parti precedenti:

ANTROPOLOGIA SCONOSCIUTA »
Non è facile liquidare il suo racconto con allucinazioni, dovute ad alcool o a droghe, primo perché non ne aveva fatto uso, secondo, perché non fu il solo ad aver avuto strane esperienze nello chalet. La figlia, Louise, mentre passeggiava sulla stessa collina, sparì per tre ore, riapparendo nello stesso luogo del padre, quando ormai il fidanzato, allarmatissimo, stava per avvisare lo sceriffo. Mullis non riferì a nessuno della sua esperienza, fino a quando la figlia lo chiamò per dirgli di acquistare il libro "Communion" di Whitley Strieber e per riferirgli quanto le era accaduto. Strana coincidenza, ma quando Mullis ricevette la telefonata stava già leggendo quel libro e proprio alle pagine in cui Strieber racconta di strani "gufi" e piccoli uomini che entravano in casa sua. Nel suo libro Mullis conclude: "Non pubblicherei un trattato scientifico su queste cose, perché non posso provarle sperimentalmente. Né posso far apparire procioni luminosi o comprarne uno per studiarlo. Né posso fare in modo di sparire per qualche ora. Però non rinnego quanto mi è successo. È ciò che la scienza definisce aneddotico, perché è avvenuto in un modo che non può essere riprodotto. Ma è successo".
Dati gli accadimenti qui riportati, non sorprende che Kary Mullis ritenga che la natura della sua esperienza sia ancora più particolare di quella dei rapimenti alieni. Specula invece su esperienze psichiche multi-dimensionali (nel novero degli studi di Michio Kaku, "Hyperspace", 1994) ad un livello macrocosmico: "Qualsiasi cosa può accadere, la velocità della luce non è un limite in termini di interazioni con altre culture. Questa storia di rapire la gente e sottoporla a ogni genere di esperimento è solo antropologia, ad un livello che noi non riusciamo ancora a comprendere". Per quanto riguarda l'ipotesi di una cultura aliena che abbia bisogno del nostro DNA per sopravvivere, il dottor Mullis reputa l'idea altamente improbabile, e pensa piuttosto ad un programma alieno simile a quello teorizzato dal prof. David Jacobs. Qualsiasi cultura che possa oltrepassare la barriera dello spazio-tempo avrebbe sicuramente superato i semplici problemi di biochimica complessa, e non avrebbe bisogno di noi nel modo descritto nelle teorie dei programmi "ibridi" umano-alieni.
vai alla visualizzazione stampabile di tutto l'articolo

invia questa notizia ad un amico