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Per nostra fortuna non tutti i grandi scelsero l’anonimato, sappiamo quindi che tra essi vi furono re, come Kalid, e santi come Raimondo Lullo e Alberto Magno, discepolo dell’eretico Arnaldo di Villanova e precettore di Tommaso D’Aquino, alchimista e teologo; abati come Tritemio e monaci come Lacini e Ferrari; aristocratici come i marchesi Santinelli, Palombara e Bernardo Trevisano e un barbiere, Alliette, che firmò i suoi scritti con lo pseudonimo anagrammatico di Etteilla. E poi scienziati famosi come van Helmont - a cui dobbiamo la scoperta dei gas - lo stesso Newton - è ormai risaputo - dedicò più energie all’Alchimia che alla fisica. Tra essi vi furono medici famosi come Paracelso, e altri quasi sconosciuti come David de Planis Campy; banchieri, come Jacques Coeur, il tesoriere di Carlo VII; magistrati come d’Espagnet; scrittori come Rabelais, Jonathan Swift e de Bergerac, e semplici scrivani pubblici come Nicolas Flamel, forse l’autore più ragguardevole nella lunga storia dell’Alchimia. Al riparo del mantello della grande Dama vi è dunque posto per tutti, in ogni tempo e sotto ogni cielo, col privilegio esclusivo di entrare nella più aristocratica confraternita mai esistita ove l’ammissione e i gradi non si ottengono né per denaro, né per dignità di stirpe, ma con la maestria del fuoco, il duro lavoro di laboratorio al fornello: tale è la società dei veri Cavalieri della Rosa-Croce, in altre parole, nel loro gergo segreto basato sull’assonanza, della rugiada cotta la "rosée-cuite".
Chi si dedica disinteressatamente alla scienza non ama definirsi scienziato, così coloro che praticano seriamente l’Alchimia usano con molta circospezione il termine alchimista: Per quanto li concerne, hanno sempre preferito chiamarsi Filosofi, o Artisti, nel senso di Artefici, come dire quelli (pochi) che conoscono l’artificio, ossia il trucco che consente di iniziare, continuare e portare a termine la Grande Opera. Ogni praticante impara presto che il vero Alchimista è l’agente di ogni trasmutazione, svolge la sua azione sempre all’interno della materia e non esce mai allo scoperto: in tal modo Paracelso spiega che all’alchimista dell’organismo umano è delegata la funzione importantissima dell’assimilazione, ossia rendere l’alimento simile agli organi cui è destinato. Dove per alimento dobbiamo intendere la parte più pura del cibo, ottenuta per separazione dalla parte impura - le feci - per digestionem, vale a dire mediante cottura a temperatura moderata.
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