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n° 5 Settembre 2000

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IL DESTINO DEL MARTIN MARINER

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[oggetto avvistato in orbita dall'Apollo 11 - 15K .jpg] [TBM "Avenger" avvolto nel ghiaccio - 17K .jpg]
 

Alle quattro del pomeriggio la torre di controllo venne a sapere che il tenente pilota Taylor aveva sorprendentemente ceduto il comando al capitano Stiver, pilota dei Marines, che trasmise un messaggio confuso: "Non siamo certi dove ci troviamo... Pensiamo di essere a 364 Km a nord-est della base... Dobbiamo essere passati sopra la Florida e trovarci nel Golfo del Messico". Successivamente, alla luce di una prima ricostruzione dei fatti, si comprese che il comandante della squadriglia aveva deciso di compiere una virata di 180°, nel tentativo di tornare verso la Florida, ma nel corso della manovra la trasmissione radio divenne più debole, segno che gli aerei erano fuori rotta. Si dice che le ultime parole provenienti dalla Squadriglia 19 furono: "Stiamo entrando nell’acqua bianca... Siamo completamente smarriti...". Pochi minuti dopo la torre ricevette il messaggio del tenente Come, uno degli ufficiali del Martin Mariner, presumibilmente dalla stessa zona dove erano segnalati gli Avengers. Come parlò di forti venti al di sopra dei 1.800 metri. Questo fu l’ultimo contatto con il Martin Mariner e i suoi 13 uomini di equipaggio. Venne diffusa poco dopo una comunicazione urgente, rivolta a tutte le unità di soccorso: gli aerei scomparsi non erano più cinque, ma sei. Non ci furono altri messaggi dalla Squadriglia 19, o dal Martin Mariner. Da notare, però, che poco dopo le 7.00 pm, la stazione aeronavale di Opa-Locka, a Miami, captò un messaggio: "FT... FT...". Questo segnale poteva riferirsi alle lettere d’identificazione degli Avengers, siglati FT-27, FT-28, ecc. Ora, se il messaggio proveniva davvero dalla Squadriglia 19, fu recepito quando il carburante avrebbe dovuto essere già terminato da due ore. Nonostante l’imponente ricerca condotta da unità aeronavali - 240 aeroplani, 67 veivoli della portaerei Solomons, quattro cacciatorpedinieri, numerosi sottomarini, 18 vedette della Guardia Costiera, centinaia fra aeroplani e natanti privati, altri PBMs della stazione di Banana River e unità della RAF e della Royal Navy Britannica di stanza alle Bahamas - fu tutto inutile. Eppure si coprì una media quotidiana di 167 voli, dall’alba al tramonto, da una quota di circa 90 metri, un’ispezione che coprì 985 Km quadrati di terra e mare, fra l’Atlantico, il Mar dei Caraibi, parte del Golfo del Messico, la Florida, per un totale di 4.100 ore di volo. Nulla. Né rottami, né cadaveri o chiazze di carburante. Corse voce che un aereo commerciale avesse visto un bagliore rosso sopra la terra nel giorno della scomparsa, forse l’esplosione del Martin Mariner, ma l’ipotesi venne poi smentita. E non giunse mai alcun messaggio di SOS dalla Squadriglia 19, né dal Martin Mariner. I bombardieri Grumman Avenger, dotati di zattere di salvataggio, erano strutturati in modo da poter galleggiare anche un minuto e mezzo, in caso di ammaraggio forzato o caduta in mare. In più, l’equipaggio era addestrato ad abbandonare il velivolo in 60 secondi.
Fattori, questi che contribuirono a rendere ancora più inesplicabile il doppio incidente.
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