera più simili orrori: le stelle cadono dalla volta celeste, i fiumi inaridiscono nei loro letti, la terra trema, due soli sorgono contemporaneamente".

Sembra adombrato uno sconvolgimento cosmico come lo scontro della Terra con un meteorite, ovvero con una Nova.
Chien viene abbattuto dal feudatario T'ang che si ribella aiutato dalla nobiltà.

"... che genere di cataclisma fu quello che si manifestò da cambiare l'aspetto del mondo, da decimare la popolazione umana ed animale, da provocare mutamenti nelle fasce climatiche, da sollevare montagne [le grandi catene delle Americhe N.d.A.], da far emergere alcune terre dal fondo dell'oceano [da sfasciare il Gondwana N.d.A.] e farne inabissare altre nelle profondità dell'oceano?"

Come appare chiaro, nonostante l’agnosticismo filosofico proprio dell’estremo oriente neppure i cinesi sono immuni dal racconto del diluvio con una tradizionale coppia di sopravvissuti: Fa Li e la moglie.
Ciò che differenzia il diluvio cinese dalle narrazioni consimili, è il livello di penetrazione a livello culturale negli strati sociali: il diluvio resta qualcosa di evanescente e solo raramente emerge nella vita sociale.
Peraltro il racconto cinese si sviluppa in un’area mitologica che prescinde, tra l’altro, perfino nel comune fraseggio mitologico, da qualsiasi approfondimento scientifico o psicologico limitandosi ad enunciare, in maniera abbastanza superficiale, una inidentificabile causa morale.

Il Diluvio del mito Azteco o Diluvio di Quia Tonatiu
La mitologia Azteco ripartisce il mondo umano in quattro epoche denominate "soli".
Il diluvio si verifica durante il Terzo sole (Sole della pioggia). Ciascuno si chiude con una disastro. Il diluvio del terzo sole si sviluppa in maniera diversa dagli altri racconti: il mito azteco racconta della salvezza di una pluralità di persone e tra queste comunque una donna.
Il racconto è riportato nel codice "Chimalpopoca" dove si legge:

"... il terzo sole si chiama Quia Tonatiu, il sole della pioggia perché laggiù cadde una pioggia di fuoco (78); tutto quello che esisteva venne bruciato; e cadde una pioggia di lapilli.... Questo accadde nell'anno di Ce Tecpal. Ora in quel giorno ... il sole stesso era in fiamme (Vela X e l'asteroide di Muck? o entrambi in poche diverse? N.d.A.) e tutto fu consumato".

Per alcuni versi questo racconto richiama alla memoria l’episodio biblico di Sodoma e Gomorra; per altri versi sembra realizzarsi attraverso una serie di eruzioni vulcaniche.
I sopravvissuti sono diversi: Teocipactli, la moglie, i figli e la fauna.

Il Diluvio nel mito Tolteco-Maya
I Maya del Messico e del Guatemala riportarono il loro mito nel "Popul Vuh". Platone, il Chimalpopoca, ed il testo sacro dei Maya sono gli unici che si riferiscono ad una pluralità di eventi successivi: successive sono anche le razze che hanno vissuto i grandi disastri (diluvi): "... la prima razza, capace di tutta la conoscenza, ... esplorò i quattro angolo dell'orizzonte, i quattro punti del firmamento e la circonferenza della terra".
Nel "Popul Vuh" si afferma che "Gli dei mossero ... montagne grandi e piccole ...".
Nel "Chilam Balaam" - altro testo sacro dei maya - sembra potersi rilevare un'azione combinata di più fattori, un evento fra l'altro databile per la forma maniacale di computo del tempo: "Accadde durante l'undicesimo Ahau Catoun ... quando la terra cominciò a svegliarsi. E cadde una pioggia infuocata e rocce ed alberi si abbatterono. E il grande serpente fu strappato dal cielo (Quasi si trattasse della caduta di un asteroide preceduta da sconvolgimenti planetari e seguito da maremoto e inondazioni N.d.A.). E allora, di colpo, venne l'acqua: Il cielo precipitò e la terraferma di inabissò".
Peraltro lo stesso "Popul Vuh" allude ad serie di razze succedutesi nel tempo a causa dei diluvi che caratterizzavano la fine di ciascun’era (i soli degli atzechi) e affermava: "... la prima razza, capace di tutta la conoscenza, ... esplorò i quattro angoli dell'orizzonte, i quattro punti del firmamento e la circonferenza della terra".
Quando fu il momento del diluvio "Gli dei mossero ... montagne grandi e piccole ..." (79). E si salvarono solo i predestinati.

Altri miti americani
Il numero abbastanza alto di miti e narrazioni riguardanti il diluvio, non mi consente neppure di poterli citare tutti. Mi limiterò, pertanto a citarne una parte con riferimenti ai luoghi di provenienza oppure ai superstiti, con particolare riferimento ai miti propri delle Americhe.
Ricorderò pertanto:
  • Il diluvio nel mito degli indios Guarany del Paraguay;
  • quello degli Incas peruviani;
  • quello degli indios Tuscarora del Brasile;
  • quello degli indiani Uron, dei Dakotas, dei Sioux, degli Hopi (80) e dei Mandan degli Stati Uniti;
  • quello dei miti esquimesi del Labrador;
  • quello degli aborigeni australiani;
  • quello di Cox Cox [o Tezpi] e Tramandare;
Ma ricorderò anche alcuni fatti storici come le bombe celesti del Crater Lake (Colorado) o il disastro del lago Bajkal del 1898 ecc.
Per un aspetto puramente statistico ricorderò che per un numero altissimo di miti il diluvio si realizza mediante l’acqua; per una piccola parte di essi deve considerarsi imputato il vulcanesimo; per pochissimi altri il fuoco (si veda la tabella riportata al Paragrafo "Quanti miti?").
Sempre sotto l’aspetto statistico ricorderò che nella quasi totalità dei casi il diluvio non è un evento in sé isolato ma, in genere, è preceduto da buio e freddo.
Peraltro diversi miti ricordano uno sconvolgimento a livello planetario e si sviluppano in connessione a un disastro siderale.

Il Diluvio celtico
Ben più difficile, quasi impossibile, è parlare di "un diluvio nel mito celtico". E ciò per il semplice motivo che non esiste una unica ed unitaria mitologia celtica così come non è mai esistita una "nazione" celtica: esistono tante mitologie quanti furono gli innumerevoli focolai di cultura celtica in Europa (Gallia, Bretagna, Belgio, Elvetia tutte con diverse sottodistinzioni).
Un esempio per tutti: nella cultura gallese - che rientra nell’ambito celtico-britannico - i sopravvissuti del locale diluvio furono Dwyfan e Dwyfach.
Ma non è detto che l’episodio di cui furono protagonisti Dwyfan e Dwyfach esaurisca la fenomenologia del diluvio celtico.
Ricorderò ad esempio che i cosiddetti Galli (i celti della Francia), ai tempi della conquista romana, erano terrorizzati dalla possibilità che il cielo cadesse loro sulla testa (una sorta di reminiscenza di un deja-vu (81)?).
Per parte loro i celti dell’Irlanda hanno un loro racconto del diluvio nel quale sopravvive la regina Cesair.
A complicare le cose, è ben nota la mancanza di fonti scritte delle epoche druidiche e la totale assenza di testi sacri.
I miti furono messi per iscritto da monaci cristiani dopo la conversione, spesso forzata, delle popolazioni celtiche (si pensi ai cicli bardici, al ciclo dell’Ulster ecc.).
Però spesso non vennero trascritti i miti più antichi o quelli che potevano risultare in contrasto con una versione ufficiale sponsorizzata dalla chiesa di Roma.

Il Diluvio nella storia delle religioni
Altri elementi possono essere tratti dallo studio comparato delle religioni sì da estrarne quelle che sono solito definire "costanti mitiche".
È inevitabile - e probabilmente logico - che le fonti più antiche vengano lette in chiave simbolica come rappresentazioni tradizionalmente tramandate oralmente di uno o più eventi straordinari nel tempo: progressivamente questi eventi sono stati mitizzati, ingentiliti.
Dalla Bibbia e dal filone mitico (semitico) ad essa idealmente collegato ricaviamo la costante della punizione collegata alla corruzione morale dell’umanità (teoria del peccato): "i figli di Dio" (letteralmente i figli di Set, terzo figlio di Adamo ed Eva) si unirono alle "figlie degli uomini" (i discendenti di Caino) e, a loro volta, procreano altri figli (Gen. 6,1-6,3); ovvero, secondo gli apocrifi quando Lilith cominciò a procreare i figli del serpente;
A tali specificazioni iniziali si collegano:
  • La contrapposizione, tipica della teogonia egiziana ma anche Maya-Tolteca, tra i cieli (divinità maggiori e minori) e la terra (spiriti e uomini);
  • La contrapposizione propria della teogonia Caldaica (comune a Sumeri, Persiani ed assiro-babilonesi) di divinità generali (cioè di un pantheon "maggiore") a tutte le altre divinità "locali", particolari delle città (in genere organizzati in triadi come nel tardo periodo babilonese);
  • Il coinvolgimento e la corruzione dell’elemento primordiale (oro) che finisce, non a caso, nelle mani del drago (Fafner). Senza dire che Intorno all’oro corrotto si contrappongono - sotto il controllo di Odino/Wotan - Vani, Asi, semidei (Siegmund, Sieglinde), gli eroi (Siegfried), e gli uomini (Gunther, Hagen, Unni);
  • Il coinvolgimento di esseri dalla straordinaria statura, di volta in volta, denominati Giganti o Titani. Ed essi si misurano e contrappongono agli dei Olimpici (o del Walhalla il che è lo stesso: si pensi alla Titanomachia ed all’Edda): Zeus/Odino interviene a limitare l’uomo nella statura fisica e quanto all’età (82), ma li lascia liberi di peccare.
Ma qui le cose si complicano. Perché la natura della colpa non è sempre individuabile con esattezza: in genere, risiede nella degradazione del divino e nell’accostamento del divino all'umano. Così nella mitologia sumera il diluvio resta un castigo ma non è chiaro se esso serva ad espiare colpe degli uomini o errori della divinità.
Nel primo e nel secondo caso la distruzione dell’uomo è una vendetta potenzialmente senza eccezioni né scampo.
"Sterminerò dalla faccia della terra l'uomo da me formato: uomini e animali, rettili e uccelli dell'aria".
Tuttavia è chiaro che la divinità guarda questa realtà con l’occhio dell’uomo ed è la stessa ottica (umana) che condiziona l’evento cataclismatico nel quale l'uomo paventa la distruzione della vita.
Poi, quando la bufera è passata, l’uomo si rende conto che, bene o male, è sopravvissuto ed allora si interroga per capire come ciò si sia reso possibile e, possibilmente, evitare una ripetizione; è questo il momento nel quale l’uomo crede di poter individuare la causa in una volontà paritetica rispetto a quella di chi infligge la punizione al fine di limitare la portata del disastro ai soli cattivi di turno.
Così Noè - al pari di Ut-Napishtim - "trova grazia agli occhi del Signore".
Bisogna in ogni caso notare che neanche nella punizione esiste una vera giustizia distributiva: se condannati sono gli uomini e la fauna, perché in questa non sono compresi i pesci (83)?
E, perché scompare il Leviatano, perché sono condannati uccelli e i rettili? Anche questi hanno partecipato alla commissione del peccato?

Mito, mitizzazione e sostrato reale
Le leggi che presiedono alla formazione di un mito comportano il corollario per il quale ad ogni mito corrisponde un sostrato reale al quale, in un modo o nell’altro, il mito si collega ed al quale corrisponde l’evento mitizzato.
Ovvero comportano (il che è lo stesso) il corollario secondo il quale ogni mito presuppone un evento reale dal quale il mito è derivato.
È così, che il mito del diluvio si collega e trova origine nella scomparsa di Atlantide (84) (è sostanzialmente questa la tesi sostenuta da Gennaro d’Amato un suo studio sulle inspiegabili somiglianze tra i mito biblico e quello del cultura Maya).
Non mi sembra il momento per entrare in questo merito perché, altre sono le evidenze archeologiche, altre le epoche, altre le cause, altre le conseguenze ed altra la geografia.
Quello che invece, sembra il caso di evidenziare, almeno in parte, è la molteplicità di miti cui ha dato origine di una tradizione diffusa (85).
A mio avviso il corollario può essere in sé considerato esatto; ma è la applicazione concreta che non soddisfa: il diluvio biblico non mi sembra poter avere qualcosa a che fare con la scomparsa di Atlantide.
Le somiglianze tra il mito Maya ed il racconto biblico potrebbe significare unicamente che un terzo mito preesisteva alla formazione di entrambe le narrazioni.
In ogni caso non mi sembra ancora il momento di entrare in questo merito perché, come vedremo, altre sono le evidenze archeologiche, altre le epoche, altre le cause, altre le conseguenze ed altra la geografia.
Però quello che mi sembra il caso di evidenziare è la concordanza su una certa narrazione che costituisce una tradizione mitica diffusa.
A questo punto viene da domandarsi: il diluvio fu uno, di dimensioni planetarie? Ovvero nel tempo si è verificata una pluralità di eventi disastrosi lontani nello spazio e nel tempo?
Ora, se consideriamo nell’insieme il complesso dei miti, ci accorgiamo che essi fanno tutti capo a due filoni ispirativi. Alcuni sono correlati alla linea classica (sono cioè del modello Biblico) secondo la quale il diluvio è stato un evento unico e irripetibile (ricordare i versetti biblici ed il patto con Noè).
Ma altrettanto autorevole è la seconda (collegata al modello di Erodoto), la quale crede in una pluralità o, se si preferisce, ad una ciclicità di eventi catastrofici.
I sostenitori del "diluvio", equamente divisi tra evoluzionisti e catastrofisti, battono entrambe le strade:
  • Per gli "evoluzionisti" si sarebbe trattato di un fenomeno, probabilmente ciclico, da collegare alla fase terminale di una delle glaciazioni del quaternario, allo scioglimento dei ghiacci caratteristica della fine di un'era glaciale (l’ultima delle quali collocabile tra i 10.000 e gli 8.000 prima dell’era volgare).
  • Secondo i "catastrofisti", invece, il fenomeno sarebbe unico, da attribuire ad un assestamento della correlazione dell'orbita inteplanetaria Terra-Venere, ovvero all'impatto della terra con un corpo celeste che avrebbe causato una modifica dell'inclinazione dell'asse terrestre, ovvero all’incendio cosmico di una Nova o Supernova.
Domande, ancora domande
Quanto fin qui esposto non consente, ovviamente, fornire risposte in termini di certezza a queste domande:
  • Perché si verificò il diluvio; perché si sollevò l’improvvisa massa d’acqua?
  • Come si verificò il diluvio? Quali forze potrebbero essere state all’origine di una simile rovina?
  • Quando potrebbe essersi verificato il diluvio almeno in termini di probabilità o di possibilità? In quale sarebbe razionalmente collocabile?
  • Cosa accadde durante e immediatamente dopo il diluvio?
Per tentare di formulare qualche ipotesi di un qualche pregio scientifico credo che, ancora una volta dobbiamo tornare ai miti antichi, cioè a quelli (e sono in assoluto la maggioranza) che fanno riferimento ad un arco di tempo compreso tra i 10.000 ed i 13.000 anni fa.
Nel tentativo di risalire tanto indietro nel tempo, mi appare chiaro che non possiamo sperare in sussidi storici. Ma probabilmente possiamo trovare sussidi di carattere geologico: la geologia utilizza un metro temporale che normalmente si misura in migliaia di anni sicché i fatti geologici si collocano automaticamente fuori dai limiti della storia.
Ne consegue che, generalmente, i limiti geologici tendono a coincidere con quelli del mito.
Lavorando su queste tracce possiamo pervenire, comunque, a certe conclusioni.
Così possiamo dire che:
  • Circa 13.000 anni fa terminava l’ultima grande glaciazione del quaternario, detta glaciazione di Würms.
  • Tra i 13.000 ed i 12.000 anni scomparve dal pianeta la megafauna: si estinsero da un giorno all’altro animali come i mammut, mastodonti, le tigri dai denti a sciabola, i cervi giganti (86);
  • 12.000 anni fa ebbe luogo, secondo alcuni studiosi, l’ultimo slittamento dei poli;
  • Ancora 12.000 anni fa, esplodeva una supernova, la più vicina al nostro sistema planetario (87);
  • Circa 9.000 anni fa nacque, sulla media montagna di tutto il mondo, l’agricoltura;
  • Della mappe antiche che apparentemente identificano luoghi come l’Antartide (in condizioni che non è stato più possibile osservare da 12.000 anni a questa parte (88)) ho già detto;
  • Platone colloca la scomparsa dell’Atlantide a 9.000 anni prima di lui, quindi 11.000 anni prima di noi: solo coincidenze?
Cercherò qui di spiegare quale significato sia possibile ricavare dalle date sopra ricordate utilizzando, come collante, l’ultima glaciazione; da questo momento in poi, procediamo come abbiamo già fatto sulla base di un mito comune a quasi tutte le culture della terra.

CAPITOLO II - LE PROVE DEL DILUVIO

Il fatto e la prova del fatto. La ricerca di prove storiche
Non posso nascondere le difficoltà di una ricerca che rischia di restare nascosta nelle pieghe del tempo ("probatio diabolica", direbbero i giuristi) al punto da dar credito alla ipotesi del diluvio-favola.
Fortunatamente, tale problema, per vari motivi, non si pone per l’evento "diluvio". Valutato in sé il fenomeno individua qualcosa che, sul piano concreto, suoni come diluvio sia in senso fisico che in senso metaforico. E non c’era bisogno di cercare lontano sul piano del tempo ma piuttosto nello spazio.
Fino alla fine del XIX sec. si pensava che la narrazione biblica fosse una sorta di favola o mito religioso senza nessun punto di contatto con la realtà. Verso il 1880 cominciarono a circolare le copie di una traduzione dall’accadico. La "Epopea di Gilgamesh". Esso conteneva, con nomi diversi, situazione identica a quella del Diluvio biblico.
Il poema accadico ripropose immediatamente una rilettura critica del cap. 8,4 del Genesi che si suppone scritto, come tutti i libri del "Pentateuco", intorno al 900 a.C. anche se rielaborato intorno al 400 a.C. (89). Ci accorgiamo ora che il Genesi rievoca un episodio di inondazione verificatasi, presumibilmente in Mesopotamia, intorno al V-IV millennio a.C., ma dal carattere di universalità molto dubbio.
In effetti il fatto, così com’è narrato nell’epos di Gilgamesh, faceva parte del patrimonio mitologico di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi, ed era stato trasferito nel racconto biblico con nomi cambiati. Il Noè sumero aveva il nome di Ut-Na