
TRASFORMAZIONE
di Claudio Cardella (Seconda Parte)
vedi: Prima Parte

Un minerale comune il cui vero nome non è mai stato dichiarato apertamente, perché la sua conoscenza costituisce un segreto fondamentale della Grande Opera.

La vita individuale - insegna Paracelso - è permanenza della materia corporea nella forma individuale. Per forma non s’intende dunque quella strutturale, ma quella che sostanzia il corpo nella specie conferendogli un’individualità che lo distingue da tutti gli altri corpi. E per legge di natura tutti gli individui, indistintamente, nascono e muoiono. Quando la forma non riceve più alimento cessa di sostenere e organizzare il corpo, la cui materia, non potendo sussistere da sola, diventa allora disponibile per altre forme.
Perciò in Alchimia, e parafrasando il Vico, la Natura, è trasformazione, cambiamento di forma, ossia moto, del quale la virtù motrice indefinita è lo spirito universale, che promana dalla mente infinita di Dio, sempre quiescente. Le opere di natura giungono attraverso il moto al loro compimento, incominciano a esistere per lo spirito universale in modo che la generazione delle cose segue dal moto, il moto procede dallo spirito universale e questo da Dio.
Le cose si nutrono di ciò di cui sono fatte. Tutto respira, vive, cresce e si nutre di questo spirito, e si dissolve e muore quando esso abbandona il corpo. Il recettore corporeo di questo spirito e suo corrispettivo fisico, è una sostanza volatile che i filosofi hanno sempre chiamato Mercurio o quinta essenza, perché lega e mantiene i quattro elementi materiali nella forma fisica e costitutiva. Ma il Mercurio non può produrre effetti senza il fondamentale intervento di un secondo principio, di cui in realtà esso è solo l’alimento. Questo secondo principio, chiamato Zolfo, è, infatti, il vero responsabile della forma: a lui i metalli devono stabilità e coesione, mentre la fusibilità e la malleabilità sono prerogative mercuriali. I due principi sono presenti in ogni corpo, ma trovano un recipiente d’elezione in un minerale abbastanza comune il cui vero nome non è mai stato dichiarato apertamente, perché la sua conoscenza costituisce un segreto fondamentale della Grande Opera.
Le tecniche alchimiche mirano all’estrazione dei due principi dal minerale di partenza, e al loro successivo ricongiungimento in un corpo più raffinato e dunque adatto a funzioni più nobili. Così il Lessico di Martin Ruland (1612) definisce l’Alchimia come la separazione dell’impuro da una sostanza più pura. La corruzione è cambiamento e transito da forma in forma, per questo il processo detto putrefazione, che provoca il decadimento del corpo dalla forma primitiva, è considerato "la vera strada della generazione". La dissoluzione e la mortificazione sono dunque fasi indispensabili per la separazione dei costituenti puri dalla parte fecciosa e grossolana dei corpi. Con particolare riguardo alla parabola evangelica del grano di frumento, che non può germogliare se prima non putrefà (Gio. 12, 24), e allude alla possibilità dell’uomo di affrancarsi dal potere del serpente, causa della caduta adamitica. Ma quella parabola ha anche una seconda lettura, nel senso che sostanze tossiche ed escrementali possono raggiungere e influire, mortificandola, sulla sfera morale. In altre parole, la corruzione e il peccato entrano nel mondo attraverso il cibo. Ciò che Paracelso ampiamente conferma, quando sostiene che ogni creatura è perfetta in sé, ma è più o meno velenosa in rapporto alle altre creature che di essa si nutrono.
In tempi recenti Fulvio Di Pascale, medico, ha insegnato che in natura ogni funzione deve essere attivata da un fenomeno biologico, presuppone cioè un "fattore attivante" o meglio un fenomeno vivificante: ne consegue che il "fusis" [= natura] o genericamente "la materia" (e qui si deve intendere quella organizzata, morfologica) è il mezzo attraverso il quale si manifesta e si estrinseca il "bios" e questo è "energia sostanziale e continua" allo stato soprannaturale, vivente in fase cosmica; è "una carica di energia sostanziale" allo stato idro-colloidale se in fase di fattore attivante fisiologico [cfr.: F. Di Pascale, La vita... dell’uomo... ed i misteri che lo circondano..., parte prima, "IL BIOS". Idelson, Napoli 1954].
Con qualche modifica, ciò vale anche per i minerali e per i metalli, i quali palesemente non manifestano alcuna funzione sensitiva e vegetativa, ma solo una vita essenziale. La loro struttura, rigida in rapporto a quelle di animali e vegetali, e la materia più grezza di cui consistono opprimono lo spirito che pur li vivifica, al punto da non consentirgli di esprimersi, ad esempio nella riproduzione del simile. Ma, se opportunamente purificati possono generare, in virtù della loro forma specifica, non il loro simile come fanno gli organismi, ma nei loro simili, profonde alterazioni e una maggiore perfezione. Tale è la ragione alchimica del noto aforisma "similia similibus curantur".
Per riepilogare le idee esposte, è utile leggere Jean d’Espagnet al canone 44 del suo "Trattato ermetico della fisica reintegrata" (1623): Due soltanto furono dunque all’inizio i semplici principi della Natura, a cui ogni cosa fu posteriore, nulla anteriore, la materia prima e la sua forma universale, dalla cui unione sono nati gli Elementi, quali principi secondi. E questi non sono altro che la materia prima diversamente informata, e dal loro fondersi si desta la materia seconda che è al di sotto assai vicina agli accidenti e segue le veci della generazione e della corruzione. Questi sono i gradi, questo l’ordine della Natura.

VITA DALLA VITA
Una creazione che opera su una sostanza primigenia legittima il legame tra l’uomo e il Cosmo e si compie solo al prezzo di un sacrificio cruento, nel senso che una nuova vita si genera sempre a partire da un’altra vita che s’immola, donde il precetto alchimico uccidi il vivo per resuscitare il morto. Infatti - ricordando Parmenide e Aristotele - l’intelligibilità della materia prima presuppone che essa sussista in quantità finita e ciò, in termini attuali, equivale a dire che l’Universo è chiuso. Di conseguenza, un nuovo individuo, costituito da una quota parte della forza formativa globale, e da una quota parte della materia prima globale, può venire in essere solo al prezzo della dissoluzione di un’altra vita che renda disponibile la forza e la materia necessarie all’edificazione dell’individuo stesso. Il senso profondo delle antiche cosmogonie è questo: ogni creazione è sacrificio.
Si può moltiplicare l’irraggiamento, è impossibile semplificarlo ulteriormente, scrive Fulcanelli (1926) a proposito dell’essenzialità della X o croce di Sant’Andrea quale grafismo simbolico della radiazione luminosa. Siamo autorizzati a interpretare quella frase come un richiamo alla costante di Planck? Gode infatti della stessa proprietà: può essere moltiplicata, ma non semplificata ulteriormente! L’indissolubile unità della natura implica che a ogni creazione e a ogni generazione partecipi tutto l’Universo (unus versus).
Ed è la discesa dello spirito cosmico sulla terra ossia, con le parole di Eugène Canseliet, il discepolo di Fulcanelli, "la coobazione ripetuta dello spirito sulla materia" a fare la differenza tra l’Alchimia e la chimica empirica. Senza il concorso del cielo, il lavoro dell’uomo è inutile, in ogni campo. L’errore nasce sempre dalle speculazioni umane fuori dell’ordine della grazia: l’illuminazione dello Spirito deve accompagnare la Ragione, questa è Comunione. L’errore è l’orgoglio della ragione separata dalla Fede. Al corpo e all’anima dell’uomo s’unisce lo spirito o intelligenza, intravisto come un afflusso di Spirito Santo. Lo spirito dell’uomo che completa la polarità anima-corpo, diventa un’energia nella misura in cui questo spirito permetterà all’uomo, attraverso l’intelligenza, un atto di riconoscimento, ossia di riconoscersi e di riconoscere Dio, per avviarsi verso di Lui.

Claudio Cardella, ricercatore di fama internazionale e ingegnere aerospaziale (Univerità di Roma) dedica questo studio al suo maestro Fulvio De Pascale.

CENT'ANNI DI DISINTEGRAZIONE
"Cent’anni di disintegrazione", potrebbe essere il titolo di un libro sulla storia del secolo da poco concluso. Fu avviato da un’impresa alchemica, la scoperta della radioattività: sette tonnellate di "pechblenda" boema, dopo tre anni di lavoro testardo ed estenuante, dopo innumerevoli raffinazioni e separazioni, cedono a Pierre Curie e alla sua consorte un minuscolo residuo attivo, un grammo di bromuro di radio, che tuttavia sarà sufficiente a chiudere un’epoca e ad aprirne una nuova.
Il Novecento è inaugurato dal frazionamento dell’energia (Planck) e dalla disgregazione del corpo architettonico, rimpiazzato dall’intelaiatura metallica e reticolare della Tour Eiffel. Prosegue con la disintegrazione della visione artistica: l’unità compositiva dell’espressione plastica viene messa in disparte dal dadaismo, dal cubismo, dalla frammentazione spaziale e temporale del celebre nudo che scende le scale e poi ancora dal canone astratto di Kandinsky e della Bauhaus. Freud dà scacco all’unità organica psicobiofisica e ne proclama la scindibilità.
A prima vista tutto ciò pare l’esito transitorio di un processo di distillazione intellettuale, ove si separa il sottile dal grossolano e il punto dall’impuro, ma ben presto, sotto la copertura di facciata prende consistenza un disegno più completo e profondo. La disintegrazione biologica: la biologia molecolare del gene è il punto d’arrivo, la cellula quello di partenza. La cellula intesa come quanto biologico degli organismi superiori, mentre l’atomo è il quanto chimico-fisico della natura detta inorganica. Strafalcioni a non finire su un concetto, la visione quantica, che doveva far pensare al recupero, alla comprensione di un altro concetto compreso solo da pochi, tra cui gli antichi costruttori di cattedrali: la simmetria pitagorica. Dove il numero fa la qualità, come nella tabella di Mendeleiiev e dove la disposizione geometrica di elementi puri opera gli effetti grandiosi e trasmutatori delle reazioni atomiche. E invece il vuoto. Un vuoto sempre più fondo, approfondito con pervicacia scientifica dalla giovane fisica teorica.
Quali sono i meccanismi cellulari, anzi subcellulari del pensiero? Quali organelli sono deputati alla memoria? E questa, dove consiste, in quali molecole risiede? Polvere, una polvere sempre più sottile fatta di particelle sempre più piccole, sempre più incomprensibili, sempre più evanescenti che non tengono in alcun conto la persona umana e il suo ruolo ontologico. Eppure evochiamo i ricordi e ogni volta che li rievochiamo si presentano un po’ diversi dall’evocazione precedente. Cosa significa? Ne troveremo la spiegazione su base cellulare, molecolare, atomica o particellare? La scienza è maestra di umiltà – si dice – ma la vera umiltà afferma e non mortifica la consapevolezza: questa scienza invece scardina la centralità dell’uomo nella natura con l’illusione di un’insulsa e violenta supremazia e prova oltre ogni dubbio l’orgoglioso rifiuto del mandato divino del Genesi: "tu la governerai…"
Nel secolo appena concluso l’uomo forse ha raggiunto il livello più completo dell’incarnazione, che diventa infimo e deteriore quando l’individualità degenera in individualismo, disintegra l’umanità e nega la sua appartenenza a una generazione divina. Al positivismo di Spencer e Comte subentra il neopositivismo di Poincaré, con lo sperimentalismo al seguito: la corsa sfrenata al risultato senza teoria decreta la morte della vecchia e nobile filosofia naturale. Il Novecento reinventa il meccanicismo, lo chiama determinismo e ne travia completamente il senso. Quello di Cartesio, Keplero e Galilei è ben diverso e si richiama all’intelligibilità di Parmenide, che tuttavia non ha possibilità conoscitive fin quando Aristotele non scopre il "pensiero debole": all’essere non s’oppone il nulla, ma la materia, che s’intreccia con la forma come la potenza con l’atto. Col "quanto" entra in gioco, anche nella meccanica, la metafisica, ma nessuno se n’accorge: vi entra per la mediazione del numero quale principio ordinatore del sensibile, secondo la concezione pitagorica. Perduta questa, il numero serve solo a contare. L’introduzione nella fisica del "quanto elementare d’azione" non comporta la caduta del determinismo, giacché senza il rapporto tra causa ed effetto non si fa scienza e non implica neppure il caso e il probabilismo, ma la metafisica e l’intelligibilità. Su questo equivoco, rinvigorito da una interpretazione superficiale dei Principii di Heisenberg (perché non s’indaga meglio sulla valenza deterministica dell’uguaglianza che pure essi esprimono?) si è sviluppata la fisica moderna e le sue molte incoerenze teoriche, scheletri relegati di buon grado insieme alle toghe nell’armadio accademico. Da decenni ormai l’euforia dei risultati fantasmagorici e malintesi va cedendo il passo allo sgomento. In questo panorama l’immobilità intellettuale è considerata l’unico mezzo per salvare il salvabile, mentre il maggiore ostacolo alla comprensione della Natura è proprio il timore irrazionale di una revisione critica dei principii, primo fra tutti l’innesto innaturale del quanto di Plank sul tronco della meccanica classica. E man mano che la scienza s'allontana dalla Natura, va ripiegandosi edonisticamente su se stessa come un cane che si morde la coda, per diventare infine un formalismo autoreferente: uno stato di fatto ratificato matematicamente dal "Teorema di Indecidibilità" di Göedel.


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