
LA GRANDE SETE

Privo di risorse idriche un quarto della popolazione mondiale. Un’equa ridistribuzione dell’oro blu riequilibrerebbe lo stato di salute della Terra.
di Wendy D'Olive

Una ventina d’anni. Questo il tempo che ci separa dall’emergenza planetaria dovuta alla carenza di acqua potabile. Un miliardo e 200 milioni di abitanti, in questo preciso momento, cercano di sopravvivere con quel poco di acqua ricavato dalla desalinizzazione di pozze scarse e malsane, mentre 3,4 milioni di persone muoiono per sete ogni anno, di cui due milioni di bambini stroncati da malattie causate da acqua non potabile. Calcolando la crescita demografica che ci porterà ad essere otto miliardi nel 2025, la cifra delle persone a rischio salirà a 2,3 miliardi di persone. Persone che non hanno accesso a quantità sufficienti d’acqua e alle quali quella "spostabile" non arriva. Dighe e canali artificiali hanno provocato disastri ecologici, dal Colorado al mare d’Aral, in Russia, le falde acquifere sotterranee scendono a livelli sempre più profondi e imponenti fiumi ridotti a rivoli, come lo Huanh He e il Fiume Giallo in Cina (che sta lasciando 15 milioni di persone senz’acqua), per gran parte dell’anno non arrivano neppure al mare. Pericoli si affacciano, in Italia, per la regione cuneese di Entracque, minacciata da una diga. Ovunque cresce la sproporzione tra siccità e disastrose inondazioni - dovute in massima parte alla salinizzazione del suolo come conseguenza dell’irrigazione artificiale.
È grave emergenza, ma i ministri delle 150 nazioni presenti all’Aja, in Olanda, in occasione del Forum mondiale sull’Acqua svoltosi a Marzo, non hanno firmato alcun atto ufficiale di risoluzione attiva al problema. Molti rappresentanti anzi si sono detti soddisfatti, perché il tema è stato recepito da tutti i membri del forum. La differenza rispetto all’accordo di Kyoto, che ha sancito per iscritto il taglio sulle emissioni di gas serra, è però lampante. Sembra prendere corpo lo spettro di conflitti (si pensi al contenzioso sul fiume Giordano o alla diatriba Turchia-Siria) per accaparrarsi il controllo delle risorse idriche.
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