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CINEMA: BATTAGLIA PER LA TERRA

Humor e fantascienza con John Travolta
 
 
 
di Luca Di Meola

 
Tempi duri per gli alieni. Dopo le sfolgoranti Guerre Stellari, la malinconica dolcezza di ET e il tenebroso pericolo di Independence Day, è sbarcata nelle nostre sale "Battaglia per la Terra". Pauroso flop negli States, il film è stato fortemente voluto da John Travolta. Perché? Tratto da un libro di Ron Hubbard, il fondatore di Scientology, che ha nell’attore italo-americano uno degli adepti principali, il soggetto ha vagato a lungo prima di trovare una casa di produzione disposta ad investirvi capitali. Voci di corridoio insinuano un forte intervento economico della stessa Scientology a supporto della major americana. Per comprenderne il motivo basta andare al cinema. In un futuro ipotetico, l’uomo è una razza in via di estinzione. Resiste in poche roccaforti. In una di queste incontriamo l’eroe, Tyler, giovanotto con velleità guerresche e spirito imbelle. Pur sconsigliato dal resto della tribù (fuori ci sono gli spiriti delle tenebre), corona il suo sogno (20 minuti di film per arrivare a questa decisione ci sembrano eccessivi), lascia il villaggio e sbarca nel "mondo là fuori". Si scopre che il pianeta è nelle mani di una razza aliena che usa i pochi sopravvissuti come schiavi nell’estrazione mineraria (riferimento alle interpretazioni del sumerologo Zecharia Sitchin, Cfr. Stargate n.3, N.d.R.). Dov’è l’originalità? L’operazione desunta da Hubbard ci sembra piuttosto un tentativo di acconciare temi già esposti altrove tenendo le fila con una trama pretestuosa. Tyler, fatto prigioniero dagli Psychlos, tenta più volte la fuga, elimina nemici ecc., lasciando capire che la rivalsa umana sarà proprio da lui capitanata (ma allora il resto del plot a che serve?). Il colpo suicida se lo affibbiano proprio gli alieni senza rendersene conto: insegnando a Tyler come manovrare i macchinari estrattivi, la loro lingua e la loro cultura… Rapidamente, mediante un curioso dispositivo a fasci luminosi, Tyler apprende tutto degli oppressori, ma soprattutto il motivo della disfatta terrestre: in nove minuti gli invasori alieni misero l’umanità in ginocchio, portandola all’annientamento. Consultando "antichi testi", fra quel che resta della biblioteca di Washington, matura nell’eroe l’idea della rivolta (la conoscenza rende liberi). L’oro non lo estrae, ma va a prenderlo già bello e pronto a Fort Knox, in una base atomica dismessa fornisce i compatrioti di AV8 Harrier (aerei a decollo verticale con testate nucleari) e organizza la resistenza. Il finale in tanta scontatezza è inutile rivelarlo. Il protagonista di Battlefield Earth si muove bene nel suo inespresso ruolo di animale (così gli uomini sono definiti dal nemico). John Travolta, che si è cucito addosso la parte del responsabile della sicurezza aliena è poco credibile, seppur bravo (è proprio il ruolo che non gli si addice). La situazione dentaria degli alieni fa rimpiangere le vecchie pubblicità Durbans, e le inquadrature sbilenche (sì, avete letto bene) alla lunga risultano irritanti. A ciò si aggiungano una fastidiosa dominante verdina, scene di azione sopra le righe (più concitate del dovuto) e la domanda del recensore all’uscita del cinema: "Cosa ho visto?", per completare il quadretto. Ma non vogliamo essere pessimisti: per tutta questa paccottiglia involontaria (si spera) si ride anche molto. Il problema è che il film è indicato sotto la dicitura di "fantascienza" e non "science fiction burlesque".



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