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LE STRENNE (ARCANI ENIGMI...)


I MISTERI DEL DILUVIO NELLA STORIA E NEL MITO
di Stelio Calabresi per Edicolaweb
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INTRODUZIONE

Cosa significa il termine "Diluvio"
Chiedersi cosa possa significare la parola "Diluvio" appare come una domanda oziosa. Tuttavia la risposta è meno scontata di quanto si possa pensare.
Quando si parla di Diluvio, si fa una gran confusione: in genere si ritiene che "diluvio" sia sinonimo di grandi ed improvvise piogge torrenziali e suoni esattamente come un innalzamento improvviso del livello dei mari.
Se siamo dei "catastrofisti" siamo naturalmente portati a pensare che, almeno una volta, la pioggia abbia fatto innalzare il livello delle acque al punto da sommergere tutte le terre. Ma questo è semplicemente impossibile: sulla Terra e nell’atmosfera non esiste la quantità d’acqua necessaria.
Allora? Cosa fu il Diluvio? una pioggia torrenziale protratta nel tempo? o un'ondata (o più di un'ondata) che travolse tutto lasciando in vita pochissimi sopravvissuti?
Quando ci poniamo la domanda in questi termini, dobbiamo Innanzi tutto chiarire cosa intendiamo per "tutto". Se stiamo in una barca "tutto" è il mondo che circonda la barca (costa, altre barche); ma questo "tutto" sarà in basso o in alto, a seconda di quello che riusciamo a percepire e dipende dell’altezza alla quale ci avrà portato l’onda. Naturalmente più l’onda sarà alta, più esteso sembrerà il nostro "tutto" che potrà essere inghiottito dal mare in qualsiasi momento, scomparendo alla vista.
"Tutto", in altri termini, corrisponde al prodotto del nostro egocentrismo: quando la barca scende nel cavo dell’onda, preferiamo pensare che il mondo sia stato inghiottito dalle acque piuttosto che il nostro io abbia seguito la risacca. Ma potrà anche essere il prodotto di un evento consumatosi altrove (1) (ad esempio uno Tsunami, sebbene anche lo Tsunami potrà essere un evento relativo).
Proseguendo su questo metro di ragionamento ci accorgiamo che il nostro assolutismo ci ha infilati in un "cul de sac" sia in senso assoluto (2) che in senso relativo (3).
Non c’è dubbio: debbo sforzarmi di precisare i limiti nei quali intendo muovere la mia indagine al di qua (e non al di là dei facili assolutismi).

Acqua e Diluvio
Anche se il Diluvio per noi è rimasto un mito (almeno a livello inconscio), resta il fatto che la favola ha assunto connotazioni assurde: come si fa a pensare che sia piovuto tanto da portare una nave di 110 metri di lunghezza ben al di sopra dei tremila metri del Monte Ararat?
Eppure non vi è dubbio che nella Bibbia il diluvio sia stato un’invasione di acque nel contempo in forma sia di inondazione che di alluvione.
In "... quel giorno si riversarono tutte le fonti del grande abisso (Acqua dal basso: inondazione) e si aprirono le cataratte del cielo" (Acqua dall'alto: alluvione).
Eppure molti ritengono assodato che la nave sia là, sull’Ararat.
Invero la circostanza che ci sia oppure no è ininfluente: il solo fatto che si continui a parlarne, che ci si ostini a cercarla, secondo me, attesta in maniera inequivocabile che in determinato momento è successo qualcosa molto al di fuori degli schemi del nostro ragionare, qualcosa di molto "particolare".
C’è stato un momento in cui anch’io ero convinto che tutto fosse andato come descritto nel Genesi; così mi si era ficcata in capo l’idea di raccogliere i racconti del diluvio in quanto "miti".
Ma dopo averne trovati più di un centinaio, mi resi conto che forse era il caso di fare una verifica della mia idea di partenza: la parcellizzazione dell’idea di fondo rischiava di farmi perdere di vista il quadro d’insieme.
È bastato questo per farmi comprendere che, nella storia del nostro pianeta, ci sono stati almeno due momenti di crisi generali, due stragi mostruose.
La prima non ebbe né sopravvissuti né testimoni: ebbe per protagonisti i dinosauri e si verificò verso la fine del cretaceo.
La seconda si verificò, più o meno, nel pleistocene quando ebbe per protagonisti sia gli uomini che la megafauna (come mammuth, tigri dai denti a sciabola, cervi giganti e così via).
Orbene: quando si verificò questa ecatombe (la "overkill" degli gli scienziati americani) si era, più o meno 12.000 anni fa; l’uomo era presente e probabilmente aveva la capacità di gestire i propri ricordi e, quindi, di rendere testimonianza.
Questo nuovo atteggiamento mentale mi portò alla conclusione che era necessario capovolgere completamente l’assunto di partenza nel senso che quello del diluvio era forse tutt’altro che un mito. Per la precisione, sembrava si trattasse di uno o più eventi storici ben celato nelle pieghe del tempo sotto la forma di mito.
Compresi allora che, nel cosiddetto mito biblico del diluvio si nascondeva molto più di una favola per quanto mi rendessi conto che si può parlare di "diluvio" partendo da angoli visuali diversi approdando a risultati del tutto dissimili a seconda che ne trattiamo sotto un profilo esoterico, storico, archeologico e, perché no, di mitologia comparata.
In effetti non era la sola Bibbia ad occuparsi del diluvio: tutti i testi sacri di questo mondo, tutte le teogonie avevano un loro "diluvio", comunque lo chiamassero e chiunque ne fosse stato il protagonista o il sopravvissuto.
I lettori di romanzi gialli sanno perfettamente che una coincidenze resta una coincidenza, ma che due coincidenze fanno un indizio e... che tre indizi (aggiungo io) fanno... una prova. Figuriamoci quando le coincidenze cominciano ad essere alcune centinaia!
Il primo problema divenne allora quello di capire e spiegarmi il perché di quell’aggettivo "universale" che qualificava il sostantivo "diluvio".
Quale era la geografia del diluvio? Il diluvio aveva sommerso una parte della terra o tutta le terra? O si doveva andare a guardare oltre il pianeta Terra o cosa?
La qualificazione della universalità del fenomeno doveva significare che lo stesso - qualunque cosa fosse stata - doveva, in un modo o nell’altro, aver interessato simultaneamente il nostro pianeta in maniera globale o quanto meno per più o meno una larga parte di esso.
Ma non basta.
Di un tale evento dovevano essere restate delle prove, ben nascoste certo, ma reali: dove stavano?
E ancora: qual era la geografia del diluvio e del dopo diluvio? Quanto era durato? Quali e quanti furono i sopravvissuti?

Diluvio ed esoterismo
Non v’è dubbio che il diluvio nasconda sotto l’aspetto mitico, una altissima significazione esoterica. Non a caso, è riconducibile al tema della rinascita sia della natura che di una umanità rinnovata.
Nella filosofia esoterica e specificamente nella iniziazione il neofita, per passare al ruolo di adepto, deve oltrepassare la soglia della morte rituale in modo da presentarsi purificato, rinnovato al dispiegarsi dei misteri.
Questa è la regola base dell’esoterismo, ed è propria di tutte le credenze misteriche (dai misteri dell’antica Grecia, a quelli egizio-isiaci, a quelli mitraici, alle iniziazioni massoniche dei giorni nostri).
Ma alla rinascita non partecipa solo il neofita che si accinge a divenire adepto: del processo di rinascita è parte integrante anche la terra, utero e sede della prima materia, che si deve presentare "rinnovata" all’apertura della Grande Opera.
Il diluvio allora si presenta come una sorta di battesimo dell’acqua, un atto di purificazione.
Ci ricorda Furio Jesi che "La necessità di passare attraverso la morte, annunciata dai miti del diluvio, e ribadita dai rituali iniziatici, è propria della paradossale dinamica del Sacro che penetra e trascende la vita e la morte" (4).
In tal modo, nella storia esoterica dell’umanità primordiale, il diluvio simboleggia l’istante della morte "necessaria" perché l’eletto (che galleggia in una sorta di liquido amniotico ed è archetipo dell’uomo rigenerato) possa dirsi "adepto", cioè "conquistato", capace e degno di penetrare i sacri misteri.
In tal senso non è sfuggito al simbolismo numerico e concettuale.
In particolare si pensi:
- al mistico numero 7 della Cabalah (si ritrova nei miti connessi alla bibbia ed ai testi assiro-babilonesi) con i numeri connessi che comunque si collegano al numero 7 (5);
- all’alternarsi di morte e vita: perché, se è vero che "Nel racconto del Diluvio Universale prevale l'idea del castigo Divino..." è anche vero che ne scaturisce "...la speranza che alla dissoluzione e alla morte succede nuova vita. La morte di miriadi di organismi primitivi prepararono l'ascensione dell'umanità";
- alla Arca ed alla rinascita; l’arca è come la madia del pane, un evidente e chiaro segno di rigenerazione, rinascita; corrisponde concettualmente al Carro di Dionisio, al Carro del babilonese Nabo, ma anche alla nave di Hu-Gardan, alla "barca lunare" druidica, alla "barca solare" egiziana.
L’Arca, nella lettura massonica, è collegata al giusto peso, al giusto numero ed alla giusta misura.
Ne riparleremo tra breve a proposito del mito accadico di Ut-na-pishtim.
Nel mito biblico il Genesi introduce la figura di Noè con le parole del padre Lamech: "Questi sarà nostra consolazione nel lavori e nelle fatiche delle nostre mani in questa terra, che è stata maledetta dal Signore" (Gen. V, 29).
Noè è dunque colui che è atteso, colui che porta aiuto nel duro lavoro giornaliero sulla materia.
Del resto nello stesso racconto esistono ancora numerosi aspetti simbolici. Si pensi al simbolismo del corvo, dell’altare e della maledizione di Cam.
Quanto al "corvo", esso è presente sia nella versione ebraica (dove torna all’arca quando le acque non si sono ritirate) che nella versione assira (nella quale invece non torna perché trova carogne di cui cibarsi). Nella versione assira peraltro l'eroe (Ut-Napishtim) manda anche una colomba ed una rondine; mentre la rondine manca nella versione biblica).
Orbene il corvo era visto dagli ebrei in modo ambivalente: nel Deuteronomio è considerato immondo (6) mentre in I Re (7), i corvi nutrono il profeta Elia.
Quanto all’"altare" sono evidenti le connessioni con il simbolismo massonico.
Noè è il primo uomo ad innalzare un altare, cioè un manufatto, frutto del lavoro sulla materia, dedicarlo al culto, cioè al dialogo con l'Eterno. L'altare in pratica è la pietra cubica nella versione di pietra grezza non lavorata dall'instancabile lavoro dello scalpellino.
In Gen. XXXV, 14 è descritto un rituale di consacrazione dell'altare, (lo effettua Giacobbe che vi provvede mediante libagioni di vino e spargimento d'olio sulla pietra non violata dal ferro).
Questo tratto ci fa tornare a Noè e si legge: "E Noè, che era agricoltore, principiò a lavorare la terra, e piantare una vigna" (Gen. IX, 20).
È a questo punto che nel racconto del Genesi si inseriscono i primi Misteri; sono presenti, infatti gli strumenti dell'Ars Massonica, quali l'ascia, il regolo, il compasso, la pialla ecc.
Ma mi riferisco soprattutto all'episodio della nudità di Noè, alla "scoperta da parte di Cam" di questa nudità determinata dall’ebrietà del vecchio Patriarca, ed al comportamento, rituale e mistico, di Sem e Jafet, che procedendo voltati all'indietro, velano con un mantello le nudità paterne: trasparente simbolo di un'avvenuta violazione e di una successiva ripristinazione di quelli che sono stati chiamati i "Misteri" di Noè.
Il fatto viene narrato in questi termini:

"E avendo bevuto del vino si inebriò e si spogliò dei suoi panni nel suo padiglione. E avendo veduto Cam padre di Canaan, la nudità del padre suo, andò a dirlo ai suoi fratelli. Ma Semi e Jafet, messosi un mantello sopra le loro spalle, e camminando all'indietro, coprirono la nudità del padre, tenendo le facce rivolte all'opposta parte e non videro la sua nudità" (Gen. IX, 21-23).

L'interpretazione dei tre versetti è quanto mai dubbia: in effetti non si comprende se la "maledizione di Cam" derivi dall'essere andato al padiglione del padre ovvero dal fatto di non aver provveduto a coprirlo (cosa che fanno Sem e Jafet) ovvero, ancora, dall’aver rivelato ciò che aveva visto e che doveva restare celato.

Nasce il mito del Diluvio
Nel racconto biblico Dio, com'è noto, è stanco della malizia degli uomini e decide di sterminarli; tuttavia svela a Noè, uomo giusto e perfetto tra i contemporanei, il Suo disegno del diluvio.
Si rivolge a Noè dicendo: "Fatti un'Arca di legni piallati; tu farai nel l'Arca delle piccole stanze e la vernicerai di bitume di dentro e di fuori" (Gen. VI, 24)
Si delinea così una netta separazione fra la stirpe di Caino, perché con Tubalcain è "maestro di lavori febbrili"; Noè, della stirpe di Seth, è "falegname e carpentiere". È a quest'ultimo che Dio concede fiducia; si rivolge a lui e gli espone un Progetto particolareggiato: "Fatti un'Arca, la lunghezza dell'Arca sarà di trecento cubiti, la larghezza di cinquanta cubiti, l'altezza di trenta; farai nell'Arca una finestra, e il tetto dell'Arca lo farai che vada alzandosi fino ad un cubito; farai poi da un lato la porta dell'Arca; vi farai un piano di fondo, un secondo piano un terzo piano" (Gen. VI, 15-16).
Poi aggiunge:

"E di tutti gli animali d'ogni specie ne farai entrare nell'Arca due, affinché vivano con te maschio e femmina" (Gen. VI, 19)
"Di tutti gli animali mondi ne prenderai a sette a sette, maschio e femmina; e degli animali immondi a due a due, maschio e femmina" (Gen. VIII, 2).

In altre parole Dio rivela all'uomo nozioni specifiche che riguardano il giusto Peso, il giusto Numero, e la giusta Misura.
Indipendentemente dal significato massonico del concetto di "giustezza" è impossibile non rilevare che di numeri e calcoli abbonda tutta la narrazione biblica del Diluvio. Così per la misura dell’acqua diluviale.
L'acqua coprì i monti:

"Quindici cubiti si alzò l'acqua sopra i monti che aveva ricoperto" (Gen. VII, 20).
"E le acque signoreggiarono la terra per centocinquanta giorni" (Gen. VII, 24).
"E l'arca si posò il ventisette del settimo mese sopra i monti d'Armenia" (Gen. VIII, 4).

Ed inoltre:

Solo il primo giorno del decimo mese si scoprirono le vette dei monti; solo dopo quaranta giorni Noè aprendo la finestra dell'Arca, liberò il corvo per sapere se la terra era asciutta (Gen. VIII, 5-7) (8).
Noè aveva seicento anni quando iniziò il Diluvio. Il Signore gli consentì di uscire dall'Arca "L'anno seicentouno di Noè" (Gen. VIII, 13).
"Il secondo mese, al ventisette del mese" (Gen. VIII, 14).

Noè visse ancora trecentocinquanta anni dopo la conclusione del Diluvio, e morì all'età di novecentocinquanta anni.
Mi sembra abbastanza chiaro il senso cabalistico di questa serie.

Il simbolismo nel Genesi
Queste considerazioni mi inducono a sottolineare l’aspetto intensamente simbolico dell’intera narrazione: questo modo di procedere, evidentemente altera il valore "storico" della narrazione, spostandolo su un piano idealistico-simbolico e, più in generale, esoterico.
Tanto per cominciare l'Arca: essa rappresenta il dominio sulle Acque inferiori, ed è il simbolo della dimora protetta da Dio che salvale specie della terra (come hanno rilevato Chavalier e Gheerbrant).
Per Filone d'Alessandria l’Arca rappresenta il corpo dell'uomo; per altri è il ricettacolo della conoscenza sacra (antidiluviana) che Noè ha salvato per i posteri e che è contenuta nella Torà ebraica.
Ma altri significati si nascondono in questo simbolo evidentemente di interesse massonico.
Inoltre l’arca è fatta di "legno di Gòfen" (Gen. VI, 14) cioè di legno resinoso o di acacia (simbolo di rinascita).
E la Vulgata aggiunge "quadrangolare" o "quadrata".
Se pensiamo al significato del quadrato pitagorico diviene evidente che una siffatta Arca finisce col rappresentare la scienza sacra che non deve essere rivelata ai profani. L’Arca in sostanza, di là della sua forma materiale, effettivamente è destinata a racchiudere i segreti iniziatici.
E ancora Dio consiglia a Noè di spalmare l'Arca di bitume dentro e fuori. Anche oggi il bitume è comunemente utilizzato normalmente per calafatare le imbarcazioni.
Ma il "bitume" ha precisi significati simbolici almeno quanto al colore.
Intanto il "nero" è un colore polivalente. Si ritiene comunemente che il nero equivalga ad assenza di colore.
Orbene, forse non è un caso che la pietra impiegata nella costruzione degli edifici sacri sia basalto, diorite o granito nero; per gli Egizi, la divinità unica dell'atto della Creazione si divise a seconda delle funzioni cui ogni parte era destinata e ciascuna aveva un colore proprio del quale penetrò le cose per animarle.
Del resto il nero, in ogni mito, rappresenta il non-manifesto e questo si manifesta in un sistema coerente: cielo/terra, sole/luna ecc.
Il nero è ancor simbolo di fecondità e rappresenta la virilità, la potenzialità.
All’opposto, il nero è al tempo stesso morte e lutto, ma anche rigenerazione. In Egitto Osiride era chiamato Grande Nero e Signore dell'Occidente. Nell’oscurità (nero) dell'Amenti il defunto si rigenera prima di raggiungere la barca di Ra.
In Grecia Dionisio ha riccioli neri, ostenta bacche nere ed uva nera. All’opposto di Osiride, esprime la potenzialità del seme nascosto nella terra nera, ed è legato alle forze oscure dell'inconscio.
Da ultimo ricorderò che il nero è all’origine della parola Alchimia perché si riferisce alla "scienza di Chem", la nera terra dell'Egitto. Non a caso la prima operazione dell’alchimia è la Nigredo, cioè "Opera al Nero".
Tornando al simbolismo dell'Arca abbiamo visto che tutto è giusto: il Peso, il Numero e la Misura. Trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza.
Per Origene trecento rappresenta insieme sia "il pieno" (il numero cento) sia "la Trinità" (il numero tre); cinquanta rappresentano la Redenzione.
Il tetto piramidale dell’arca che si assottiglia rappresenta il numero Uno, (unità di Dio).
Per Isidoro di Siviglia la correlazione analogia fra trenta e trecento è evidente; trecento è pari a sei volte cinquanta e rappresenta le sei età esoteriche del mondo.
Nella Cabala, invece, il "numero trecento" è il valore della lettera "Shin", la ventunesima dell'alfabeto ebraico. Essa rappresenta il triangolo equilatero con perimetro di ventiquattro unità (totale dei libri della Bibbia ebraica).
Nella Cabala, come si sa, ogni lettera dell'alfabeto è anche un numero (9), e viceversa. Così al numero trecento sono associate molte parole e frasi le cui lettere sommate (per riduzione teosofica) danno questo numero (10); D’altra parte il numero cinquanta rimanda alla lettera "Nun", quattordicesima lettera dell'alfabeto ebraico: Nun è in stretta relazione con il secondo ed il cinquantottesimo Nome di Dio della Schernanphoras (11).
D’altro canto il "numero cinquanta" rappresenta le cinquanta porte della conoscenza Cabalistica.
Per canto suo "Trenta" corrisponde alla lettera "Lamed", dodicesima dell'alfabeto ebraico (12). Trenta cubiti era alta l'Arca. Mi sembra superfluo ricordare altri numeri cabalistici del Genesi (Uno; Due; Tre; Sette; Dieci; Ventisette; Quaranta) (13).
Prima di concludere questo paragrafo, dirò del simbolo dell’"Arcobaleno".
Per R. Guenon in generale l’Arcobaleno costituisce un simbolo opposto a quello dell’Arca (che tuttavia completa): ponte fra cielo e terra, esprime il concetto del dominio sulle acque superiori. "Arcobaleno ed Arca" sono le due metà dell'Uovo Cosmico.
L’Arcobaleno è in sostanza, un simbolo ascensionale (il Cristo in gloria è rappresentato spesso in mezzo ad un arcobaleno, simbolo visibile dell'avvenuta riconciliazione tra Dio e l'umanità). Esso rappresenta la chiglia rovesciata della nave, utile come tetto e non più come Arca per galleggiare.

Nota sistematica
Nella trattazione degli argomenti sul diluvio, mi atterrò al seguente schema: al presente capitolo di introduzione, farà seguito il Capitolo I che sarà dedicato all’esame (comparativo) dei miti.
Il capitolo II sarà dedicato all’argomento delle prove del diluvio come fatto storico.
Il capitolo III analizzerà dedicato all’aspetto spaziale dei diluvio (la cosiddetta Geografia del diluvio).
Il cap. IV riguarderà l’aspetto temporale (la durata del fenomeno).
Il capitolo V sarà dedicato ai sopravvissuti, agli aspetti particolari ed alle commistioni di scienza e fantascienza.

Note:
1. Si veda il "Forumacam", n° 602 dello 03.04.2005 "Gamma Ray Bursts, Gravity Waves, and Earthquakes". acam.it è stato stabilito che quello del 27 dicembre scorso è stato determinato da una stella di neutroni, la SGR 1826-20, esplosa alla distanza di circa 45.000 anni luce dal nostro sole. Si calcola che, in un decimo di secondo, sia stata irradiata più energia di quanta ne irradi il sole in 100.000 anni. Le radiazioni gamma ovviamente sono state più potenti alla sorgente dell’esplosione, ma non tutte le deflagrazioni stellari sono altrettanto luminose quando raggiungono il sistema solare. In effetti ciò che ha reso unica l’esplosione del 27 dicembre è stata la possibilità di osservarla nella nostra galassia.
2. Le teorizzazioni degli astrofisici per i quali la deflagrazione di raggi gamma potrebbero essersi mossa unitamente ad onde gravitazionali.
3. Ad esempio le capacità e l’ampiezza della percezione umana all’epoca dell’evento.
4. Voce "Diluvio" in "L’Enciclopedia", vol. VI. Per vivere veramente l’umanità deve aver sperimentato la morte nel senso che la vita è solo una parte dell’essere ed è un’esperienza monca se non s’integra con la morte.
5. Ad esempio il 14 = 2 x 7; 61 = 6 + 1=7 (riduzione teosofica); il 365 = 3 + 6 + 5 = 14 = 2 x 7; da notare che il valore occupato dall’ebraico 7 corrisponde all’altrettanto mistico 9 della versione greca del mito (che si riferisce alla durata della catastrofe).
6. Deut. XIV, 11-14.
7. I Re, XVII, 4-6.
8. Il riferimento al corvo, sia nel "Genesi" sia nel "Gen. Rabba", ritorna alle coeve tradizioni accadiane, greche e sumere. Il mito, conosciuto anche da Hurriti ed Hittiti, rimanda al poema di Gilgamesh, in cui si narra che dopo molte avventurose vicende, l'eroe semidivino, nella sua ricerca dell'immortalità, si imbatté nel vecchio saggio Ut-Napishtim, scampato al diluvio voluto dal dio Enlil perché l'umanità aveva dimenticato di fare sacrifici agli dèi.
9. Oltre ad avere un valore fonetico ed un geroglifico. Si veda il mio lavoro "I misteriosi Tarocchi".
10. Citerò "Ruach Elohim", Spirito di Dio; "Tzir", messaggero, asse, forma; "Kafar", mettere bitume; "Kiper", perdonare, rimettere i peccati, espiare (ricordate che una delle maggiori feste ebraiche è il giorno del Kippur, la festa del perdono); "Pakhar", distruggere o battere.
11. Serie di versetti da cui si estraggono per via cabalistica i Nomi di Dio e i nomi degli angeli impuri. Altri equivalenti sono: "Adamah", terra; "Yam", mare; "Kol", il tutto.
12. La "Schemanphoras", tra i molti significati, ricorda il ventunesimo nome di Dio per la parola "Yiheh" e varie altre parole legate al concetto di oscurità.
13. Mi limiterò a ricordare "quindici", cifra di Iod-He; uno dei più importanti nomi di Dio: "He-He-He", quarantunesimo nome di Dio, e Hod, splendore, ottava sefiroth dell'Albero della vita; "centocinquanta" è il numero della Shekhinah, la presenza gloriosa di Dio, e corrisponde a Malkhut, la sefira più bassa dell'Albero della Vita; "trecentocinquanta" vale intelletto, Sekhel; "seicento", gli anni di Noè al tempo del Diluvio, significa viaggiare, girare, esplorare; "seicentouno" sono i Rishonim, i progenitori, e anche intelletto datore di luce, Sekhel Meir. Infine, il numero "novecentocinquanta", è il totale degli anni di vita di Noè e ci ricordano la frase: "lo sono il Primo e l'Ultimo". Molti altri significati si nascondono dietro i numeri cui si è accennato, anche contrari a quelli sopra riportati. Rimando al bel testo di Nadav, "I numeri del Segreto", per chi volesse approfondire il tema dei numeri.
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