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Tutti gli Inserti stampabili LE STRENNE

ATLANTIDE IN SARDEGNA?
di Diego Silvio Novo
per Edicolaweb


Appunti, ipotesi e suggerimenti per una ricerca storica sul mito di Atlantide.
È plausibile collocare l'isola di Atlantide nel Mediterraneo invece che nell'Oceano Atlantico?
Come e cosa potrebbero aver fatto scomparire l'isola e la sua mitica civiltà?
Il Diluvio, la fine di Atlantide, l'era glaciale e l'Età dell'Oro mitologica potrebbero essere eventi e circostanze collegabili?
Queste alcune delle domande a cui tenterò di fornire un'ipotetica risposta.

INTRODUZIONE
La mitica isola di Atlantide, sommersa dalle acque 9000 anni prima che venisse raccontata da Platone (427-347 a.C.), nel Crizia e nel Timeo, è stata di volta in volta collocata un po' ovunque.
Il mare indicato da Platone, per bocca del vecchio sacerdote egizio di Sais che riferisce la leggenda a Solone (630-560 a.C.), amico di Dropite, bisnonno di Crizia, è l'Oceano Atlantico, così definito dal nome dell'isola stessa. In effetti potrebbe essere l'isola a prendere il nome dall'Oceano, ma la sensazione che il nome Atlantide sia nato prima rimane molto forte.
Su questa collocazione, non dovrebbero esserci dei dubbi. Platone, per rendere più sicura la localizzazione, ci dice che l'isola si trovava di fronte alle Colonne d'Ercole. Quindi non dovrebbero esserci dei dubbi circa la sua antica posizione nell'Oceano Atlantico, di fronte allo stretto di Gibilterra. Eppure forse è possibile che le cose non stessero proprio così.
Con questa dissertazione sul mito atlantideo, non cercherò di travisare le parole di Platone, ma se mai di darne un'interpretazione diversa e verificare la rispondenza con quanto supposto dal giornalista di Repubblica Sergio Frau.

Per completezza, cercherò di valutare i pro e i contro della collocazione di Atlantide anche in altri siti storici, e su di essi cercherò di fare delle ipotesi plausibili. Questi sono ormai diventati molti nel corso di anni di speculazioni più o meno feconde: Santorini, isola effettivamente distrutta da un cataclisma assieme alla sua civiltà (di cui parlerò anche in merito alla Sardegna); le isole Azzorre e le Canarie che appartengono ad una vasta regione sottomarina vulcanica (le Canarie erano anche abitate da misteriosi nativi di pelle chiara, i Guanci, pur essendo prossime all'Africa); il Mar dei Carabi e le civiltà precolombiane (gli Aztechi nei loro miti provenivano da Aztlan); il Pacifico con la leggenda di Mu e lo strano caso dell'isola di Pasqua; l'Antartide, ritenuta recentemente idonea ad ospitare una civiltà in un'epoca in cui era parzialmente sgombra dai ghiacci.
L'elenco potrebbe essere quasi completo (Lemuria appartiene ad un'altra epoca del mondo), anche se questo tende ad allungarsi con il passar del tempo poiché sempre nuove ipotesi più o meno logiche vengono formulate. Più avanti analizzerò solo alcune di queste possibili localizzazioni, rapportandole con quella coincidente con la Sardegna.
Oltre allo studio della localizzazione dell'isola mitica tenterò anche di formulare ipotesi che potrebbero essere spunti da approfondire, per giustificare i miti dell'Età dell'Oro, dei diluvi, in rapporto alle glaciazioni preistoriche.

LA TESI
Ogni collocazione su menzionata appare affascinante, misteriosa ed esotica. Invece affermare che Atlantide potrebbe essere stata in tempi arcaici la Sardegna, può apparire un po' riduttivo, quasi una forma di rivendicazione nazionalistica o di campanilismo protostorico. Sembra una forzatura eccessiva, collocare sull'isola di misteriosi pastori costruttori di nuraghi, una civiltà il cui splendore si immagina più simile a quello dell'Egitto, o della Mesopotamia, o delle civiltà precolombiane, o addirittura superiore alla nostra attuale.
Ma l'immagine della Sardegna antica che ci portiamo dietro, è un'immagine giusta?
Gli abitanti dell'isola in mezzo al Mediterraneo sono sempre stati popoli chiusi nelle loro tradizioni, con una cultura limitata alla pastorizia, sempre timorosi e succubi degli invasori provenienti dal mare?
Cercherò con questa analisi, grazie anche soprattutto ai documenti interessanti sparsi per la rete da altri autori, di rendere della Sardegna protostorica ed antica un'immagine ben diversa da quella che solitamente siamo abituati a considerare.

La tesi di Sergio Frau, sicuramente già conosciuta da molti, che vorrebbe far coincidere Atlantide con la Sardegna, è molto articolata, e si basa innanzi tutto sullo studio dei miti classici e sull'evoluzione della terminologia geografica nel corso dei millenni dell'antichità. Non mi è possibile in poche righe riassumere le argomentazioni e le profonde analisi di Frau (che peraltro non sono in grado di confutare), tenterò comunque di sintetizzare le sue affermazioni e poi di arricchire tale tesi con nuove idee, non presentate da Frau. La sua tesi è pressappoco la seguente:
  • I Greci arcaici, prima di Platone, chiamavano Mediterraneo solo la parte orientale di questo mare. Per ragioni commerciali, a loro era vietato navigare nell'attuale Mediterraneo occidentale (cioè compreso tra Italia, Francia, Spagna, Marocco, Algeria e Tunisia) che era dominio fenicio. Per i greci arcaici tale mare (Okeanos) era quasi incognito.
  • Pertanto le Colonne d'Ercole erano da posizionare, in quei tempi, come immaginario confine delle terre conosciute, o nel Canale di Sicilia, o nello stretto di Messina. Platone ai suoi tempi, non sarebbe stato al corrente di questo cambio di denominazione, e forse nemmeno il vecchio sacerdote egiziano che ne raccontava a Solone.
Quando ho letto questa ipotesi per la prima volta, l'ho ritenuta poco valida, in quanto le Colonne d'Ercole non potevano essere contemporaneamente in due punti. Poi nel caso del Canale di Sicilia (tra Sicilia e Tunisia) non si può neppure parlare di un vero canale di comunicazione, semmai di un restringimento del Mediterraneo, che forse in tempi così antichi non era neppure percepito così come siamo abituati a vederlo oggi sulle carte geografiche.
Ma poi, leggendo un testo che è poco più di una guida turistica, mi sono imbattuto in un'ipotesi riguardante la provenienza delle popolazioni che andarono ad abitare il delta del Nilo. Si ipotizzava che tali genti provenissero da nord, dalla Sicilia e dall'Italia addirittura, quando fra il 5.000 ed 8.000 a.C. il livello del mare più basso consentiva più facilmente il passaggio tra continente europeo ed Africa. Con tale affermazione si voleva giustificare probabilmente l'appartenenza di quelle genti ad una razza non autoctona dell'Africa continentale.

La teoria del livello del mare più basso in quelle epoche, credo presentata anche da Frau, ma che sul momento avevo sottovalutato, rimette completamente in discussione e riveste di nuova dignità l'ipotesi di Atlantide=Sardegna e Canale di Sicilia=Colonne d'Ercole. Facendo nuove ricerche ho notato che tale particolare non era sfuggito a molti altri appassionati della materia: si può quindi ritenere che in linea di massima non sia un'idea da scartare e valga la pena approfondirla.
Si ritiene che il probabile abbassamento del livello del mare sia dovuto al fatto che si era alla fine dell'Era glaciale e quindi una buona parte dell'acqua dell'idrosfera terrestre doveva essere ghiacciata ai poli. A causa della glaciazione perciò il mare doveva avere un livello più basso di 130 m ma forse anche di 200 m (vedere capitolo "Età dell'oro"). A prima vista sembrano pochi, ma osservando meglio le carte geografiche riportanti la profondità dei fondali, ci si rende subito conto che le terre emerse erano molto più estese in certi punti.

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Italia nel periodo neolitico

Uno di questi è proprio il Canale di Sicilia, che era molto meno largo poiché la Tunisia attuale continuava per diversi chilometri verso la Sicilia (se il mare fosse stato più basso di 200 m, all'Africa si sarebbero aggiunti almeno 40.000 Km2 di terraferma in più nel Golfo di Gabes), ed inoltre la Sicilia sarebbe giunta a lambire l'isola di Pantelleria che doveva avere un'estensione 2 o 3 volte l'attuale. Più a sud-est anche Malta doveva essere unita alla Sicilia.
Inoltre l'abbassamento marino risolve anche il problema dello stretto di Messina, in quanto con il mare più basso di 150-200 m, tale canale diventa un istmo. Rimane un solo passaggio al quale assegnare la funzione di Colonne d'Ercole, un braccio di mare stimabile in circa 50 Km, ma che forse poteva essere più stretto se consideriamo che un improvviso innalzamento del livello marino avrebbe potuto provocare l'erosione delle pareti di quella stretta vallata marina: l'attuale Canale di Sicilia.
Per quanto riguarda la fine dell'era glaciale i geologi la collocano attorno all'8.000 a.C., però questa potrebbe essere finita in modo brusco con un evento disastroso che si può collocare tra il 9.500 a.C. (probabile scomparsa di Atlantide secondo Platone, cioè stimando il periodo in cui Solone udì il racconto) e il 9.000 a.C. circa (epoca di grandi estinzioni di animali mastodontici), per comodità più avanti sceglierò la data del 9.500 a.C. È quasi inutile aggiungere che tale evento disastroso potrebbe essere lo stesso Diluvio raccontato dalla Bibbia e dalla mitologia di altre civiltà antiche (per es. Greci, Sumeri e Cinesi).

In quell'epoca il limite dei ghiacci polari, affermano gli specialisti, doveva trovarsi all'altezza dell'attuale Inghilterra. Anche le Alpi godevano di un clima più rigido e probabilmente enormi ghiacciai scendevano fino ai limiti della pianura Padana, che forse era una tundra desolata ospitante betulle nane e conifere, ora flora tipica di ambienti artici.

Per quanto riguarda la Sardegna, questa doveva essere più estesa, ed era unita alla Corsica, formando un'unica isola molto grande, la più grande del Mediterraneo (la Sicilia non era più un'isola). Il suo clima era molto più umido, un po' più freddo, ma comunque temperato e mitigato dal mare. Probabilmente era coperta da foreste di essenze che attualmente crescono rigogliose alle latitudini fra il 45° e il 50° parallelo.

LE COSTE DELL'ERA GLACIALE
Ma come è possibile oggi avere un'idea della linea di costa dell'epoca?
Ho scoperto che è abbastanza semplice. I continenti attuali sono bordati da una piattaforma continentale che è praticamente alla stessa profondità sottomarina su tutto il globo (circa 200 m al massimo). È molto strano che i continenti di tutto il mondo abbiano in comune questa caratteristica.
Ma i dubbi vengono subito fugati quando si cerca di capire la genesi di tale territorio sottomarino.
Se da un lato viene definito come il naturale declivio della parte emersa dei continenti, una analisi più approfondita dimostra che tale piattaforma, se non tutta almeno in parte, doveva trovarsi all'asciutto in epoche remote (circa 10.000 anni fa e più).
Fisicamente la piattaforma continentale ha una pendenza costante fino a 200 m circa sotto il livello del mare, poi scende quasi bruscamente a 1000 m metri e via via di nuovo più dolcemente fino alle profondità maggiori degli oceani.

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Piattaforma continentale

Geologicamente la piattaforma risulta formata da depositi fra cui anche sedimenti fluviali, alluvionali e morenici, chiaramente non dovuti all'azione del mare. In molti casi è possibile osservare sul fondo marino la prosecuzione delle valli fluviali (per es. la Senna nel Canale della Manica) e sono addirittura riscontrabili presenze di torbiere sottomarine (Mare del Nord). La torba è un combustibile fossile di pessima qualità, pieno d'acqua e formatosi in epoca quaternaria (da 2 milioni di anni fa ad oggi) dalla copertura con detriti alluvionali di vegetazione lacustre che cresceva presumibilmente in zone paludose, ma sicuramente non sommerse da decine di metri di acqua salata.

Non fa invece fede il ritrovamento di riserve petrolifere sulla piattaforma continentale, che furono originate da microrganismi marini coperti di sedimenti, ma in un'epoca posteriore. Tali depositi si trovano oggi anche sulla terra ferma, come risaputo, ad una profondità variabile di 15-20 Km e risalgono ad un'epoca compresa tra 600 e 300 milioni di anni fa. La torba si trova in giacimenti più superficiali ad una profondità che non supera i 3 m.

Le piattaforme continentali hanno un'estensione molto variabile, in alcuni casi sono appena accennate e scendono subito a dirupo, soprattutto se la costa superiore è scoscesa; in altri casi hanno estensioni enormi, anche di centinaia di chilometri. Per esempio in Europa:
  • La piattaforma sotto l'Adriatico arriva fino all'attuale Albania. Se tale terra fosse emersa la pianura Padana aumenterebbe la sua estensione di almeno il doppio e di conseguenza il Po potrebbe gareggiare per portata con il Nilo.
  • La piattaforma che sorregge la Gran Bretagna e l'Irlanda, verso sud supera la Bretagna francese e si conclude nel Golfo di Biscaglia a nord della Spagna. Inoltre se l'oceano si abbassasse di 200 m l'intero canale della Manica si prosciugherebbe, né la Gran Bretagna, né l'Irlanda sarebbero più delle isole. A tal proposito è sintomatica la leggenda della Cornovaglia (la penisola che si protende proprio verso la piattaforma sud) che narra di una terra perduta oltre ed attorno alle isole Scilly a cui di recente è stato assegnato dai poeti il nome di Lyonesse, la terra natia del Tristano di Re Artù. Tale leggenda parla di un'inondazione, un diluvio improvviso, che solo un uomo al galoppo sul suo cavallo poté evitare. Tale leggenda ha un corrispettivo con un'altra della Bretagna francese che parla della città di Ker-Is sommersa nell'attuale baia di Douarnenez.
  • Anche il mar Baltico scomparirebbe nel caso di abbassamento del livello marino. In queste regioni scandinave, anzi, è rintracciabile un'altra prova del fatto che l'oceano nelle ere glaciali era più basso. Infatti i fiordi, ora invasi dal mare, sono stati scavati da enormi ghiacciai allo stesso modo delle valli alpine. Se ci fosse stato il mare alla quota attuale, il ghiaccio si sarebbe sfaldato a contatto con l'acqua, come avviene attualmente sulla costa ovest dell'Alaska, perdendo tutta la sua forza d'erosione.

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Europa nel periodo neolitico

Per quanto riguarda la Sardegna, la sua piattaforma continentale è comune a quella della Corsica e ciò fa presumere che in epoca glaciale formassero un'unica isola Sardo-corsa. Inoltre, le aree ora sommerse avrebbero potuto raddoppiare o quasi le superfici pianeggianti attuali, permettendo il sostentamento di una fauna e una flora rigogliose. Tali pianure sarebbero state percorse da fiumi più generosi degli attuali a causa del clima diverso e al fatto che i monti si elevavano 150-200 metri in più sul livello marino.

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Sardegna nel periodo paleolitico

Benché l'ipotesi Sardegna=Atlantide sia intrigante, sempre supponendo che il sacerdote egizio, Solone, e poi il bisnonno ed il nonno di Crizia abbiano fatto confusione tra la denominazione arcaica e quella a loro (e a noi) nota dell'oceano Atlantico, permangono comunque dei dubbi quando si rilegge il Crizia ed il Timeo.

GLI ATLANTIDEI (CRIZIA E TIMEO)
Ecco come viene descritta Atlantide da Platone.
La città principale era probabilmente elevata su "un monte, di modeste dimensioni da ogni lato" e protetta da fortificazioni circolari. Essa era collocata "Vicino al mare, ma nella parte centrale dell'intera isola" in "una pianura, che si dice fosse di tutte la più bella e garanzia di prosperità, vicino poi alla pianura, ma al centro di essa, a una distanza di circa cinquanta stadi" (9 Km circa) c'era il monte dove venne edificata la città fortificata da Poseidone per la sua sposa Clito, la progenitrice mitica degli Atlantidei:

"Ben fortificata la collina nella quale viveva, la fece scoscesa tutt'intorno, formando cinte di mare e di terra, alternativamente, più piccole e più grandi, l'una intorno all'altra, due di terra, tre di mare, come se lavorasse al tornio, a partire dal centro dell'isola, dovunque a uguale distanza, in modo che l'isola fosse inaccessibile agli uomini".

Quando venne fondata la città, Platone afferma che non esisteva ancora la navigazione.
Quando la potenza dell'isola aumentò, vennero costruiti dei ponti per superare i canali circolari. Il palazzo reale, come l'acropoli di una città antica, venne eretto nella parte centrale "fin da principio in questa stessa residenza del Dio e degli antenati, ricevendolo in eredità l'uno dall'altro, e aggiungendo ornamenti a ornamenti cercavano sempre di superare, per quanto potevano, il predecessore, finché realizzarono una dimora straordinaria a vedersi per la grandiosità e la bellezza dei lavori."

Platone fornisce anche una descrizione della città, con relative misure:
  • Il porto canale principale che collegava la città circolare al mare doveva avere una larghezza di 90 m, una profondità di 30 m ed una lunghezza di circa 9 Km (50 stadi). Si tratta di un'opera veramente grandiosa per l'epoca, di cui si stenta a credere potesse essere completamente artificiale;
  • I canali circolari dell'isola avevano sponde così alte da permettere il transito di una trireme sotto un tetto appositamente costruito fra i canali radiali di collegamento tra un cerchio e l'altro;
  • Il canale circolare più esterno era largo circa 530 m (3 stadi);
  • La "cinta di terra a ridosso" era anch'essa larga circa 530 m;
  • Il secondo canale era largo 2 stadi, quindi circa 350 m;
  • La "cinta di terra" successiva era larga di nuovo 350 m;
  • "di uno stadio era invece la cinta di mare che correva intorno all'isola stessa, nel mezzo" vale a dire circa 177 m;
  • "L'isola, nella quale si trovava la dimora dei re, aveva un diametro di cinque stadi" vale a dire circa 885 m a cui si accedeva tramite un ponte largo ben 30 m;
  • Ogni anello era protetto da mura possenti e torri a protezione di ponti e varchi. La cinta muraria più esterna era rivestita da bronzo. Poi quella mediana da un intonaco di stagno fuso. Quella interna era rivestita da un metallo sconosciuto: l'oricalco.
  • Sull'isola centrale vi era il santuario dedicato a Clito e Poseidone, i progenitori degli Atlantidei. Tale zona doveva però rimanere inaccessibile per rispetto alla sacralità del luogo. Al tempio provenivano le offerte delle 10 regioni amministrative di Atlantide. Questo era di dimensioni non dissimili dai più grandi templi dell'antichità: in pianta circa 90 x 170 m (il tempio di Artemide ad Efeso, una delle sette meraviglie dell'antichità, era di 73 x 141 m) ma Platone afferma nel contempo che "aveva nella figura un che di barbarico". Probabilmente l'architettura atlantidea non era così sviluppata come quella greca o, come penso io, si trattava di architettura megalitica. Descrive comunque un tempio finemente decorato con oro ed avorio, contenente oltre alle statue delle divinità anche quelle di tutti i re che la governarono.
  • Sull'isola centrale sgorgavano delle sorgenti. Secondo Platone una di acqua fredda e una di acqua calda. Probabilmente si trattava di acque termali, infatti Platone ci informa che venivano usate per i bagni d'inverno, sia per il re e separatamente per uomini e animali. Tale caratteristica fa sospettare che Atlantide fosse un'isola di natura prettamente vulcanica, anche se di questo Platone non ne accenna. Anzi, menziona sempre soltanto dei vaghi monti. Inoltre l'acqua "che sgorgava da qui la portavano fino al bosco sacro di Poseidone, alberi d'ogni sorta, che avevano, grazie alla virtù della terra, bellezza ed altezza straordinarie, e facevano scorrere l'acqua fino ai cerchi esterni attraverso canalizzazioni costruite lungo i ponti. E qui erano stati costruiti molti templi, in onore di molte divinità, molti giardini e molti ginnasi, alcuni per gli uomini, altri per i cavalli, a parte, in ognuna delle due isole circolari." Gli Atlantidei avevano già domato i primi cavalli: "al centro dell'isola maggiore, per sé si erano riservati un ippodromo, largo uno stadio (177 m) e tanto lungo da permettere ai cavalli di percorrere per la gara l'intera circonferenza" (2,78 Km). Ciò significherebbe che l'addomesticamento di questo animale è da far risalire ad almeno sette-otto millenni prima di quel che si ritiene attualmente (Mesopotamia II millennio a.C.)
  • Riassumendo, la città murata aveva quindi un diametro di circa 4,75 Km e una superficie di 17,70 Km2 totali, di cui però solo 5,85 Km2 abitabili. Per l'epoca di Platone era una città di dimensioni monumentali di tutto rispetto. Per comparazione la Roma imperiale (mura Aureliane) pur avendo un'estensione di poco inferiore aveva sicuramente una superficie abitata maggiore (circa 10 Km2). Ma più avanti Platone afferma che la città si ampliava oltre gli anelli "aulici" con una cinta muraria distante 8,85 Km circa dal primo anello e "Tutta questa estensione era coperta di numerose e fitte abitazioni", in tal modo la parte abitata della città raggiungeva la superficie record di 383 Km2 pari a quella di una moderna città (per es. Contea di Londra 300 Km2 oppure due volte Milano - 181 Km2).

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Il centro di Atlante: la laguna circolare


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La città di Atlante nel suo complesso

La forma circolare della città atlantidea adagiata sui canali potrebbe suggerire la sua edificazione all'interno di un cratere di un antico vulcano spento, il cui bordo era di poco più elevato del livello marino dell'epoca. Del resto Platone afferma che la città non era di fondazione umana, ma venne realizzata dal dio Poseidone, che potrebbe anche essere un modo implicito per dire che gli abitanti della città trovarono il territorio già preparato dalla natura. Quindi se così fosse, la natura dell'isola potrebbe essere stata di tipo vulcanico e questo spiegherebbe anche la descrizione lussureggiante e fertile dell'isola, nonché la presenza di acque termali sull'acropoli. Una tale situazione, a ben vedere deporrebbe più a favore di una collocazione sulla Dorsale Medio-Atlantica di Atlantide, che non nel Mediterraneo occidentale. Anche se nel Tirreno esistono alcuni coni vulcanici sommersi, naturale prosecuzione della "linea di fuoco" rappresentata da Etna, Vulcano e Vesuvio. Tali vulcani potrebbero anche essere stati responsabili dei maremoti che colpirono l'isola sarda in epoche storiche, di cui verrà detto più avanti.

A esser precisi, però, una caldera vulcanica non è mai perfettamente circolare, anche se non si può escludere a priori. Può darsi che il vecchio sacerdote egizio avesse semplificato un po' il discorso, nel senso che la città era sì rotonda ma non un cerchio perfetto.
Oppure potremmo supporre che si trovasse all'interno di un cratere da impatto meteoritico, del tipo con materiale accumulato nel centro a formare un piccolo monticello. Questo tipo di cratere si può osservare anche sulla Luna e su Marte. Il suo tipico profilo potrebbe coincidere con quanto ci ha tramandato Platone sulla capitale di Atlantide: un cerchio perfetto, con un monte centrale che divenne l'acropoli. Questa struttura se invasa dall'acqua del mare, formerebbe una laguna circolare con isola centrale. Se il fondo del cratere fosse irregolare ed ondulato, si avrebbero isolotti anulari ed equidistanti dal centro. Tale laguna, modificata dall'opera dell'uomo, potrebbe trasformarsi in una spettacolare e perfetta "Venezia tonda".

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Sezione del cratere

Quindi se volessimo rintracciare la capitale di Atlantide, per aiutare la fortuna, potremmo cominciare a cercare fra antichi crateri sommersi posizionati sulla piattaforma continentale.
Nel caso della Sardegna, essa non pare avere attività vulcanica recente, ma conoscendo quanto accade nella vicina Sicilia e nel mar Tirreno non dovrebbe stupire l'esistenza di un vecchio vulcano ora sommerso lungo la costa sarda.
In pieno Tirreno si ergono solitari sul fondale il monte Vavilov e Marsili, ex vulcani sottomarini, che vanno ad aggiungersi a quelli emersi: Etna, Vesuvio e Vulcano.
Nel golfo di Cagliari, le strutture sommerse che non superano i 200 m di profondità, rivelano un paio di vaghe forme semicircolare. Queste baie sommerse potrebbero essere delle ottime candidate per ospitare una città arcaica ed il suo porto.

Platone ci informa poi che il primo re di cui si ha memoria di quell'isola fu Atlante, governante l'omonima città capitale. Ma l'isola era probabilmente divisa in tempi arcaici in due parti. Infatti si afferma che il gemello di Atlante governava "l'estremità dell'isola verso le Colonne di Eracle, di fronte alla regione oggi chiamata Gadirica dal nome di quella località, in greco era Eumelo, mentre nella lingua del luogo Gadiro, il nome che avrebbe appunto fornito la denominazione a questa regione".
Tale discorso sul nome del secondo re, fa presumere che Atlantide si trovasse effettivamente di fronte a Gibilterra, e più esattamente di fronte alla Gadir fenicia, oggi Cadice in Spagna. Ma su questo nome si possono fare infinite elucubrazioni (vedere capitolo "Gadirica").
Nel periodo di massimo splendore l'isola era forse divisa in 10 amministrazioni, che si presume prendessero il nome dai mitici re generati due a due da Poseidone e Clito: Atlante, Gadiro, Amfere, Egemone, Mnesea, Autoctone, Elasippo, Mestore, Azae, Diaprepe. I nomi sembrano greci, ma come si giustifica Platone nella sua opera, così come il vecchio sacerdote li aveva tradotti in egizio, altrettanto fece Solone riportandoli in greco.

L'economia dell'isola, nel periodo di massimo splendore, doveva essere di tipo mercantile-imperiale, simile a quella del ben più recente Impero Britannico fra '700 e '800. Gli Atlantidei "essi stessi e i loro discendenti, per molte generazioni abitarono qui, esercitando il comando su molte altre isole di quel mare, ed inoltre, come si disse anche prima, governando regioni al di qua, fino all'Egitto e alla Tirrenia".
Questa affermazione depone a favore della posizione di Atlantide nel Mediterraneo occidentale, infatti parlando delle "regioni di qua" (est) si salta subito all'Italia ed all'Egitto, trascurando tutte le estese terre tra Italia e Atlantico (Spagna, Francia e nord Africa). Questo può voler dire che o Atlantide era nel Mediterraneo occidentale o che i Greci ignoravano la posizione ed estensione delle terre poste oltre l'Italia.

La capitale rotonda era collegata al mare dal canale già accennato e provvista di ben tre porti, dove si svolgevano i principali commerci di Atlantide infatti "il canale e il porto maggiore pullulavano di imbarcazioni e di mercanti che giungevano da ogni parte e che, per il gran numero, riversavano giorno e notte voci e tumulto e fragore d'ogni genere".

Platone riferisce che "molte risorse, grazie al loro predominio, provenivano loro dall'esterno, ma la maggior parte le offriva l'isola stessa per le necessità della vita: in primo luogo tutti i metalli, allo stato solido o fuso, che vengono estratti dalle miniere, sia quello del quale oggi si conosce solo il nome - a quel tempo invece la sostanza era più di un nome, l'oricalco, estratto dalla terra in molti luoghi dell'isola, ed era il più prezioso, a parte l'oro, tra i metalli che esistevano allora".
Tale metallo rimane sconosciuto, ma è presumibile che fosse una lega tenuta segreta dai fabbri di Atlantide, facendo credere all'esterno si trattasse di un metallo misterioso. I costruttori dei nuraghi erano abili nel lavorare il bronzo. Ma dato che questa lega è citata nel racconto, era probabile che l'oricalco fosse un altro tipo di lega. Platone riferisce che i suoi riflessi erano simili al fuoco.
In seguito (periodo ellenistico e romano) una lega di bronzo con tale nome è stata effettivamente utilizzata, il suo nome presumibilmente significa "oro di monte". Attualmente una lega con questo nome è una variante di bronzo contenente zinco.
Se tale misterioso metallo era all'epoca atlantidea una lega con zinco, ma è una questione del tutto ipotetica in quanto non provabile e Platone non aiuta a chiarire la cosa, ciò depone per una localizzazione di Atlantide nel Mediterraneo occidentale. Attualmente, o comunque in tempi recenti, sono esistite miniere di zinco nell'Iglesiente (S. Giovanni e Iglesias) e nell'attuale Grossetano (quindi nell'antica Tirrenia, a portata di trireme atlantidee).
L'estrazione e purificazione dello zinco è attualmente un procedimento complesso, una civiltà che fosse stata in grado di applicare tecnologie del genere, era sicuramente di alto livello tecnologico. Se qualcuno si chiedesse per quale motivo una civiltà come quella degli Atlantidei non conoscessero il ferro, la risposta potrebbe anche non essere così scontata come si può pensare in un primo momento. Pare infatti che il ferro fosse conosciuto in antichità ben prima della sua "scoperta" e del suo uso che ha contraddistinto un epoca. Il ferro probabilmente agli inizi era ritenuto un metallo di "seconda scelta" e venne utilizzato quando divenne sempre più difficile reperire lo stagno per formare la lega di bronzo. Perciò l'uso del ferro si può ritenere un ripiego in un periodo di impoverimento delle risorse naturali.

Il clima di Atlantide doveva essere sufficientemente umido, come ipotizzato in precedenza, poiché Platone la descrive coperta di foreste. I foraggi erano così abbondanti da permettere il sostentamento di elefanti selvatici.
Platone descrive anche il resto dell'isola:
"In primo luogo tutto quanto il territorio si diceva che fosse alto e a picco sul mare, mentre tutt'intorno alla città vi era una pianura, che abbracciava la città ed era essa stessa circondata da monti che discendevano fino al mare, piana e uniforme, tutta allungata, lunga tremila stadi (530 Km) sui due lati e al centro duemila stadi (355 Km) dal mare fin giù. Questa parte dell'intera isola era rivolta a mezzogiorno e al riparo dai venti del nord. I monti che la circondavano erano rinomati a quel tempo, in numero, grandezza e bellezza superiori ai monti che esistono oggi, per i molti villaggi ricchi di abitanti che vi si trovano e d'altra parte per i fiumi, i laghi, i prati, capaci di nutrire ogni sorta di animali domestici e selvaggi, per le foreste numerose e varie, inesauribili per l'insieme dei lavori e per ciascuno in particolare".

Di questa parte del Crizia si devono fare alcune importanti osservazioni confrontandola con quanto riportano oggi le carte geografiche di Sardegna e Corsica. Il territorio Sardo, considerando anche la piattaforma continentale ora sommersa, risulta più scosceso sulla costa est, mentre a sud ed a ovest, pur essendoci delle zone montane sembra digradare in una breve (20-30 Km) ma dolce pianura. L'isola corsa, risulterebbe unita attraverso una stretta pianura (50 Km) con la Sardegna, ma per il resto le sue coste est, nord e ovest rimarrebbero scoscese.
L'unica pianura di una certa estensione, effettivamente affacciata a mezzogiorno è la piana del Campidano. Con l'aggiunta delle parti costiere attualmente sommerse potrebbe quasi raddoppiare la sua estensione, ma di sicuro il rettangolo che formerebbe (150 x 30 Km) non raggiungerebbe le misure tramandate da Platone.
Anche se questi si fosse sbagliato e avesse voluto tramandare le misure dell'intera isola Sardo-corsa invece della sola pianura, si è ancora ben lontani: lunghezza 425 Km e larghezza 150 Km circa.

Le misure di Platone sembrano perciò suggerire, se sono quelle vere, una collocazione in un'altra posizione di Atlantide.
Per esempio, sulla Dorsa Medio-Atlantica, se lo zoccolo sottomarino (-200 m) dell'arcipelago delle Azzorre (e forse qualcosa di più) fosse emerso si potrebbe sfruttare una terra ferma di almeno 200-300 Km di lunghezza. Ma bisogna raggiungere la profondità di almeno 1500-2000 m per ottenere un'isola di tutto rispetto: 1000 Km x 500 Km circa. A meno che non ci siano stati enormi movimenti tettonici in questa parte di fondale oceanico, non sembra un'ipotesi plausibile. Altre localizzazioni, invece, come l'Antartide, permetterebbero di rintracciare superfici di quel genere.
Platone continua la sua descrizione dell'isola dicendoci che era grande quanto la "Libia e l'Asia messe assieme" intendendo però con questa frase la denominazione geografica dell'epoca. Presumibilmente si riferiva alla fascia costiera del nord Africa e a quella del Medio Oriente attuale, che sommati sono molto più estese della Sardegna più Corsica.
Della pianura di Atlantide, fornisce ulteriori misure della sua estensione, quando ne descrive la suddivisione in lotti di 10 stadi per 10 (3,15 Km2) per un numero totale di 60.000 lotti (189.000 Km2) tutti a disposizione della sola capitale. Tale suddivisione era di carattere militare-amministrativo in quanto ogni lotto doveva fornire un comandante e un certo numero di guerrieri in modo da formare un esercito di questa entità totale:
  • 10.000 carri da combattimento;
  • 120.000 cavalli e cavalieri;
  • 60.000 bighe senza sedile con due cavalli;
  • 120.000 opliti (fanteria pesante);
  • 120.000 arcieri;
  • 120.000 frombolieri;
  • 180.000 soldati con armamento leggero;
  • 180.000 soldati con giavellotto;
  • 240.000 marinai;
  • 1.200 navi da guerra.
In tutto la sola capitale era in grado di muovere un esercito di più di un milione di uomini. Poi fornivano uomini ed armamenti anche le altre nove province dell'isola. Che questo conteggio sia realistico o meno, mette in evidenza il fatto che Atlantide fosse una macchina da guerra e che il suo modello era quello imperial-militare, simile a quello di tante altre civiltà umane. Ed inoltre rivela che l'isola aveva grandi risorse economiche poiché poteva contare su una produzione agricola imponente.

L'organizzazione amministrativa descritta da Platone, assomiglia vagamente a quella degli imperi precolombiani. Ognuna delle nove province aveva un suo re, ma solo quello della capitale contava. Probabilmente, come avveniva nell'America dei Maya o degli Aztechi, i re delle città satelliti erano imposti come vassalli dal centro dell'impero. Comunque questi governanti si riunivano periodicamente ed attraverso una complessa cerimonia rinnovavano un patto di federazione scritto su una stele posta sull'acropoli della capitale. Quindi gli Atlantidei avevano una forma di scrittura, ma Platone non ci spiega quale fosse l'alfabeto o a quale lingua conosciuta assomigliasse.

Ritornando alle misure di Atlante e a quelle di tutta l'isola, la loro conversione in metri produce senz'altro nel lettore stupore per le dimensioni esagerate di opere artificiali e terre. È vero che i miti vanno presi così come sono, ma un minimo di speculazione andrebbe fatta, anche se potrebbe sempre rimanerci il dubbio di fondo che le intenzioni di Platone fossero quelle di indicare le misure di una città ideale per le sue elucubrazioni e non qualcosa di realmente esistito. Leggendo però il Timeo ed il Crizia il racconto di Atlantide appare quasi come qualcosa di estraneo al resto dei dialoghi che ha un contenuto puramente filosofico: sembrerebbe che Platone avesse voluto inserire un racconto spettacolare per richiamare l'attenzione del lettore verso un testo che è tutt'altro, una specie di stratagemma editoriale per attirare pubblico.
Quindi se supponiamo che non avesse avuto intenzione di prenderci in giro, allora come già segnalato, si deve anche valutare la modalità già accennata di traduzione: Platone afferma infatti di aver grecizzato i nomi dei re dell'isola. Si potrebbe quindi supporre che questa forma di traduzione attuata per favorire il lettore greco abbia interessato anche altre parti del racconto.
E se Solone/Platone avesse tradotto anche le unità di misura in greco senza eseguire le conversioni in modo preciso? A questo punto dovremmo chiederci se anche il sacerdote egizio le avesse tradotte in unità di misura egizie da quelle atlantidee, e quindi non conoscendo queste ultime saremmo nell'impossibilità di valutare il grado di precisione delle conversioni fra unità di misura di Atlantide, egizie e greche.

Ma se ammettessimo che, a causa del modo in cui la storia di Atlantide è stata tramandata (Crizia l'ha appresa a dieci anni da suo nonno, che l'ha appresa dal bisnonno di Crizia, che l'ha appresa da Solone, che l'ha appresa da un sacerdote egizio...) qualcosa sia stato falsato o dimenticato, allora potremmo anche presumere che il sacerdote egizio avesse le idee chiare, ma non fosse riuscito a far comprendere a Solone le misure effettive. O che Solone non fosse riuscito a tramandare agli antenati di Crizia le misure giuste, poi adattate al mondo ellenico. I Greci erano abituati a ragionare in "piedi" (0,296 m), "pletri" (= 100 piedi = 29,6 m) e "stadi" (= 600 piedi = 6 pletri = 177,6 m), mentre gli egizi avevano come unità base il "cubito" (misura che sembra più antica quindi di quelle greche).
Gli egizi usavano il cubito corto, uguale a quello ebraico/mesopotamico (= 0,44 m) ed il cubito reale (= 0,523 m). Erodoto ci fornisce un sistema di conversione tra cubito corto e piedi attici, informandoci che uno stadio è formato da 6 pletri e 100 orge:

stadio = 177,6 m = 100 orge; 1 orgia = 1,77 m

e quindi che 1 orgia poteva essere divisa in 6 piedi (0,296 cm) o in 4 cubiti (0,444 m) e questo sistema era evidentemente utilizzato per effettuare le conversioni tra unità metriche ellenistiche ed egizie.

Ritornando al cubito reale egizio, questo aveva dei multipli:

Khet (canna) = 100 cubiti (= 52,3 m);
Iteru (fiume) = 5.000 cubiti (= 2,61 Km) o 20.000 cubiti (= 10,46 Km) se usato in cartografia.

Per le superfici si usava il sethat = khet quadrato.
Le misure egizie, rendono subito evidente che le due più semplici da visualizzare sono il cubito e il khet, mentre l'iteru, per la sua doppia valenza è un'unità di misura ambigua e si prestava facilmente a confusione.
Quindi se si immagina che il vecchio sacerdote egizio abbia riportato le misure nella sua lingua, possiamo pensare che abbia utilizzato quelle a lui più famigliari: cubito e khet.
Se utilizzassimo il khet al posto dello stadio, allora avremmo una città di Atlante più a misura d'uomo antico:
  • il porto canale lungo 50 khet è pari a 2.615 m. Per larghezza e profondità il rapporto proposto da Platone è di 3:1, se fosse profondo 10 cubiti e largo 30 avremo un canale di circa 15,00 m x 5,00 m di profondità;
  • il primo canale ad anello avrebbe una larghezza di 157 m;
  • il primo anello di terra avrebbe ancora una larghezza di 157 m;
  • il secondo canale ad anello avrebbe una larghezza di 105 m;
  • il secondo anello di terra avrebbe ancora una larghezza di 105 m;
  • il terzo canale ad anello avrebbe una larghezza di 52 m;
  • l'isola centrale con l'acropoli avrebbe un diametro di 260 m;
  • Il diametro totale della città lagunare sarebbe di circa 1,41 Km, la superficie totale di 1,56 Km2 di cui abitabili 0,66 Km2. Con l'aggiunta delle mura poste a 50 khet (2,62 Km) dall'ultimo canale, il diametro della città diverrebbe di 6,61 Km e la superficie abitata di 33,83 Km2, che è una dimensione più che ragguardevole per una città antica (3 volte la Roma imperiale).
Con una configurazione del genere, anche la pianura di Atlante assumerebbe dimensioni più ridotte di 3000 x 2000 khet, pari a 156 Km x 105 Km, che la renderebbero più simile al Campidano sardo almeno per la lunghezza (considerando anche la piattaforma continentale in caso di abbassamento del livello del mare). I lotti amministrativi della pianura avrebbero una dimensione di 520 x 520 m circa e quindi un'area di 270.400 m2 pari a circa 27 ettari che rappresenta una azienda agricola di prim'ordine ancora oggi.
Naturalmente si tratta di speculazioni che snaturano il racconto di Atlantide. Non è possibile in alcun modo valutare l'attendibilità delle misure di Platone, a meno che un giorno vengano ritrovati i resti di questa città. Ad ogni modo le misure tramandate da Platone in piedi e stadi lasciano perplessi: propongono una città di dimensioni tali che sarebbe difficile da gestire anche oggi, figuriamoci con le tecnologie che il testo platoniano ci fa intravedere.
I problemi non si presenterebbero tanto nella città lagunare servita da imbarcazioni, quanto piuttosto nell'ampliamento di 377 Km2 sulla pianura dove una popolazione numerosa avrebbe dovuto spostarsi ed approvvigionarsi di merci. Il sistema di trasporto interno doveva essere ben organizzato ma anche molto complesso per l'epoca, se solo lo rapportiamo con quello di una città attuale come Londra avente un'estensione simile.

GADIRICA
Sulla fama di questa regione o località, c'è da chiedersi se questa fosse nota al tempo di Atlantide, o al tempo del vecchio sacerdote di Sais, o al tempo di Platone (427-347 a.C.).
In ogni caso si può supporre una certa persistenza del nome nel tempo. Oltre alla Gadir fenicia in Spagna, il cui significato pare sia quello di "fortezza" e citata anche da Giulio Cesare nelle sue "Guerre Civili" come Gades (forse un altro modo di pronunciare tale nome), ci sono nel Mediterraneo altre località con radice "gad".

Gad, innanzi tutto, era una divinità semitica, comune al pantheon di vari popoli (per esempio i Camiti) fra cui anche i Fenici. Probabilmente era una divinità molto antica, ma non era certo fra le principali fenice. Fu sia divinità maschile che successivamente femminile. I Greci la assimilarono alla loro dea della fortuna Tyche, in quanto "gad" in ebraico significava fortuna. In una rappresentazione a noi nota di tale divinità, rinvenuta a Palmira (nel deserto siriano) è raffigurata seduta fra due leoni.

Gad è anche una delle 12 tribù di Israele che lasciarono l'Egitto con Mosè.

Gadara è invece il nome di due città della Palestina antica, una facente parte della "decapoli", citate in documenti fra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.
Una delle due, che fu assegnata da Augusto ad Erode togliendola al controllo siriano, era famosa per le sorgenti di acqua calda. Essa era edificata in prossimità del territorio assegnato alla tribù di Gad.

Tornando alla geografia odierna, nel Canale di Sicilia e dintorni troviamo altre testimonianze simili.
Sull'isola vulcanica di Pantelleria (Kossyra per i cartaginesi, con radice "ir" all'interno come Gad-ir-ica) troviamo la località ed il golfo di Gadir (come l'antico nome fenicio di Cadice), il cui nome sembrerebbe derivare dall'arabo e significa "sorgente di acqua calda". Infatti in quella località esiste una sorgente termale ancora oggi.
La lingua araba è una lingua semitica che assieme all'aramaico ed all'ebraico deriverebbe da una comune lingua "aramea".
Dall'analisi degli alfabeti antichi, pare che quello arabo ed ebraico derivino dal fenicio che nella sua configurazione matura era composto da 22 caratteri tutti consonanti (caratteristica comune ad arabo ed ebraico). Le vocali furono aggiunte dai Greci classici e poi adottate dai Latini.
Curiosamente questi ultimi preferirono utilizzare un alfabeto straniero, piuttosto che quello autoctone Etrusco, che invece denota una maggior somiglianza e parentela con il primo alfabeto fenicio.
Ritornando ai Fenici, secondo Erodoto essi provenivano dal "Mare Eritreo" quindi è molto probabile che la loro etnia fosse la stessa degli arabi attuali, e parole e concetti usati dai fenici nell'antichità, siano rimasti immutati presso i popoli della penisola araba fino ai giorni nostri. Se questa premessa fosse vera parole con radice "gad" in arabo conserverebbero l'antico significato in fenicio, anche se questo avesse subito un'evoluzione successiva presso questo antico popolo.

Sulla costa africana, proprio sulla piattaforma che se prosciugata diverrebbe la sponda sud delle Colonne d'Ercole arcaiche (a nord ci sarebbe Pantelleria), troviamo la città ed il golfo di Gabes (Piccola Sirte). La città tunisina sorge sull'antica Tacape romana, ma prende il nome dal fiume Oued Gabes. Il suo nome ha quindi a che fare con l'acqua. Tale nome appare diverso da Gadiro, ma colpisce per la somiglianza con il modo di pronunciare la città di Cadice dei latini: Gades. Il che fa presumere che ci sia un significato comune fra i due termini (anche se potrebbe essere un coincidenza fortuita).

In Sicilia, provincia di Agrigento, nell'entroterra della costa sud-ovest troviamo il monte denominato Pizzo Gadinica, non molto lontano dalle colonne d'Ercole presunte nel Canale di Sicilia.

Le isole Egadi, in provincia di Trapani, rivolte verso la Sardegna, potrebbero contenere nel nome la radice "gad" benché il loro nome abbia subito diverse varianti nei secoli. Il fatto che il nome inizi con una vocale, potrebbe essere il retaggio di un articolo, come molte parole derivate dall'arabo (ad es. Alambra, Alchimia ecc.), quindi riferirsi ad una parola simile ad e-gadi(r).

Sono interessanti anche i nomi di:

Gadamesh, oasi in pieno Sahara (750 Km dalla costa nord africana) detta la "perla del deserto", posta tra Tunisia ed Algeria lungo una pista che si inoltra nel deserto. Un'oasi, come si sa, è una sorgente.
Agades o Agadez, in Niger, anch'essa situata nei pressi del Sahara meridionale in una depressione e quindi avente a che fare con una sorgente o la presenza di acqua.

Interessante anche il fatto che alla Gadir fenicia in Spagna, si contrapponga la moderna Agadir in Marocco (che ripropone ancora l'ipotesi dell'aggiunta di un articolo: a-Gadir) sulla costa atlantica, posta sulla foce del fiume Uadi Sous. Entrambe ci portano lontano dalla Sardegna, ma fanno sospettare che di regioni e località Gadir(o/ica) fosse pieno il mare dominato dai Fenici e dai popoli che li precedettero nella loro egemonia.

Alla luce di questo breve elenco, ma già significativo, si possono fare alcune ipotesi:
  • il termine Gadiro ha a che fare con il significato di "fortezza";
  • con la divinità Gad;
  • con la presenza di acque sorgive o termali;
  • oppure i tre significati in qualche modo si sono fusi con il passare del tempo.
Se i nomi con radice "gad" si riferiscono alla divinità semitica, probabilmente non furono i Fenici ad assegnarli, poiché i loro dei maggiori erano altri. La loro divinità protettrice delle acque era la dea Ishtar o Ashtar, di derivazione Sumerica, adottata anche dagli Ittiti e successivamente dai Greci come Astarte. Ma se fossero stati loro a costruire le colonie fortificate, si ritornerebbe all'idea che i Fenici fossero gli unici dominatori dell'Okeanos, il Mediterraneo occidentale.
Trovo molto più significativo il fatto che il termine "gad" sia associato spesso alle sorgenti o comunque all'acqua dolce. Infatti, per un popolo di navigatori, sarebbe stato più importante avere delle località di approdo dove trovare acqua dolce, piuttosto che il tempio di Gad.

In questo senso la Gadirica potrebbe essere stata una regione con intense attività sorgive, forse termali. Ma ad assegnare i nomi con radice "gad" potrebbero essere stati popoli antecedenti i Fenici, come per esempio i temibili "popoli del mare" che infestarono il Mediterraneo tra il 1700 a.C. e il 1200 a.C. Purtroppo di loro non si conosce molto, per cui rimane un'ipotesi senza prove. Ma in tal caso avremmo avuto tutto il tempo necessario per far confondere e riunire i vari significati riscontrati nel termine Gadiro: gli insediamenti erano creati la dove c'era disponibilità di acqua potabile presso sorgenti e fiumi; i colonizzatori costruivano ivi il tempio dedicato alla loro divinità preferita non distante delle sorgenti; i templi erano probabilmente le costruzioni più importanti e robuste, tanto che con il passar del tempo vennero occasionalmente impiegati come fortificazioni per difendersi dagli assedi nemici, così la "casa di Gad" finì con il significare anche "fortezza". Probabilmente il culto alla fine scomparve, soppiantato da nuovi dei, ma il significato di "fortezza" rimase ad indicare l'insediamento murato.

Non è da escludere che la divinità Gad sia nata, in questi periodi non documentati, come protettrice delle sorgenti. Allora potremmo avere un collegamento fra i termini sorgente e fortuna: le due cose potrebbero non autoescludersi, visto che trovare una sorgente poteva essere per quei popoli un evento fortunato.
Tesi che potrebbe essere tutt'altro che strampalata, una prova potrebbe giungere dalle rovine del tempio della Fortuna Primigenia di Palestrina (Lazio). Tale divinità pare avesse questo appellativo poiché già molto antica all'epoca della costruzione del santuario. È sintomatico il fatto che siano state trovate tombe con suppellettili Sumere nelle necropoli vicine al tempio. Il santuario era realizzato secondo il sistema a terrazzamenti adottato per le prime costruzioni dei Latini, quindi tipicamente italico. Ma le terrazze, le rampe e le scalinate erano percorse da ruscelli, pozzi e cascatelle artificiali che fanno presumere come la presenza e l'insistenza di acqua nel santuario non fosse un elemento decorativo, ma piuttosto un elemento appartenente al culto stesso della dea. Potrebbe non essere sbagliato quindi assegnare alla dea fortuna anche la protezione delle fonti.
Il culto, persosi in altri luoghi del Mediterraneo, potrebbe essere rimasto nel Lazio antico per la conservazione di tradizioni molto più tarde, o perché in tale località vi era una colonia di popoli provenienti da fuori (Sumeri?).

Va comunque anche valutata un'altra possibilità sulla radice "gad": secondo un autore (Rosario Vieni), in realtà la parola "Gadirica" non sarebbe affatto in lingua del luogo come afferma Platone, ma sarebbe un termine in greco arcaico (dorico) che suonava come "Gadeiron" e dal significato simile a "catena di isole/terre rocciose". In questo caso non ci sarebbe nessun riferimento alle sorgenti ed alle divinità, ma piuttosto ad una conformazione della costa.

Il termine con cui viene indicata questa regione in greco, Eumelo (Eumelon), pare significhi invece "ricchezza/moltitudine di pecore" e quindi sembra rimandarci ad una caratteristica della fauna locale. La città di Cadice non pare avere nella sua storia un ricordo particolarmente importante di un tale allevamento, ma visto che è posizionata sulla costa andalusa, una terra con una vegetazione non particolarmente beneficiata dalle precipitazioni, potrebbe essere stata in passato sede di notevoli allevamenti di pecore. Infatti questo animale si adatta meglio dei bovini ai suoli difficili. Ma questo è vero anche la costa sud della Sicilia e la costa nord dell'Africa.

Esiste un'altra possibilità riguardo al termine Eumelo. Infatti Eumelo Falevo, secondo una leggenda (ed un'iscrizione nella chiesa di S. Eligio a Napoli), fu importante condottiero dell'isola di Eubea, re di Fera in Tessaglia (a nord dell'isola), padre di Partenope e fondatore dell'omonima colonia greca in Campania, attualmente incorporata nel territorio di Napoli. In realtà gli storici fanno risalire la fondazione di Partenope al VII sec. a.C. per opera di coloni greci della vicina Cuma. Cuma a sua volta fu fondata dai greci provenienti da Calcide capoluogo dell'isola di Eubea nell'VIII sec. a.C. Ma è significativo il fatto che proprio questa città, nel VII sec. a.C., alleata con Corinto e Samo, fosse in guerra contro Eretria, Mileto, Egina e Megara. Quando una polis greca era sottoposta a una certa pressione demografica, o quando si era in un periodo di povertà e carestia era abitudine dei giovani principi abbandonare la città d'origine e andare a fondare una nuova colonia con il proprio clan al seguito. Eumelo potrebbe essere quindi uno di questi antichi principi greci che abbandonò la sua città natale (o ospitante) Calcide, in un periodo di carestia e guerre, per fondare una nuova colonia in Campania. Probabilmente non giunse sulle coste italiane a caso, ma ben conoscendo la rotta seguita dai colonizzatori di Cuma un secolo prima. Secondo la leggenda la città assunse il nome di Partenope, in onore di sua figlia che a seguito di una pena d'amore si suicidò giunta in Campania. Quindi, ricapitolando e miscelando leggenda e storia si potrebbe avere la seguente sequenza temporale della fondazione di Napoli:
  • VIII sec. a.C. fondazione di Cuma ad opera di cittadini di Calcide dall'isola Eubea;
  • VII sec. a.C. fondazione di Partenope ad opera del condottiero Eumelo proveniente da Eubea in un periodo sfavorevole per questa terra, con l'aiuto determinante dei Cumani;
  • V sec. a.C. fondazione dell'insediamento denominato Neapolis.
Solone e il vecchio sacerdote di Sais potrebbero aver conservato ricordi relativamente freschi degli avvenimenti legati ad Eumelo e nominare la zona di influenza di questo sovrano con lo stesso nome, invece di quello della città di Partenope. Inoltre la costa partenopea era ed è tuttora, interessata da fenomeni di tipo termale e vulcanico, e questo aspetto sembrerebbe confermare e dare maggior risalto a uno dei possibili significati di Gadiro/Gadirica. In questo caso, comunque si renderebbe ancor più evidente l'ignoranza dei Greci e degli abitanti del Mediterraneo orientale al riguardo della geografia delle sponde occidentali di tale mare. Infatti se si da credito a tale ipotesi, Solone e il vecchio sacerdote egizio per prima cosa non avrebbero scorto la differenza tra le coste della Campania e quelle della Sicilia nord-occidentali prossime alle colonne d'Ercole arcaiche (attuale Canale di Sicilia); per seconda cosa la confusione tra attuale oceano Atlantico e Mediterraneo occidentale si deve far risalire ad un'epoca quasi contemporanea a Solone e il suo interlocutore egizio. Ed in effetti queste sono argomentazioni che rendono l'ipotesi al riguardo di Eumelo Falevo alquanto fumosa benché affascinante.

I GRECI, AVVERSARI DEGLI ATLANTIDEI (CRIZIA E TIMEO)
La terra attorno ad Atene novemila anni prima di Platone produceva frutti in quantità oltre che in qualità. Il clima di questa regione era diverso.
Platone così spiega il motivo per cui la terra di allora era più fertile:

"La parte di terra che in questi anni e in tanti accidenti si è staccata dalle alture non accumulava sedimenti di terra di una certa consistenza, come in altri luoghi e, scivolando giù in un processo continuo tutt'intorno, scompariva nella profondità del mare; dunque, come avviene nelle piccole isole, a confronto con ciò che c'era a quel tempo, le parti che oggi restano sono come ossa di un corpo che è stato colpito da una malattia, perché la terra intorno, ciò che di essa era grasso e molle, è scivolata via, ed è rimasto soltanto, della regione, l'esile corpo".

Quindi aggiunge, sulla conformazione del suolo di 11.500 anni fa:

"A quel tempo invece, quando era integra, aveva per monti colline elevate e ricche di terra grassa, le pianure oggi dette di Felleo, e sui monti aveva vasti boschi, dei quali sussistono testimonianze visibili ancora oggi."

Il clima della Grecia di 11.500 anni fa era molto più umido, infatti Platone afferma che:

"Inoltre ogni anno godeva dell'acqua che veniva da Zeus, e non la perdeva, come avviene ai nostri giorni, quando scompare defluendo via dalla terra spoglia fino al mare; poiché ne aveva in abbondanza la accoglieva nel suo seno, la teneva in serbo nella terra argillosa e impermeabile, lasciando poi cadere l'acqua dall'alto dalle alture fino alle cavità, offriva dappertutto abbondante flusso di sorgenti e di fiumi, e i santuari che ancora oggi rimangono presso le sorgenti che esistevano un tempo sono una testimonianza del fatto che i racconti odierni su di essa corrispondono a verità." La terra "era tenuta in bell'ordine, da veri agricoltori, che facevano proprio questo mestiere, amanti del bello e dotati di buone qualità, disponevano di terra eccellente, acqua in notevole abbondanza e, su quella terra, godevano di stagioni decisamente temperate".

La stessa città di Atene dovette subire danni ingenti nell'epoca dell'immane disastro planetario, se Platone ricorda che:

"La parte dell'acropoli non era allora come è oggi. Ci fu infatti una sola notte di pioggia, in cui piovve più di quanto la terra potesse sopportare, che l'ha liquefatta tutt'intorno e resa oggi terribilmente spoglia, e nello stesso tempo vi furono terremoti e una straordinaria alluvione, la terza prima della catastrofe di Deucalione" (il Noè greco).

Per quanto riguarda la potenza dei Greci arcaici, il vecchio sacerdote di Sais afferma:

"Prima dell'immane rovina causata dalle acque, la città degli Ateniesi era la migliore in guerra e, soprattutto, sotto ogni punto di vista, era governata da ottime leggi: ad essa si attribuiscono le imprese più belle e le costituzioni migliori fra quelle di cui noi abbiamo accolto la tradizione sotto il cielo".

Parole che furono certamente di grande consolazione per i contemporanei di Platone a cui evidentemente doveva anche vendere un prodotto con tecniche che oggi chiameremo di marketing.

LA FINE DI ATLANTIDE (TIMEO)
La fine di Atlantide potrebbe anche essere la fine di varie civiltà appartenenti ad ere diverse e distrutte da disastri ciclici, o quella di varie civiltà contemporaneamente esistite sulla superficie del globo terrestre all'epoca del Diluvio. Le parole del vecchio sacerdote egizio si prestano a molte interpretazioni e comunque prove di cataclismi nel Mediterraneo se ne hanno anche in epoca storica, anche se ancora poco documentate. Il vecchio sacerdote di Sais riferisce:

"Molte sono e in molti modi sono avvenute e avverranno le perdite degli uomini, le più grandi per mezzo del fuoco e dell'acqua, per moltissime altre ragioni altre minori. Quella storia che presso di voi si racconta, vale a dire che un giorno Fetonte, figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del padre, poiché non era capace di guidarlo lungo la strada del padre, incendiò tutto quel che c'era sulla terra, e lui stesso fu ucciso colpito da un fulmine, viene raccontata sotto forma di mito, ma in realtà si tratta della deviazione dei corpi celesti che girano intorno alla terra e che determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco, di tutto ciò che è sulla terra."

La prima frase sembra far presagire una serie di grandi disastri storici, ma quello riferito ad Atlantide potrebbe essere legato indissolubilmente alla caduta del corpo celeste detto "Fetonte". Il mito di Fetonte è ripreso anche in quello degli Argonauti che attraversando la zona in cui giaceva il suo corpo furono investiti dall'olezzo delle carni in putrefazione. Questa particola di mitologia mi porta a considerare l'etimologia delle parole italiane "fetido", "fetente", "fetore" ecc.
Si tratta di parole derivanti dal latino che indicano appunto di qualcosa che puzza, e "Fetonte", ma più in particolare gli effetti della sua caduta, dovettero odorare maledettamente per diversi secoli, se rimasero a marcire sotto le coste ettari ed ettari di organismi viventi vegetali ed animali a seguito dell'aumento del livello marino di 130-200 m. Tale parole potrebbe essere nata dal ricordo degli eventi poco piacevoli subiti dai sopravvissuti all'inondazione?

Il mito di Fetonte può essere inteso in vari modi, ma il fatto che ci si riferisca ad un meteorite è abbastanza evidente, è lo stesso Platone a chiarircelo. Però possiamo interpretare quest'evento citato nel Timeo in modi diversi:
  • un mito nato dall'osservazione della caduta di meteoriti nella notte dei tempi che non ha nulla a che fare con il Diluvio che distrusse Atlantide;
  • oppure come il racconto della caduta di un grande corpo celeste che devastò la Terra sollevando enormi maree, forse facendo sciogliere i ghiacci perenni con innalzamento del livello marino, l'estinzione di alcune specie (vedere più avanti i Mammut) e probabilmente provocò anche un riposizionamento dell'asse terrestre. In questo caso però parlare di catastrofi cicliche non ha molto senso, poiché questo corpo avendo impattato per "puro caso" con la Terra, non sarebbe più un pericolo in avvenire.
  • oppure il mito di Fetonte nasconde un avvenimento ciclico come quello del passaggio delle comete, cioè l'attraversamento della Terra di uno sciame meteorico a periodi regolari. Quindi sulla Terra sarebbero caduti più meteoriti, come del resto si afferma nel Timeo, che descrive un disastro "che determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco". Secondo uno studio molto recente il numero di comete non ancora identificate nel sistema solare sarebbero addirittura 400 volte quelle conosciute.
Alcuni considerano possibile anche l'eventualità che il sistema solare sia stato investito dai residui dell'esplosione di una supernova. Le supernova storicamente avvistate ed accertate in questo secolo (poiché possono trasformarsi in stelle di neutroni, pulsar o buchi neri) si trovavano a distanze siderali considerevoli (minima di 3000 anni luce per la supernova del 1006 d.C.) tali da rendere impossibile la contemporaneità dell'avvistamento e la caduta di meteoriti provenienti da queste.
Le meteoriti non possono raggiungere la velocità della luce (300.000 Km/sec), le più veloci raggiungono l'atmosfera terrestre ad una velocità dell'ordine dei 70 Km/sec. (252.000 Km/h!). Per fare un paragone, se esplodesse una supernova alla distanza di Proxima Centauri (la stella a noi più vicina, 4,3 anni luce), mentre l'evento verrebbe registrato dopo 4 anni dagli osservatori, un suo frammento raggiungerebbe la Terra in 18.500 anni circa.
La supernova Keplero recentemente studiata ed esplosa circa 400 anni fa, ha attualmente formato una nube di gas e polveri con un diametro di 14 anni luce (132.000 miliardi di Km circa), il che equivale a dire che tale materia ha viaggiato ad una velocità media di 37,8 milioni di Km/h! In tal caso i residui di una supernova esplosa alla distanza di Proxima Centauri ci raggiungerebbero in 122 anni! Ma a quella velocità probabilmente il sistema solare verrebbe spazzato via e noi non potremmo oggi fare ipotesi sulla scomparsa di Atlantide.

La prova della eventuale caduta di uno sciame meteorico, a mio avviso, andrebbe più facilmente cercata in cielo che sulla Terra. Per esempio osservando i crateri lunari e quelli marziani potrebbe essere possibile stabilire se in certe epoche c'è stato o meno un aumento del numero di impatti significativi, poiché questi astri privi o quasi di atmosfera e acqua non sono in grado di nascondere i segni del tempo.
Purtroppo non pare semplice reperire un catalogo astronomico con la suddivisione dei crateri lunari e marziani in base alla loro età. Tale carenza credo sia imputabile anche ad una mancanza di studi in questo campo.

Se "Fetonte" è stato la causa prima degli eventi che portarono alla distruzione di Atlantide, la conseguenza della sua caduta fu una serie di disastri naturali: "Dopo che in seguito, però, avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito sprofondò insieme nella terra - dice il vecchio sacerdote riferendosi agli Ateniesi - e allo stesso modo l'isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare".

Quindi l'isola sarebbe sprofondata. Anche questo passo, considerando che in epoca glaciale il livello marino era più basso, potrebbe essere interpretato in modo diverso. Quindi non l'isola, ma il mare si sarebbe potuto elevare, ma con un'onda molto alta che avrebbe raggiunto un'altezza ben maggiore dell'isola stessa. Il mare sarebbe poi ritornato nel suo bacino naturale, strappando durante il ritiro delle acque brandelli di territorio fertile, come del resto riferisce Platone per quanto riguarda Atene arcaica.
Il mare si ritirò come riferito dai miti del Diluvio diffusi in molte civiltà, ma non allo stesso livello precedente, lasciando gran parte della terra pianeggiante in prossimità delle coste sommersa e distruggendo una civiltà sì evoluta, ma concentrata unicamente nella fascia costiera pianeggiante dei mari.
Il disastro, come appare dal testo platoniano, lasciò il mare di Atlantide impraticabile per molto tempo. Ancora al tempo del sacerdote egizio di Sais, si credeva che "perciò anche adesso quella parte di mare è impraticabile e inesplorata, poiché lo impedisce l'enorme deposito di fango che vi è sul fondo formato dall'isola quando si adagiò sul fondale".
La melma di Fetonte che doveva rendere grandi tratti delle nuove coste assai "fetidi"...

Quanto potrebbe essere stata grande l'ondata che sommerse l'isola di Atlantide?
Se rimaniamo in Sardegna possiamo trovare la prova di un immenso maremoto avvenuto nel 1200 a.C. provocato da un sisma che potrebbe essere conseguenza di un'esplosione vulcanica sottomarina nel Tirreno (Monti Vavilov o Marsili?). Tale maremoto avrebbe provocato l'inondazione dell'intero Campidano (la pianura meridionale sarda) e i segni di tale evento sono riscontrabili sulle rovine dei nuraghi in gran parte crollati verso sud-est, provocando forse la scomparsa della loro civiltà (vedere il capitolo "Una possibile ricostruzione storica").
In particolare il complesso dei nuraghi di Barumini è stato praticamente coperto da detriti alluvionali, della torre più alta di 20 m almeno 7 erano interrati. Inoltre dal ritrovamento di arnesi per lo scavo, dalla successiva fasciatura delle murature e rifacimento in altra posizione dell'ingresso a una quota di 7 metri rispetto al precedente se ne deduce che tale complesso dovette essere restaurato, ma non raggiunse più l'imponenza dell'epoca precedente l'inondazione.
Ora, se consideriamo che Barumini si trova a circa 60 Km dalla costa est e ad una quota di circa 200 m s.l.m. l'onda che l'investì dovette avere dimensioni veramente bibliche. Qualcuno sospetta che il ricordo di tale distruzione permanga del Timeo sotto forma di mito a cui sono state aggiunte
invenzioni mirabolanti, come colossali città circolari, che invece erano dei nuraghi, e pianure immense che invece era il Campidano, e flotte invincibili, che invece erano gli eserciti di popoli del Mediterraneo vissuti in epoche storiche.

Ma se invece questo disastro di Barumini fosse uno dei tanti "secondari" avvenuti nel Mediterraneo, magari in qualche modo collegato o quasi contemporaneo a quello di Santorini, ma comunque non quello legato alla caduta di "Fetente", allora dobbiamo immaginare nel 9.500 a.C. circa una catastrofe ancora più incredibile, dove un'onda di 200 metri d'altezza al paragone non è che uno schizzo in una tinozza.
Per avere un'idea delle dimensioni dell'inondazione che sommerse Atlantide ci si può affidare alla mitologia del Diluvio, prendendo ad esempio i racconti dell'area mediterranea:
  • il Noè della Bibbia si arenò con l'arca sul monte Ararat, la cui quota attuale è di 5.165 m s.l.m.
  • il Deucalione greco si areno sul monte Parnaso in Grecia la cui quota è di 2.450 m s.l.m. ma che non era completamente ricoperto dalle acque.
  • Nella saga di Ghilgames, l'immortale mesopotamico Ut-napishtim non viene detto su quale monte si arena, ma le catene montuose attorno al Tigri e all'Eufrate raggiungono i 4.000 m s.l.m.
In ogni caso un innalzamento dei mari di proporzioni medie così gigantesche potrebbe sommergere qualsiasi montagna sia della Sardegna che della Corsica. La dimensione dell'onda che potrebbe aver investito la terra ferma, dipende dalla distanza a cui si trovava dal luogo di impatto della meteorite (se ne è la causa prima, più avanti avanzerò un'altra teoria) e dalla conformazione dei continenti che possono averla rallentata, per cui potrebbe essere stata diversa da località a località. Un'onda del genere avrebbe una forza di pressione enorme, sotto 2000 m d'acqua c'è una pressione pari a 200 Kg per cm2 a cui deve sommarsi la pressione generata dalla corrente che spingeva l'onda da una terra all'altra. Per avere un'idea di questa velocità, possiamo riferirci al mito della terra di Lyonesse, dove l'eroe che si salvò dall'inondazione sfuggendo all'onda, corse via su un cavallo bianco al galoppo. Un cavallo può raggiungere la velocità di 70 Km/h e più. Praticamente un'onda del genere avrebbe schiacciato qualsiasi manufatto umano, anche quelli più resistenti in pietra.

Ma tale onda di marea potrebbe anche essere stata provocata da un movimento improvviso della Terra che modificava brutalmente l'assetto del suo asse di rotazione, più che dallo scioglimento istantaneo dei ghiacci polari o dalla caduta in mare di "Fetonte". Forse la Terra sobbalzò a causa dell'impatto con grandi meteoriti, spostandosi sul suo asse. Ma alcuni di questi avrebbero potuto anche colpire le calotte polari facendo volatilizzare enormi quantità di ghiaccio che sarebbero ricadute come pioggia successivamente e per diversi giorni, senza peraltro essere responsabili diretti della formazione di onde alte migliaia di metri.
Se un pianeta è brutalmente scosso da un evento esterno può succedere, soprattutto se tale movimento è brusco, che le parti liquide ed aere ruotino sulla sua superficie con velocità diverse dalla parte rocciosa. Per esempio questo fenomeno avviene normalmente in certe situazioni anche non in presenza di eventi catastrofici: le nubi esterne di Venere ruotano attorno al pianeta in pochi giorni (3,9), ma il pianeta roccioso ruota su se stesso in circa otto mesi terrestri. Non si deve nemmeno dimenticare che gli strati esterni della Terra (Mantello e Crosta), "galleggiano" su un nucleo liquido di metallo fuso. La Terra è un meccanismo delicato che ruota su un perno sottilissimo... probabilmente è sufficiente un "piccolo colpetto" per generare enormi cataclismi. Credo quindi che il Diluvio si possa attribuire più verosimilmente a gigantesche ondate di marea generate da un cambio di direzione e velocità di rotazione del pianeta. Per quanto possa esser piovuto, sulla Terra non c'è una riserva idrica sufficiente per far raggiungere agli oceani la quota del monte Ararat.

Si potrebbe quindi ipotizzare che i bacini del mare fossero stati sbatacchiati dall'impatto con "Fetonte" (inteso come un generico agente disturbante esterno), e le masse d'acqua degli oceani fossero sobbalzate sulle terre emerse, per poi ritornare più o meno nella loro posizione precedente. L'impatto potrebbe aver modificato l'inclinazione dell'asse terrestre e forse anche la velocità di rotazione della Terra sulla sua orbita e su se stessa. Se le regioni polari vennero spostate brutalmente più a sud (vedere simulazione nel capitolo "Età dell'Oro"), le masse d'acqua dell'oceano potrebbero essere balzate velocemente verso nord: questo spiegherebbe perché certe terre vennero colpite dal Diluvio e altre no. Infatti in questo caso:
  • l'Oceano Atlantico avrebbe invaso con un'alluvione alla velocità di un "cavallo al galoppo" le terre a sud della Gran Bretagna (terra di Lyonesse e isole Scilly sulla piattaforma continentale); Per capire a quale velocità potrebbero essere avanzate le acque basti pensare che un punto del globo posto all'equatore ruota attorno all'asse terrestre alla velocità di 1667 Km/h circa, mentre uno al 45° parallelo ruota a 1170 Km/h circa. Se immaginiamo che un corpo meteorico abbia colpito il globo in direzione sud-est producendo uno spostamento da 3000 a 6000 Km in "un solo giorno e una sola notte tremendi" (quindi in 24 h) , significa che un punto preso lungo tale direttrice si è spostato alla velocità tra 125 e 250 Km/h verso sud-est; se ciò avvenne, in altri punti della Terra questa velocità fu inferiore ma comunque potrebbe essersi generata una notevole differenza tra la velocità di spostamento dei fondali marini e quella delle masse d'acqua sovrastanti, tale da formare una gigantesca onda di marea in direzione opposta.
  • Sia l'isola Sardo-corsa che l'Atena arcaica sarebbero state battute e sconvolte dalle acque del Mediterraneo;
  • Anche il Mar Nero sarebbe stato invaso rapidamente da un'onda di marea giunta dal Mediterraneo, facendo scomparire i villaggi costruiti lungo le valli che vi si affacciavano, e solo recentemente riscoperti sotto 90 m d'acqua;
  • Il Diluvio non avrebbe risparmiato nemmeno la Mesopotamia dei Sumeri o loro predecessori, in quanto questa terra piana si affaccia a sud sull'Oceano Indiano;
  • L'Egitto, e in generale la costa nord dell'Africa, avrebbero visto dapprima le acque ritirarsi verso nord. Invece del Diluvio avrebbero subito in seguito un'onda di ritorno quando le acque fossero ritornate nel loro bacino naturale. Ma probabilmente l'Egitto, in linea di massima, sarebbe stato risparmiato dal Diluvio come sostenuto dal vecchio sacerdote di Sais, non avendo grandi mari a sud (solo il mar Rosso a est, che probabilmente doveva anche essere molto più corto dell'attuale).
A questo proposito, trovo illuminante una leggenda Cinese riferita al mostro Kung Kung, da non confondere con il gorilla gigante della moderna arte cinematografica. Questo mostro cinese pare molto più simile al carro di "Fetonte" che precipita:

"In tempi remoti Kung Kung lottò con Chuan Hsu per l'Impero.
Incollerito, egli percosse la Montagna che non ruota,
i pilastri del cielo si ruppero, i legami con la Terra si spezzarono,
il cielo si inclinò a nord-ovest;
così il sole, la luna, le stelle e i pianeti si spostarono,
e la terra si svuotò a sud-est."

Tentare di dare un significato coerente alla mitologia antica è sempre difficile. Esistono molti altri racconti di diluvi e distruzioni cosmiche in ogni antica civiltà spesso nascosti in racconti di lotte tra dei, ma in questo caso la traduzione del mito di Kung Kung mi è parsa così esplicita da non aver necessità di stravaganti spiegazioni:

In pratica il "mostro" percosse una montagna (la Terra che non ruota, infatti era il cielo che ruotava per gli osservatori antichi), provocò una crisi tra i legami di cielo e terra (tra cui il principale è l'asse di rotazione, in altre mitologie definito come "albero della vita", mentre i pilastri del cielo sono spesso da intendersi come cloruri equinoziali), la terra spostandosi verso sud-est fece muovere il cielo verso nord-ovest. Di conseguenza, la terra a sud-est si svuotò, cioè o fu bombardata dal "mostro", o i mari balzarono a nord-ovest. Se questo mito riflette qualcosa di reale, ci informa anche della direzione di caduta di "Fetonte" che era all'incirca verso sud-est.

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Ipotesi della Terra prima del Diluvio e spostamento delle terre emerse provocato dalla caduta di Fetonte

Ma dove potrebbe aver impattato "Fetonte"?
La superficie terrestre non presenta oggi dei segni evidenti di un impatto così catastrofico avvenuto 11.500 anni fa. Questo non esclude che un corpo celeste abbastanza grande da influenzare l'orbita terrestre possa essere passato molto vicino al nostro pianeta e aver provocato un improvviso cambiamento di inclinazione del suo asse. "Fetonte" potrebbe essere un corpo celeste del sistema solare con un'orbita molto irregolare che ad intervalli di tempo lunghissimi (vari millenni), transita nelle vicinanze della Terra, interferendo con l'orbita del nostro pianeta e provocando eventi distruttivi di varia natura. Questo corpo, potrebbe essere il mesopotamico "Nibiru", il decimo pianeta. Potrebbe anche essere accompagnato nella sua orbita da uno sciame di meteore, alcune delle quali sarebbero cadute prima o durante il Diluvio, come ci viene tramandato dal vecchio sacerdote di Sais. Inoltre non sempre i meteoriti lasciano al suolo dei segni duraturi nel tempo del loro impatto. Per esempio il corpo celeste che cadde in Siberia nella Tunguska (Vedi libro prelevabile gratuitamente) nel 1908 esplose in atmosfera provocando l'abbattimento degli alberi della sottostante foresta per 2000 Km2, ma lasciò al suolo solo pochi e piccoli crateri provocati dai frantumi della meteora. Se poi "Fetonte" fosse caduto sui ghiacci della calotta polare o nell'oceano, probabilmente non avrebbe lasciato nessun segno sulla crosta terrestre. Più oltre continuerò comunque, per semplicità, a parlare di caduta di "Fetonte" riferendomi in generale ad un evento cosmico catastrofico non meglio identificato, benché le ipotesi su questo oggetto possono essere varie.

Nel Timeo non si parla di esplosioni vulcaniche che invece potrebbero avvalorare la tesi dello sprofondamento effettivo dell'isola. Un'isola vulcanica può effettivamente sprofondare in un giorno e una notte, ma se l'isola è grande quanto la "Libia e l'Asia messe assieme" è molto difficile credere che ciò possa essere avvenuto a causa dell'azione vulcanica o dell'erosione di una grande onda di marea.
Il vecchio sacerdote prosegue affermando che a proposito dell'Egitto:

"In questa regione né in quel tempo né mai l'acqua scorre dalle alture ai campi arati, ma, al contrario, scaturisce per natura tutta dalla terra. Di qui e per queste ragioni si dice che siano state conservate le più antiche tradizioni, ma in realtà in tutti i luoghi in cui il freddo eccessivo o il calore soffocante non lo impedisca, sempre esiste, ora di più ora di meno, la stirpe degli uomini. E tutte quante le cose che sono accadute presso di voi o qui o in altro luogo di cui abbiamo sentito notizia, se ve ne sia qualcuna che sia onorevole, o grande, o che si sia distinta per qualche altra ragione, sono state scritte qui nei templi e vengono conservate".

A parte la strana idea che in Egitto le acque non scendano dai monti (forse dovuta al fatto che in passato esistevano molte più regioni paludose e lagunari in zone ora desertiche), dal resto si deduce che gli egizi non furono toccati o quasi dalla catastrofe. Forse vi furono conservate le più antiche tradizioni, in quanto l'Egitto fu una delle regioni dove si rifugiarono i primi superstiti.

In effetti Erodoto nelle sue storie afferma che il primo re dell'Egitto fu "Mina", e a quell'epoca il territorio percorso dal Nilo era completamente paludoso. Inoltre afferma che:

"Dall'epoca del primo re fino a questo sacerdote di Efesto, ultimo regnante, si erano avvicendate 341 generazioni umane e che in tale lungo arco di tempo altrettanti erano stati i sommi sacerdoti e i re. Ora, siccome tre generazioni compongono un secolo, 300 corrispondono a 10.000 anni; le 41 restanti (oltre le 300), corrispondono a 1340 anni;"

quindi all'epoca di Erodoto (485-425 a.C.) l'Egitto era già vecchio di 11.340 anni! Ciò vorrebbe dire che la civiltà dell'antico Egitto risalirebbe al 13.500 a.C. circa, ben oltre il 4.000 a.C. oggi accettato dall'archeologia, ma è una data che ci avvicina a quella del probabile disastro del Diluvio.
Se la civiltà atlantidea scomparve intorno al 9.500 a.C. si può ritenere che gli egizi assistettero a tale evento e accolsero anche dei superstiti. Se invece i sacerdoti egizi che parlarono con Erodoto furono un po' larghi di manica nel computo del tempo, allora potremmo pensare ad una continuità tra civiltà atlantidea ed egiziana.
Ma non voglio approfittare del mistero emanato dall'antico Egitto con i suoi rituali e monumenti per rendere più affascinante l'argomento come viene fatto molto spesso. In effetti, se proprio si dovesse cercare una civiltà antica in continuità con quella atlantidea, forse sarebbe meglio rivolgere l'attenzione ai Sumeri, che fra l'altro hanno tramandato il ricordo del Diluvio.

Poi il vecchio sacerdote di Sais nel testo platoniano avverte della ciclicità di questi cataclismi:

"Ma non appena presso di voi e presso altri popoli viene inventato l'uso della scrittura e di tutto ciò che serve per la città, ecco che di nuovo, nel solito spazio di anni, come una malattia giunge il terribile diluvio dal cielo..."

Tale affermazione sembra confermare quanto, secondo alcuni autori catastrofisti, scaturisce da miti e scritture sacre, secondo cui il conteggio delle ere precessionali serviva a calcolare ed avvertire gli uomini del futuro dell'arrivo della nuova catastrofe.

Per il vecchio sacerdote egizio i Greci di Solone erano una civiltà troppo giovane:

"Perché in primo luogo voi ricordate un solo diluvio della terra, mentre in precedenza ve ne sono stati molti".

Questa affermazione, secondo il mio parere, sembra confermare l'ipotesi moderna di continui passaggi da climi temperati a climi glaciali avvenuti nel periodo precedente e successivo il 9.000 a.C. con conseguenti disastrose alluvioni, che hanno di fatto impedito alla civiltà umana di progredire in modo continuo.
A tal proposito ritengo, che seppur la teoria evoluzionistica di Darwin sia giusta e suffragata da numerose prove in ambito naturalistico, non si possa trasporre in modo perfetto all'evoluzione umana. Probabilmente la nostra storia non ha seguito una linea evolutiva costante ed ininterrotta. Infatti se la Terra fu sconvolta da eventi disastrosi ad intervalli ciclici, l'evoluzione delle specie umana venne spesso interrotta bruscamente e si dovette ricominciare da capo. Del resto questo è avvenuto molte volte in natura (estinzione dei grandi animali preistorici dai dinosauri ai mastodonti), non si comprende perché invece non debba essere accaduto lo stesso alla storia dell'umanità.

I SOPRAVVISSUTI (CRIZIA E TIMEO)
Dice il vecchio sacerdote egizio che quando giunge il terribile Diluvio:

"Di voi lascia coloro che sono inesperti di lettere e di arti, sicché diventate di nuovo dal principio come giovani, non sapendo nulla né di ciò che accadde qui, né di ciò che accadde presso di voi, e che avvenne in tempi antichi."

Per Crizia i sopravvissuti:

"Trovandosi, essi e i loro figli per molte generazioni, sprovvisti dei beni di necessità, rivolgendo la mente a ciò di cui mancavano, e a questo dedicando inoltre i loro discorsi, non si curavano dei fatti avvenuti nei tempi precedenti e anticamente. Il racconto e la ricerca degli avvenimenti antichi infatti entrano nelle città insieme con il tempo libero, quando si comincia a vedere qualcuno già rifornito dei beni necessari per vivere, prima no."

Qui Platone parla dei Greci sopravvissuti alla catastrofe del Diluvio che distrusse Atlantide in termini realistici. Egli ci informa in definitiva che il mondo atlantideo non era tutto civilizzato uniformemente, ma come del resto avveniva nell'antichità storica, si trattava di una civiltà costiera. Distrutte ed inondate le coste, rimanevano nell'entroterra solo rozzi ed ignoranti abitanti, "montanari ed illetterati", e quelli sopravvissuti dovevano innanzi tutto pensare a riempirsi la pancia per sopravvivere, solo successivamente pensarono di ricostruire la civiltà. Solo dopo millenni, sembra di capire, ci si preoccupò di recuperare i vecchi racconti e la cultura andata perduta.
Questa situazione è evidenziata soprattutto nel Timeo quando il vecchio sacerdote egizio tacita il greco Solone che pensava di avere grandi conoscenze storiche:

"Solone, voi Greci siete sempre bambini, e non esiste un Greco vecchio ... Siete tutti giovani ... nelle anime: infatti in esse non avete alcuna antica opinione che provenga da una primitiva tradizione e neppure alcun insegnamento che sia canuto per l'età. ... Quando invece gli dèi, purificando la terra con l'acqua, la sommergono, i bifolchi e i pastori che sono sui monti si salvano, mentre coloro che abitano nelle vostre città vengono trasportati dai fiumi nel mare. ... ma voi lo ignorate perché i superstiti per molte generazioni morirono muti per non conoscere le lettere".

Quindi, quando pensiamo ad Atlantide non ci troviamo forse di fronte ad una civiltà super tecnologica com'è la nostra attuale, ma ad una di tipo antico. Gli abitanti dell'entroterra rimanevano ignoranti e bifolchi, diversamente dagli abitanti delle zone costiere. Ecco quale potrebbe essere la ragione dell'oblio e del mistero che hanno sempre circondato i miti di Atlantide e del Diluvio.

Anche se, ritrovamenti archeologici e tradizioni mitologiche antiche sembrano smentire ciò che cerca di tramandare Platone, e paiono invece raccontarci della presenza sulla Terra, in un periodo ante Diluviano, di civiltà dotate addirittura di cognizioni tecniche superiori alle nostre. È il caso del dissotterramento della città indiana Mohenjo-Daro (dal significato di "luogo della morte") tra le cui rovine sono state ritrovate tracce di radioattività e di metalli fusi da una potente energia che hanno fatto addirittura pensare ad una esplosione nucleare. Oppure è il caso del testo mitologico sanscrito del Vymaanika-Shastra (Scienza dell'Areonautica) che racconta delle tecniche di pilotaggio delle macchine volanti Vimana. Nel caso poi di certi monoliti in pietra pesanti centinaia di tonnellate, come per esempio quelli delle fondamenta del tempio di Baalbek, non si comprende come possano essere stati spostati, visto che sarebbe quasi impossibile farlo anche oggi. Per non parlare di quelle ceramiche precolombiane che paiono riprodurre modellini di aviogetti moderni con ali a delta. E l'elenco di stranezze archeologiche potrebbe continuare...
In tutti questi casi ci troveremmo di fronte ad una civiltà completamente stravagante rispetto a quelle conosciute nei periodi storici documentati: una civiltà con tradizioni antiquate, come per esempio quelle legate alla lavorazione della pietra, ma dotata di alcune conoscenze avanzatissime che permettevano loro di realizzare macchine volanti da guerra dotate di ordigni che sarebbero devastanti ancora oggi. Una civiltà piuttosto difficile da comprendere per noi oggi, una via di mezzo tra i Flintstone e Star Trek...

ALTRE LOCALIZZAZIONI
Se si cercasse a tutti i costi di posizionare Atlantide nell'Oceano Atlantico, proprio di fronte allo stretto di Gibilterra, si dovrebbero superare molte difficoltà tecniche per sostenere la presenza di terra emersa in quella zona in epoche antiche.
È pur vero che l'arcipelago delle Azzorre e quello delle Canarie potrebbero essere i resti del continente perduto, ma la teoria della deriva dei continenti non lascia spazio alla presenza di altre terre. Infatti facendo combaciare le piattaforme continentali di Africa, Europa e Americhe non rimane un ettaro libero.
Se si presume che Atlantide fosse la parte più elevata della grande catena montuosa chiamata Dorsale Medio Atlantica, si deve assumere che:
  • o il livello del mare era molto più basso, almeno 1000 m in meno, ma tale eventualità pare eccessiva;
  • o la dorsale in quell'epoca era molto più elevata e si presume fuoriuscisse dall'oceano formando un grande arcipelago. Non certo un'isola grande quanto la "Libia e l'Asia messe assieme". Geologicamente non è impossibile, soprattutto in quell'area dominata dal vulcanesimo, che isole emergano e si inabissino in un giorno e una notte.
  • oppure si può immaginare che l'isola fosse il frutto di un evento del tutto fortuito, come l'abbassamento del livello marino a causa dell'era glaciale (-200 m) e l'innalzamento contemporaneo della dorsale. In questo caso, l'isola di Atlantide era un non-continente, un ambiente geologicamente giovane ma anche tremendamente fragile. Le sue pianure erano sicuramente molto fertili, questo è indubbio, ma i suoi monti dovevano essere pericolosi vulcani. Se rimaniamo a quanto riporta Platone, la fine di Atlantide può essere imputata alla caduta del meteorite "Fetonte". Tale evento cosmico avrebbe liberato un'energia enorme, soprattutto se avvenuto nei pressi dell'isola, ed avrebbe potuto provocare:
    • un'impressionante escalation vulcanica che potrebbe aver minato le fragili fondamenta dell'isola atlantica;
    • una gigantesca onda di marea che avrebbe sommerso le coste atlantiche e di mezzo mondo;
    • il sollevamento di una gigantesca nube di vapore che avrebbe provocato interminabili piogge in tutto il mondo;
    • un surriscaldamento improvviso del globo e il conseguente scioglimento dei ghiacci polari, provocando il passaggio ad un'altra era temperata.

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Fondale marino tra penisola Iberica e arcipelago delle Azzorre

Sarebbe ben più semplice trovare posto ad un'Atlantide caraibica, essendo questo mare molto spesso poco profondo. Le isole più grandi di questo mare, riunite assieme a causa dell'abbassamento del livello marino, formerebbero terre emerse più grandi circondate dal Golfo del Messico. In particolare aumenterebbe di estensione l'isola di Cuba verso sud, per esempio a sud dell'Avana si avrebbe una pianura di un centinaio di chilometri con l'abbassamento del livello del mare di 200 m circa. Alcune isole dell'arcipelago delle Bahama formerebbero un'unica grande isola di 300 x 200 Km. Ma anche la Florida e lo Yucatan raddoppierebbero la loro estensione.
Nel Golfo del Messico esiste già l'impronta di un cratere da impatto, ma questo pare molto più antico e responsabile della scomparsa dei dinosauri. Ma non si può escludere che un altro evento disastroso abbia colpito la zona in tempi successivi.
A favore di una possibile collocazione nei Caraibi ci sarebbero le poco chiare origini delle civiltà precolombiane. Queste paiono nascere con cognizioni astronomiche mature, con capacità architettoniche ed artistiche notevoli già fin dall'inizio, cioè presumibilmente dall'epoca dei misteriosi Olmechi le cui origini controverse risalirebbero al primo millennio a.C.
Inoltre non vanno tralasciate le leggende, da quelle sul diluvio a quelle degli Aztechi che facevano provenire i loro antenati da Aztlan (dal significato di luogo circondato dalle acque). Benché la datazione delle loro migrazioni non coincidano con il presunto disastro di Atlantide, il loro potrebbe essere un ricordo atavico tramandato di generazione in generazione.

Se invece si deve dare retta alle leggende degli Incas, che ricordano un mitico eroe di carnagione chiara e barba rossiccia proveniente da sud, chiamato Quetzalcoatl, allora possiamo rivolgere la nostra attenzione anche al continente antartico. Quetzalcoatl avrebbe portato la civiltà agli amerindi insegnando loro l'agricoltura, l'allevamento, l'artigianato e le buone maniere (un po' come fece Thot con gli egizi).
Anche in Antartide non ci sono problemi a trovare le superfici di suolo indicate da Platone, benché per immaginarle libere dai ghiacci e abitabili si deve considerare una serie di situazioni astronomiche diverse dalle attuali.
Infatti si deve ipotizzare, che prima della caduta di "Fetonte", l'asse di rotazione terrestre avesse un'inclinazione differente, con i poli posizionati a migliaia di chilometri da quelli attuali. Si può anche immaginare che l'asse di rotazione terrestre non avesse nessuna o quasi nessuna inclinazione rispetto al piano dell'eclittica.
Se il polo sud fosse stato spostato verso l'India o l'Oceania e il polo nord verso il Canada o l'Atlantico di una ventina o trentina di gradi, probabilmente la parte di costa antartica prossima alla Terra del Fuoco, sarebbe stata priva di ghiacci. Sembra infatti che il ghiaccio di quella parte di continente sia più recente.
Il clima sarebbe potuto essere più temperato in quella regione a causa di qualche corrente simile a quella del golfo odierna. L'equatore sarebbe passato sull'oceano Atlantico pressappoco all'altezza dell'attuale Rio de Janeiro, quindi la parte meridionale di questo mare sarebbe stata molto più calda di oggi.
Il golfo del Messico essendo meno profondo e collocato ad un'altra latitudine, non avrebbe prodotto una corrente calda in grado di sciogliere i ghiacci che si sarebbero spinti fino a coprire l'intera Scozia (molto più vicina al polo, latitudine di circa 70° corrispondenti all'attuale Capo Nord norvegese).
Il mare e l'aria sono dei fluidi influenzati dalle radiazioni solari, per cui al variare di queste (latitudine diversa) possono variare notevolmente le correnti marine e le perturbazioni.
La Terra di Graham (in Antartide, prossima alla Terra del Fuoco) si sarebbe trovata in una zona temperata, attorno al 45°-50° parallelo sud, l'attuale polo sud si sarebbe trovato sulla linea del 75°-80° parallelo sud attuali, cioè al limite dei ghiacci polari odierni. La civiltà antartica sarebbe stata quindi anche una civiltà atlantica, ma nello stesso tempo avrebbe circumnavigato tutto il globo dalla sua posizione strategica rivolta su più oceani.
Il clima di tale latitudine sud (45° -50°) sarebbe però stato più mite, solo se si considerasse la Terra lontana da un'epoca glaciale? Probabilmente no, e lo spiegherò nel prossimo capitolo, proponendo una simulazione con asse terrestre privo d'inclinazione.
Ritengo superfluo trattare la collocazione di Atlantide nel Pacifico, in quanto far confondere a Platone Mediterraneo occidentale con Atlantico è una cosa, ma Atlantico con Pacifico mi pare eccessivo.

ETÀ DELL'ORO
Al di la della possibile collocazione di Atlantide in Antardite o altri luoghi, l'asse terrestre avrebbe potuto avere un'inclinazione diversa comunque, prima della caduta di "Fetonte"; è un'ipotesi che si concilierebbe anche con la tesi di Atlantide=Sardegna. Questa si può formulare in base ad alcuni indizi, ed a mia sorpresa, anche per le implicazioni climatico-astronomiche che ne deriverebbero. Gli indizi non sono prove, ma l'ipotesi appare tutt'altro che remota.
In realtà le ipotesi sono più d'una: la prima prevede solo lo scivolamento dei poli. La seconda anche la mancanza di inclinazione dell'asse terrestre prima del Diluvio. Se infatti l'asse della Terra avesse avuto un'inclinazione differente, in modo che fosse nulla o quasi nulla rispetto al piano dell'eclittica, il mondo non avrebbe conosciuto le stagioni come sono attualmente. In un certo senso si potrebbe parlare di un'Età dell'Oro essendo il clima così condizionato unicamente dalla latitudine.

Alle latitudini temperate si sarebbe vissuti in un'eterna primavera, un vero eden, dove la vegetazione fioriva e fruttificava senza sosta, fornendo il nutrimento a vaste mandrie di animali selvatici (elefanti, mammut e altri grandi erbivori scomparsi) e quindi anche all'uomo che non avrebbe avuto problemi di cibo o carestia. Platone infatti, nella descrizione di Atene arcaica, e della pianura di Atlantide, afferma che il clima era migliore e più adatto all'agricoltura di quello del suo tempo.
Una umanità del genere, molto più serena di quella successiva al Diluvio alle prese con i rigori invernali e il caldo estivo, avrebbe potuto coltivare senza problemi le scienze e le tecnologie non dovendosi preoccupare principalmente del suo sostentamento.
Ma nello stesso tempo, un clima immutabile avrebbe permesso alle tribù distanti dalla civiltà costiera di prosperare serenamente cacciando i grandi animali delle praterie e raccogliendo i frutti costantemente prodotti dalla natura. Quindi un'Età dell'Oro non escluderebbe il fiorire di una grande civiltà costiera e cosmopolita, con il perdurare di sistemi di vita più tradizionali tipici del neolitico preistorico legati alla caccia e raccolta, in regioni continentali non a contatto con le città costiere.

A sostegno della differenza del clima nel periodo precedente il 9.500 a.C. ci sono anche i non ancora risolti dubbi sui ritrovamento dei grandi animali estinti in quest'epoca. Il rappresentante più illustre è senz'altro il mammut. Questi animali dalla lunga pelliccia (30 cm) parenti dell'elefante africano ed indiano odierni, vivevano in un clima sicuramente freddo, ma non tanto quanto quello delle località dove sono stati rinvenuti i primi esemplari.
Proprio trattando del luogo di ritrovamento degli esemplari meglio conservati, la Siberia, c'è subito da valutare il modo in cui questi animali sono morti, cioè di un congelamento quasi istantaneo. Alcuni esemplari congelati avevano ancora un boccone di fieno in bocca. Dai resti ritrovati nello stomaco si è desunto che i bestioni si nutrivano delle stesse erbe presenti oggi in zona, ma per qualche motivo il clima doveva essere più temperato, altrimenti il territorio non avrebbe sostenuto mandrie che dovevano essere numerose. Si pensi che nelle sole isole Ljachov nell'oceano Artico, dove l'omonimo commerciante d'avorio ebbe il permesso dagli Zar di estrarre zanne di mammut, a tutt'oggi sono stati rinvenuti i resti di circa 20.000 esemplari! I tasti di pianoforte di mezzo mondo sono in realtà fossili di mammut.
Subito si è pensato che questi animali compissero delle lunghe migrazioni stagionali verso sud alla ricerca di pascoli migliori. Ma come potevano migrare i mammut che vivevano su un'isola in mezzo all'oceano? Allora si deve presumere che il livello del mare fosse molto più basso in quell'epoca, e che le isole fossero solo promontori sul mare. Ma affermare che il livello marino era più basso vuol dire anche sostenere che all'epoca molta acqua del mare era accumulata ai poli sotto forma di ghiaccio, ma se ciò è vero allora anche quelle zone erano coperte di ghiaccio…
Quindi cosa ci facevano 20.000 mammut (solo quelli ritrovati) in una regione coperta dai ghiacci dell'era glaciale se li non potevano sopravvivere? Si erano persi, come le balene di oggi che si arenano sulle spiagge perdendo la rotta? È chiaro che il caso dei mammut delle isole Ljachov è sintomatico di una scarsa conoscenza delle condizioni ambientali dell'epoca.
Cercare una giustificazione ai ritrovamenti, è complicato se non si valutano anche profondi cambiamenti astronomici.
Sarebbe invece molto più semplice pensare che il polo nord, prima del disastro di "Fetonte", fosse spostato più a occidente e più a sud. Se lo spostiamo a sud di 20-30° circa di latitudine verso il Canada ed eliminiamo l'inclinazione sull'eclittica, rendendo la differenza stagionale trascurabile, otteniamo l'allontanamento della Siberia attuale dal circolo polare artico ed inoltre una regione con una stagione pressoché unica tutto l'anno, dove l'erba sarebbe cresciuta regolarmente e di continuo e avrebbe fornito il sostentamento dei grossi animali senza imporgli grandi migrazioni.
Ma i resti di mammut e di elefanti non sono stati ritrovati solo in Siberia, ma un po' ovunque in tutto il mondo. Per esempio in Italia centrale (Lazio), in Francia del sud, in Sicilia, in Sardegna. Platone ci ricorda che su Atlantide pascolavano grandi mandrie di elefanti, anche per tale motivo si è sempre pensato che quell'isola dovesse essere vicina all'Africa.
Ebbene, anche in Sardegna sulla costa ovest a S. Giovanni in Sinis sono stati rinvenuti resti di elefanti di una specie endemica denominata Mammuthus lamarmorae (notizie apprese dagli atti del convegno "La terra degli elefanti" tenutosi a Roma nel 2001), come già erano stati ritrovati in Sicilia e altre località italiane.
Ma a parte questa notizia interessante ed inerente la Sardegna, i ritrovamenti di resti di mammut che più incuriosiscono, sono quelli dei giacimenti messicani. Penso si possano considerare dei ritrovamento fuori posto, quasi degli OOPArts: cosa ci facevano degli animali in pelliccia in un clima torrido come quello messicano? Si erano persi anche questi? O dobbiamo ritenere il mammut un animale adatto a tutti i climi e tutte le stagioni?

Nel caso del Messico, la prima valutazione evidente, è che li il clima dovesse essere più rigido dell'attuale, all'epoca della scomparsa di quei mastodonti. Attualmente Città del Messico si trova ad una latitudine nord di circa 20°. Spostando il polo nord, come su detto, la sua posizione potrebbe essere compresa tra 40° e 50° di Lat. Nord, in una posizione più consona per quegli animali.
Inoltre sono significative le modalità di ritrovamento delle ossa di questi animali: si trovano in grossi giacimenti che all'inizio si riteneva fossero delle specie di "cimiteri degli elefanti" ma che successivamente si è compreso essere ammassati così da un'alluvione improvvisa. Gli animali rinvenuti sono di taglia ed età differenti, ed inoltre fra le ossa di mammut si ritrovano anche quelle di altri animali, probabilmente tutti trascinati assieme dalle acque. Pare che questi animali si siano estinti a causa di una sciagura improvvisa, esattamente come quelli siberiani furono congelati quasi all'istante. Tra le ossa di mammut sono state spesso rinvenute quelle di elefanti preistorici coevi, forse a testimonianza del fatto che il Messico era ad una latitudine di confine fra l'habitat dei mammut e quello degli elefanti.

Se l'estinzione improvvisa degli animali preistorici potrebbe essere una prova di una sciagura improvvisa provocata forse dalla caduta di un meteorite che ha sconvolto il clima, i mari e la terra, un'altra prova indiretta potrebbe essere ricercata nella cultura mitologica antica. Senza voler entrare nel merito dei vari miti appartenuti a tutte le culture della Terra, un cataclisma del genere potrebbe spiegare la ragione dell'ossessione quasi maniacale che gli antichi popoli avevano per la misura del tempo.
Se consideriamo che in un modo a noi ancora ignoto alcuni popoli erano giunti persino ad individuare il movimento impercettibile della precessione degli equinozi (Von Deched, De Santillana), e il cambiamento della stella polare nel corso dei millenni, incorporando queste conoscenze nella mitologia, significa che culture neolitiche (definite primitive dall'archeologia attuale) dedicarono molto energie nel corso di secoli e secoli ad osservare e catalogare i movimenti celesti.
La ragione potrebbe essere trovata nella modifica del tempo astronomico terrestre dopo la sciagura del Diluvio. Se immaginiamo una Terra con un asse di rotazione quasi privo di inclinazione, allora ci troveremo su un pianeta senza stagioni, e quindi senza riferimenti temporali legati all'anno, se si eccettua lo spostamento della volta stellata.
In pratica per degli uomini vissuti su un tale pianeta, il passare degli anni sarebbe un avvenimento secondario rispetto ad altri movimenti astronomici più evidenti come il giorno o come le fasi lunari.
Infatti se l'asse di rotazione è poco inclinato, l'ombra proiettata dagli oggetti illuminati dal sole varierà di pochissimo durante l'anno e la sua estensione sarà unicamente in relazione con la latitudine della località. Invece oggi, grazie ad equinozi e solstizi possiamo verificare con precisione il passaggio delle stagioni e quindi degli anni.

Una civiltà abitante in un mondo senza stagioni, avrebbe dovuto utilizzare un sistema di riferimento temporale diverso: ad esempio fasi lunari, transiti di pianeti evidenti (Venere) o di stelle di riferimento riconoscibili (Sirio - Sotis).
Gli ebrei, che sono sempre stati un popolo piuttosto tradizionalista, difesero finché poterono il loro calendario basato sul mese lunare, benché fosse altamente scomodo e non coincidente con il solare. Questa loro ossessione potrebbe essere il riflesso di una tradizione così antica da essere precedente il Diluvio o la caduta di "Fetonte"? Del resto il popolo ebraico discende da Abramo, che verosimilmente era di origine mesopotamica. Infatti proveniva da Ur dei Caldei. È probabile che Abramo non provenisse dall'antico popolo sumero, ma bensì da un popolo seminomade immigrato od invasore della Mesopotamia: gli Amorrei. Comunque la "mitologia" ebraica dovrebbe aver risentito della cultura sia sumerica che amorrea che erano entrambe molto antiche.
Inoltre nella Bibbia, appaiono in descrizioni di periodi antichi, personaggi come Matusalemme che vissero centinaia di anni. Viene da pensare che nei tempi arcaici il termine che poi ha assunto il significato di "anno solare", significasse invece "mese lunare". Si potrebbe supporre che tale termine sia rimasto immutato nei secoli, poiché il suo significato era quello di "unità temporale base", ma ad un certo punto fu trasferito per motivi ignoti dal mese all'anno solare. Fra i personaggi biblici, Abramo sembra essere quello che segna un cambiamento nel conteggio del tempo, infatti visse per un periodo paragonabile ad 1/5 della media degli anni vissuti dai precedenti (Noè visse 950 anni). Quindi si potrebbe ipotizzare che il cambiamento nell'uso di unità di misura temporale sia avvenuto durante la civiltà sumera e non subito dopo la sciagura del Diluvio.

Se gli uomini hanno assistito 11.500 anni fa ad un disastro cosmico che ha modificato il tempo astronomico, allora non stupisce il fatto di trovare in ogni angolo della terra santuari ed osservatori monumentali per la misura degli equinozi. Non si tratterebbe soltanto di una questione agricola per la determinazione del periodo della semina. In effetti parrebbe esagerato costruire un santuario come Stonehenge solo per seminare frumento, quando da sempre i contadini sanno per esperienza in quali tempi svolgere le loro attività. Io penso che le motivazioni per sollevare megaliti di 26 tonnellate siano altre e più profonde.
Se fossimo i sopravvissuti di una catastrofe planetaria che ha modificato il clima ed il comportamento del sole e degli altri astri, dopo lo shock iniziale, cercheremo in tutti i modi di capire quello che è successo e di misurare ogni movimento astrale maniacalmente, anche nel tentativo di capire se il tempo terrestre è ritornato stabile. Ecco che allora la misurazione delle ere precessionali plurisecolari (2160 anni circa) per ogni segno zodiacale (il ciclo intero dovrebbe essere di 25.920 anni, ma non è certo) può avere un senso.

Ma c'è anche un altro problema climatico-astronomico da risolvere. Questo capitolo è stato intitolato "Età dell'oro" e tale definizione per un'era che si presume gelida, pare cozzare con ogni buon senso. Sembra in effetti che posizionare l'era atlantidea prima del 9.500 a.C. in piena era glaciale non abbia senso ripensando a quanto ci ha tramandato Platone sul clima migliore di quell'epoca. Con le conoscenze attuali, quando Platone afferma che in quest'epoca il clima era più umido e favorevole all'agricoltura, pare prenda un grosso abbaglio. Ma le due cose sono veramente incompatibili?
A prima vista, pareva anche a me inconciliabile ciò che affermano i geologi con quanto generalmente riferiscono i miti delle antiche civiltà, che sempre ci ricordano l'esistenza di una mitica Età dell'Oro. Ma se si fa uno sforzo di ricostruzione della Terra come doveva essere nel caso dell'asse di rotazione non inclinato, pur con tutte le semplificazioni possibili in questa sede, si raggiungono risultati inaspettati.
Premetto che la simulazione del clima da me proposta è grossolana, non tenendo conto di variabili quali le correnti marine che invece sono fondamentali. Basti pensare che l'influenza della Corrente del Golfo del Messico interessa le regioni scandinave, impedendo per esempio alla banchisa polare di raggiungere Capo Nord in Norvegia (Lat. 71° nord) anche nel periodo invernale.
Quindi, pur maneggiando i risultati con tutte le cautele possibili, risulta subito evidente che il clima terrestre di questa simulazione era più stabile. La simulazione proposta prevede di posizionare il polo Nord tra Groenlandia e Canada, e il polo Sud sulla costa antartica dell'Oceano Indiano. La posizione, come già detto, è stata scelta per dare un habitat uniforme ai mammut che vivevano in diverse parti del mondo. Potrebbe essere una posizione errata, ma non di molto, infatti è stata scelta anche cercando di andare incontro ai poli nord e sud magnetici, la cui posizione attuale potrebbe essere un ricordo che la Terra ha conservato della posizione originaria dei poli nord e sud astronomici prediluviani.

Questa simulazione presuppone che a causa della caduta di "Fetonte" la Terra abbia subito un movimento in due fasi con l'inclinazione dell'asse terrestre accompagnata da uno slittamento dei poli:
  • Ci fu uno scivolamento della posizione dei poli (nel nostro emisfero dalla Groenlandia al Mar Glaciale Artico) che ha comportato un movimento della crosta terrestre in direzione opposta;
  • Ci fu un'inclinazione dell'asse di rotazione rispetto al piano dell'eclittica terrestre;
I due movimenti hanno comportato uno spostamento effettivo del polo di circa 20° nel primo caso e di 22° nel secondo caso.

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Fasi dell'inclinazione dell'asse terrestre

Una volta tracciati i cerchi dei paralleli attorno agli antichi probabili poli nord e sud, il passaggio successivo è stato quello di individuare una temperatura media per ogni latitudine, senza considerare la presenza di eventuali correnti calde o fredde. Come già affermato, un pianeta privo di inclinazione rispetto al piano dell'eclittica, non avrebbe stagioni. Quindi per la Terra la temperatura media per ogni latitudine, si potrebbe ricavare facendo la media delle attuali temperature massime estive e minime invernali. Tali temperature sarebbero costanti tutto l'anno e variabili solo in funzione di perturbazioni di passaggio, o a causa della presenza di correnti, o di grossi bacini d'acqua (mare e laghi).
In realtà, trovare queste temperature per tutto il globo, non è semplice, ma pur indicando un margine di errore fra 5° e 10° centigradi per ogni parallelo, si notano immediatamente situazioni interessanti.
La Terra priva di inclinazione sull'asse avrebbe delle calotte polari più estese. Attualmente a causa delle fluttuazioni stagionali, i ghiacci perenni rimangono confinati fra le latitudini di 70° e 80° (sia a nord che a sud). Ma se raddrizzassimo l'asse terrestre, nella posizione della simulazione, i ghiacci perenni si estenderebbero tra il 60° e 70° parallelo (nord e sud) aumentando di moltissimo la quantità di idrosfera ghiacciata.

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Polo Nord

Per avere un'idea del clima terrestre nel caso della simulazione prediluviana si può pensare che le temperature fosser