
ATLANTIDE IN SARDEGNA?
di Diego Silvio Novo
per Edicolaweb
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ETÀ DELL'ORO
Al di la della possibile collocazione di Atlantide in Antardite o altri luoghi, l'asse terrestre avrebbe potuto avere un'inclinazione diversa comunque, prima della caduta di "Fetonte"; è un'ipotesi che si concilierebbe anche con la tesi di Atlantide=Sardegna. Questa si può formulare in base ad alcuni indizi, ed a mia sorpresa, anche per le implicazioni climatico-astronomiche che ne deriverebbero. Gli indizi non sono prove, ma l'ipotesi appare tutt'altro che remota.
In realtà le ipotesi sono più d'una: la prima prevede solo lo scivolamento dei poli. La seconda anche la mancanza di inclinazione dell'asse terrestre prima del Diluvio. Se infatti l'asse della Terra avesse avuto un'inclinazione differente, in modo che fosse nulla o quasi nulla rispetto al piano dell'eclittica, il mondo non avrebbe conosciuto le stagioni come sono attualmente. In un certo senso si potrebbe parlare di un'Età dell'Oro essendo il clima così condizionato unicamente dalla latitudine.

Alle latitudini temperate si sarebbe vissuti in un'eterna primavera, un vero eden, dove la vegetazione fioriva e fruttificava senza sosta, fornendo il nutrimento a vaste mandrie di animali selvatici (elefanti, mammut e altri grandi erbivori scomparsi) e quindi anche all'uomo che non avrebbe avuto problemi di cibo o carestia. Platone infatti, nella descrizione di Atene arcaica, e della pianura di Atlantide, afferma che il clima era migliore e più adatto all'agricoltura di quello del suo tempo.
Una umanità del genere, molto più serena di quella successiva al Diluvio alle prese con i rigori invernali e il caldo estivo, avrebbe potuto coltivare senza problemi le scienze e le tecnologie non dovendosi preoccupare principalmente del suo sostentamento.
Ma nello stesso tempo, un clima immutabile avrebbe permesso alle tribù distanti dalla civiltà costiera di prosperare serenamente cacciando i grandi animali delle praterie e raccogliendo i frutti costantemente prodotti dalla natura. Quindi un'Età dell'Oro non escluderebbe il fiorire di una grande civiltà costiera e cosmopolita, con il perdurare di sistemi di vita più tradizionali tipici del neolitico preistorico legati alla caccia e raccolta, in regioni continentali non a contatto con le città costiere.

A sostegno della differenza del clima nel periodo precedente il 9.500 a.C. ci sono anche i non ancora risolti dubbi sui ritrovamento dei grandi animali estinti in quest'epoca. Il rappresentante più illustre è senz'altro il mammut. Questi animali dalla lunga pelliccia (30 cm) parenti dell'elefante africano ed indiano odierni, vivevano in un clima sicuramente freddo, ma non tanto quanto quello delle località dove sono stati rinvenuti i primi esemplari.
Proprio trattando del luogo di ritrovamento degli esemplari meglio conservati, la Siberia, c'è subito da valutare il modo in cui questi animali sono morti, cioè di un congelamento quasi istantaneo. Alcuni esemplari congelati avevano ancora un boccone di fieno in bocca. Dai resti ritrovati nello stomaco si è desunto che i bestioni si nutrivano delle stesse erbe presenti oggi in zona, ma per qualche motivo il clima doveva essere più temperato, altrimenti il territorio non avrebbe sostenuto mandrie che dovevano essere numerose. Si pensi che nelle sole isole Ljachov nell'oceano Artico, dove l'omonimo commerciante d'avorio ebbe il permesso dagli Zar di estrarre zanne di mammut, a tutt'oggi sono stati rinvenuti i resti di circa 20.000 esemplari! I tasti di pianoforte di mezzo mondo sono in realtà fossili di mammut.
Subito si è pensato che questi animali compissero delle lunghe migrazioni stagionali verso sud alla ricerca di pascoli migliori. Ma come potevano migrare i mammut che vivevano su un'isola in mezzo all'oceano? Allora si deve presumere che il livello del mare fosse molto più basso in quell'epoca, e che le isole fossero solo promontori sul mare. Ma affermare che il livello marino era più basso vuol dire anche sostenere che all'epoca molta acqua del mare era accumulata ai poli sotto forma di ghiaccio, ma se ciò è vero allora anche quelle zone erano coperte di ghiaccio…
Quindi cosa ci facevano 20.000 mammut (solo quelli ritrovati) in una regione coperta dai ghiacci dell'era glaciale se li non potevano sopravvivere? Si erano persi, come le balene di oggi che si arenano sulle spiagge perdendo la rotta? È chiaro che il caso dei mammut delle isole Ljachov è sintomatico di una scarsa conoscenza delle condizioni ambientali dell'epoca.
Cercare una giustificazione ai ritrovamenti, è complicato se non si valutano anche profondi cambiamenti astronomici.
Sarebbe invece molto più semplice pensare che il polo nord, prima del disastro di "Fetonte", fosse spostato più a occidente e più a sud. Se lo spostiamo a sud di 20-30° circa di latitudine verso il Canada ed eliminiamo l'inclinazione sull'eclittica, rendendo la differenza stagionale trascurabile, otteniamo l'allontanamento della Siberia attuale dal circolo polare artico ed inoltre una regione con una stagione pressoché unica tutto l'anno, dove l'erba sarebbe cresciuta regolarmente e di continuo e avrebbe fornito il sostentamento dei grossi animali senza imporgli grandi migrazioni.
Ma i resti di mammut e di elefanti non sono stati ritrovati solo in Siberia, ma un po' ovunque in tutto il mondo. Per esempio in Italia centrale (Lazio), in Francia del sud, in Sicilia, in Sardegna. Platone ci ricorda che su Atlantide pascolavano grandi mandrie di elefanti, anche per tale motivo si è sempre pensato che quell'isola dovesse essere vicina all'Africa.
Ebbene, anche in Sardegna sulla costa ovest a S. Giovanni in Sinis sono stati rinvenuti resti di elefanti di una specie endemica denominata Mammuthus lamarmorae (notizie apprese dagli atti del convegno "La terra degli elefanti" tenutosi a Roma nel 2001), come già erano stati ritrovati in Sicilia e altre località italiane.
Ma a parte questa notizia interessante ed inerente la Sardegna, i ritrovamenti di resti di mammut che più incuriosiscono, sono quelli dei giacimenti messicani. Penso si possano considerare dei ritrovamento fuori posto, quasi degli OOPArts: cosa ci facevano degli animali in pelliccia in un clima torrido come quello messicano? Si erano persi anche questi? O dobbiamo ritenere il mammut un animale adatto a tutti i climi e tutte le stagioni?

Nel caso del Messico, la prima valutazione evidente, è che li il clima dovesse essere più rigido dell'attuale, all'epoca della scomparsa di quei mastodonti. Attualmente Città del Messico si trova ad una latitudine nord di circa 20°. Spostando il polo nord, come su detto, la sua posizione potrebbe essere compresa tra 40° e 50° di Lat. Nord, in una posizione più consona per quegli animali.
Inoltre sono significative le modalità di ritrovamento delle ossa di questi animali: si trovano in grossi giacimenti che all'inizio si riteneva fossero delle specie di "cimiteri degli elefanti" ma che successivamente si è compreso essere ammassati così da un'alluvione improvvisa. Gli animali rinvenuti sono di taglia ed età differenti, ed inoltre fra le ossa di mammut si ritrovano anche quelle di altri animali, probabilmente tutti trascinati assieme dalle acque. Pare che questi animali si siano estinti a causa di una sciagura improvvisa, esattamente come quelli siberiani furono congelati quasi all'istante. Tra le ossa di mammut sono state spesso rinvenute quelle di elefanti preistorici coevi, forse a testimonianza del fatto che il Messico era ad una latitudine di confine fra l'habitat dei mammut e quello degli elefanti.

Se l'estinzione improvvisa degli animali preistorici potrebbe essere una prova di una sciagura improvvisa provocata forse dalla caduta di un meteorite che ha sconvolto il clima, i mari e la terra, un'altra prova indiretta potrebbe essere ricercata nella cultura mitologica antica. Senza voler entrare nel merito dei vari miti appartenuti a tutte le culture della Terra, un cataclisma del genere potrebbe spiegare la ragione dell'ossessione quasi maniacale che gli antichi popoli avevano per la misura del tempo.
Se consideriamo che in un modo a noi ancora ignoto alcuni popoli erano giunti persino ad individuare il movimento impercettibile della precessione degli equinozi (Von Deched, De Santillana), e il cambiamento della stella polare nel corso dei millenni, incorporando queste conoscenze nella mitologia, significa che culture neolitiche (definite primitive dall'archeologia attuale) dedicarono molto energie nel corso di secoli e secoli ad osservare e catalogare i movimenti celesti.
La ragione potrebbe essere trovata nella modifica del tempo astronomico terrestre dopo la sciagura del Diluvio. Se immaginiamo una Terra con un asse di rotazione quasi privo di inclinazione, allora ci troveremo su un pianeta senza stagioni, e quindi senza riferimenti temporali legati all'anno, se si eccettua lo spostamento della volta stellata.
In pratica per degli uomini vissuti su un tale pianeta, il passare degli anni sarebbe un avvenimento secondario rispetto ad altri movimenti astronomici più evidenti come il giorno o come le fasi lunari.
Infatti se l'asse di rotazione è poco inclinato, l'ombra proiettata dagli oggetti illuminati dal sole varierà di pochissimo durante l'anno e la sua estensione sarà unicamente in relazione con la latitudine della località. Invece oggi, grazie ad equinozi e solstizi possiamo verificare con precisione il passaggio delle stagioni e quindi degli anni.

Una civiltà abitante in un mondo senza stagioni, avrebbe dovuto utilizzare un sistema di riferimento temporale diverso: ad esempio fasi lunari, transiti di pianeti evidenti (Venere) o di stelle di riferimento riconoscibili (Sirio - Sotis).
Gli ebrei, che sono sempre stati un popolo piuttosto tradizionalista, difesero finché poterono il loro calendario basato sul mese lunare, benché fosse altamente scomodo e non coincidente con il solare. Questa loro ossessione potrebbe essere il riflesso di una tradizione così antica da essere precedente il Diluvio o la caduta di "Fetonte"? Del resto il popolo ebraico discende da Abramo, che verosimilmente era di origine mesopotamica. Infatti proveniva da Ur dei Caldei. È probabile che Abramo non provenisse dall'antico popolo sumero, ma bensì da un popolo seminomade immigrato od invasore della Mesopotamia: gli Amorrei. Comunque la "mitologia" ebraica dovrebbe aver risentito della cultura sia sumerica che amorrea che erano entrambe molto antiche.
Inoltre nella Bibbia, appaiono in descrizioni di periodi antichi, personaggi come Matusalemme che vissero centinaia di anni. Viene da pensare che nei tempi arcaici il termine che poi ha assunto il significato di "anno solare", significasse invece "mese lunare". Si potrebbe supporre che tale termine sia rimasto immutato nei secoli, poiché il suo significato era quello di "unità temporale base", ma ad un certo punto fu trasferito per motivi ignoti dal mese all'anno solare. Fra i personaggi biblici, Abramo sembra essere quello che segna un cambiamento nel conteggio del tempo, infatti visse per un periodo paragonabile ad 1/5 della media degli anni vissuti dai precedenti (Noè visse 950 anni). Quindi si potrebbe ipotizzare che il cambiamento nell'uso di unità di misura temporale sia avvenuto durante la civiltà sumera e non subito dopo la sciagura del Diluvio.

Se gli uomini hanno assistito 11.500 anni fa ad un disastro cosmico che ha modificato il tempo astronomico, allora non stupisce il fatto di trovare in ogni angolo della terra santuari ed osservatori monumentali per la misura degli equinozi. Non si tratterebbe soltanto di una questione agricola per la determinazione del periodo della semina. In effetti parrebbe esagerato costruire un santuario come Stonehenge solo per seminare frumento, quando da sempre i contadini sanno per esperienza in quali tempi svolgere le loro attività. Io penso che le motivazioni per sollevare megaliti di 26 tonnellate siano altre e più profonde.
Se fossimo i sopravvissuti di una catastrofe planetaria che ha modificato il clima ed il comportamento del sole e degli altri astri, dopo lo shock iniziale, cercheremo in tutti i modi di capire quello che è successo e di misurare ogni movimento astrale maniacalmente, anche nel tentativo di capire se il tempo terrestre è ritornato stabile. Ecco che allora la misurazione delle ere precessionali plurisecolari (2160 anni circa) per ogni segno zodiacale (il ciclo intero dovrebbe essere di 25.920 anni, ma non è certo) può avere un senso.

Ma c'è anche un altro problema climatico-astronomico da risolvere. Questo capitolo è stato intitolato "Età dell'oro" e tale definizione per un'era che si presume gelida, pare cozzare con ogni buon senso. Sembra in effetti che posizionare l'era atlantidea prima del 9.500 a.C. in piena era glaciale non abbia senso ripensando a quanto ci ha tramandato Platone sul clima migliore di quell'epoca. Con le conoscenze attuali, quando Platone afferma che in quest'epoca il clima era più umido e favorevole all'agricoltura, pare prenda un grosso abbaglio. Ma le due cose sono veramente incompatibili?
A prima vista, pareva anche a me inconciliabile ciò che affermano i geologi con quanto generalmente riferiscono i miti delle antiche civiltà, che sempre ci ricordano l'esistenza di una mitica Età dell'Oro. Ma se si fa uno sforzo di ricostruzione della Terra come doveva essere nel caso dell'asse di rotazione non inclinato, pur con tutte le semplificazioni possibili in questa sede, si raggiungono risultati inaspettati.
Premetto che la simulazione del clima da me proposta è grossolana, non tenendo conto di variabili quali le correnti marine che invece sono fondamentali. Basti pensare che l'influenza della Corrente del Golfo del Messico interessa le regioni scandinave, impedendo per esempio alla banchisa polare di raggiungere Capo Nord in Norvegia (Lat. 71° nord) anche nel periodo invernale.
Quindi, pur maneggiando i risultati con tutte le cautele possibili, risulta subito evidente che il clima terrestre di questa simulazione era più stabile. La simulazione proposta prevede di posizionare il polo Nord tra Groenlandia e Canada, e il polo Sud sulla costa antartica dell'Oceano Indiano. La posizione, come già detto, è stata scelta per dare un habitat uniforme ai mammut che vivevano in diverse parti del mondo. Potrebbe essere una posizione errata, ma non di molto, infatti è stata scelta anche cercando di andare incontro ai poli nord e sud magnetici, la cui posizione attuale potrebbe essere un ricordo che la Terra ha conservato della posizione originaria dei poli nord e sud astronomici prediluviani.

Questa simulazione presuppone che a causa della caduta di "Fetonte" la Terra abbia subito un movimento in due fasi con l'inclinazione dell'asse terrestre accompagnata da uno slittamento dei poli:
- Ci fu uno scivolamento della posizione dei poli (nel nostro emisfero dalla Groenlandia al Mar Glaciale Artico) che ha comportato un movimento della crosta terrestre in direzione opposta;
- Ci fu un'inclinazione dell'asse di rotazione rispetto al piano dell'eclittica terrestre;
I due movimenti hanno comportato uno spostamento effettivo del polo di circa 20° nel primo caso e di 22° nel secondo caso.


Fasi dell'inclinazione dell'asse terrestre

Una volta tracciati i cerchi dei paralleli attorno agli antichi probabili poli nord e sud, il passaggio successivo è stato quello di individuare una temperatura media per ogni latitudine, senza considerare la presenza di eventuali correnti calde o fredde. Come già affermato, un pianeta privo di inclinazione rispetto al piano dell'eclittica, non avrebbe stagioni. Quindi per la Terra la temperatura media per ogni latitudine, si potrebbe ricavare facendo la media delle attuali temperature massime estive e minime invernali. Tali temperature sarebbero costanti tutto l'anno e variabili solo in funzione di perturbazioni di passaggio, o a causa della presenza di correnti, o di grossi bacini d'acqua (mare e laghi).
In realtà, trovare queste temperature per tutto il globo, non è semplice, ma pur indicando un margine di errore fra 5° e 10° centigradi per ogni parallelo, si notano immediatamente situazioni interessanti.
La Terra priva di inclinazione sull'asse avrebbe delle calotte polari più estese. Attualmente a causa delle fluttuazioni stagionali, i ghiacci perenni rimangono confinati fra le latitudini di 70° e 80° (sia a nord che a sud). Ma se raddrizzassimo l'asse terrestre, nella posizione della simulazione, i ghiacci perenni si estenderebbero tra il 60° e 70° parallelo (nord e sud) aumentando di moltissimo la quantità di idrosfera ghiacciata.


Polo Nord

Per avere un'idea del clima terrestre nel caso della simulazione prediluviana si può pensare che le temperature fossero distribuite in questo modo:
- Latitudine 80° nord e sud: temperatura di -20° C costanti tutto l'anno. Da qui fino ai poli probabilmente le precipitazioni sarebbero quasi nulle. Ma nel caso ci fossero, lo scambio sarebbe a senso unico, dalle zone temperate a quelle polari con conseguente costante accumulo di neve e ghiaccio. La Terra priva di inclinazione avrebbe una maggior estensione di zone desertiche artiche, e una minore estensione di quelle tropicali.
- Latitudine 70°: temperatura compresa tra -10° e 0° centigradi. Si potrebbe considerare una temperatura più mite sulle coste e più rigida nelle regioni continentali. A cavallo di questo parallelo le precipitazioni potrebbero essere più intense, ma raramente il ghiaccio si scioglierebbe.
- Latitudine 60°: temperatura compresa tra 0° e 5° centigradi. Si tratterebbe di un'area di passaggio tra l'acqua allo stato liquido e quella allo stato perennemente solido. Sarebbe una zona influenzata maggiormente dallo scambio di umidità: precipitazioni sia sotto forma di neve che di pioggia e distacchi di iceberg che vanno a sciogliersi verso l'equatore.
- Latitudine 50°: temperatura tra 5° e 15° centigradi. Queste regioni potrebbero essere i veri paradisi dei mammut, dove l'erba cresce abbondante tutto l'anno. Potrebbero essere regioni coperte da vaste praterie e foreste di conifere.
- Latitudine 45°: temperatura intorno ai 20° centigradi. I territori estesi tra le latitudini 45° nord e 45° sud potrebbero essere quelli interessati da una grande civiltà umana. La temperatura sempre mite, renderebbe queste regioni simili a paradisi, pur essendo i ghiacci perenni molto più a sud. Con il polo nord posizionato come nella simulazione, i ghiacci perenni lambirebbero la Scozia e la Scandinavia. Anche le Alpi sarebbero percorse da enormi ghiacciai terminanti nella pianura Padana (considerando il gradiente termico di 1° ogni 100 m di altitudine, a 1000 m s.l.m. si avrebbe una temperatura costante compresa tra -5° e 5°C). Come si vede dallo schema, il 45° parallelo nord attraverserebbe anche il Sahara africano, che come ormai risaputo, 10.000-11.000 anni fa era abitato dall'uomo e ricoperto da una prateria che forniva il nutrimento ai tipici animali africani della savana riprodotti nei graffiti rupestri della regione dell'Hoggar. Attualmente la latitudine di 45° nord corrisponde alla mezzeria della pianura Padana, che non si può certo definire una regione dal clima mite (inverni gelidi ed estati afose).
- Verso le latitudini tropicali ed equatoriali, invece le temperature non sarebbero molto diverse dalle attuali.


Polo Sud

Sempre facendo dei calcoli semplici, si può avere un'idea della quantità di acqua ghiacciata ai poli. Nella simulazione, le calotte polari formate da ghiacci perenni avrebbero avuto un'estensione di 24 milioni di Km2 circa, ben superiore alle attuali che hanno un'estensione media di 8.7 milioni di Km2.
nfatti, considerando la calotta attuale limitata al 75° parallelo, questa avrebbe un raggio in proiezione di 1.669 Km (10° di latitudine corrispondono a 1.113 Km circa). Una calotta simulata estesa fino al 65° parallelo avrebbe un raggio in proiezione di 2.782 Km.
L'estensione dei ghiacci polari sarebbe stata 2,8 volte quella attuale, e sarebbe equivalente a circa 14 milioni di Km cubi di ghiaccio in più per ogni polo, considerando uno spessore medio di questi di 900 m.

Lo spessore medio della calotta lo si può dedurre dai dati attuali. Lo spessore attuale è in parte sottoposto a variazioni stagionali, ma forse non molto influenti per questo calcolo semplificato. Al polo Sud esatto di oggi si ritiene che lo spessore dei ghiacci sia tra i 2000 e 2500 m. Ma se in certe zone dell'Antartide si ritiene che lo spessore medio sia intorno ai 1000 m, si calcola anche che tutto il ghiaccio del polo sud, se si sciogliesse, innalzerebbe il livello del mare di 60 m. Questo dato corrisponde a 21,6 milioni di Km cubi di ghiaccio e ad un loro spessore medio di 1,8 Km.
Al Polo Nord invece questi spessori si riscontrano solo sulle terre emerse: Groenlandia e terre artiche di America e Asia. Il mare Glaciale Artico è ricoperto dalla banchisa polare che mediamente è spessa 3 m, con massimi di 10 m.
Considerando che spostando i poli come nella simulazione, si avrebbero calotte posizionate sul 50% di mare e 50% di terre emerse circa, è pertanto lecito considerare che lo spessore medio della calotta sarebbe da prendere tra quello dei ghiacci su terraferma (1800 m) e dei ghiacci galleggianti (3 m): quindi circa 900 m.
Questo significa che complessivamente si avrebbero sulla Terra 28 milioni di Km cubi di ghiaccio in più fra polo nord e sud, che trasformati in acqua darebbero qualche Km cubo in meno, a causa dell'aumento di volume del ghiaccio rispetto all'acqua liquida. Si può però anche ritenere che tale aumento di volume venga compensato dalle enormi pressioni a cui viene sottoposto il ghiaccio negli strati inferiori, quindi si possono considerare i Km cubi di ghiaccio corrispondenti a quelli di acqua.
Se si sottraggono i 28 milioni di Km cubi di acqua da quelli che si ritiene oggi formino i mari (361 milioni di Km2 x 3,8 Km di profondità media = 1.371 milioni di Km cubi di acqua nei mari) si produrrebbe un abbassamento del livello dei mari di 77 m circa. Ma è sufficiente lo spostamento di un paio di gradi di latitudine della calotta ghiacciata (63°) per ottenere un ulteriore abbassamento di 20 m del livello marino. Inoltre lo spessore medio delle calotte su calcolato, potrebbe variare di pochi metri in più per produrre ulteriori effetti di abbassamento del mare.
Lo spessore dei ghiacci potrebbe essere stato maggiore in queste condizioni astronomiche, in quanto nelle regioni polari prive di stagioni, si avrebbe un limitato scambio di umidità con le regioni temperate. L'acqua evaporando dalle zone calde si spingerebbe verso località con pressione barometrica inferiore, cioè i poli, depositandosi sotto forma di neve non sostituita allo stesso ritmo con il ghiaccio che si scioglie in mare. Se si accumulasse ogni anno uno strato medio di 50 cm di neve nelle regioni polari, in mille anni (un tempo irrisorio per le ere geologiche) si avrebbe uno strato di 500 m.
Inoltre maggiore è lo spessore delle calotte ghiacciate, più il livello del mare si abbassa, più estese sono le pianure artiche che possono essere perennemente innevate (per esempio nel Canada del nord).
Per arrivare ad un abbassamento record di 200 m del livello del mare, si deve presumere che almeno 72,2 milioni di Km cubi di acqua fossero ghiacciati ai poli, e lo spessore medio delle calotte fosse di circa 1.500 m. Oppure che la calotta si estendesse fino alla latitudine nord e sud di 58° con uno spessore medio di 900 m.

A suffragio dell'ipotesi su esposta, la geologia fornisce una prova non da poco. Infatti se si osserva l'immagine sottostante estratta da una comune enciclopedia, si può osservare che la coltre dei ghiacci dell'era glaciale, secondo i geologi, nell'emisfero nord era spostata molto verso il continente americano ed europeo. Per quale ragione il ghiaccio avrebbe dovuto preferire certe longitudini rispetto ad altre (l'America e la Gran Bretagna rispetto alla Siberia) se non si presuppone una posizione diversa del polo nord?


Emisfero Nord: coltre dei ghiacci dell'era glaciale secondo i geologi

Malgrado la su esposta teoria sia affascinante, e considerato che i geologi ancora non conoscono le cause delle glaciazioni, bisogna comunque tener presente che attualmente si può già elaborare un abbozzo di teoria su queste.
Secondo il dott. G. Bonacina, esperto di fisica solare, le glaciazioni sono da mettere in rapporto con l'attività solare. Il suo studio si applica in particolare alle così dette "piccole glaciazioni", quelle fluttuazioni climatiche storiche responsabili anche dello sviluppo o meno delle attività umane, in quanto produttrici di benessere o di carestie.
Il dott. Bonacina ha riscontrato in tre epoche dei minimi solari detti di Wolf (1280-1340), di Sporer (1420-1540) e di Maunder (1645-1715) in cui il sole ha perso macchie solari e brillamenti che solitamente seguono cicli undecennali. L'ultimo periodo è quello maggiormente documentato, sia per quanto riguarda l'attività solare, che per gli abbassamenti di temperatura (Tamigi ghiacciato per mesi, nevicate a maggio e giugno…).

Quindi in conclusione, almeno per le piccole glaciazioni, sembra che responsabile sia l'attività solare. Potrebbe essere anche questa la causa delle grandi glaciazioni? Alcuni sostengono di sì.
Comunque, nel caso dell'asse terrestre privo d'inclinazione, come proposto nella simulazione, risulta evidente che minime variazioni climatiche dovute all'attività solare, provocherebbero lo spostamento del parallelo dei zero gradi centigradi a sud o a nord di molti chilometri. Con conseguenze disastrose, come per esempio grandi alluvioni costiere dovute allo scioglimento di grandi masse ghiacciate.
Si potrebbe poi anche valutare l'ipotesi che la caduta di "Fetonte" abbia provocato solo lo slittamento dei poli, e non l'inclinazione dell'asse che era già presente. In questo caso lo scenario prevederebbe lo scivolamento del polo nord e sud a causa di un disastro cosmico, alla fine di un'era glaciale provocata da un diminuzione dell'attività di irradiazione del sole. Il repentino scioglimento dei ghiacci e la caduta di un asteroide che distrusse la vita sulla Terra in questo caso sarebbero solo una tragica coincidenza. Però questa situazione a mio parere è ancora più inverosimile dell'ipotesi esposta nella simulazione prediluviana precedente.

È da rilevare inoltre, che i miti di antiche popolazioni, analizzati da G. De Santillana e H. Von Dechend sembrano ricondurre l'inizio dell'epoca post-diluviana e la fine dell'Età dell'Oro, nell'era precessionale dei gemelli, che dovrebbe corrispondere circa al periodo compreso tra il 6.640 a.C. ed il 4.480 a.C., oppure del leone, signore del cielo, corrispondente al periodo tra il 10.960 a.C. ed il 8.800 a.C. che sembra più vicino alla datazione platoniana della distruzione di Atlantide (9.500 a.C. circa).
Lo studioso G. Terzoli, convinto assertore della maggior antichità della Sfinge di Giza rispetto alla civiltà egizia (assieme a G. Hancock), riprende la tesi secondo cui tale monumento non sarebbe altro che una lancetta dell'orologio precessionale che segna misteriosamente la data del 10.450 a.C. circa. In tale periodo il leone di pietra vedeva sorgere il sole all'equinozio di primavera nel segno del leone. Per la determinazione della data esatta però devono concorrere anche le tre piramidi con il fiume Nilo che sembrano rispecchiare in terra la posizione delle tre stelle della Cintura di Orione, sia per magnitudo che per posizione e la Via Lattea nell'epoca suddetta.
In effetti però la loro edificazione sembrerebbe essere più tarda (2.500 a.C. secondo l'archeologia ufficiale), anche se permangono grandi dubbi. Le piramidi della piana di Giza in effetti sono state attribuite a Cheope, Kefren e Micerino attraverso il resoconto di Erodoto. Questi ne fornisce anche una datazione che è ancora più recente di quella ufficiale e che pertanto non accettata. Ma Erodoto in effetti lascia notevoli dubbi poiché nella sua breve descrizione della costruzione delle piramidi spiega il tempo impiegato e le dimensioni per la costruzione della strada sacra, poi cita in modo confuso il sistema di macchine posizionate su ogni gradino delle piramidi per il sollevamento dei massi, lasciando il dubbio nel lettore che delle piramidi gradonate esistessero già all'epoca di Cheope.

Comunque, anche se le piramidi sono databili intorno al 2.500 a.C., per G. Terzoli questo non implica che la loro presenza sia slegata dal messaggio della Sfinge. Anzi, pare proprio che la loro posizione temporale corrisponda ad una distanza di 111,1 gradi precessionali. Numero che contiene in se qualcosa che ha che fare con i grandi cicli dell'attività solare.
Può sembrare strano che a distanza di 8.000 anni permanga in un popolo il ricordo e l'urgenza di realizzare dei monumenti simili, come sostiene Terzoli. Eppure tutti, istintivamente, proviamo una strana sensazione di mancanza di proporzioni umane nell'osservare questi edifici, che non hanno eguali anche nel resto dell'Egitto. Le altre piramidi egizie sono meno aggraziate e molto spesso costruite in modo approssimativo rispetto a quelle di Giza.
Inoltre lascia meravigliati lo sforzo che gli Egizi proferirono nel realizzare queste opere. Erodoto è molto eloquente al riguardo:

"Fino al regno di Rampsinito, mi dicevano i sacerdoti, l'Egitto godette di una ottima amministrazione e di una grande prosperità; ma Cheope, che regnò dopo di lui, gettò il paese in una gravissima situazione; per prima cosa Cheope chiuse tutti i templi e vietò i sacrifici, poi costrinse tutti gli Egiziani a lavorare per lui. Ad alcuni impose di trascinare pietre dalle cave situate nelle montagne d'Arabia fino al Nilo; ad altri assegnò di ricevere le pietre, trasportate su navi attraverso il fiume, e di trainarle a loro volta fino al monte chiamato Libico. Ai lavori partecipavano sempre 100.000 uomini per volta in turni di tre mesi. In termini di tempo ci vollero dieci anni di duro lavoro collettivo per la costruzione della strada su cui trainare le pietre, opera a mio parere che ha poco da invidiare alla piramide stessa (è lunga cinque stadi [888 m], larga dieci orgie [18 m], l'altezza nel punto più elevato raggiunge le otto orgie [13 m], è realizzata con pietre levigate e vi sono incise figure animali). Dieci anni occorsero per la strada e per l'allestimento delle camere sotterranee nell'altura su cui sorgono le piramidi: Cheope si fece costruire queste camere come sepoltura per sé in un'isola ricavata con un canale derivato dal Nilo."

Un vano sotterraneo è stato scoperto recentemente, ma non sotto la piramide. Al riguardo della reticenza del racconto di Erodoto si valuti anche la mancanza di proporzioni nei tempi: per realizzare la strada sacra (pari a circa 100.000 mc di materiale lapideo) gli egizi impiegarono 10 anni; quindi per edificare la piramide di Cheope che consiste in 2.600.000 mc di blocchi di pietra avrebbero dovuto impiegare 260 anni, invece:

"Per edificare la piramide occorsero venti anni: ognuna delle sue quattro facce ha la base di otto pletri (230 m), e altrettanto misura in altezza; essa è completamente fatta di blocchi di pietra levigati e perfettamente connessi fra loro: nessuna delle pietre misura meno di trenta piedi (8,80 m). … Una iscrizione in caratteri egizi sulla piramide dichiara quanto fu speso in rafani, cipolle e aglio per i lavoratori e, se ben ricordo le parole dell'interprete che mi lesse l'iscrizione, la cifra ammontava a 1600 talenti di argento. Se questa cifra è esatta, quanto altro denaro deve essere stato speso per i ferri di lavoro, per il mantenimento e per le vesti degli operai? Tanto più che se impiegarono il tempo suddetto per la realizzazione delle opere, altro ne occorse, io credo, per tagliare le pietre, per il loro trasporto e per lo scavo sotterraneo. Cheope in difficoltà economiche sarebbe giunto a tanta infamia da mandare la figlia in un postribolo con l'ordine di incassare una determinata cifra di denaro; non ne conosco l'entità perché i sacerdoti non me lo riferirono; la ragazza ricavò la somma richiesta dal padre e per conto suo pensò di lasciare memoria di sé, chiedendo a ciascuno dei suoi clienti di donarle una pietra: con queste pietre, a quanto mi dissero, si fece costruire la piramide posta in mezzo alle altre tre e di fronte alla più grande; ogni lato di essa misura un pletro e mezzo (45 m)."

Questo faraone, così come descritto da Erodoto, sembrerebbe stato colto da una specie di delirio di onnipotenza, da una strana pazzia… Uomini di governo così li abbiamo conosciuti anche nella nostra epoca (Hitler, Stalin…) e sempre in loro c'era l'idea di perseguire un progetto folle. Ma quello che qui colpisce è che anche il successore non fu da meno:

"Gli Egiziani mi dissero che Cheope regnò sull'Egitto per cinquanta anni; alla sua morte il potere passò nelle mani del fratello Chefren. Chefren si comportò esattamente come il suo predecessore: fra l'altro si fece costruire anche lui una piramide, ma non delle dimensioni di quella di Cheope (noi l'abbiamo personalmente misurata): non possiede vani sotterranei e non c'è un canale che porti fino ad essa le acque del Nilo come accade per l'altra piramide; … Mi dissero che Chefren regnò per 56 anni. E calcolano così a 106 gli anni di totale miseria per gli Egiziani: inoltre per tutto questo periodo i templi che erano stati chiusi non vennero mai riaperti. Gli Egiziani non amano ricordare il nome di questi due re, tanto è l'odio che nutrono verso di loro; persino le piramidi le chiamano dal nome del pastore Filiti, che all'epoca faceva pascolare le sue greggi da quelle parti. Dopo Chefren regnò sull'Egitto Micerino, figlio di Cheope; a Micerino non piaceva l'operato del padre: allora riaprì i templi e consentì al popolo, ormai ridotto alla estrema miseria, di tornare ai propri lavori e alle proprie pratiche religiose;"

Chi o cosa impose ai due faraoni Cheope e Chefren di giungere al limite della distruzione del loro regno e alla più estrema impopolarità per realizzare i loro presunti sepolcri? Sembra quasi che l'edificazione di questi monumenti sia stata un pesante fardello imposto da qualche entità superiore, o da qualche imprescindibile progetto superiore a cui il popolo egizio non poteva sottrarsi…