
ATLANTIDE IN SARDEGNA?
di Diego Silvio Novo
per Edicolaweb
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CONCLUSIONE
In questa breve ricerca ho tentato di analizzare la collocazione di Atlantide, cercando i possibili indizi a favore o contro la sua coincidenza con la Sardegna o con altri luoghi del nostro pianeta. Ma potremmo anche considerare Atlantide un non luogo: non fu in Sardegna, né nell’Oceano Atlantico, né in altri luoghi ma un po' ovunque. Forse sarebbe meglio cercare le tracce di una Età Atlantidea, in cui più popoli vissero, prosperarono e si scontrarono per il dominio delle risorse naturali come poi fecero altri successivamente nella storia conosciuta.

La storia degli atlantidei fu invece probabilmente collocata temporalmente in un’Età dell’Oro perduta. Fu una storia cancellata e negata da un evento terribile di cui abbiamo un vago ricordo. Un ricordo rimasto sotto forma di mito, un tipo di linguaggio a cui l’uomo scientifico del XXI secolo non intende dar credito ritenendolo poco più di un passatempo da cantastorie: il Diluvio, che viene considerato come un romanzo redatto da antichi e ignoranti popoli perduti. E degli atlantidei non rimangono tracce visibili, o forse quelle poche rimaste non siamo ancora in grado di vederle ed apprezzarle come tali.
Ma al di la della reale localizzazione di Atlantide, l’impressione che diviene sempre più forte con il passare del tempo, con l’aggiungersi di scoperte sconcertanti (manufatti sommersi, agglomerati sempre più antichi che retrodatano la civiltà ecc.), con il continuo formarsi di teorie sulla mitica isola scomparsa, è che la nostra conoscenza del passato è interrotta e incompleta. Per quale motivo non si dovrebbe credere al Diluvio come evento disastroso planetario, quando la leggenda è diffusa in ogni parte del mondo?
Cosa ci vieta di pensare che l’homo sapiens abbia assistito e registrato gli eventi tragici che hanno visto nel neolitico la scomparsa dei grandi animali mastodontici?
La collocazione temporale non pare in effetti un problema, come invece sostengono gli storici. L’homo sapiens compare sulla Terra presumibilmente intorno a 40.000 anni fa.
Mi pare riduttivo collocare l’inizio di una forma di organizzazione civile al IV millennio a.C.. Ciò significherebbe che la nostra specie ha "inventato" la prima forma di aggregazione civile solo nel suo ultimo periodo equivalente al 10-15% della sua esistenza.
Possono essere passati interminabili e quasi inutili 34.000 anni in cui l’umanità non ha mai tentato di manifestare un grado culturale diverso da quello preistorico? Nessuna civiltà può essersi formata in così lungo tempo?
Un altro problema che si rinfaccia a chi da credito alla storia di Atlantide, è la mancanza di reperti archeologici di quest’epoca remota.
Innanzi tutto si dovrebbe rivalutare la datazione di molti reperti e strutture archeologiche che gli studiosi posizionano in un’epoca piuttosto che in un’altra per pigrizia, per difendere la storiografia ufficiale o per mancanza di dati. Molti siti megalitici in tutto il mondo, pongono notevoli difficoltà di datazione poiché attualmente non si dispone di una tecnologia adatta e sicura per datare manufatti in pietra. Quelle in uso fanno affidamento sui ritrovamenti negli stessi siti di vasellame (suddivisione delle epoche in base agli stili, o esami di termoluminescenza) e di materiale organico (esami al radiocarbonio). Ma questi tipi di datazione, pur essendo precisi, non ci informano dell’eventuale riuso delle rovine nel tempo ad opera di una civiltà successiva.
L’elenco dei siti archeologici dubbi diventa sempre più lungo, senza scomodare poi i ritrovamenti di OOPArts o quelli di strutture sottomarine artificiali (come quelle che si stanno scoprendo in Giappone e Corea; è incredibile che molti studiosi si rifiutino addirittura di prendere in considerazione una loro analisi). Anche di quelli di cui si credeva di avere certezza, permangono dei dubbi.
Ecco due esempi, fra i più noti:
- Si è già detto dei monumenti della piana di Giza: le piramidi sono attribuite a Cheope, Kefren e Micerino sulla base degli scritti di Erodoto che le colloca nel II millennio a.C.. Ma secondo gli storici moderni, quei faraoni sono vissuti nel III millennio a.C., quindi collocano la grande piramide nel 2500 a.C. circa. Le analisi al radiocarbonio condotte invece sulla malta impiegata nella grande piramide la daterebbero intorno al 3500 a.C.; il documento rinvenuto sulla "stele dell’inventario" sembra narrare la storia parallela di due faraoni con il nome Cheope, ma scritti con geroglifici diversi. Se fosse vera questa ipotesi avremo un Cheope antico (quanto?) realizzatore della piramide e un Cheope più recente (quello di Erodoto) restauratore. Rimane tuttora il mistero dell’utilità effettiva di queste costruzioni, visto che non furono mai trovate mummie al loro interno. Inoltre non si possono ignorare le probabili linee d’erosione sul dorso della Sfinge che la collocherebbero in piena "età atlantidea" (11.000-13.000 anni fa). Il tempio alla base della piramide di Kefren detto tempio della Sfinge, è realizzato con una muratura poligonale più simile a quella megalitica di Machu Pichu, o al muro dei Giganti di Cuzco, che alle tecniche costruttive egizie.
- Rivolgendo lo sguardo all’America, le rovine portuali di Tiahuanaco (o Tiwanacu) sul lago Titicaca in mezzo al massiccio andino, sembrano collocarsi ad una quota incoerente con la datazione accertata dall’archeologia (circa 1500 a.C.). Infatti le banchine del porto sembrano trovarsi ad una quota che il lago Titicaca aveva circa 10.000 anni fa. Nulla si sa di quelle popolazioni pre-incaiche e della loro improvvisa scomparsa. Erano adoratori probabilmente di Kon Tiki Viracocha, un dio bianco e barbuto, munito di tridente come Nettuno (Poseidone atlantideo?). Su un monumento della città, la così detta "Porta del sole", sono raffigurati un toxodonte (un ippopotamo preistorico) e un proboscidato preistorico, vissuti almeno 12.000 anni fa. La datazione astronomica di alcuni monumenti porterebbe la loro retrodatazione a 15.000 anni fa. E’ probabile che gli abitanti di questa città siano stati spazzati via dal Diluvio di Atlantide di 11.500 anni fa circa?
Si dovrebbe inoltre comprendere in modo più preciso la causa dell’estinzione dei mastodonti e altri animali preistorici di grandi dimensioni scomparsi nel neolitico. Se quest’evento disastroso è quello fin qui descritto, un’onda di marea in grado di sommergere un’isola come l’Atlantide di Platone, deve aver distrutto e sepolto sotto tonnellate di detriti qualsiasi manufatto umano. Non ci si deve illudere di ritrovare molte tracce di un’eventuale civiltà atlantidea.
Inoltre, se come ipotizzato, il livello del mare si è sollevato di decine di metri, le difficoltà di recupero di reperti archeologici divengono enormi.
L’archeologia subacquea attuale non è ancora attrezzata per fare ricerche su larga scala nei fondali marini di tale profondità. Semplicemente perché nessun archeologo andrebbe a cercare, a causa delle proprie convinzioni in merito alle datazioni ufficiali, una città scomparsa sott’acqua. Infatti le indagini storico/archeologiche sottomarine compiute nell’ultimo secolo, si possono suddividere in due categorie, ma comunque tutte orientate alla ricerca di relitti navali (se si esclude le recenti ricerche condotte nei fondali del Mar Nero o del Giappone):
- quelle condotte su fondali poco profondi da subacquei dotati di bombole e respiratori, rivolti alla ricerca di relitti dell’antichità (per es. navi romane cariche di anfore) o relitti appartenenti ai secoli della pirateria caraibica, o all’indagine di relitti di navi contenenti "tesori" conosciuti. La ricerca di galeoni affondati, carichi d’oro e argento, è diventata più che un’attività archeologica, un’attività commerciale che si autofinanzia. Anche se, bisogna ammetterlo, che in alcuni casi si è trattato invece di recuperi condotti con fondi pubblici. Di queste ricerche, il ritrovamento più spettacolare (con finanziamento pubblico), fu quello del vascello seicentesco Vasa nel porto di Stoccolma negli anni ‘50, che poi venne fatto riemergere e restaurato con resine speciali. È tuttora visitabile ed esposto nell'omonimo museo sul porto di Stoccolma.
- Quelle condotte con batiscafi pressurizzati ed attrezzati con tecnologie avveniristiche, nelle profondità oceaniche alla ricerca di relitti più recenti (il caso più noto è sicuramente il ritrovamento del Titanic). Batiscafi con persone a bordo, o telecomandati sono l’unico mezzo per raggiungere certe profondità. Vengono utilizzati anche per indagini naturalistiche e geologiche. Queste tecnologie sono molto costose, per questo le ricerche storiche in mare con questi mezzi hanno spesso fini commerciali: recupero di oggetti destinata all'asta e vendita dei diritti dei filmati subacquei. Se non ci fosse un ritorno economico non verrebbero condotte.
Cercare reperti a profondità comprese tra 100 e 200 metri, non rientra nel primo tipo di archeologia subacquea, a meno che si abbia la fortuna di trovare resti archeologici più superficiali. Se si cercassero eventuali agglomerati costieri del neolitico, si dovrebbe indagare a profondità dove la pressione (a 100 m la pressione è di 10 Kg/cm2) non consente la permanenza di uomini in tuta da sub. Indagare a profondità di 100 m e più non è facile. Su questi fondali giunge a malapena la luce del sole.
Probabilmente un ministero o un ente pubblico non potrebbero sostenere i costi dell’utilizzo delle tecnologie necessarie per raggiungere queste profondità.
Presumibilmente sarebbe più semplice e proficuo iniziare le ricerche con tecnologie diverse. Con l'ausilio di tracciati radar e sonar registrati da navi e satelliti si potrebbero eseguire le prime indagini a tavolino. Solo nel caso di ritrovamenti di indizi di possibili strutture artificiali si andrebbe a procedere con mezzi di rilevamento più costosi direttamente sui fondali marini.

Per quante ipotesi si potrà fare in futuro sulla possibile collocazione di Atlantide, penso che la scienza ufficiale non darà credito a queste speculazioni, fin tanto che non avverranno i primi ritrovamenti su larga scala.
Infatti se questi avvengono solo in zone circoscritte, come per esempio nel Mar Nero, gli storici continueranno a costruire teorie strampalate pur di non dover ammettere l'esistenza di una civiltà protostorica. Secondo l’archeologia ufficiale i resti dei villaggi trovati sott'acqua nel Mar Nero (91 m) proverebbero che alla fine del neolitico l’aumento di livello del Mediterraneo avrebbe provocato una enorme cascata nell’attuale stretto dei Dardanelli e poi nel Bosforo.
Ma se questo fosse vero, anche se il riempimento del Mar Nero potrebbe essere durato pochi mesi, è molto strano che gli antichi abitanti dei villaggi sommersi abbiano dovuto abbandonare i loro attrezzi nelle abitazioni. Avendo mesi di tempo li avrebbero portati via con il lento sollevarsi delle acque (se il riempimento fosse durato 6 mesi, l'acqua si sarebbe sollevata di 50 cm al giorno, 2 cm ogni ora).
Lo scopritore R. Ballard divenuto famoso con il ritrovamento del Titanic ha affermato: "È una scoperta incredibile, i manufatti del sito sono chiaramente ben conservati, ci sono travi, rami e utensili di pietra lungo tutta la matrice di fango della struttura" e manufatti di ceramica sparsi sui pavimenti. In questo caso, mi pare più probabile che le acque si siano sollevate molto più bruscamente di quanto il passaggio dei Dardanelli faccia presumere. Le suppellettili e gli attrezzi in quell'epoca dovevano essere oggetti abbastanza preziosi (non si trovavano facilmente nei supermercati), probabilmente vedendo le acque salire le avrebbero recuperate e trasportate al sicuro.

Già la scienza si è affrettata ad affermare che la mitologia del Diluvio biblico discenderebbe da quell’evento.
Mi chiedo allora: come fece la notizia ad arrivare, non dico presso i Sumeri, ma fino in Cina e in America precolombiana? Possibile che il resoconto di un evento circoscritto al Mar Nero abbia fatto il giro del mondo? In questo caso, il neolitico non sarebbe stato così come viene descritto dagli storici, ma il contesto di una civiltà planetaria in grado di coinvolgere tutti i continenti e trasportare notizie di una regione in luoghi molto lontani, fino a renderne partecipe tutto il mondo.
Come si vede c’è qualcosa che non sta in piedi, eppure non ci si fa scrupolo di diffondere teorie parziali come queste, contenenti anche affermazioni illogiche, pur di negare il fatto che la nostra protostoria ha ancora bisogno di indagini e ricerche accurate.
Probabilmente quella della ricerca delle civiltà prediluviane sarà la frontiera dell’archeologia del nuovo secolo, non appena i baroni di questa disciplina saranno sostituiti da nuove leve guidate da una maggior sensibilità, o non appena avverranno scoperte veramente sensazionali.
A tal riguardo giunge proprio in questi giorni la notizia di sondaggi sonar eseguiti al largo delle coste cipriote, che avrebbero rilevato la presenza dei resti di una città sommersa. Lo scopritore Robert Sarmast si è affrettato ad annunciare la riscoperta di Atlantide, ma credo si dovrebbe usare più cautela in questi casi (Cipro non ha una collocazione che rispetta la descrizione di Platone). Se la scoperta, per ora rappresentata solo da un tracciato sonar che lascia ancora molti dubbi, fosse autentica, a parer mio sarebbe più giusto parlare di resti di civiltà atlantidea.
Come già ho avuto modo di specificare in precedenza, Atlantide era probabilmente un grande impero con proprie colonie e città nemiche che sicuramente avevano una cultura e un grado di civilizzazione simile. Atlantide non era un'isola "isolata" al centro del mondo, ma sicuramente interagiva con il resto del mondo. Credo che resti di città sommerse ne debbano esistere molti adagiati sui fondali marini.

BIBLIOGRAFIA MINIMA
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http://www.lamiasardegna.it/ a cura di C. De Tisi
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http://www.sardegnadelsudovest.it/ a cura di C. C. Bettini
Altri autori sono citati direttamente nel testo.