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![[rapporto dell'Esercito Italiano del 26 aprile 2000 - 60K .jpg]](st06f47x.jpg)

Queste particelle, secondo uno studio dello scienziato indipendente L.A. Dietz, possono viaggiare, portate dai venti, dai 500 Km agli 800 Km. Portata dal vento, arriva anche la sabbia del deserto e diviene lecito sospettare quindi che da quelle zone arrivino particelle da 0.3 micron, emittenti radioattività.
Se a Trieste arriva il vento che dista soli 700Km dal punto d'impatto volete che non arrivi al Sud e centro Italia? La Calabria, la Puglia sono indenni da questa piaga? Quale futuro devono aspettarsi le popolazioni che vi risiedono? Per rendersi conto dell'impatto ambientale a cui siamo e saremo sottoposti basta calcolare le distanze dal punto dei bombardamenti (Bosnia, Kosovo, Belgrado) e tracciare un cerchio per valutare direttamente quale saranno i territori a rischio contaminazione. In Italia a "difenderci", abbiamo l'Enea (Ente Nazionale Nuove Tecnologie, Energia e Ambiente) con il suo superscudo. Si sa che l'Enea ha realizzato una specie di "scudo anti-radiazioni", così lo chiamano "loro" (vedi: Corriere della Sera 27/04/2000) per difenderci dalla contaminazione radioattiva. Ma questo "Scudo" non è altro che un sistema di rilevamento a mezzo di sonde disseminate su tutto il territorio nazionale. Altro che scudo! Lo spettro che aleggia su di noi è la cosiddetta "Sindrome dei Balcani", peste che ha già colpito i nostri soldati, i volontari della Croce Rossa, quelli della Protezione Civile e uomini e donne che si sono recati a prestare aiuto durante e dopo la Guerra. Si poteva evitare tutto questo? Io penso proprio di sì, per il semplice fatto che solamente nel mese di Marzo di quest'anno, ai nostri soldati è stato consegnato un documento informativo in merito (come da un atto trasmesso ai comandi delle forze Italiane stanziate in Kosovo, Albania e Bosnia il 26 Aprile 2000), in cui si parla di provvedimenti sanitari in caso di contaminazione U238, dei proiettili scaricati dagli A-10, controcarro da 30 mm. contenenti DU in Kosovo, Bosnia, Sarajevo nelle aree in cui si trovano i soldati del contingente Europeo, compresi gli Italiani, e risalta il fatto che si considerano detti ordigni una particolare forma di rischio, sia dal punto di vista chimico che radiologico.
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