
I MISTERI DEL DILUVIO NELLA STORIA E NEL MITO
di Stelio Calabresi
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CAPITOLO II - LE PROVE DEL DILUVIO

Il fatto e la prova del fatto. La ricerca di prove storiche
Non posso nascondere le difficoltà di una ricerca che rischia di restare nascosta nelle pieghe del tempo ("probatio diabolica", direbbero i giuristi) al punto da dar credito alla ipotesi del diluvio-favola.
Fortunatamente, tale problema, per vari motivi, non si pone per l’evento "diluvio". Valutato in sé il fenomeno individua qualcosa che, sul piano concreto, suoni come diluvio sia in senso fisico che in senso metaforico. E non c’era bisogno di cercare lontano sul piano del tempo ma piuttosto nello spazio.
Fino alla fine del XIX sec. si pensava che la narrazione biblica fosse una sorta di favola o mito religioso senza nessun punto di contatto con la realtà. Verso il 1880 cominciarono a circolare le copie di una traduzione dall’accadico. La "Epopea di Gilgamesh". Esso conteneva, con nomi diversi, situazione identica a quella del Diluvio biblico.
Il poema accadico ripropose immediatamente una rilettura critica del cap. 8,4 del Genesi che si suppone scritto, come tutti i libri del "Pentateuco", intorno al 900 a.C. anche se rielaborato intorno al 400 a.C. (89). Ci accorgiamo ora che il Genesi rievoca un episodio di inondazione verificatasi, presumibilmente in Mesopotamia, intorno al V-IV millennio a.C., ma dal carattere di universalità molto dubbio.
In effetti il fatto, così com’è narrato nell’epos di Gilgamesh, faceva parte del patrimonio mitologico di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi, ed era stato trasferito nel racconto biblico con nomi cambiati. Il Noè sumero aveva il nome di Ut-Napishtim o, secondo altre lezioni, Zi-u-sudra; il racconto che questi fa a Gilgamesh ha comunque il sapore di una narrazione escatologico-religiosa (legge di confusione e manipolazione) molto simile a quello biblico.

Diluvio e archeologia: Watelin e Wolley. La scoperta del Diluvio
Nei loro scavi in Mesopotamia gli archeologi Charles Louis Watelin e Leonard Wolley si imbatterono nella tracce del diluvio quasi contemporaneamente; il primo a Kish, il secondo a Ur.
Forse non è un caso che i ritrovamenti avvennero proprio nella zona dove ebbe origine il mito più antico che si conosca.
Wolley, in particolare scavava a Larsa (Ur: periodo accadico e di Nabucodonosor), al di sotto dello strato sargonide nella zona delle tombe reali dove ritrovò il famosissimo "stendardo di Ur".
In particolare Wolley fece una scoperta che andava al di là di ogni logica: fino ad un certo punto ai vari livelli di scavo si era imbattuto in ceramiche (90), di epoca nota (quindi ben caratterizzate); improvvisamente, continuando nello scavo, nello strato immediatamente sottostante trovò i resti di una gigantesca inondazione (fango o melma) che riempiva la zona di scavo per quattro metri di altezza; tuttavia, sul lato dello scavo che fiancheggiava una collina cominciarono ad emergere rovine di abitazioni non caratterizzabili (cioè prive di marcatori conosciuti). Orbene, al di sotto dello strato di melma Wolley non si aspettava di trovare altro e... invece, trovò un antichissimo abitato pre-diluviano.
Quegli scavi, manco a dirlo, parlavano proprio del diluvio di Ut-Napishtim.
E analoga esperienza toccò a Watelin a Kish.
Si è anche ritenuto che, anche indipendentemente dalle esperienze di Wolley e di Watelin, sarebbe stato possibile rintracciare altri messaggi di un passato che in sé potrebbero costituire un mistero nel mistero.
Questi messaggi, che si aggiungono ai miti codificati, non sempre sono facilmente identificabili, perché ci giungono nelle più svariate forme.
Mi riferisco a mappe, manoscritti e documenti, che presumibilmente sarebbero stati ricopiati da originali andati perduti o distrutti in varie e diverse occasioni. Si fa riferimento, ad esempio, all’incendio della Biblioteca di Alessandria, avvenuto in epoca romana ovvero all’incendio di Costantinopoli del 1453, durante il saccheggio ad opera dei Turchi.
Molti di questi documenti sono ricomparsi in epoche posteriori. Mi riferisco in particolare:
- alla mappa di Piri Reis datata al 1513 ma basata su mappe dell’epoca di Cluadio Ptolomaeus (vissuto nel II sec. d.C.) che le avrebbe trascurate perché contrastanti con la teoria geocentrica, da lui stesso sostenuta nel trattato "Geographica". Sono tornate recentemente di moda attraverso preziose ristampe (91);
- al Codice Atzeco detto "Chimalpopoca";
- al Codice Maya del "Popul Vuh" e del "Chilam Balam";
Se questa teoria fosse esatta (e ne vedremo nel prossimo capitolo i limiti) si dovrebbero fare due osservazioni:
- La prima: che in linea di massima, i cosiddetti "antichi" avrebbero posseduto cognizioni geografiche insospettate ed insospettabili.
- La seconda: per quanto riguarda il diluvio, cambiano, di volta in volta, gli estremi della narrazione (a esempio il numero e la qualità dei superstiti) ma non la sostanza del racconto.
Si alimenta così il sospetto che stiamo analizzando la contraddizione di una circostanza unica sotto il profilo oggettivo, ma sempre diversa sotto l’aspetto soggettivo pur possedendo tutte un fondo comune di verità (92).
Alle stesse conclusioni perveniamo se mettiamo a raffronto l’episodio del sumerico Ut-Napishtim e quello del Biblico Noè anche se probabilmente facevano capo ad uno stesso archetipo.
Altrettanto dicasi per quelli che fanno parte della tradizione mitologica Greca (si pensi al diluvio di Cadmo, a quello di Deucalione e Pirra, a quello di Foroneo e, da ultimo, all’episodio di Fetonte).

Charles Darwin
Intanto anche Charles Darwin aveva voluto aggiungere un suo tassello alla vicenda del diluvio. Esso riguardava la comparsa degli esseri umani e la svincolava dalle istantaneità proprie del Genesi.
La sua opera fondamentale, "L’origine della specie" (pubblicata nel 1859), proponeva una tesi più "casuale", dove tutti gli esseri viventi, erano il frutto di un’evoluzione dove un ruolo determinante veniva giocato da realtà fatte di condizioni climatiche, di habitat e di bisogni naturali nonché dalla loro mutevolezza.
È noto che il passo successivo fu quello di trovare una scimmia all’origine dell’evoluzione dell’uomo. Nonostante lo scetticismo di certi ambienti (93) la teoria darwiniana, in poco più di una decina d’anni, finì col trionfare fino a venir considerata una specie di dogma infallibile.
Naturalmente Darwin si rendeva conto come la realizzazione del prodotto finale fosse condizionata da numerosissimi passaggi intermedi (molti dei quali costituiti da vicoli ciechi) spesso poco percettibili o documentabili solo con grandissime difficoltà.
Per lo studioso regola fondamentale era che l’evoluzione "non potesse procedere per salti": vuoti nei passaggi intermedi potevano verificarsi ma dipendere da fattori diversi tra i quali le inevitabili imperfezioni nelle tracce paleontologiche: spesso si contentò di augurarsi la scoperta di fossili "intermedi" per riempire i vuoti.
Così alle Galapagos si rese conto del primo grande vuoto quando vide nei sauriani di quelle isole l’ultimo prodotto dell’evoluzione dei dinosauri.
Ma che fine avevano fatto i dinosauri e poi la megafauna scomparse da un giorno all’altro?
Il botanico russo Nikolai Ivanovich Vavilov (1887-1943), pensò alla possibilità di applicare i principi dell’evoluzionismo anche alle strutture sociali.
In particolare scoprì che l’agricoltura era stata introdotta, su scala mondiale, nelle zone degli altipiani, al di sopra dei 1500 metri di altitudine (94).
Questa scoperta introduceva una variante di grande portata nella storia dell’evoluzione umana. Perché l’umanità aveva iniziato ad esercitare la propria attività economica (agricoltura) nella condizioni peggiori che ci si potessero immaginare?
Si pensò allora ad una improvvisa modificazione nell’inclinazione dell’asse terrestre (forse) a causa dell’impatto con un grosso meteorite (o un asteroide) che avesse provocato cambiamenti climatici di grande rilevo.
Tale ipotesi sembrò peraltro avallata da una frase del Timeo platonico: "La verità é questa: a volte si verifica una deviazione del movimento dei corpi che circolano in cielo".
In questo caso nell’epicentro dell’impatto e per un raggio di varie centinaia di chilometri all’intorno, tutto era stato immediatamente distrutto dall’urto e dall’energia cinetica sprigionatasi.
È anche lecito pensare che il pianeta abbia oscillato sul proprio asse e che questo iniziò a spostarsi: questa oscillazione improvvisa, agendo su una massa poco solida, naturalmente provocò ovunque movimenti tettonici, terremoti, crolli e frane conseguenti allo slittamento delle masse continentali sul nucleo liquido.
D’altra parte l’acqua degli oceani, spinta dalla massa dei continenti che slittavano, cominciò ineluttabilmente a sommergere le terre che si spostavano verso il largo mentre si ritirò da quelle che si allontanavano dall’epicentro.
Quando poi il mare fu penetrato nelle parti più "basse", si generò un effetto tsunami. Il mare si ritirò per generare un’onda mostruosa che dovette fare varie volte il giro del mondo distruggendo tutto quello che trovava sul proprio percorso.
Quest’onda lasciò sul terreno segni, inestinguibili, del proprio passaggio come gli strati di fango alluvionali trovati da Wolley ad Ur.
Quando si esaurì la forza cinetica, tutte le terre più o meno sotto i 1500 metri s.l.m. rimasero intrise di acqua salata in modo da non consentire per moltissimi anni coltivazioni di sorta fino a quando, dopo secoli o millenni, la pioggia non ebbe dilavato il sale permettendo così colture al di sotto di quella quota.
I vari Noè sarebbero così riusciti a procurarsi il cibo ed a ricostruire cultura e civiltà "sugli altipiani", solo a prezzo di enormi stenti (95).
Lascerò ora da parte le polemiche, gli aggiustamenti ed i compromessi tra Darwinismo e la scienza non evoluzionista perché prive di interesse relativamente al problema in questione; lascerò da parte anche fossili, anelli di congiunzione e vicoli ciechi nell’evoluzione per osservare che la stessa scienza, inizialmente, negò l’esistenza di ceppi umani perduti, in periodi anteriori alle datazioni storiche canoniche.
Alla pubblicazione del 1859 Charles Darwin, fece seguire, nel 1871, "L’origine dell’uomo e la selezione naturale" e spedì tra le ortiche la quasi totalità delle false teorie e dei falsi atteggiamenti tipici di un certo intellettualismo beghino (96).
Per parte sua anche Albert Einstein arrivò ad una conclusione negativa circa la possibilità per l’evoluzione di procedere per salti; e Upgood trasse identiche conclusioni; dopo che Otto Muck ebbe elaborato in senso galileiano la teoria delle scomparsa di Atlantide; dopo che Michanowski riuscì a dimostrare la possibilità degli effetti della sua Supernova (la sua Vela X), oggi non desta alcuna meraviglia la rivalutazione di una teoria che qualche anno fa sarebbe sembrata quasi da fantascienza. Mi riferisco alla tesi secondo la quale un diluvio avrebbe avuto luogo nel Pleistocene (97).
Ma aver accolto simili teorie non significa aver risolto tutti i misteri che circondano il diluvio: restano da individuare le cause.
E qui, stranamente (o quasi), la storia della nostra umanità, nel nostro subconscio, non comincia dalla creazione ma da una catastrofe tanto immane che dovette far pensare ai pochi sopravvissuti, sparuti e sparpagliati, di aver meritato la fine del mondo.
La nostra storia parte dal diluvio universale.
Chi furono i mitici progenitori dell’umanità: è possibile che molti dèi (Oannes, Orejona, i Viracochas, i misteriosi Cabiri, gli Elohim, gli Asi, Osiride, Thoth e quanti altri), venissero da un altro pianeta, o che fossero capaci di vivere in un ambiente alieno, ad esempio nell’acqua (Oannes era il Dio Pesce) (98)?
O può sembrare più logico che quegli stessi mitici progenitori, nella loro pochezza numerica, non fossero altro che gli sparuti sopravvissuti di una razza in qualche modo già avanti nella civiltà, tali da poter essere considerati superiori, simili agli dei (come gli stessi Osiride, Cadmo, Thoth, Oannnes ecc.) (99)?
Credo che l’ipotesi di esseri provenienti dallo spazio o dall’acqua non abbia alcuna possibilità di essere sostenuta. Mentre molte coincidenze mi spingono a ritenere molto probabile un’origine darwiniana per esseri che avevano bisogno di ossigeno per respirare, prima, e per modulare suoni, poi.
Ne consegue che dobbiamo ritenere la teoria darwiniana, per quanto discutibile sotto numerosi aspetti, la più plausibile.

Note:
89. La tradizione attribuisce a Mosè la scritturazione dell’intero Pentateuco. Ma l’attribuzione è dubbia.
90. Come è noto le ceramiche sono una specie di marcatori per gli archeologi.
91. In questa mappa si distingue, non solo il sud America con la Terra del Fuoco e lo Stretto di Magellano (Il viaggio di circumnavigazione della terra del navigatore portoghese non era ancora stato effettuato), ma il continente Antartide in due isole distinte come consacrato in uno degli ultimi Anni Geofisici Internazionali del XX sec.
92. Ad esempio cosa dire del Diluvio delle "Metamorfosi" di Ovidio che ci introduce al mito di Foroneo ed alle sue isole felici? O della scomparsa dell’Atlantide dei dialoghi platonici "Crizia" e "Timeo"? Cosa ha a che fare col diluvio biblico la scomparsa di Atlantide? E il mito Maya che somiglia in maniera straordinaria al diluvio Biblico cosa significa? Forse unicamente che i diluvi furono più di uno ovvero che un mito originario preesisteva ad entrambi.
93. Naturalmente Darwin e la sua teoria, subito appoggiata dagli scienziati, dovettero, nelle varie sedi di dibattito, subire più di una confutazione e persino scherni da parte dei teologi, religiosi e non: il vescovo Wilberforce, ad un evoluzionista convinto, rispose chiedendogli se la sua parentela con le scimmie era per lato materno o paterno!!
94. Questa scoperta coincide straordinariamente con le affermazioni della "Repubblica" di Platone (in cui in filosofo afferma che la civiltà nacque sugli altipiani) e con le affermazioni del sacerdote Egizio citato nel "Timeo" secondo il quale dopo una catastrofe da acqua si salvano solo i montanari e la civiltà nasce di nuovo. Ma non è tutto, dagli studi di Vavilov e di J. R. Harlan si deduce che l’agricoltura iniziò circa 11.600 anni fa, la stessa data a cui Platone fa risalire la distruzione di un continente mitico, Atlantide. Platone dice che Atlantide fu distrutto 9.000 ani prima di Solone, se consideriamo che visse 2.600 anni fa abbiamo che la fine di Atlantide fu nel 9.600 prima dell’era volgare, 11.600 anni fa, esattamente la data calcolata dai botanici.
95. Galileo Ferraresi, "I sopravvissuti al Diluvio Universale", in acam.it. Soprattutto nella valle di Neander (presso Düsseldorf, Germania), dove nel 1856 si rinvenne un cranio dalla forma inconsueta e alcune ossa umane, cui fu poi attribuito il nome di "uomo di Neandertal". I fautori della ortodossia biblica affermarono che i fossili erano stati nascosti da ... Dio che, evidentemente, non aveva niente di meglio da fare.
96. Però, in opposizione a Charles Darwin ma pur nell’ambito dell’evoluzionismo, venne elaborata la cosiddetta "teoria della savana" che tende a dare una diversa spiegazione di quel grande processo evolutivo che ha portato alcune specie di primati a diventare quello che siamo oggi. Alcuni primati, costretti da un progressivo peggioramento, per varie cause, dell'habitat originariamente boschivo e quindi da una riduzione delle risorse alimentari, si sarebbe spinto nelle savane, lasciando così quelle foreste, che sino ad allora, aveva fornito cibo e protezione. È da questo punto che sarebbe iniziata l’evoluzione sino a raggiungere uno status vitae idoneo a consentire il dominio dell’ambiente circostante e l’affermazione della loro superiorità.
97. Si veda "Il cataclisma pleistocenico" di Pier Giorigo Lepori.
98. Come sostiene la teoria cosmogonia extraterrestre.
99. Come sostengono le religioni e le correnti mitiche di tutto il mondo?