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LE STRENNE


L'ESPLOSIONE MISTERIOSA DI BODAJBO

di Costantino Paglialunga
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IL CASO DEL METEORIDE DELLA GIORDANIA »
IL METEORIDE CANADESE »

RIFLESSIONI PER COMPLETARE L'ANALISI
Alcuni di questi fenomeni sinora analizzati sono stati riscontrati anche con il meteoride di Bodajbo, ma é pur vero che ci sono diversità sostanziali. Molti frammenti possono aver causato fenomeni simili ma restano inspiegabili le esplosioni, il ritrovamento del Tritio ed altri fenomeni assai interessanti. Occorre premettere che le dimensioni dei meteoridi, caduti nella Tunguska nel 1908, in Giordania e in Canada nel 2001 e nella regione siberiana di Bodajbo nel 2002, non sono comparabili, visti gli effetti al suolo ed in atmosfera.
Si può ipotizzare che l’energia cinetica delle masse in movimento discensionale abbia avuto un ruolo principale. Nel caso Bodajbo, probabilmente, non si sono avuti impatti di materiale solido col terreno, e perciò oltre 25 masse incandescenti si sono abbattute in aree diverse investendo alberi, la bassa vegetazione e in qualche maniera hanno impattato pure con il suolo.

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Un albero colpito.


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Alcuni alberi scagliati lontano dalla loro sede, scortecciati e con i rami spezzati. La boscaglia rimasta intatta non è molto distante dalla zona dell’epicentro dove si è avuta l’esplosione del bolide. Da notare come un albero sia stato deformato, probabilmente per l’effetto del calore e della pressione dell’onda d’urto.

Il problema si concentra perciò sull’esplosione principale.
Il satellite americano ha seguito la discesa del bolide sino ai 30 Km dal suolo, limite in cui l’oggetto misterioso ha iniziato la frantumazione. Che cosa potrebbe essere successo dopo?
Non ci sono certezze a riguardo.
L’altro problema è che a terra non sono stati ritrovati residui apprezzabili di materiale cosmico: ecco perché si pensa che le esplosioni siano tutte avvenute in aria.

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La mappa indica le zone dove il meteoride di Bodajbo ha lasciato le sue tracce. Sono all’incirca 25 i punti interessati e, come si può notare, due sono le linee rette principali.

La tesi proposta è abbastanza singolare poiché gli studi, da me compiuti sull’evento della Tunguska, lasciano intendere che, con ogni probabilità, ci sia stato l’intervento di un sistema di difesa nei confronti proprio dei meteoridi, insediato da remoto tempo nella zona siberiana nei paraggi del fiume Viljui. La distanza tra la Tunguska e la zona di Bodajbo, con tale insediamento, in pratica è la stessa e gli effetti si possono confrontare non nella quantità bensì nella qualità.

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Siberia Orientale: la zona A è stata colpita dal meteoride di Bodajbo, la zona B è quella dell’esplosione della Tunguska avvenuta nel 1908 ed infine la zona C rappresenta il luogo dove è presente l’insediamento non terrestre.

Presumo, anche per quest’ultimo caso, che raggi d’antimateria (non intesa nel senso terrestre ma energia capace di disgregare i nuclei degli atomi per ottenere in maggioranza atomi d’idrogeno) abbiano colpito il bolide durante la sua corsa verso la superficie terrestre. La massa gassosa poi, per attrito e risonanza, si è innescata determinando l’esplosione, il forte bagliore e la successiva formazione nuvolosa a forma di fungo che si è probabilmente innalzata verso il cielo, aiutata, se così si può dire, dall’avvallamento del terreno compreso tra le due montagne contigue. Si è potuto notare nella zona dell’esplosione principale che alcuni alberi, situati nel versante montagnoso più vicino all’impatto ed alti almeno 15 metri, sono stati dapprima sradicati e poi bruciati completamente nella parte esterna. In ogni modo, qualunque sia la natura dell’esplosione, i gas che essa produce o libera in un breve tempo, esercitano sul mezzo che li circonda un’azione meccanica più o meno forte, eventualmente molto brutale.
Con un’esplosione chimica, ad esempio, nella maggioranza dei casi si ha una produzione d’onde sismiche dovute ad una velocità di reazione assai elevata, sviluppantesi in un’onda di alta pressione che avanza a parecchie migliaia di metri il secondo.
Nel nostro caso si è supposto che l’attore principale sia l’idrogeno, un elemento con il più piccolo peso atomico e la struttura più semplice. Allo stato naturale esso è una miscela di tre isotopi, dei quali quello con numero di massa 1 è di gran lunga il più abbondante (oltre il 99,98%). Gli altri isotopi hanno rispettivamente numero di massa 2 e 3. L’isotopo con massa 2 è chiamato comunemente Deuterio e il terzo isotopo Tritio. Quest’ultimo si trova nel nostro pianeta in quantità piccolissime, dell’ordine di un atomo per circa 1017 atomi d’idrogeno.
È risaputo che l’idrogeno, in certe condizioni di pressione e temperatura, si combina con l’ossigeno dell’aria con decorso esplosivo. In pratica sopra i 500 °C la reazione è rapidissima ed esplosiva. La combustione controllata dell’idrogeno in ossigeno produce una temperatura di 2800 °C nella fiamma ossidrica. Pure l’idrogeno e l’azoto si combinano già a temperature superiori ai 300 °C, naturalmente alla presenza di un catalizzatore a base di ferro, per formare ammoniaca.
Per completare simili conoscenze c’è da dire che le miscele in aria contenenti dal 20% al 40% d’idrogeno sono le più infiammabili. L’accensione può verificarsi in seguito a riscaldamento a 500-580 °C a seconda della pressione. L’accensione inoltre può essere provocata da onde d’urto esplosive e, come è stato accennato, dal calore di attrito e d’urto in un getto d’idrogeno contenente particelle solide. Di solito la pressione gassosa si può alzare dalle 20 alle 40 volte quella iniziale. I dati in nostro possesso, riprodotti su quantità di materia e condizioni assai diverse, di solito vengono estrapolati per interpretare situazioni naturali come appunto quella della caduta di un meteoride.
Per fare un discorso chiaro: se molti di questi dati possono essere ben interpretati, rimane il gran dubbio sulla temperatura scaturita nella taiga siberiana e rilevata dal satellite. Le zone, dove sono avvenuti gli impatti con il suolo, sono dislocate su un rettangolo avente le dimensioni di circa 100 km in lunghezza per oltre 40 km di larghezza. Dal grafico allegato (Foto 19) si può notare che non tutta l’area è stata interessata o colpita. Essa è morfologicamente variegata: piccole montagne si alternano con vallate più o meno ampie, il tutto ricoperto dalla classica taiga. Le zone disegnate in rosso sono quelle dove gli alberi sono stati abbattuti e bruciati e le frecce indicano la direzione di posa a terra. Il fenomeno si è sviluppato secondo l’asse di caduta ed è terminato a ridosso del versante di una montagna foderata di alberi, a circa 40 km dalla zona dell’esplosione principale. In quest’ultima distinguiamo due zone: nella centrale si è avuto il danno maggiore con l’abbattimento e la bruciatura di tutti gli alberi. Nella zona restante l’effetto è stato assai ridotto.

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Bodajbo. Le zone, dove sono avvenuti gli impatti con il suolo, sono dislocate su un rettangolo avente le dimensioni di circa 100 km in lunghezza per oltre 40 km di larghezza.

Dalle prime analisi effettuate risaltano delle opinioni non sempre concordi e questo si può spiegare considerando che il tempo dedicato alla risoluzione del mistero è veramente poco, se confrontato con quanto avvenuto con la Tunguska, in particolare con gli studi sugli infrasuoni.
Ci sono già alcuni dati di notevole interesse, sicuramente suscettibili di dibattito:

1° dato: Il satellite americano DoD (foto 1) ha registrato un’energia totale irraggiata di 8,6 x 1011 joules, corrispondente ad una temperatura del corpo nero pari a 6000 °K. È un dato imprevisto e molto interessante, se non è da ritenere errato. Ammettendo che corrisponda veramente all’evento di Bodajbo, esso non può essere spiegato come effetto di un fenomeno prettamente naturale conosciuto sulla Terra. Visto che i fenomeni fisici che accompagnano la caduta di un meteoride sono stati studiati abbastanza, si può affermare che quando il corpo penetra nell’alta atmosfera, l’attrito gli fa raggiungere temperature dell’ordine di alcune migliaia di gradi. Le sostanze ferrose o pietrose di cui è composta la sua parte esterna vaporizzano molto più rapidamente di quanto non impieghi il calore a propagarsi verso l’interno del corpo. Ad un certo punto la differenza di temperatura può raggiungere valori tali da far esplodere il meteoride. In tal caso l’osservatore noterà dapprima una traccia luminosa di crescente intensità e poi un lampo di luce e una frammentazione in più parti. Tali frammenti si possono disperdere su un’area molto vasta come è successo, per fare un esempio, nel Messico l’8 Febbraio 1969. Il rapporto ufficiale di quell’evento afferma che la massa condritica iniziale, probabilmente di 5 tonnellate, vaporizzò quasi del tutto in atmosfera, generando una pioggia di piccoli frammenti del peso complessivo di circa 100 kg che si diffuse su una superficie di circa 350 chilometri quadrati. Possiamo anche fare un parallelo sui due casi, ma in quello di Bodajbo si è verificata una forte esplosione che ha portato la temperatura della massa incandescente a quasi 6000 °C.

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Due componenti del gruppo moscovita Kosmopoisk dinanzi a degli alberi completamente sradicati e poi bruciati, situati nell’epicentro della prima fortissima esplosione.


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Altri alberi abbattuti e ritrovati a ridosso della zona dell’esplosione principale.

Come si può spiegare una temperatura così elevata? Presumo che si sia verificata una reazione di fusione nucleare degli atomi d’idrogeno, coadiuvata da un’esplosione chimica. Mi viene subito da collegare un simile evento con quanto accade sul Sole. Secondo il diagramma di Hertzsprung-Russel, in cui si mette in relazione la luminosità e la temperatura di una stella, risulta per il nostro Sole una temperatura superficiale di 6000 °K e una luminosità di tipo giallognolo. Ci sono poi stelle con temperature esterne di circa 2500 °K ma che possono arrivare anche oltre 25.000 °K per le stelle azzurre. Il diagramma rispecchia sostanzialmente l’evoluzione delle stelle, vale a dire quella della loro vita. In tale situazione il nostro Sole è preso come riferimento dagli scienziati che lo studiano da parecchio tempo in maniera incessante. Ad esempio: la composizione degli strati superiori può essere determinata direttamente analizzandone la luce con lo spettroscopio, da cui risulta che sono composti prevalentemente da idrogeno (all’incirca 74 %) e da Elio (per circa il 25%), quest’ultimo dovuto quasi esclusivamente a reazioni nucleari in equilibrio dinamico. Perché non associare questo tipo di reazione all’evento di Bodajbo e, perché no, a quello della Tunguska del 1908?
È naturale pensare poi che tale reazione si sia autosostenuta per qualche frazione di secondo. Se invece vogliamo restare ancorati all’esperienza sinora acquisita con la caduta dei meteoridi in varie parti della superficie terrestre, possiamo concludere che la sorte di un oggetto che entra nell’atmosfera dipende: dalle sue dimensioni, composizione, struttura e velocità relativa alla Terra. Ad alte velocità, un oggetto ionizza le molecole atmosferiche e viene immediatamente circondato da un alone molto luminoso che ha dimensioni più grandi del diametro del corpo stesso. Si presume che già a 100 km dalla superficie terrestre l’alone sia ben formato. Il processo ablativo, in altre parole la perdita della materia nella caduta libera, può arrivare a valori notevoli giacché un corpo che pesa meno di qualche grammo può essere totalmente consumato da questo processo. Simili oggetti viaggiano spesso in nubi molto estese ma sottili. Nella maggior parte dei casi, se non del tutto, rappresentano il risultato della disintegrazione di comete e il processo d’ablazione avviene prima di raggiungere i 60-80 km dalla Terra.
Se il corpo penetra più in profondità nell’atmosfera, deve avere una massa assai superiore con determinate proprietà meccaniche. Nel momento che raggiunge profondità notevoli, gli si forma davanti uno scudo atmosferico che già a 70 km dalla superficie terrestre può esercitare una pressione di diverse atmosfere, che tenderà a spezzare l’oggetto, facilitato da cavità o fessure possedute dal bolide. Eventuali frammenti più o meno grandi subiranno essi stessi fenomeni d’ablazione e ulteriori frammentazioni. Quando il corpo avanza nella sua caduta, inizierà una continua e progressiva decelerazione che non permetterà di continuare nel riscaldamento necessario per fondere la parte esterna del corpo e l’inviluppo di aria ionizzata diminuisce fino a far sparire la palla di fuoco quasi completamente e il bolide cade come un oggetto oscuro e termina pure il processo di ablazione. La parte fusa ma non ancora espulsa, si raffredda e solidifica sotto forma di crosta nera che rappresenta uno degli aspetti tipici di un meteorite.

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Visione totale della zona dell’esplosione principale.


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La zona principale dell’esplosione vista dall’elicottero.

Consideriamo poi che la palla di fuoco si muove a velocità supersonica, ad essa si associa una o più onde d’urto. Un sibilo può accompagnare ed anche precedere la prima apparizione della palla di fuoco: esso anticipa di molto l’arrivo dell’onda d’urto e può essere di origine elettrica ed associato all’intensa ionizzazione causata dalla stessa. Tale fenomeno si estingue normalmente tra i 30 e 10 km dal suolo, l’ultima parte del volo del meteoride si può osservare molto raramente.

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Esplosione nella bassa atmosfera di due frammenti di meteorite. Il fenomeno si è verificato sui cieli dello Yukon, in Alaska. (Foto NASA)

Conoscere poi la sua energia cinetica effettiva rappresenta uno degli enigmi più importanti da valutare. Dato che essa varia col cubo del suo raggio effettivo (tenuta costante la densità) e l’effetto frenante dell’aria solo con il quadrato, la velocità d’impatto dipende molto dalla massa. Per la stessa ragione si è notato che i frammenti più grandi provenienti dalla frammentazione di un meteoride viaggiano più velocemente di quelli più piccoli e tutto ciò porta ad una dispersione di frammenti in un’area più o meno ellittica. Consegue che le masse più grandi si sistemeranno nella parte più estrema della traiettoria, ma se la frammentazione è notevole tale probabilità si potrebbe invertire. Questo è quanto, in sintesi, si può dire sulla caduta di un meteoride di piccole e medie dimensioni. Riguardo agli effetti sul terreno, per masse non eccessivamente grandi e pesanti, quanto è stato detto può dare un quadro reale della situazione, ma non è detto che sia sempre così.
Il meteorite Sikote-Alin, caduto il 12 Febbraio 1947 nella Siberia dell’estremo oriente, ha creato qualche dubbio su un simile meccanismo.

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Una zona di taiga andata a fuoco nell’estate 2003 nelle vicinanze della caduta del bolide di "Bodajbo".

2° dato: Il gruppo Kosmopoisk ha effettuato un prelievo di ghiaccio, campionando sia nell’estremità sia nel centro del cratere principale dell’impatto.

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Zona dell’epicentro principale dove è stata prelevata la neve nella quale è stata rintracciata una notevole quantità di Tritio.

I due campioni sono stati analizzati in un laboratorio di Mosca, specializzato nel campo nucleare, ed hanno evidenziato la presenza di Tritio in concentrazione l’una quasi il doppio dell’altra, mostrando una quantità incredibilmente superiore rispetto a quella che si riscontra nella normale acqua. Qui il discorso comincia a farsi interessante. I campioni, in pratica, sono costituiti da acqua ma in alcune molecole l’idrogeno è stato sostituito dal Tritio, il suo isotopo radioattivo che ha un numero di massa uguale a tre.
Nel 1939, Alvarez e Cornog dimostrarono che il tritio decade emettendo particelle beta, aventi energia molto bassa, per dal luogo all’isotopo Elio (3,2), con tempo di dimezzamento poco superiore alla decina d’anni. La concentrazione di tritio nelle sostanze idrogenate è tanto bassa che è stato ritenuto conveniente riferirla al numero di atomi di idrogeno contenuti nei campioni. Il tritio è presente in natura perché si forma per reazione della componente neutronica della radiazione cosmica con l’azoto atmosferico a quote superiori ai 9000 metri. Prima dell’inizio degli esperimenti termonucleari, tutto il tritio presente in natura era in sostanza solo d’origine cosmica. Poiché durante le esplosioni termonucleari si produce tritio in ragione di circa 1,2 Kg per ogni Megaton dell’ordigno nucleare, i livelli di attività attualmente imputabili a quest’isotopo in natura sono considerevolmente più alti.

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Il grafico mostra la quantità di Tritio ritrovata nei due campioni di neve prelevati nella parte centrale e laterale della zona principale dell’esplosione.

Dobbiamo registrare, però, che gli esperimenti nucleari sono ufficialmente terminati sul nostro pianeta nel 1998 ed inoltre che la zona interessata della Siberia non ha mai subito esperimenti del genere, come non vi sono state mai depositate scorie nucleari.
Il tritio ritrovato nei campioni di ghiaccio in maniera consistente, secondo la mia personale visione dei fatti, rappresenta la parte tangibile di una reazione nucleare che ha portato inizialmente alla formazione di una notevole quantità d’idrogeno, isotopi compresi, che poi è esplosa. La neve caduta nella zona in sostanza non può avere un’origine terrestre considerato tutto il Tritio presente.
Dopo l’analisi alcuni scienziati hanno interpretato tali dati come conseguenti della caduta di una piccola cometa, meccanismo già proposto per spiegare il caso Tunguska.
Mi sono chiesto spesso perché solo nella Siberia cadono le comete, ammettendo che una tale ipotesi possa essere reale. Addirittura si sta scomodando l’ipotesi della materia oscura per risolvere problemi del genere, in quanto tali avvenimenti scuotono veramente la testa agli studiosi. Ritengo la teoria della cometa non proponibile ed i motivi li ho già spiegati a proposito del caso Tunguska.
Sinora tutti gli esperti che si sono dedicati a studiare l’enigmatico caso, riferiscono solo l’ipotesi che sia caduto un semplice meteoride. Allora ritorna il dubbio: perché non si è trovato alcun residuo del bolide e perché ci sono state quelle due esplosioni così violente?
Il prof. Olkhovatov è stato uno dei primi studiosi a porsi il problema del Tritio e si è interrogato sulla sua possibile origine. Egli ricorda che qualche cosa del genere è successa nella regione siberiana in questione, dove sono avvenute esplosioni nucleari sotterranee.
La ricerca dei dati conferma che sette esplosioni sono avvenute ad oltre 400 Km di distanza, a nord della zona di caduta del meteoride e questo dal 1976 al 1987.
Potrebbe essere che l’abbondanza di tritio e qualche altra peculiarità radioattiva siano l’effetto di queste esplosioni?
Penso che sia molto improbabile l’ipotesi che dopo parecchi anni ricada una simile quantità di tritio, guarda caso proprio dove si è verificato un evento cosmico. Un’idea del genere può essere verificata senza problema. Quello che noi conosciamo è che il tritio può essere prodotto mediante un certo numero di reazioni nucleari, sia per irraggiamento neutronico di diversi nuclidi sia durante il processo di fissione dell’uranio nei reattori nucleari, sia infine durante il processo di fusione nucleare di due deuteroni. Conosciamo pure che simili reazioni avvengono all’interno del pianeta Terra come è stato dimostrato durante le ricerche sul vulcano di Mauna Loa nell’Hawai, compiute per circa cinque anni dal fisico americano Steven Jones, il fautore della fusione piezonucleare a freddo degli atomi di idrogeno.

3° dato: C’è un’altra prova a dimostrazione del fatto che, con ogni probabilità, la caduta dell’oggetto misterioso sulla zona di Bodajbo abbia un’origine singolare, non equiparabile con altre cadute di meteoridi come dimostrano pure gli scienziati del Polar Geophisical Institute situato a Murmansk, nella Penisola di Kola.
È noto che gli Stati Uniti e la Russia possiedono sistemi di rilevamento per scoprire un probabile attacco atomico o un eventuale test atomico. La tecnologia che riesce a monitorare simili eventi è abbastanza semplice. Ci sono microfoni speciali sono posti in punti strategici del territorio nazionale per registrare le onde di pressione atmosferica, un fenomeno che investe tutto il mondo, ad una frequenza così bassa che l’uomo in condizioni normali non riesce a rilevare con i propri orecchi.

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500 tonnellate di tritolo (TNT) fatte detonare dall’esercito canadese il 9 Agosto 1968 per tarare i rivelatori ad infrasuoni.

Il sistema attualmente si sta estendendo un po’ in tutto il pianeta, in considerazione del fatto che è operativo il trattato sulla non proliferazione nucleare. Una simile tecnologia può rilevare l’arrivo di un grosso meteoride già nella parte più lontana dell’atmosfera, la cui vaporizzazione della materia può produrre onde di pressione similari. Negli anni ’60, l’U.S. Air Force disponeva già di una serie di stazioni d’ascolto per gli infrasuoni destinati ad una prima difesa ed anche per rilevare gli effetti di esplosioni nucleari sperimentali. I russi del resto si sono prontamente adeguati ed inoltre si affidano a radar MF per scandagliare la bassa atmosfera.
Gli scienziati Tereshchenko, Oglobina e Kovalevich dell’Istituto Geofisico Polare di Murmansk hanno dichiarato che dal 2000 ad oggi sono stati evidenziati tre eventi anomali, tra cui l’esplosione di Bodajbo. Evidentemente sono casi riconducibili in qualche modo a processi nucleari che in tali occasioni hanno interferito in maniera imprevista con l’ambiente terrestre.

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Lo studioso Rod Whitaker del Los Alamos National Laboratory, nel Mew Mexico, mentre ispeziona il dispositivo per la rilevazione degli infrasuoni. (Per gentile concessione del Los Alamos National Laboratory)

Per ritornare al caso Tunguska, il famoso ricercatore Vasiliev, che condusse nel 1962 una spedizione in quella zona, dove portò un centinaio di specialisti in differenti discipline scientifiche, ebbe a dire:
"La concentrazione di energia dell’esplosione era racchiusa in un sistema termonucleare, quindi circa il 10% di essa venne liberata sotto forma di un flash di luce. Non sono state trovate tracce dirette di radiazioni nucleari sul terreno, tuttavia lungo la traiettoria presunta del corpo è stato possibile osservare un incremento della termoluminescenza nei minerali. Alcuni specialisti sono dell’idea di accettare che la sorgente del flash di luce non potesse coincidere con la sorgente dell’onda di esplosione. Ci sono conseguenze ecologiche come: una crescita accelerata e l’intensificazione della frequenza di mutazione negli alberi di pino."

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Cratere formatosi a circa 40 Km di distanza dall’esplosione principale.

Nel nostro caso perciò è necessario solo attendere il tempo necessario affinché si sviluppi un simile processo.

4° dato: La spedizione, effettuata dal gruppo moscovita Kosmopoisk alla fine di Maggio del 2003, non ha rilevato nessun corpo metallico estraneo all’ambiente né meteoriti d’alcun genere. È stato usato, per i rilievi del caso, anche un metal-detector di una certa potenza, capace di scandagliare ad oltre un metro di profondità.

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L’ingegner Chernobrov mentre analizza con un metal-detector la zona della caduta di un frammento appartenente al bolide di Bodajbo.

Le zone perlustrate sono state molteplici, a cominciare dall’area più colpita. Sono stati raccolti alcuni frammenti di materia dissimili dal terreno circostante e sono stati analizzati, mirando particolarmente al fattore radioattivo. L’irraggiamento del campione con raggi gamma, ha evidenziato la presenza di due elementi radioattivi assolutamente introvabili nella zona dell’impatto. Precisando che tali dati dovranno essere approfonditi, rimane sempre il problema che è quello di chiarire l’origine di simili risultati. Ci si domanda in particolar modo quali processi li abbiano generati.

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Un particolare campione di terreno è stato analizzato con raggi gamma. Dallo spettro risalta la presenza di due elementi radioattivi come il Cesio 137 e il Cobalto 60.

Si potrebbe obiettare che gli esperimenti nucleari, effettuati soprattutto al tempo dei sovietici, possano aver contaminato l’ambiente in questione. Le nostre informazioni non portano a simili conclusioni perché la zona non è mai stata contaminata né con esplosioni termonucleari, né con depositi di materiale radioattivo.
Effettivamente non c’è ancora un’evidenza che possa chiarirci il probabile meccanismo dell’evento, ma reputo l’ipotesi dell’antimateria come la più consona per spiegare quanto è accaduto alla fine di settembre del 2002 e in altri casi simili avvenuti nella Siberia Orientale sin dai tempi più remoti.

Vorrei concludere con una storiella Zen, che il professor Emilio Del Giudice ha raccontato in TV, in una sua intervista su "Report" mandata in onda da RAI 3, a proposito della bistrattata "Fusione Fredda":
"Per tutta la mia vita ho cercato DIO. E l’ho cercato dappertutto: sui monti, nelle valli, sui mari... Finché un giorno, mi sono trovato a passare per un villaggio e, su una casa a due piani che stava lì sulla strada del villaggio, ho visto un cartello; mi sono avvicinato, e c’era scritto: DIO VIVE QUI. Allora ho bussato alla porta, e dopo poco, col cuore in gola, pensavo: ancora pochi secondi e vedrò davanti a me lo scopo della mia vita. Ma sono stato preso dal terrore. Sono scappato con tutta la forza delle mie gambe. E da allora lo scopo della mia vita è stato unicamente quello di cercare DIO. E l’ho cercato dappertutto: sui monti, nelle valli, sui mari... Ho condotto pellegrinaggi ovunque e l’ho cercato dappertutto, tranne che in quel posto dove so con sicurezza che c’è."

BIBLIOGRAFIA:
- Gravity waves and infrasound in the polar mesosphere and lower thermosphere. - V. D. Tereshchenko; O. F. Oglobina; V.A. Tereshchenko; T.V. Kovalevich Polar Geophisical Intitute - Murmansk - Russia
- Infrasound from the september 24-2002 Vitim (Siberian) fireball - O.I.Shumilov; E.A. Kasatkina; E.D. Tereshchenko; S.N. Kulichkov; O.M. Raspopov; A.N. Vasiljev and A.G. Struev - Goephisical Research Abstract, Vol. 5, 00885, 2003
- Germano Roberto - Fusione Fredda - Moderna storia d’inquisizione e d’alchimia - Saggi Bibliopolis - 2000


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