
SUONI IN ASTRONAVE
di Gino Policella

Dai Pink Floyd a Brian Eno, esplorando orizzonti lontani, con l’aiuto dell’elettronica, della fantasia e delle "good vibrations".

"Su STARGATE si parla di noi, della nostra vita di tutti i giorni…" recitava l’editoriale sul primo numero della rivista e se a molti di noi piace anche la musica, come è probabile, potrebbe essere interessante parlarne sotto un aspetto del tutto particolare. D’accordo, la musica va soprattutto ascoltata, sentita con l’anima e con la mente, non solo con le orecchie, ma qui si parla di stelle e pianeti lontani, di UFO e mistero, e allora perché non tentarne un approccio in sintonia con le tematiche specifiche di questo giornale? Anche lo spazio cosmico ha un suono, probabilmente freddo, misterioso e avvolgente, un suono che il cinema e la televisione hanno da sempre cercato di riprodurre per accompagnare le immagini di un film o di un documentario e renderle più evocative e fantastiche. Visioni di stelle e galassie, viaggi attraverso gli spazi siderali si sono così spesso accompagnati a suoni eterei, sospesi, elettronici, una musica che poi in seguito verrà definita "ambient" dal suo ideatore, Brian Eno. Ma sarà merito di Stanley Kubrick nel 1968 e della sua "2001: Odissea nello spazio" se quelle immagini diventeranno ancora più suggestive con un accompagnamento di musica classica e brani come "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (1864-1949) si legheranno per sempre a quelle visioni, tanto che anche Elvis Presley le vorrà per aprire i suoi megagalattici show. Così, soprattutto nella musica rock certe tematiche e certi suoni si fonderanno per dar vita ad una miscela esplosiva e affascinante che coinvolgerà artisti e stili diversi creando un "genere" che ancora oggi interessa musicisti e ascoltatori.

MANIFESTAZIONI SPAZIALI
Tra gli antesignani, a lasciarsi andare in questa ricerca, senza dubbio i Pink Floyd meritano di essere segnalati per bravura e influenza. Nel 1967 il loro primo album (The Piper at the Gates of Dawn) conteneva "Astronomy Domine" e "Interstellar Overdrive" che diventeranno il manifesto di tutto un modo di fare musica, oltre che uno stile di vita. In particolare il secondo brano era una lunga cavalcata elettrica (quasi 10 minuti) attraverso gli spazi infiniti e le stelle, un viaggio psichedelico fatto non in astronave, ma con l’ausilio di qualche sostanza non propriamente legale per esplorare l’Universo e il proprio cervello opportunamente "modificato". E sulle scene le luci stroboscopiche, i fumi, le proiezioni di immagini psichedeliche nei "Light Show", oltre alla musica, faranno il resto: il viaggio è iniziato, e come tutti i viaggi sarà affascinante e pericoloso allo stesso momento. I Pink Floyd, pagheranno gli abusi quando il fondatore, Syd Barrett, non si riprenderà mai più da certe visioni. Ma il viaggio proseguirà, fino a scoprire la faccia nascosta della luna (Dark Side of the Moon, 1973) e sarà una bellissima scoperta. Sempre in Inghilterra in quei giorni, un giovanotto dai capelli color carota, David Bowie, iniziava la sua "Space Oddity" (1969) e dalla torre di controllo cerceva di comunicare con il Maggiore Tom a bordo di una navicella spaziale. Anche per lui non si tratterà di un episodio isolato e nel 1972 conoscerà il grande successo con "Ziggy Stardust", la storia di un alieno proveniente da Marte venuto sulla Terra a fare la rockstar. Una passione, questa per la fantascienza, che accompagnerà Bowie sino al cinema, con "L’uomo che cadde sulla Terra" (1975) e l’abisso gotico di "Miriam si sveglia a mezzanotte" (1983). Mentre in Gran Bretagna il fenomeno musicale è soprattutto legato alla fantasia e al gioco, e comunque spesso si tratta esclusivamente di ricerca sonora, negli Stati Uniti le cose vanno diversamente. Alla fine degli anni ’60 gli USA vivono in pieno "Flower Power", pace, amore e musica, sono gli anni delle contestazioni e delle droghe che aprono la coscienza, e all’interno di questo grande movimento di idee e di persone c’è un gruppo già attivo da qualche anno, i Jefferson Airplane. Nel 1970 l’aeroplano cambierà nome e diventerà una navicella spaziale (Jefferson Starship). I loro leader, Paul Kantner e Grace Slick scriveranno e canteranno un manifesto politico-estatico indirizzato alle comunità hippie per la colonizzazione di pianeti lontani. Nell’album-saga di "Blows Against the Empire" del 1971 cantano "una navicella spaziale gira nel cielo - potrebbe essere pronta per il 1990… hey amico - l’astronave può portare 7000 persone e i nostri figli gireranno liberi nelle città dell’Universo… libere menti, liberi corpi, libera musica… solo il Sole sa quello di cui abbiamo bisogno." Nel frattempo i Byrds si spingeranno oltre la "Fifth Dimension" (1970) e Tim Buckley navigherà fino alle stelle ("Star Sailor") per poi schiantarsi sulla Terra. "Le porte del cosmo stanno su in Germania" cantava Finardi nel 1976 ("Musica Ribelle") e infatti, già alla fine degli anni ’60 molti sono i gruppi tedeschi che si muovono nell’ambito dell’elettronica e della ricerca sonora più esasperata. Alcuni danno ai loro dischi titoli che sono tutto un programma, come i Tangerine Dream con "Alpha Centauri", "Electronic Meditation" o "Stratosfear", il Klaus Schulze di "Irrlicht", ma suites delle stelle compongono anche Amon Dull II, Can, Neu, Cluster, Popol Vuh, Ash Ra Tempel e i più noti Kraftwerk, primi a schiudere gli orizzonti tecno-elettronici.

IN SEARCH OF SPACE
Restando in Europa, fra la Francia e l’Inghilterra c’è già il "Progressive Rock", le cui frange più avanzate sparano a zero sulla melodia. Un gruppo di musicisti svitati si riunisce attorno al geniale David Allen (che però viene dall’Australia) per dare vita ai Gong, una vera e propria comune-musicale che ha scritto una delle pagine più belle della storia del rock. Siamo intorno al 1973, Gong è un pianeta invisibile i cui abitanti, gnomi e folletti sballati, trasmettono i loro programmi (Radio Gnome Invisible) a bordo di una teiera volante (Flying Teapot). Così, all’inizio degli anni ’70, una miriade di gruppi, soprattutto europei bianchi, proseguiranno su questa strada raccontando fantastiche storie su basi musicali elettroniche e spaziali. Tra questi gli Hawkind, artefici di indiavolati spettacoli a base di ritmiche martellanti e fascinazioni spaziali ("In Search of Space" o "The Space Ritual") con i quali si esibiva Stasha, ballerina nuda e con il corpo dipinto; i Magma, follia dodecafonica cantata in una lingua di loro invenzione, il kobayano; i Nektar, rock progressivo ispirato spesso alla science fiction; Todd Rundgren che nel ’74 mise su uno spettacolo ("Utopia") con un impianto scenico mozzafiato e luci che dovevano rappresentare il cosmo; i grandi Van Der Graaf Generator del geniale Peter Hammill tra esistenzialismo e deriva cosmica; gli U.F.O. che in realtà facevano rock blues e hard-rock nonostante il nome; fino allo space-glamour dei francesi Rockets (una loro versione di "On the Road Again" fece il giro delle discoteche di mezzo mondo) in scena abbigliati con tute spaziali, testa pelata e dipinta d’oro tra luci, fumi ed effetti speciali. È il momento dei travestimenti, degli uomini robot, che anche qui da noi cercheranno di imporsi all’attenzione del pubblico soprattutto televisivo. In America due gruppi di discreto valore ricorrono a questo espediente, sono i Devo, cibernetici e demenziali, che nel ’77 rifecero anche una versione stravolta di "Satisfaction" dei Rolling Stones, e i Residents, una band di cui non si è mai saputo molto perché i loro componenti, forse già famosi, si nascondevano dietro un mascheramento ogni volta diverso e incredibile, e incredibile era anche la loro musica, se di musica si può parlare.

UNA STELLA TUTTA MIA
E in Italia? Se tralasciamo Modugno che in tempi non sospetti già si accingeva a "volare" ma solo in "un blu dipinto di blu" e non certo verso lontane galassie; non si possono dimenticare in piena era beat gli Alluminogeni che cantavano di "Orizzonti lontani" e il "Balletto di bronzo" che con "Sirio 2222" immaginarono un viaggio verso le lontane stelle finito con la navicella dispersa nell’universo, e ancora le Orme di "Felona e Sorona", la storia di due pianeti rappresentanti l’eterna lotta fra il bene e il male, oppure la Raccomandata con Ricevuta di Ritorno e i loro viaggi nello spazio fino ad un lontano pianeta; purtroppo si tratta di dischi spesso introvabili perché inesorabilmente fuori catalogo. Più facilmente reperibili, invece, il già citato Eugenio Finardi che nel 1978 sognava di un "Extraterrestre" che lo portasse via "verso una stella che sia tutta mia" e il primo Franco Battiato di "Fetus" e "Pollution". Diversa, la conversione di Alan Sorrenti con il suo "Figli delle stelle" dopo cose migliori, comunque lontane dal genere che qui analizziamo. In tempi assai recenti, i Blue Vertigo e Raf si occupano di orizzonti e sentimenti alieni, per finire con il Sanremo 2000, dove i BAU (Banda Anonima UFO) cantano in tuta e casco spaziale.

INVENZIONI E VECCHIE PASSIONI
Da quando apparvero il Mellotron e i primi sintetizzatori di suoni, i famosi Moog, fino ai moderni e sofisticati computer, anche la musica elettronica si è evoluta. Brian Eno con i Roxy Music era stato uno dei pionieri, ingegnere del suono autodidatta, più manipolatore che musicista vero e proprio, per aprire la strada e coniato il termine "Ambient" ("Music for Films" "Music for Airports"). Poi Vangelis aveva reso quella stessa musica più calda e avvolgente, anticipando certa "new age", della quale sarà bene occuparsi in altra occasione. La musica elettronica odierna si trasforma ancora, si lega ai ritmi della trance o dell’hip-hop, alle etnie, va in discoteca o serve da "Alternative Meditation". Solo che si tratta di una ricerca esclusivamente sonora, con contenuti spesso lontani dal genere di cui stiamo trattando, o al massimo legato a episodi marginali e minori della scena musicale. Forse l’unico personaggio di un qualche rilievo (sul cui valore è ovvio dissentire) emerso fuori negli ultimi anni è Marilyn Manson (da Marilyn Monroe e Charles "Satana" Manson) che soprattutto nell’aspetto ambiguo, sinistro, glabro, allucinato e asessuato, vuole ricordare un alieno, ma terribile e spaventoso, come vorrebbe anche un certo tipo di cinematografia e narrativa soprattutto americane. Oggi, come ieri, evidentemente, i travestimenti e la trasgressione funzionano, l’industria discografica lo sa e li dà in pasto al pubblico che così appagato consuma e tace. Ma questa è un’altra storia. Ciò che è probabile è che, a prescindere dal talento, dallo stile o dal gusto personale, tutto prima o poi ritorna. Così, mentre il genio si ricicla all’infinito (Pink Floyd, David Bowie) tanti nomi nuovi vengono fuori per rinverdire vecchie passioni. Fin quando non ci sarà più nulla da inventare. Ma questo il mercato non lo permetterà mai.


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