
LA GRANDE OPERA

L’Alchimia fu chiamata ludus puerorum, gioco da bambini, perché culla il sonno del bambino che è in ciascuno di noi con la lingua delle fiabe e dei miti.
di Claudio Cardella (Prima Parte)

È bene chiarire subito che questo articolo non ha la presunzione di aggiungere qualcosa di nuovo a quanto detto e scritto intorno all’Alchimia nel corso di secoli e di millenni. Essa affonda le radici nella notte dei tempi: il benedettino Dom Pernety nel XVIII secolo trattò ampiamente della valenza alchimica dei miti egiziani e greci; la tradizione vuole che Maria Egiziaca, sorella di Mosè e di Aronne, sia stata una grande alchimista; autorevoli fonti rinvengono testimonianze dell’Alchimia nell’Antico Testamento, per esempio in David al salmo 11, ove si legge: "Le parole di Dio sono nette e pure come argento provato dal fuoco e purgato sette volte della terra", in Salomone nell’Ecclesiaste, cap. 38: "L’Onnipotente ha creato la Medicina della Terra e l’uomo prudente non la disprezzerà", in Esdra al quarto libro cap. 8: "Interroga la Terra ed essa ti risponderà che Dio dà molta terra per fare vasi ma darà poca polvere per fare l’oro".
Non si rimane indifferenti all’Alchimia. La sua suggestione è innegabile: sin dal primo approccio suscita fautori o detrattori accaniti e aspre dispute tra i due partiti. Perché, mentre lascia insensibile il volgo, solleva negli animi più nobili passioni insospettate, smuove sentimenti dimenticati o sedati, i ricordi di un passato, o i desideri di un futuro in cui all’uomo era, o finalmente sarà concessa, insieme alla completa padronanza di sé, la scienza delle energie indomite che agitano le profondità della materia e la signoria di forze incomprese ma continuamente all’opera.
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