
I MISTERI DEL DILUVIO NELLA STORIA E NEL MITO
di Stelio Calabresi
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CAPITOLO V - I SOPRAVVISSUTI
ASPETTI PARTICOLARI - TRA SCIENZA E FANTASCIENZA

Il Pleistocene e la glaciazione di Würms
L’era Quaternaria inizia diversi milioni di anni fa ed il Pleistocene è il periodo della preistoria a noi più vicino nel senso che confina con la nostra era.
Il Quaternario fu un’era caratterizzata dall’alternarsi di immense glaciazioni che strinsero, in tempi diversi, il globo terrestre in una morsa di ghiaccio.
a glaciazione è un fenomeno abbastanza ben studiato e quindi noto: Graham Hancock le imputa a tre diverse cause:
- La prima è la "precessione degli equinozi": è una causa "lenta" in cui i cambiamenti di orientamento dell’asse terrestre sono determinati da un movimento bi-conico dell’asse, al termine del quale esso torna esattamente al punto di partenza; esso era già noto ai sumeri e si completa in poco più di 46.000 anni;
- La seconda è parimenti "lenta" ed è determinata dalla sommatoria delle attrazioni planetarie a seconda che i pianeti si trovino in allineamento o in quadratura (esempio tipico: le maree);
- La terza è "veloce e violenta", ma con effetti prolungati nel tempo. È determinato dal catastrofi stellari (novae e supernovae) o planetarie (impatti con comete o asteroidi). In genere queste causano sconvolgimenti incalcolabili come la distruzione di vita animale o vegetale, la sommersione di isole e continenti; lo spostamento repentino dell’asse e dei poli; sconvolgenti eruzioni seguite da violentissimi Tsunami; improvvise glaciazioni.
In ogni caso nell’alternarsi delle glaciazioni, la Terra sperimentò climi mediamente più miti dell’attuale (115).
Proprio alla fine dell’ultimo Pleistocene, e cioè alla fine della glaciazione detta di Würms, qualcosa sconvolse il Pianeta: accadde in altri termini qualcosa che fece fare all’uomo uno dei salti nei quali non credeva Darwin, e l’uomo iniziò quel salto in avanti che lo avrebbe portato fuori dalla preistoria verso la storia. Ci forniva così la possibilità di effettuarne una ricostruzione anche in difetto di documentazione scritta.
E proprio qui, stranamente troviamo una traccia che oserei definire scientifica in senso galileiano.
Infatti nell’anno 1949, in occasione del più volte citato Anno Geofisico Internazionale, una spedizione antartica anglo-svedese poté rivelare al mondo che il presunto continente, ritenuto fin ad allora unico, era in effetti diviso in due grossi blocchi con una serie di isole. Inoltre venne accertato che il Polo si era spostato di diversi chilometri in direzione nord.
La prima reazione fu di grande sorpresa perché ... non si trattava di una novità ma di una conferma: la circostanza era rivelata dalla Mappa di "Buache" nel XVI sec. (per quanto nella seconda parte che lo stesso autore aveva dichiarato essere parto di pura fantasia) (116).
Ebbene: si è potuto calcolare (per approssimazione, ovviamente) che la quantità di acqua inglobata nei ghiacci polari negli ultimi 15.000 anni - se riportati allo stato liquido - avrebbe provocato un innalzamento del livello del mare di circa 80 metri.
È fuori dubbio che siamo ancora lontani dagli oltre 3000 metri biblici: ma una possibilità comincia a delinearsi. Non possiamo dimenticare che durante la glaciazione di Wurms, la quantità dei ghiacci sulla terra era più del doppio rispetto all’attuale!!
A quali conclusioni conduce questa constatazione?
Semplicemente a quella per la quale, ad esempio la Siberia godeva di un clima di gran lunga più mite dell’attuale e che i suoi ghiacci orlavano solo le catene montuose periferiche mentre le isole artiche formavano, con la stessa Siberia, un'unica immensa pianura.
Non è azzardato sostenere che la Siberia di 15.000 anni fa ospitasse una delle più ricche comunità ecologiche del pianeta di quei tempi.
Tuttavia quella comunità venne improvvisamente decimata, circa 12000 anni prima dell’era volgare, e l’ecosistema stravolto lì come in tutto il resto del mondo.
Geologicamente parlando, dall’oggi al domani, drammaticamente si estinse un gran numero di specie di animali: l’intera "Megafauna" (117) e gran parte dell’umanità era stata annichilita (118).
Si è detto di tutto: dalla crisi batteriologica al delirio suicida collettivo degli animali. La moria, per quanto poco spiegabile, resta un fatto: il massacro del Pleistocene - o "Pleistocene Overkill" - degli scienziati americani) (119).
Non è facile descrivere diversamente le cause della mattanza di tanti uomini e animali di tante specie. In effetti il "Pleistocene Overkill" è la prova più drammatica che le cause fossero remote (nello spazio) e che risiedessero e andassero ricercate altrove.
Sulla terra era rimasta la prova che milioni di animali avevano subito il loro destino senza poter tentare alcunché (120): le loro carcasse furono travolte da immani piene, trascinati per enormi distanze, ammassate l’uno sull’altra nei fondovalle, sepolti da una impenetrabile coltre di permafrost, frammisti ad alberi e piante per trasformarsi in reperti archeologici perfettamente conservati.
Ebbene In questa stessa fase l’asse terrestre si era spostato, i poli si erano dislocati altrove; sulle terre che una volta erano temprate cominciò a cadere la neve; la neve divenne ghiaccio e il ghiaccio divenne una mostruosa bara, muta e dolorose testimonianze di ciò che era successo.

Il Diluvio ed i Giganti
Torna insistentemente, soprattutto nella teorie teosofiche, la connessione uomo preistorico/giganti o, se si preferisce uomo pre-diluviano/giganti.
Secondo uno studioso, Horbiger, le tracce di gigantismo ritrovate in alcuni scheletri umani, nonché della flora e della fauna, potrebbero essere spiegate con la diminuzione della forza di gravità terrestre bilanciata dall’attrazione di un’altra luna, o più, che lui definisce Terziaria, esistente allora, per poi frantumarsi in seguito formando quel serpente di fuoco (cioè un insieme di frammenti) tanto comune a molti miti.
Tanto per cominciare ne tratta l’Edda, guarda caso, proprio a proposito del diluvio.
Ma sembrerebbero esistere anche prove archeologiche: viene citata ad esempio l’Acropoli di Baalbek, dove massi enormi (pesanti fino a 900.000 chili), sono stati presumibilmente tagliati a mano e sollevati fino a 6 metri di altezza.
Nel libro dei "Numeri" della Bibbia del progetto di invasione della "Terra promessa". In vista di essa Mosè mandò delle spie a Canaan; queste riferirono di aver incontrato dei nemici con i quali avevano rischiato un scontro. Il narratore dichiara: "... noi non potremo vincere questi uomini ... perché sono più forti di noi ... La terra che noi abbiamo attraversato ... è tale da inghiottire i suoi stessi abitatori: e tutti gli uomini che vi vedemmo erano di grande statura: e là vedemmo i giganti, i figli di Anak ... e noi eravamo ai nostri occhi come cavallette e così eravamo ai loro".
Come ha fatto rilevare Gennaro D’Amato giganti ed immortali sono una costante nell’Antico Testamento.
Nella Bibbia fatto la parola "gigante" è un prestito: essa deriva dal sanscrito "g'ant-u" (= animale) con epanadiplosi intensiva della lettera iniziale. In sanscrito "g'an" (= generare), "g'an-a" (= essere) e "g'an-u"; greco, gen-os (= genere); latino "gi-gn-o" (= genero, produco).
Per alcuni esoteristi i Giganti sarebbero effettivamente vissuti milioni di anni fa, quando si alternarono nel mondo le quattro razze della tradizione esoterica (nell'ordine: la razza rossa, la nera, la gialla e la bianca.
Del resto di giganti si parla anche nella mitologia buddhista dove i giganti sono collegati al mito brahminico della "frullatura del mare di latte".
Nelle religioni Sahariane, in quelle del Camerun e del Niger (la zona del Lago Clad) si parla dei giganti Sao dei quali sono state ritrovate tracce dalle spedizioni Lebeuf e Griaule (1936-1939). D’altra parte il termine Sao può essere applicato a vari elementi (non necessariamente giganti) senza che se ne possa fornire una valida spiegazione semantica. "I miti del Ciad fanno dei Sao esseri quasi soprannaturali e, in tutti i casi, al di fuori di ogni normale misura umana".
Nei miti greci e latini si parla di Ciclopi e di Titani. Di giganti si parla esplicitamente nei miti norreni.
Ma chi erano i giganti?
Secondo Cohen i giganti sono esseri brutali che: "... contesero agli uomini ed agli dei [forse divinizzazioni di grandi condottieri N.d.A.] il dominio della terra e vennero al fine sconfitti. Questo tema è tanto ricorrente nei luoghi più diversi, che si è tentati di ammettere la presenza di una razza titanica in tempi remotissimi ...".
Ma si tenga presente che per la legge della dislocazione la collocazione dei giganti potrebbe riguardare sia il passato che il futuro come ho avuto modo di dire a proposito di vari miti diluviali (essenzialmente quelli nordici.
Si tratta, in ogni caso di un’ipotesi esoterica.
E, a tale scopo, ricorderò che secondo Schuré i giganti avrebbero costituito una razza a sé, ed a loro cui sarebbe seguito l'avvento della civiltà.
Tale avvento corrisponderebbe al mosaico soffio di Jehowah, al logos del Trismegisto, alla legge di Manu, al fuoco di Prometeo: in altri termini i giganti sono una autonoma manifestazione del potere creativo dell’Essere Supremo.
Orbene, per ritornare sulla terra, non vi sembra che le grandi teste scolpite dagli Olmechi possano suggerirci che in un’umanità di altri tempi (prediluviana? postdiluviana?) possano essere esistiti esseri per vari motivi colossali o "giganti" come è menzionato in vari testi sacri del mondo antico?
Non certo interi popoli o intere razze di giganti, ma gruppi sparuti di uomini alti come i Watussi dell’Africa o i mitici giganti della Patagonia o i giganti osservati in Patagonia da Amerigo Vespucci (121).
Nel "Popol Vuh" i giganti sono esseri mitologici (alla pari dei titani) che combattono, con dei ed uomini, una sorta di titanomachia greca: nella mitologia Maya infatti i gemelli "Hunahpù" e "Ixbalanqué", primi "Ahau" (signori della civiltà del Mais capeggiati da "Xibalbà") lottano con i giganti nella guerra dei "Camè" (122).
I giganti, sconfitti, vengono identificati negli Atlanti di Copàn.
All’altro capo del mondo, anche Gilgamesh dovette lottare contro i giganti per strappare loro il ramo dell’immortalità.
In altre parole, questi esseri al limite della storia, sono quasi destinati a contendere a uomini e dei e semidei, di volta in volta il possesso di elementi vitali: il mais per i Maya; il monte Olimpo per i Greci, l’immortalità per i Sumeri.
Ma torniamo ai giganti del mito e ci rendiamo conto che buona parte dei fatti riferiti ai Maya, si sarebbero svolti nell’era pleistocenico-wurmiano del continente americano dando di fatto così ragione a Otto Much.
Infatti i miti maya avrebbero trovato accadimento durante il quarto sole o sole d’acqua nel quale gli uomini si sarebbero tramutati in pesci mentre la notte era subentrata a mezzogiorno.
I pesci del quarto sole Maya somigliano in qualche modo ai tritoni del mito esiodeo in quanto gli uni e gli altri rappresenterebbero il frutto di veri e propri sconvolgimenti geo-antropologici (che Much ascrive alla sommersione di Atlantide).
Tornando sul piano della storia ricorderò che nel 1935 lo studioso olandese Ralph Koengswald scoprì denti molari sei volte più grandi di quelli normali e li attribuì al cosiddetto "gigantopitecus". Mentre, nel 1956, lo scienziato cinese Pei Wenchung trovò una intera mandibola in una caverna di Lingheng nel Kwansi che attribuì allo stesso ominide.
Era stato trovato un anello di congiunzione con un sentiero senza uscita dell’evoluzione?
Purtroppo si attendono ancora conferme o smentite.

Cosa determinò il "Pleistocene Overkill"?
Ma torniamo al nostro diluvio. Una situazione, come quella ipotizzata all’inizio di questo capitolo, fu l’effetto di un altro accadimento. Ma di cosa?
L’ipotesi più sensata sembra essere quella di un improvviso quanto inarrestabilmente drastico mutamento climatico: ma di quale portata? E perché ebbe effetti tanto catastrofici?
La sorte del mammut (123), uno degli animali più conosciuti e studiati del Pleistocene è, in certo qual modo, illuminante.
Nelle taighe ghiacciate della Siberia - come nei campi di giaccio dell’Alaska - ancor oggi vengono rinvenuti centinaia di corpi di mammut congelati che da un lato ci danno notizie interessanti sul mondo di allora e dall’altro ci pongono inquietanti interrogativi.
I resti dei mammut sono perfettamente conservati ed è possibile persino analizzare il del cibo appena ingerito ma non ancora metabolizzato. Quei bestioni sono stati letteralmente "surgelati" (124). Scopriamo così che l’ecosistema del posto del ritrovamento era molto diverso - e nel complesso - molto più mite dell’attuale: questi animali non vivevano in climi freddi o addirittura glaciali, bensì in un ambiente a clima temperato.
Cosa poteva aver colpito quell'ecosistema al punto tale da "sigillarli" nella loro bara di ghiaccio con tanta rapidità da "surgelarli"?
Sotto l’aspetto geologico una glaciazione si realizza con un raffreddamento progressivo protratto per secoli, forse per millenni.
Come ho già osservato per il Polo Sud; il Polo Nord era posizionato nel Canada orientale in mezzo alla ben nota "calotta del Wisconsin". L’attuale calotta polare probabilmente si formò intorno a circa 8.000 anni fa (125).
Però è chiaro che sto parlando, ancora una volta, della "precessione degli equinozi".
Il suo tempo di realizzazione (46.000 anni) è talmente lento da non essere sufficiente a spiegare l’improvvisa subitanea catastrofe ed il conseguente effetto surgelamento.
Infatti, quando parliamo del diluvio, indipendentemente dalla valutazione di durate bibliche, parliamo di uno sconvolgimento che si consuma nell’immediato, ma comunque nell’ordine di giorni, settimane, mesi, non sicuramente di centinaia o migliaia di anni.
È di tutta evidenza che dobbiamo rivolgere altrove la nostra attenzione (126).
Einstein ed Hapgood hanno dimostrato che, contrariamente a quanto aveva sostenuto Charles Darwin, l’evoluzione, se in via normale non fa salti, potrebbe essere stata costretta a farli da circostanze esterne assolutamente straordinarie (127).
Sia il primo che il secondo furono costretti ad introdurre l’ipotesi di uno "scorrimento della crosta terrestre". Tuttavia né l’uno, né l’altro ritennero di affrontare il problema di una causa unica a monte del complesso fenomeno dianzi delineato.
Ne consegue che neppure la teoria Hapgood - Einstein possa giustificare da sola l’improvviso scioglimento dei ghiacciai in alcune zone, il repentino spostamento di placche tettoniche e la repentina glaciazione in altre parti.
Personalmente propendo per un insieme di varie cause come un cataclisma cosmico accompagnato dallo slittamento della crosta terrestre: tra i due estremi deve necessariamente correre un rapporto di causa ed effetto.
Tra l’altro questa ipotesi non contrasta in assoluto la teoria Hapgood - Einstein e se ne sono accorti sia il prof. Charles Hapgood che Albert Einstein. La teoria andrebbe quindi letta come "lo scorrimento della croste terrestre" causato da forti movimenti eccezionali delle correnti termo-convettive all’interno degli strati più fluidi del mantello che avrebbe dato vita a immensi sconvolgimenti tellurici.
In ogni caso neppure questa lettura è soddisfacente: essa non può spiegare proprio quel rapporto causa-effetto di cui ho parlato (slittamento-surgelamento).

Cominciamo adesso ed entrare nel merito della catastrofe per individuare il cosa accadde aldilà del "diluvio" di matrice idrica, tettonica o vulcanica. La sommatoria dei vari elementi cui ho fatto cenno mi suggerisce un modo diverso di concepire l’evento da parte dell’attonito, smarrito e sorpreso spettatore di quei tempi che nel diluvio vide letteralmente la fine del mondo.

Alluvione o inondazione?
Se procediamo ad un esame dei singoli miti possiamo facilmente renderci conto che, talora, esiste una sorta di integrazione tra diversi racconti (in base alle leggi di rilocazione o dislocazione: è il caso della somiglianza tra il mito di Noè e quello di Gilgamesh: il racconto di Noè si integra in quello di Gilgamesh).
In molti casi la somiglianza può essere stata determinata dalla relativa vicinanza geografica dei popoli cui fanno capo i miti stessi.
Tale tesi non può però essere invocata allorché somiglianze molto spinte riguardano miti e tradizioni di popoli lontani tra loro nello spazio e, talvolta, anche nel tempo: come si fa a sostenere che si tratti di contaminazioni o di coincidenze di tradizioni che erano già antiche di millenni quando vennero tra loro in contatto? Mi riferisco in particolare al personaggio del sopravvissuto.
Il Noè biblico, ed Ut-Napishtim (che, peraltro si somigliano moltissimo: entrambi appartenenti a mitologie vecchie di millenni) trovano straordinarie risonanze in altrettante mitologie proprie di popoli del Centro e Sud America o delle Filippine: parlo del Noè Atzeco ("Coxcox" salvatosi su un cipresso); di "Tezpi" (Noè olmeco); del Chibcha colombiano "Bochica"; del Guarany "Tamandare"; di "Kutenai" dei Piedi Neri; del "dio lepre" degli indiani Ute, dell’isola "dell’uomo bianco" nella cultura nipponica (128).
Senza mettere nel conto che esiste anche un Noè al femminile: come la regina dei giganti "Scomalt" degli Okanagan.
Ne concludo che il diluvio è uno di quei casi in cui risulta possibile trovare esempi di notevole corrispondenza in miti appartenenti alle culture più lontane in punti diametralmente opposti della terra.
Per giunta non sono solo i miti a dimostrare queste somiglianze; una di queste spiega di quale sorte ad esempio subisce il fatto (cioè qualcosa che mito non è) che spiega le origini della prima rivoluzione economica della storia: la diffusione dell’agricoltura in ambiente montano.
È stato osservato, a livello scientifico, che in solo quattro aree geografiche di importanza strategica, si è verificato un "fatto" tanto singolare quanto illogico.
Intorno a 13.000 anni prima dell’era volgare, in periodo pleistocenico, l’uomo di Crômagnon iniziava la coltivazione della terra divenendo un soggetto essenzialmente stanziale.
Orbene: questo fenomeno si verificò più o meno contemporaneamente in tutto il mondo sul quale regnava l’homo "faber" (sapiens sapiens) e quindi anche in quattro zone strategiche come:
- nella zona del lago Titicaca;
- nella zona della Spirit Cave in Tailandia;
- nella zona dell’altopiano etiopico (le sorgenti del Nilo Azzurro);
- nella regione del Sin-Kiang in Cina.
L’inizio dell’agricoltura e la sua diffusione, come ho detto, nella peggiori condizioni che si possano immaginare; non in pianura (come sarebbe stato logico) bensì in altura, al di sopra dei 1500 metri s.l.m.
Si tratta di un fenomeno talmente irrazionale che non è stato possibile dare una spiegazione plausibile!
L’amico Lepori, che sostiene la tesi platonica dell’Atlantide, la attribuisce alla contemporanea presenza, in quelle zone, di sopravvissuti del continente sommerso (Atlantide) divenuti una sorta di semidei sparsi ai quattro angoli della terra. È indubbiamente un tentativo di spiegazione che ci descrive il fenomeno ma non ci dice perché sia andato così e soprattutto come esso si sia generato od evoluto.
Ovviamente così tutto è più semplice; un semidio (o ritenuto tale) per giunta atlantideo elimina ogni possibilità di discussione. La soluzione proposta ha due pregi:
- è semplice: basta convincersi, con il Timeo, il Crizia e Le leggi, che Platone abbia scritto un trattato di storia e non un’opera filosofica, magari ispirata a fatti reali, ma comunque un trattato di filosofia;
- è anche comodo perché l’accoglimento di una simile posizione metterebbe d’accordo tutti: innanzi tutto i darwinisti ma anche Charles Hapgood ed Albert Einstein (per quanto entrambi, in dissenso con il principio darwiniano della natura che non fa salti).
Personalmente ritengo che una soluzione debba avere un terzo pregio; ritengo che non sia importante spiegare un fenomeno tutte le volte in cui la spiegazione necessita della soluzione di un numero tale di problemi per cui, alla fine, la spiegazione divenga impossibile o, almeno, altamente improbabile.
In sostanza io penso che la dislocazione sia di per sé un fatto che non necessiti di nessuna spiegazione al di fuori della propria rilevanza intrinseca.
Una credenza comune a quasi tutte le culture post-pleistoceniche narra di un "sole che fugge" o di un "sole capriccioso". Questa ipotesi mitica è tipica del mito di Fetonte, del mito dell’Intihuatana (129) e dello stesso mito di "Atlantide" (diffuso nell’area greca-continentale e miceneo-cretese).
Questi miti, spesso riferiti ad uno stesso periodo (in genere al IX millennio prima della narrazione).
In effetti, quando un mito insiste e persiste - come nel caso del diluvio - ci troviamo di fronte ad un rafforzamento della convinzione secondo la quale non si tratta unicamente di un soggetto "fantasy".
È quasi sempre possibile, infatti, verificare (ma non è detto che sia possibile o necessario) che esista una prova della realtà del fatto mitico.
Tuttavia il fatto di aver accertato l’esistenza di una tale prova, non risolve automaticamente tutti problemi che il fatto mitizzato pone.
Ad esempio: quando si verificò questa catastrofe? Quanto durò? In quale zona della terra si diffuse?
E così via.
È chiaro che potremo trovare la prova del fatto accaduto (130); ma non è detto che riusciremo a trovare la prova delle altre circostanze: dovremo allora contentarci di quel che passa il convento e cercare nelle maglie dello stesso mito.
Al fine di trovare un indizio che mi mettesse sulle tracce della prova fui costretto a vedere come i vari testi sacri trattavano il mito del diluvio, "riservandomi" di esaminare successivamente le altre circostanze.
In ogni caso non mi sembra sufficiente ripercorrere la storia del mito: ritengo sia fondamentale tener conto, necessariamente, di certi presupposti e schemi logici che governano il modo di costituirsi e tramandarsi del mito.
E, sotto questo profilo, non si può prescindere neppure dagli aspetti che il mito assume in ciascuna area culturale, unitamente alle possibili correnti di diffusione ed eventuali correnti sincretiche che ebbero a interessare quelle aree.
Relativamente al mito del diluvio, indubbiamente possiamo considerare archetipali talune aree specifiche:
- "l'area della sfera di diffusione della cultura sumero - caldaica" comprendente anche la tradizione ebraico-biblica nonché i suoi rapporti con
- "l’area dell’India pre-aria" (Mohenjo Daro, Harappa e le altre città dell’Indo per intenderci) dalla quale partono e si diffondono le correnti di pensiero che, attraverso il pacifico, giungono fino alle Americhe;
- "l’area iraniano - Medio Orientale", contrapposta alla precedente la cui area di diffusione comprende l’Asia Centrale, la Siberia e di là i paesi scandinavi.
È inevitabile, peraltro, che almeno in linea di massima, le diversità negli atteggiamenti culturali della varie aree di diffusione risultano fortemente condizionate dagli atteggiamenti per così dire di "politica" culturale.
Così, mentre l’Europa cristianizzata subisce una vera e propria proliferazione di miti e tradizioni diluviali, all’altro capo del mondo (Cina e Giappone) miti e tradizioni sono polverizzati e stentati a causa di una politica che non ha mai pensato a servirsene.
Ciò premesso, passando al merito delle singole aree di diffusione possiamo osservare che l’area sumero-caldaica ci fornisce una "prima lettura del diluvio in senso magico" a differenza dell’area di diffusione dell’Oceania nella quale il mito del Diluvio divenne una vera e propria filosofia della natura tipica dell’India pre-aria.
Nelle Americhe la situazione è molto più differenziata.
Innanzi tutto, nell’America settentrionale assistiamo ad una quasi completa unità nelle letture che ne davano le tribù di pellerossa; questa unità è dovuta, probabilmente allo sciamanesimo molto elaborato proprio della cultura dei pellerossa.
Probabilmente, tuttavia, non ci troviamo di fronte ad un ceppo mitico autoctono ed originale: si tratta in ogni caso delle leggende continentali più antiche e risalgono, forse, alle tribù che attraversarono lo stretto di Behring ghiacciato e popolarono il subcontinente nordamericano.
Il che chiaramente non vale per l’area di diffusione della meso-america e del sud America dove le tradizioni diluviali assumono caratteristiche molto differenziate (ad esempio il diluvio è causato: fuoco liquido o acque); complessivamente quei miti sono di origine relativamente recente e probabilmente risentirono del precorso più lungo e dalla distanza maggiore dallo stretto di Behring.
L’Africa è genericamente povera di tradizioni diluviali: ove si faccia eccezione per i miti dell’antico Egitto, la più grande concentrazione di miti si riscontra sulla costa atlantica, presso gli "yoruba del Benin". Normalmente si ritiene che tale situazione sia correlata allo scarso senso drammatico delle popolazioni e delle culture coinvolte.
Nella "tradizione sumero-giudaica" gli archetipi sono costituiti dall’"Epopea di Gilgamesh" e della Bibbia e per queste sacre scritture il diluvio è una grande invasione di acque dall’alto (acqua dal cielo: alluvione) e dal basso (dalla terra: inondazione).
Dice il Genesi che "... quel giorno si riversarono tutte le fonti del grande abisso (Acqua dal basso) e si aprirono le cataratte del cielo ..." (Acqua dall'alto).
Questa lettura purtroppo mi riportava sull’orlo di una contraddizione. Ero alla ricerca di un evento di portata storica, volevo uscire dal mito, ma... il mito, cacciato della porta, mi rientrava dalla finestra: dovevo di nuovo immergermi in esso.
In effetti ciò che mi sfuggiva era ciò che stava a monte del mito medesimo. Per quale meccanismo perverso, un catastrofe di proporzioni "universali" era divenuta "mito"? A quali leggi rispondeva la sua stratificazione o la sua codificazione?

La causa scatenante
Ho accennato ad uno scontro (un vero e proprio "deep impact") con un meteorite o un asteroide probabilmente finito in mare (131).
Ma questa ipotesi non basta a spiegare quanto accadde.
Un meteorite (o una pioggia di meteoriti) o un asteroide probabilmente non sarebbe sufficiente a distruggere un pianeta o a modificarne l’assetto. Qualche studioso ha osservato che per spiegare l’inabissamento di Atlantide sarebbe stato necessario l’impatto con un pianeta grande almeno quanto la terra.
Quando si parla di questa ipotesi chiaramente si fa riferimento all’esplosione (autonoma o indotta) del pianeta che era situato tra le orbite di Marte e di Giove; ma purtroppo questa spiegazione non regge: i frammenti di quel pianeta (tranne quei pochi dispersi dall’attrazione gravitazionale nelle orbite dei pianeti o satelliti vicini) sono tutti lì, nella fascia degli asteroidi: qualche asteroide potrebbe essere indubbiamente essere caduto sulla terra, non certo l’intero pianeta.
Tuttavia abbiamo già visto che un "banale" (si fa per dire) spostamento dell’asse terrestre potrebbe aver determinato pesanti variazioni climatiche ed anche una glaciazione; ma non certo un effetto glaciale tanto rapido da determinare un "surgelamento" della megafauna (132).
Per ragioni identiche o comunque analoghe ho dovuto scartare l’ipotesi tettonica e quella vulcanica (133). La domanda a questo punto resta invariata: che cosa è successo veramente a monte del diluvio? In definitiva, quale ne è stata la causa?

Nova, Supernova e Tsunami
Michanowski, un astrofisico di grande cultura e con grandissima attitudine per la preistoria (134), ha calcolato che intorno ai fatidici 12.000 anni fa (tempo della terra), Vela X (secondo altri Vela F), entrò nella fase vitale conclusiva diventando una "Nova" o una "Supernova". La circostanza si era verificata milioni di anni prima, ma gli effetti, non solo luminosi, raggiunsero la terra illuminando il cielo, sia notturno che diurno, della preistoria della terra.
E gli effetti in termini astrofisici possono ancor oggi essere misurati perché una stella che muore lo fa con molto clamore.
Non è facile per un profano spiegare quale differenza corra tra una "nova" ed una "supernova".
Da quando l’uomo ha cominciato ad interessarsi del cielo ha notato la comparsa di quelle che sembrano essere stelle nuove che prima non si vedevano. La parola "Nova" (che significa appunto nuova) fu coniata per descrivere il fenomeno e spiega la situazione di una stella che diviene improvvisamente visibile per effetto di un’esplosione (135).
E questo non nel momento in cui l’evento si verifica, bensì nel momento in cui la luce di quella stella raggiunge l’osservatore.
Ben altra cosa sono le "supernove".
Perché l'esplosione di una supernova è molto più spettacolare e dirompente di una "nova": diciamo che, se una nova aumenta di luminosità in ragione di mille volte, una supernova brilla letteralmente miliardi di volte in più.
In termini più semplici possiamo dire, ad esempio, che una supernova è pari ad alcuni miliardi di volte una nova: una specie di "Big Bang" in formato ridotto (si fa per dire).
Questa esplosione spara nello spazio materia infuocata e radiazioni capaci di sconvolgere ordini planetari di sistemi a miliardi di anni luce di distanza (136).
Quando Vela X (o F) divenne visibile si verificò letteralmente un impatto con questa esplosione - che probabilmente generò il mito di E-A (il Dio-Pesce) - ed implicò una mostruosa serie di conseguenze fin dalla fase di avvicinamento dell’onda d’urto.
Naturalmente questo era solo l’inizio; la Terra aveva ancora molto da sopportare. Tanto per incominciare l’approssimarsi delle propaggini della supernova provocò un rallentamento della rotazione planetaria che scatenò tempeste di vento di violenza inaudita: dei vari e propri "tornados globali" capaci di radere al suolo intere foreste e sollevare tonnellate di polvere e detriti nell'atmosfera, che si andavano ad aggiungere alla cenere emessa da vulcani improvvisamente riattivati. Il mondo divenne un incubo di buio crescente, ancor di più illuminato da inimmaginabili fuochi vulcanici.
Mentre l’onda d’urto della Vela si avvicinava, le acque degli oceani, già sconvolte dalla intensa attività tettonica, iniziarono a fluire verso il punto di maggiore attrazione gravitazionale: la conseguenza fu una serie di immani maremoti (tsunami).
Per calcolare la potenza di questi maremoti si tenga presente che circa il 71% della superficie terrestre è coperto da acque che hanno una profondità media non superiore a 4 metri, mentre la sua massa è circa 1/4500 della massa della Terra. Si tratta del cosiddetto "Oceano Mondiale" degli oceanografi. Proprio su questo Oceano Mondiale l’onda d’urto della Vela esercitò la sua pressione facendo defluire inimmaginabili quantità d'acqua verso il medesimo punto di attrazione (il nord).
Il fenomeno dovette essere molto più complesso di quanto riusciamo a immaginane nel peggiore dei nostri incubi; perché l’onda della Vela inevitabilmente dovette trascinare con sé una sciame meteorico di inimmaginabile portata.
Il momento dell’arrivo di un pesante meteorite del resto è immortalato dalla leggenda di un angelo che scaglia un macigno o minaccia con una spada (137).
Non c’è che dire: l’arrivo della Vela aveva sconvolto tutto l’ordine planetario e probabilmente quello dell’intero sistema solare; la stessa immagine del nostro pianeta aveva cambiato aspetto mentre i mari erano defluiti verso bacini diversi. Ma non per molto (138).
L’improvviso venir meno della forza che attraeva l’immane muro d’acqua, tramutò l’onda in un immane tsunami che iniziò a fare il giro del mondo a velocità impensabile sommergendo le terre più basse, al di sotto dei 1.500 metri s.l.m., trascinando con sé esseri umani ed animali, accatastandoli in immani carnai in forre e burroni.
Le onde dello Tsunami (139) non si sollevano come creste, ma si spostano uniformemente come un unico muro d’acqua verticale, gigantesco, con altra acqua ancora più alta alle spalle. Dopo la prima ondata, anche a distanza di tempo, in genere ne arrivano altre, altrettanto letali.
D’altro canto la violenta oscillazione aveva prodotto uno spostamento repentino dell’asse terrestre e la dislocazione dei poli in una posizione diversa.
La fine dell’oscillazione provocò l’immediato congelamento delle calotte con quell’effetto di surgelamento di cui ho detto.
A fronte degli evoluzionisti i quali ritengono le modificazioni climatiche il portato di eventi lenti, per gradi e senza scosse (140) sembra molto più aderente ai riscontri paleontologici la posizione dei catastrofisti.
Questi ritengono che le modificazioni siano da ascrivere a cause esterne violente come l’impatto con un altro corpo celeste capace di modificare l'inclinazione dell'asse terrestre e, quindi, l'intero assetto climatico.
Esistono due papiri egizi nel Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo che sembrano dar ragione a questa tesi. Nel primo si afferma che la terra "traboccò" e nel secondo si descrive proprio l'effetto disastroso della caduta di un corpo celeste.
Ma sono rintracciabili diverse leggende che lo confermerebbero. Così:
- per gli aborigeni lo sconvolgimento sarebbe stato causato dall’improvviso rigurgito di una gigantesca rana;
- per gli islandesi la terra venne sommersa dal sangue del gigante Ymir ucciso da Odino;
- per gli indios amazzonici si sarebbe trattato di un disastro cosmico che avrebbe coinvolto il sole e la luna: ne sarebbero derivate fenditure sulla terra dalle quali sarebbe sgorgata l'acqua;
- gli indigeni dell'Orinoco parlano di una sommersione nel gran fuoco (Catena Monoa);
- là vi è la "Divinità piangente" (141) della porta del sole di Tiahuanaco.

Dalla Vela all’Apocalisse
Negli anni immediatamente successivi alla morte di Cristo il ricordo del Diluvio era ancora vivo e presente nella letteratura escatologica del nuovo Testamento. Nell'Apocalisse è scritto: "Scoppiò quindi una guerra nel cielo (Ap. 12.8) Il grande drago, il serpente antico ... fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli (Ap. 12,9). Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua ... Ma la Terra spalancò la sua bocca e inghiottì il fiume che il dragone aveva vomitato dalla propria gola (Ap. 12,16) ... Udii una voce che veniva dal cielo come un fragore di grandi e come un rimbombo di forte tuono (Ap. 14,2) ..."
Del resto la leggenda riportata nel racconto di Noè (Gen.: cap. 6.9.13 ss). faceva parte delle cultura ebraica tant’è che anche nel Libro di Enoch (Apocrifo della Bibbia) gli eventi sono descritti proprio mentre "l'Arca galleggiava sulle acque".
Come nel racconto del Genesi, alle acque dell’alluvione (dal basso) si aggiunsero quelle dall’alto: piogge battenti e poi neve. Chiaramente si fa riferimento alla conseguenze immediate del rapido mutamento climatico dovuto al diverso orientamento dell’asse terrestre.
Avendo Dio veduto che tutta la terra era corrotta, ogni uomo infatti aveva macchiato le sue vie sulla terra, disse a Noè: "La fine di tutti i viventi è stata da me decretata; la terra è piena d'iniquità per la loro presenza, ed io li disperderò insieme alla terra". (Gen. 6.12,13).
Tradotto in termini comprensibili questo significa che, quando lo tsunami arrivò all’estremo limite settentrionale l’onda verticale si ruppe: il frammento della Vela o la sua onda d’urto era passata; solo allora ebbe inizio l’inondazione (142).

Dov'è finita l’acqua?
Da sempre l’idea che si ha del diluvio, è quella di un fenomeno caratterizzato da grandi precipitazioni, alluvione o inondazione che fosse; talmente abbondante da coprire, così come sostiene la Bibbia "le più alte vette di almeno 15 cubiti" (un cubito equivale a 56 centimetri).
A questo punto dovremmo chiederci dove sia mai defluita tutta quest’acqua, riversatasi sulla Terra.
Probabilmente gli antichi osservatori, intimoriti e spaventati da un qualcosa che non seppero spiegare se non in termini di volontà divina, associarono l’effetto più spaventoso di tutta quella catastrofe (l’immane inondazione) che dovette interessare l’intero globo, ad uno solo di tanti eventi che dovettero concorrere, vale a dire una pioggia torrenziale.
In effetti la stessa Bibbia fa un riferimento esplicito ad "acque che si ritirarono", quindi a masse acquose le quali, più che cercare sfoghi naturali, sembrano ritornare ai loro antichi letti.
Come abbiamo visto, però questo punto di vista, lascia irrisolti i problemi che concernono lo spostamento di una massa liquida così estesa.

Le cause del Diluvio nel mito
Resta da verificare se questa ipotesi teorica è compatibile con il modello mitologico. Mi riferisco soprattutto al mito sumerico ed a quello giudaico.
In una siffatta visione etica del mito, il "diluvio" (della versione giudaico-cristiana) è - dopo la cacciata dall’Eden - la punizione più antica di cui si abbia notizia. Ce ne fa fede sia la sumerica "l'epopea di Gilgamesh" che il Genesi.
Per il vero nell’epos sumero non è detto di quale colpa si sia macchiata l’umanità. Ma è fuori discussione che una colpa ci sia stata: Ut-Napishtim ha perso l’immortalità che riacquista dopo il diluvio; Gilgamesh per un momento la recupera salvo a perderla immediatamente; Noè ed i suoi discendenti non vi riusciranno mai (in effetti l’avevano già persa Adamo ed Eva).
Il fatto è che in questo sistema di responsabilità è coinvolta oggettivamente l’umanità intera.
Vale lo stesso ragionamento anche per gli altri miti?
Cerchiamo di allargare il discorso all’intero "corpus" mitologico per comprendere cosa il mito nasconda tra le sue pieghe.
A me sembra che i miti del diluvio custodiscano in sé, sotto qualunque latitudine, la testimonianza di catastrofi che ciclicamente distrussero intere civiltà con l’effetto di farne sorgere di nuove sulle loro ceneri.
Probabilmente è questo il significato di quell’aggettivo "universale" che in genere accompagna la parola Diluvio.
Orbene, considerato il fenomeno sotto tale aspetto, credo si non si debba escludere che una di queste catastrofi abbia coinvolto l’intero pianeta (l’esplosione di una "supernova" dovette, in termini astronomici, essere abbastanza vicina da poter essere osservata ad occhio nudo ma essere tale da creare sufficienti sconquassi planetari (143). Mi riferisco chiaramente ad uno sconvolgimento capace di alterare l’ordine planetario (144) o interplanetario (145).
Questa ipotesi costituisce un modello significativo (reale e provabile in senso scientifico) al quale attingere per ricostruire ciò che potrebbe essere successo nel nostro sistema solare tale da coinvolgere tutto il nostro pianeta.
Si era alla fine del Pleistocene e sulla Terra si era sviluppata la cultura di Crô-Magnon, succeduta ai Neanderthal: l’uomo stava uscendo faticosamente dal paleolitico: in qualche località probabilmente era comparso il rame o in bronzo.
Quando per Vela (X o F) iniziò la fase di supernova, enormi frammenti infuocati, frammisti a micidiali radiazioni gamma, furono scagliati nello spazio: ne restano, a testimoniare l’evento, una pulsar di neutroni che ruota ad altissima velocità ancora osservabile ai giorni nostri.
Uno dei frammenti, più grande di Giove, fu scagliato verso il nostro sistema solare, alla velocità della luce ed impiegò circa un secolo per raggiungere la Terra (146).
Agli osservatori dell'antichità, non potette certo sfuggire il primo impatto che il frammento probabilmente ebbe - all’interno del sistema solare - con il pianeta allora esistente tra le orbite di Marte e di Giove, in quella che oggi è la fascia degli asteroidi. Senza dubbio agli osservatori terrorizzati apparve una nuova stella - vale a dire un nuovo dio - ovvero una specie di guerra combattuta nei cieli.
In ogni caso, si trattò di un evento talmente impressionante da farne parlare per secoli davanti ai fuochi di bivacco fino a quando l’invenzione della scrittura non permise agli ultimi discendenti dei superstiti di ufficializzarne il racconto organizzato in forma di mito (147).
In sostanza ai terrorizzati uomini di Crô-Magnon il fenomeno complesso dovette apparire come la fine del mondo, la classica punizione divina.
Per quello che qui ci riguarda, l’azione combinata delle forze della supernova furono sufficienti a determinare l’effetto "diluvio".
Perché tutta l’acqua "sciolta" ovvero "liberata" confluì nelle acque degli oceani, già in movimento a causa dell’attività tettonica, accelerò la propria corsa per l'inesorabile attrazione gravitazionale esercitata dall'intruso in rapidissimo avvicinamento. Si scatenarono allora tsunami (ossia maremoti) di inimmaginabile potenza (148).
Il frammento stellare rasentò la Terra trascinando con sé incalcolabili quantità d'acqua verso nord (149). Queste acque in tumultuoso movimento si accumularono, le une sulle altre, formando una gigantesca onda verticale, risucchiata verso l'immensa massa infuocata che riempiva il cielo.
Il disastro che ne seguì è stato descritto molto eloquentemente da Antonio Mattera (150) e non starò qui a riscriverlo. Mi limiterò a definire la situazione come una "tempesta perfetta". Probabilmente fu questa la genesi del mito dei fulmini di Giove che decimò i Titani all’assalto dell’Olimpo e la visione del conflitto finale del "Crepuscolo degli dei" dell’Edda. E non è finita perché mi sembra che a tale situazione si attagli benissimo anche il mito di Fetonte.
Come è noto Fetonte sottrasse al padre Febo il carro del sole; non essendo capace di guidarlo provocò l’incendio della Terra (!) e Zeus fu costretto ad incenerirlo con un fulmine (!).
Il mito della vicenda di Fetonte ci dice della relativa rapidità dell’evento ed anche del fatto che solo per una fortunata combinazione fu evitata la distruzione totale Terra (cosa che, peraltro, era già avvenuta allo sconosciuto pianeta nell’orbita tra Marte e Giove).
Infatti Fetonte in effetti ci dice che la fucine solare di Vela, in termini astronomici, si limitò a sfiorare la Terra alla quale comunque non fu risparmiato il bombardamento di uno sciame meteorico senza precedenti.
In ogni caso, dopo la caduta di Fetonte, Febo riassunse e riassunse il controllo del carro: i residui frammenti meteoritici passarono oltre la terra dirigendosi verso Venere ed il sole.
Alla terra violentata non rimaneva che cercare un nuovo equilibrio ed un nuovo assetto cosmico, portandosi dietro l’eredità delle precessione degli equinozi.
Al mito restò il compito di interpretare ciò che era successo come un titano che scaglia un macigno verso il cielo.

Cosmogonia ed Esoterismo
Ho già detto (nel Paragrafo "Il Simbolismo nel Genesi") della correlazione tra diluvio e simbolismo. Ma non è tutto. In effetti è inevitabile che il diluvio offra all’esoterismo possibilità di estrinsecazione pressoché illimitato. Non solo qual fenomeno in sé compiuto, ma anche per i collegamenti con un elemento principe dell’esoterismo: l’Atlantide.
Difatti l’accadimento del diluvio sulla terra, offre il destro per tutta una serie di ipotesi "alternative" (vale a dire estranee alla scienza ufficiale) ma comunque tali da esercitare un sottile fascino che eccita la fantasia popolare e degli appassionati.
In effetti non si tratta di riconsiderare in qualche modo antiche leggende, per quanto in larga parte molte teorie ad esse si ispirano: si tratta di spunti venuti in essere tra il XIX (1830) ed il XX sec. (1988) sulla base di quelle leggende i cui primordi risalgono sufficientemente indietro nel tempo.
La più vecchia delle teorie di riferimento è senz’altro quella che si rifà ed inizia Con Guillaume Postel (1540) (151) ma continua fino alla seconda metà dell’'800 ed al "libro di Mormon" di John Smith.
Quando parlo di "ipotesi alternative" mi rifaccio alle teorie che hanno trovato una formalizzazione nella "Teosofia" di Madame Blavatsky (a sua volta ispirata alla teogonia indù e brahminica) (152), Nel neotemplarismo del "Ghiaccio cosmico" di Hans Horbiger (1925) (153), all'"ipotesi extraterrestre" (154) sostenuta principalmente dal francese Robert Charroux, dall’italiano Peter Kolosimo e dal tedesco Erinch von Däniken.
Del resto, per quello che possono valere, vanno tenute presenti alcune strane teorie chiaramente destituite di ogni fondamento sotto il profilo scientifico.
Ne ricorderò solo i nomi pur senza occuparmene specificamente: come la teoria della "Terra cava" (portavoce l’americano Ricard Shaver), della "Terra piatta" (dell’inglese Wilbur Glen Voliva), della "Terra al centro dell’universo" (della americana Bible Science Association) e de "La terra è viva" (sostenuta dallo statunitense Alfred William Lawson).

Un Diluvio o tanti Diluvi?
Di fronte a questa imponente massa di dati, viene spontaneo chiedersi: il diluvio fu uno, di dimensioni planetarie? Ovvero si verificò una pluralità di eventi disastrosi lontani tra loro nello spazio e nel tempo?
A questo punto consideriamo nell’insieme il complesso dei miti, leggende credenze e teorie. Esse fanno tutte capo a due filoni ispirativi. Alcuni sono correlati alla linea classica (sono modello Biblico) secondo la quale il diluvio è stato un evento unico e irripetibile (si veda il Paragrafo "Il Diluvio biblico").
Eppure altrettanto autorevole è la seconda (sul modello del sacerdote di Sais o platonico). Questo gruppo crede in una pluralità o, se si preferisce, ad una periodicità di eventi catastrofici.
Credo che dare una risposta in termini di certezza, o almeno in termini di probabilità, è impossibile: sia l’uno che l’altro sono dei veri e propri schemi mentali, disancorati da qualsiasi principio di prova, più vicini alla fede che alla ragione.

Il Diluvio come tendenza fideistica: evoluzionisti e catastofisti
Proprio in quanto tendenza (o schema mentale) i sostenitori del "diluvio" si dividono il campo tra "evoluzionisti" e "catastrofisti".
Per la teoria "evoluzionista" si sarebbe trattato di un fenomeno, probabilmente collegato alla fine di una glaciazione ed allo scioglimento dei ghiacci, quindi ripetuto con il ritmo delle glaciazioni. "Non è collocabile" (sarebbe meglio dire "Non sono collocabili") sul piano temporale.
Per gli evoluzionisti, in sostanza, la modificazione planetaria si è compiuta per gradi e senza salti; le leggende si sarebbero formate dal ricordo dello scioglimento dei ghiacci di una fase interglaciale.
Secondo i "catastrofisti", invece, si tratterebbe di un fenomeno unico da attribuire all’assestamento di orbite inteplanetaria (correlazione Terra - Venere) o all'impatto della terra con un corpo celeste con la conseguente modifica dell'inclinazione dell'asse terrestre, ovvero - ancora - all’incendio cosmico di una Nova o di una Supernova. In questo secondo caso, l’evento sarebbe astronomicamente databile tra l’XI ed il IX millennio prima dell’era volgare.
La terra sarebbe andata incontro ad un grave e generalizzato scioglimento dei ghiacci seguito da un repentino quanto improvviso e rapido congelamento (surgelamento).
A ben vedere le due correnti di pensiero, indipendentemente dalla datazione, sostanzialmente divergono su un solo punto: sul modo di realizzazione della catastrofe.
Del resto i miti che ho esaminato (si veda il Capitolo I "I miti del Diluvio" - e che cerco di spiegare secondo un unico filo logico - forniscono comunque elementi per una datazione, ma non per tante.
Sotto questo profilo il Pleistocene, sebbene si tratti di un’era iniziata milioni di anni fa, è comunque quello a noi più vicino e rimane il candidato preferito per quest’opera di ricostruzione.
Perché il Pleistocene rimane un’epoca caratterizzata da grandi glaciazioni che, in epoche alternate, strinsero tutto il globo in una tenace morsa di ghiacci.
Ma, tra una glaciazione e l’altra, sulla Terra si verificarono anche climi più miti, tant’è che nel Tamigi prosperavano i coccodrilli e sulle sue rive c’erano le palme: di fatto il clima era generalmente più mite, rispetto a quello attuale, di almeno dieci gradi.
Nell’ultimo scorcio del Pleistocene, cioè quello della fase finale dell’ultima glaciazione (quella di Würms) i ghiacci avevano ricoperto interamente il Canada orientale e si spingevano a sud, fino alla odierna New York.
In Europa un'unica calotta copriva Scandinavia, Baltico, Mare del Nord, gran parte di Gran Bretagna, Germania, Polonia e Russia, e si spingeva ancora più a sud.
Tanto che pure in Italia erano visibili le tracce della glaciazione: i ghiacciai delle Alpi si ramificavano e scendevano sino alle valli circostanti.
In tutti i continenti, il livello minimo delle nevi perenni era di circa 1500 metri più in basso dell’attuale.
Esistevano ghiacciai persino in Australia e in Tasmania.
In questo panorama avrebbe avuto inizio e si sarebbe concluso il mitico diluvio.

Il dopo Diluvio
Allorché le acque si ritirarono l'umanità emerse dal peggior incubo della sua storia: si ritrovò in un mondo desolato e distrutto.
I sopravvissuti scandinavi, del Vicino Oriente, del Nordamerica, ricordarono bene l'avvenimento: Vi era fango ovunque; la vegetazione dell'Età dell'Oro non esisteva più; la maggior parte della Terra era resa sterile dalla lava; le foreste erano state rase al suolo; neanche il fango era fertile: tutto era ricoperto da un bianco manto di sale.
Nella Bibbia (Gen. 8,1,14) è scritto: "Poi Iddio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali che erano con lui nell’Arca; mandò un vento sulla terra e le acque decrebbero ... Le fonti dell’abisso e le cataratte del cielo furono chiuse e cessò la pioggia del cielo ... L’anno 601 della vita di Noè, il primo giorno del primo mese, le acque si prosciugarono sulla terra."
Le acque erano rimaste sulla terra "per 150 giorni" (Gen. 7,24).
Ma c’era qualcosa di cui il compilatore della Bibbia non conservava e non poteva conservare memoria: il diluvio, che aveva sommerso con l’acqua le terre meridionali, in quella settentrionali si combinò con lo slittamento dell’asse terrestre e sommerse in un mare di giaccio quelle che erano state zone temperate, lussureggianti foreste, fertili pianure; e con esse la fauna.
Il Mattera ha osservato: "La transizione fu brutale. In Siberia, i mammut furono congelati in un batter d'occhio sul posto, con l'erba del loro ultimo pasto ancora mezzo digerita nello stomaco".
E l’uomo dovette dimostrare, ancora una volta, il suo ingegno perché la carenza di cacciagione costrinse le poche comunità a cercare il proprio sostentamento nella terra stessa, prima scavando radici e poi impiantando nuove colture. Peraltro la presenza di acqua diluviale fece sì che gli uomini sviluppassero l’agricoltura nelle zone medio-alte dei monti.
Dodicimila anni prima di Cristo fa ebbe luogo la rivoluzione economica del paleolitico: gli uomini iniziarono a coltivare la terra. Questo fenomeno avvenne contemporaneamente su tutto il golbo.
Dopo più di centomila anni d’esistenza improvvisamente l’homo sapiens fu anche "homo faber" e iniziò a coltivare quanto gli occorreva per la sopravvivenza. Non prima e non dopo; tutti assieme e contemporaneamente; sulle motagne.
Furono ignorati i luoghi più fertili della terra (come la pianura Padana, la valle del fiume Giallo e il delta del Mekong); lavorando come un asino sui monti l’uomo del paleolitico sopravvisse e garantì la continuazione della specie.
È scritto nel Genesi (Gn. 8, 20 e segg.) che, finito il Diluvio, "Noè edificò un altare al Signore: e prendendo di tutte le bestie e uccelli mondi li offrì in olocausto sopra l'altare" ... ottenne così che Dio mutasse il Suo pensiero e decidesse di salvare la Creazione.
In effetti "Ciò che occorreva all'uomo per aprire la strada verso una società regolata era che sussistessero condizioni e tempi adatti e che vi fossero individui sufficientemente dotati a indicargli il cammino ..." (Francis Hitching).
Chiaramente l’uomo fece la prima grande scelta: di fronte al migliorare delle condizioni ambientali l'uomo avrebbe potuto adottarsi o seguire la linea dei ghiacci in ritirata (155).

I precursori della rinascita umana
È curioso come Platone, nei suoi "Timeo" e "Crizia", ponga la fine del favoloso continente atlantideo a circa 11.000 anni fa, quindi una data compresa in quel lasso di tempo che gli scienziati concedono per l’ultimo scorrimento dei poli terrestri (10.500-13.000 anni fa).
I pochi superstiti di questo mitico continente (che non sarebbe mai scomparso ma solo coperto eternamente dai ghiacci: l’Antartide) si sarebbero sparsi per il mondo (ecco i vari miti di semi-dei come Osiride, Oannes, Viracocha, Kukulkan, Quetzalcoatl) a spargere il seme delle loro conoscenze ai pochi, primitivi e impauriti sopravvissuti.
Toccò a loro gettare le basi per la costruzione di civiltà come quelle mesopotamiche, egizia, centroamericane, trasmettendo loro il bagaglio di conoscenze astronomiche, ingegneristico, religioso e geografico cartografico.
Tracce di una civiltà che poi sarebbe andata perdendosi in ragione dell’abbrutimento dei portatori, di lotte interne, mancanza d’adeguata conservazione di tali conoscenze od altre cause a noi sconosciute.

Note:
115. C'erano coccodrilli nel Tamigi mentre sulle sue rive c’erano le palme. In genere la Terra ebbe un clima più mite, rispetto a quello odierno, di almeno una decina di gradi. Durante la glaciazione di Würms, nell’America Settentrionale i ghiacciai ricoprivano tutto il Canada orientale e lambivano la costa degli USA dove oggi è collocata New York.
In Europa un'unica calotta copriva la penisola scandinava, il Baltico, il Mare del Nord, gran parte della Gran Bretagna, la Germania, la Polonia e la Russia, spingendosi più a sud ancora.
Sul nostro territorio le Alpi erano un immenso ghiacciaio ramificato che scendeva sino alle valli circostanti. Dovunque il livello delle nevi perenni era situato a circa 1500 metri più in basso dell’attuale. Era possibile osservare ghiacciai anche in Australia e in Tasmania.
116. Vedi A. Mattera, "Cartografia Antica", in acam.it cit. Quest'immensa coltre di ghiaccio che qualcuno ha valutato in 9 milioni di chilometri quadrati di terre coperte, sottraeva di per sé acqua agli oceani ed è lecito ritenere i fondo marino di circa 130 metri più basso rispetto all’odierno. Naturalmente la mappa di Buache mancava di isoipse (linee altimetriche).
117. Come è noto la "Megafauna" comprendeva specie animali estinte come i mammuth, le Tigri dai denti a sciabola ecc.
118. Migliaia di scheletri umani sono stati trovati, in Siberia come in Alaska, frammisti - insieme al permafrost - con migliaia di tigri dai denti a sciabola, a mammut ed a cervi giganti.
119. Pleistocene overkill = strage nel pleistocene.
120. I massi erratici sono elementi trasportati da immani inondazioni. Anche in questo caso possiamo attribuire all’acqua forse la causa definitiva del loro vagabondare.
121. Si pensi ad una lettera del 1502 di Amerigo Vespucci che scriveva: "... arrivammo a un villaggio di una dozzina di capanne, dove si trovavano sette donne, così grandi che misuravano tutte una spanna e mezzo più di noi ... Ma ecco che anche degli uomini entrarono; essi avevano una tale statura, che erano più alti in ginocchio di me in piedi. Invero essi erano dei giganti ...".
122. I giganti del Popol Vuh erano quattro e si chiamavano Gurup Cakix, Cabracàn, Zipaknà e Chimalat.
123. Ma lo stesso discorso vale anche per le tigri dai denti a sciabola, per i mastodonti e per i cerci giganti.
124. Cioè congelati all’istante.
125. Molti scienziati, fra cui Hapgood, noto per le sue ricerche sulle antiche mappe, propendono per la tesi che questi spostamenti dei poli nascono a causa di slittamenti della crosta terrestre, dovuti ai più svariati motivi. Di fatto dobbiamo considerare molteplici spostamenti dei poli tutti ascrivibili ad un’unica causa ma comunque singolarmente riferibili a varie epoche.
126. Ha fatto osservare il Mattera che: "un asse terrestre verticale rispetto all’eclittica comporterebbe un‘eterna primavera, con un giorno lungo esattamente dodici ore per tutti i 365 giorni. Ma questo comporterebbe anche le condizioni ideali per una glaciazione, poiché, a fronte di queste condizioni primaverili, la neve comunque caduta al di sopra di una certa quota non si scioglierebbe mai e le precipitazioni, a tale quota, sarebbero di carattere nevoso. Fiocco dopo fiocco, neve su neve, lo spessore aumenterebbe man mano. Il ghiaccio scenderebbe sempre più a valle, non trovando mai una temperatura abbastanza elevata da scioglierlo completamente e rapidamente, riuscendo così ad accumularsi ed ad aumentare lo spessore sino a trovare zone effettivamente più calde, dove la sua avanzata deve per forza arrestarsi."
127. Come la Mappa Buache di cui ho detto.
128. Sostanzialmente una variante giapponese dell’Atlantide.
129. La pietra per legare il sole d Machu Pichu.
130. Ad esempio le scoperte di Wolley, il ritrovamento dell’Arca o la notizia del suo presunto ritrovamento.
131. Questa circostanza servirebbe a spiegare la presunta "mancanza di tracce": la Terra è composta di due terzi d’acqua e quindi la probabilità di una caduta in mare sia abbastanza alta. Del resto sembra che 65 milioni di anni fa un meteorite sia caduto in mare nel Golfo del Messico e abbia provocata l’estinzione dei Dinosauri (Chretacic overkill).
132. Prove per accertarsi della posizione antica dei poli possono essere estratte dalle tracce di magnetismo residuo nelle rocce. La lava che esce da un vulcano si raffredda e si magnetizza secondo la direzione del campo magnetico di quella zona, dando così, ai geologi, importanti informazioni. Ma anche la presenza di determinati esemplari di flora e fauna in determinati periodi contribuisce a darci un quadro indicativo del fenomeno. Questi sono solo due dei principali metodi per studiare e stabilire, epocalmente, la posizione dei poli.
133. Abbiamo, nel recente passato della terra, sufficienti esempi che sono in grado di fornirci elementi di appronto inequivocabili.
Le esplosioni di vulcani come il Krakatoa (1883) e il Tambura (1815), hanno ricoperto di cenere l’atmosfera della terra per svariati anni, consentendoci di osservare albe e tramonti fra i più spettacolari. Il Tambora, provocò gravi danni all’agricoltura sia in Europa che in America settentrionale, dato che l’estate che seguì alla sua esplosione fu documentata come fra le più fredde, causando oltre alla perdita del raccolto anche una susseguente carestia. Si pensi che la temperatura si abbassò tanto repentinamente anche fra paesi lontani come la Svizzera e l’America, tanto che quell’anno fu denominato "l’anno senza estate". In America nevicò in giugno e il 21 agosto un freddo gelo distrusse, come sopra detto, le colture e orti dal Maine sino al Connecticut. Nel 1783, dopo l’eruzione dello Skaptar-jokùll, in Islanda, il mondo restò oscurato per diversi mesi. La Montagna Pelèe, in Martinica, quando esplose, nel 1902, provocò una nube di ceneri più pesanti che scese a valle con una velocità superiore ai 150 km l'ora, radendo al suolo e incendiando la città di Saint-Pierre. Questa nube uccise, bruciò e asfissiò tutto ciò che trovò sulla strada, demolendo costruzioni in pietre e polverizzando quelle in legno, con una temperatura stimata vicino agli 800°C. I morti accertati furono quasi 40.000, insomma l’intera cittadinanza di Saint-Pierre!
134. Tra l’altro profondo conoscitore di scrittura cuneiforme.
135. Ma il termine era sbagliato: le "stelle nuove", non lo erano affatto. In realtà si trattava di stelle troppo poco luminose per essere viste: solo che all'improvviso iniziavano a brillare, perché sono antiche, perché hanno un eccesso di elio negli strati esterni, con un gradiente di espansione troppo rapido. Quando queste tre condizioni si verificano insieme le "nove" brillano diverse migliaia di volte in più della loro luminosità originale in un tempo che va dai giorni alle ore. La causa del bagliore è un'emissione esplosiva di gas.
Gli astronomici dicono che una dozzina di stelle diventano delle nove nella nostra galassia ogni anno. Il processo è localmente distruttivo - comporta la combustione di qualsiasi pianeta orbitante nel sistema - ma in condizioni normali non ci si aspetterebbe che si estendono molto oltre il sistema della medesima stella.
136. Gli astronomi (tra i quali il Michanowski) hanno trovato i segni di una supernova, vicina abbastanza vicina in senso astronomico (soli 45 anni luce, nella Galassia della Vela) che, tra 14.000 e 11.000 anni fa, sarebbe esplosa nella galassia della Vela con effetti catastrofici anche per l’intero sistema solare.
137. Si veda la stupenda descrizione dell’esplosione di Supernove coma la grande bolla, Vela X o Vela F che dir si voglia, di Antonio Mattera, in acam.it.
138. Antonio Mattera, in articolo citato.
139. è stato stabilito che lo tsunami del 27 dicembre scorso è stato determinato da una stella di neutroni, la SGR 1826-20, che ruotava con un periodo di 7,5 secondi, collocata circa 10 gradi a nord Est del centro galattico e distante circa 45.000 anni luce. In un decimo di secondo l’esplosione ha irradiato più energia che il sole in 100.000 anni. Le radiazioni gamma sono risultate intrinsecamente più potenti alla sorgente dell’esplosione, ma altre esplosioni in altre galassie decine di volte più distanti, non sono così luminose quando raggiungono il sistema solare. Ciò che ha reso unica l’esplosione del 27 dicembre è stata la possibilità di osservarla nella nostra galassia. Gli astronomi hanno teorizzato che l’incendio delle radiazioni gamma potrebbero aver viaggiato unite alle onde gravitazionali. Nel corso dell’attraversamento dello spazio i raggi gamma sarebbero stati deviati proprio dai campi gravitazionali e dalle particelle incontrate così che si sarebbero affievolite più di quanto avrebbe causato l’attraversamento dello spazio senza ostacoli. Dopo un viaggio di 45.000 anni luce, una radizione gamma arriva con 44.6 ore di ritardo. - Da Forumacam, Gamma Ray Bursts, Gravity Waves, and Earthquakes. Forum Digeste n. 602 03.04.2005.
Gli tsunami di solito succedono ad eventi sismici che si verificano in mare aperto. Le loro onde si muovono a velocità enormi, fino ad 800 Km./ora e raggiungono l’altezze impensabili.
Lo Tsunami che seguì al terremoto del 1896 a Sanriku, in Giappone, fu registrato a San Francisco (a 8000 km di distanza), dieci ore dopo. Si abbatté a Sanriku con un‘onda alta 33 metri. Milioni di tonnellate di acqua si abbatterono sulla cittadina, penetrando per centinaia e centinaia di km all’interno, uccidendo circa 27000 persone!
Il 1 aprile del 1946, gli abitanti della cittadina di Lauapahoehoe (Hawaii) osservarono un fenomeno insolito: le acque dell’oceano si ritiravano. Ma non era né uno scherzo (vista la data) né un nuovo esodo biblico. Molti isolani, incuriositi, andarono sul fondo marino oramai all’asciutto, dove molti pesci agonizzavano. Ma all’improvviso un mostruoso muro d’acqua si precipitò verso loro, come una locomotiva lanciata a folle corsa, distruggendo edifici e spazzando via persone e piante come fossero fuscelli. È considerato come il più grande tsunami di questo secolo.
Una frana causata da un terremoto provocò, in Alaska, nel 1958, un’onda anomala, dovuta alla caduta di circa 80 milioni di tonnellate di materiale, alta circa 530 metri. Un effetto simile a quello che si è potuto osservare nel 2003 a Stromboli.
Il terremoto in Cile nel 1960 provocò tsunami alti fra i 4 e 5 metri che inondarono le città e distrussero porti, navi e edifici, per poi ritirarsi e lasciare il posto ad una gigantesca onda alta quasi 10 metri alla velocità di 125 km l'ora. Dietro di essa arrivarono altre onde ma non trovarono più niente da distruggere. Il numero di cileni morti venne quantificato in più di un migliaio. Ma questo è niente perché onde concentriche si irradiarono in tutto il Pacifico, spianarono Hilo (Hawaii), devastando circa 230.000 km quadrati e uccidendo 6.000 persone. Ancora non del tutto sazia, nella sua corsa omicida, l’onda continuò il suo percorso e, quasi un giorno dopo, andò a portare morte e distruzioni nelle isole giapponesi di Honshu e Hokkaido, uccidendo circa 180 persone.
L’esplosione del Krakatoa generò onde sismiche alte fino a 40 metri che uccisero più di 40.000 persone, non direttamente sull’isola, che era disabitata, ma allorquando onde gigantesche colpirono ripetutamente l’isola di Sumatra e Giava. Una nave olandese, la Berouw, fu trasportata sino ad un chilometro e mezzo all’interno dell’isola di Sumatra. La cittadina di Merak che aveva subito pochi danni alla prima serie d’ondate, venne colpita da un’onda che, all’inizio alta 15 metri, grazie al fatto che accumulò acqua su acqua, penetrando nella stretta baia, divenne ben presto alta più di 40 metri!! Quest’immane muro d’acqua, composto di milioni e milioni di tonnellate liquide, si abbatté su Merak cancellandola completamente con tutta la popolazione.
Nel 1992 il villaggio di Riangkroko fu colpito da un‘onda stimata alta circa 22 metri. Alcune delle 263 persone che morirono lì e nei villaggi limitrofi furono trovati, cadaveri, appesi sugli alberi.
In tempi più recenti (1994) Giava e Bali furono colpite da un tsunami alto circa 5 metri a Giava e ben 15 a Bali, uccidendo circa 200 persone.
Il terremoto di Lisbona (1755) provocò un‘onda anomala (testimonianze dicono anche alta 15 metri) che insieme al sisma contribuì ad uccidere circa 60.000 persone e i cui effetti si ripercossero anche su Madeira, al nord dell’Inghilterra, a sud dell’Africa (le città di Fez e Meknes furono gravemente danneggiate), fino al Nordamerica e ai Carabi.
Lo Tsunami del 26 dicembre 2004, seguì ad un terremoto di magnetudo 9,3. Ha interessato l’Oceano Indiano e le coste di Sumatra in Malaysia causando oltre 25.000 tra morti e dispersi: si è tratto del più devastante tsunami fin dall’esplosione del Krakatoa. I raggi gamma hanno superato di 100 volte il livello massimo mai registrato.
140. Si noti la coincidenza, anche indipendentemente dal tipo di teoria, con le datazioni secondo O. Muck.
141. Kolosimo, op. cit., pp. 58 ss.; Josè Medina Toribio, "Los Aborìgenes de Chile", Santiago,, 1952 su manoscritto del 1882; Martin de Murual, "Historia del origen y genealogia real de los reyes Incas del Perù", 1950. Vedere anche, di Kolosimo, "Terra senza tempo", Milano.
142. "Immense ondate gigantesche, che, alte da poche decine a centinaia di metri, percorrerebbero tutto il globo e si abbatterebbero sulle coste e penetrerebbero sino all’interno (i famosi tsunami), distruggendo e ricoprendo tutto ciò che incontrano. Anche qui, apriamo un piccolo spiraglio analizzando gli effetti di alcuni dei maremoti più famosi, al fine di comprendere meglio quale immane disastro dovette accadere circa 12.000 anni fa." Antonio Mattera, cit.
143. Come variazioni dell’ecosistema, di modifiche dell’inclinazione dell’asse terrestre, di scomparsa della megafauna, di scomparsa di continenti.
144. è L’ipotesi della teoria di Otto Much.
145. Si veda gli articoli pubblicati da Mettera in acam.it. Mi riferisco in particolare all’ipotesi trattata da Michanowski in "All’alba della civiltà".
146. Probabilmente era quello che la tradizione biblica indica come l’Angelo dell’Apocalisse!! Allora il nostro sistema solare era molto diverso dal nostro, con i pianeti che avevano orbite molto più vicine alla circonferenza esatta e magari con l’esistenza di un altro pianeta, un gigante gassoso, dove oggi vi è la fascia di asteroidi di Kuiper.
147. Chiaro è oramai che l'intruso deve essere alla fine giunto così vicino alla Terra da passare all'interno dell'orbita lunare. Questo è l'unico tipo di approccio che avrebbe permesso che la Luna fosse forzata all'interno di un'orbita più grande. Ma molto prima che ciò accadesse, "la Vela" (come lo chiameremo d'ora in poi per comodità) avrebbe dominato i cieli notturni, per poi apparire alla luce del giorno man mano che si avvicinava. I primi ad essere stati sperimentati, con tutta probabilità, furono gli effetti gravitazionali, di quadruplice natura. Il forte campo gravitazionale dell'intruso e dei suoi nuovi compagni avrebbe disturbato l'antica orbita della Terra, causato lo slittamento dell'asse planetario, diminuito la velocità di rotazione, creato le variazioni che sperimentiamo durante la precessione degli equinozi.
Nonostante fosse il più drammatico, il primo di questi avrebbe poi causato i minori problemi alla vita sulla Terra. Il cambiamento nell'orbita sarebbe stato più evidente nella posizione e nella comparsa del sole, con alcune corrispondenti differenze nelle osservazioni stellari e planetarie. Ma, anche se significativo per i sacerdoti-astronomi, qualche dubbio resta su quanta attenzione la massa di persone comuni possa aver prestato a questo cambiamento. Gli altri effetti avrebbero provveduto a fornire molte altre cose di cui preoccuparsi. Allorché l’influsso gravitazionale di Vela-F proseguiva, il guscio del nostro pianeta iniziò a spaccarsi. Le fratture furono enormi. Una è ancora visibile oggi nella Rift Valley africana: una fessura che si estende per oltre 4.800 km dalla Siria al Mozambico. La larghezza della valle varia da pochi chilometri a più di 160 km. La rottura della crosta terrestre fu accompagnata da drammatici cambiamenti nel nucleo fuso. L'antico sistema di circolazione del calore andò completamente in panne mentre flussi di magma sotto la superficie venivano attratti sempre più verso l'intruso, allo stesso modo in cui le maree oceaniche vengono provocate dall’attrazione gravitazionale della Luna. L'astenosfera liquida non fu l'unica ad essere coinvolta. Persino la crosta rocciosa della litosfera non fu immune a questa fatale attrazione. Già sotto pressione a causa delle fratture provocate dall'inclinazione planetaria, vaste distese della litosfera iniziarono a deformarsi e collassate. Le grandi catene montuose dei giorni nostri si ripiegarono per poi risollevarsi, quasi come in un tributo di saluto al nuovo elemento comparso nei nostri cieli. L’attività vulcanica si intensificò come mai prima. Oggi vi sono circa 1300 vulcani attivi al mondo. Allora, fiumi di lava colavano lentamente da centinaia di migliaia di nuove fessure. I vulcani eruttavano con violenza senza precedenti. Milioni di tonnellate di cenere bollente furono scagliati nell'atmosfera.
Per darci un’idea di quello che potrebbe essere successo 12.000 anni fa con un’intensa attività a livello mondiale di vulcanismo consideriamo alcuni fra i più noti casi di esplosioni vulcaniche, considerando che comunque questi sono eventi isolati e non accumulati nello stesso momento.
148. Circa il 70,8% della superficie terrestre è coperto dalle acque, con una profondità media che non supera i 4 m. La massa degli oceani è approssimativamente uno su 4400 del totale della massa della Terra. Questa gran quantità d'acqua forma ciò che gli oceanografi definiscono Oceano Mondiale. La suddivisione in oceani e mari è puramente di comodo. Quando un corpo celeste di grandi dimensioni si avvicina ad un altro, entrano in gioco diverse forze: innanzi tutto la forza di gravità, poi quella elettromagnetica. Nel nostro caso è assolutamente possibile che il frammento di Vela bruciasse proprio come un sole.
149. Sembra provato o provabile che il frammento stellare rasentò la terra dall’equatore in direzione del Polo Nord.
150. In Art. cit.
151. Si veda la sua opera "Clef des choses cachées depuis le commencement su mond". Me ne sono occupato nel mio lavoro "I misteriosi Tarocchi".
152. La dottrina teosofica prevede un Eden formatosi nel caos primordiale circa due miliardi di anni fa: I continenti (Iperborea e Lemuria sarebbero stati i primi) si sarebbero formati tra 600 e 400 milioni di anni fa e avrebbero dato vita alle cosiddette razze Madri (tra queste la razza iperborea e quella lemuriana). Lemuria sarebbe andata distrutta dal fuoco vulcanico; mentre ad Atlantide nasce l’homo sapiens. Una cometa colpisce la terra e inizia il periodo detto del Ragnarock (dell’oscurità); 900.000 anni fa. I Toltechi sono i giganti di una delle razze atlantidei. Ad Atlantide inizia l’età dell’oro. 800.000 anni fa Atlantide viene distrutta per la prima volta a causa della magia nera praticata dai suoi abitanti. Una seconda distruzione di Atlantide ha luogo 200.000 anni fa. L’eden Biblico si troverebbe, secondo Churchward, su un continente sommerso dell’oceano Pacifico: la storia biblica della creazione sarebbe stata elaborata a Mu. La terza distruzione di Atlantide ebbe luogo nel 77.014 anni fa a seguito della guerra del Re del Mondo: la terra è deserta: gli angeli si materializzano e danno vita alla nuova razza umana. 50.000 anni fa segnano l’apogeo di Mu, Arrivano i Naacal, viene inventata la scrittura e vengono compilate le famose tavolette: Atlantide è divenuta l’isola descritta da Platone che viene distrutta definitivamente 12.000 anni fa.
153. La dottrina del Ghiaccio cosmico crede nella vita portata congelata nel ghiaccio intergalattico, portata come virus congelati sulla terra formatasi 1.600.000.000 di anni fa: la terra avrebbe avuto varie lune, cadute sulla terra in epoche diverse dando luogo a diversi fenomeni (ad esempio i giganti); una seconda luna sarebbe precipitata 15.000.00 di anni fa con la conseguente distruzione della razza dei giganti pressoché integrale. 900.000 anni fa sarebbe stata fondata Tiahuanaco mentre la terza luna si avvicinava alla Terra; 150.000 anni fa avrebbe luogo la seconda distruzione di Atlantide con la caduta della terza luna.
154. La teoria extraterrestre prevede che in un sistema solare formato da dodici pianeti, ce ne fosse uno che i Sumeri chiamavano Marduk un satellite del quale avrebbe colpito la Terra, in via di formazione, 4 miliardi di anni fa, mentre un secondo satellite, catturato dalla Terra, sarebbe oggi la nostra Luna. Sulla terra si sarebbero verificate varie dominazioni aliene: da parte di venusiani tra 16 milioni e 500.000 anni fa. 445.000 anni fa da Marduk arrivano sulla terra i Nefilim, e fondano le principali città della Sumeria.
155. Come fecero quelli che rimasero nomadi o sfociarono in rami poi estinti dell'evoluzione N.d.A. - Francis Hitching.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Testi della biblioteca dell’Autore
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Articoli da Internet
Pier Giorgio Lepori, "Il cataclisma pleistocenico", in Edicolaweb.
Mattera, "Il diluvio" in acam.it.
Forumacam, n° 602 dello 03.04.2005 "Gamma Ray Bursts, Gravity Waves, and Earthquakes". acam.it.
Siti alla voce: "Piri Reis Map".

Altre letture consigliate
Roger Hervé, "Découverte fortuite de l’Australie et de la Nouvelle-Zélande par des navigateurs portugais et espagnols entre 1521 et 1528", Comité des travaux historiques et scientifiques, Paris, Bibliothèque Nationale, 1982.
Kenneth Gordon McIntyre, "The Secret Discovery of Australia: Portu-guese Ventures 250 Years before Capt. Cook." Sydney, Pan, 1977.