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VIAGGIATORI DEL SACRO...


IL CONCILIO DI GERUSALEMME:
PRIMA FRATTURA DELLA CHIESA

di Lawrence Sudbury
per Edicolaweb



Da qualche anno l'idea di una Cristianità divisa in mille Denominazioni, gruppi e rivoli al limite del settarismo (se non unicamente definibili come sette) viene da molti considerata come uno "scandalo" in una forma notevolmente diversa rispetto al passato.

Lo scandalo non è più il fatto che qualcuno possa avere una visione differente (e, dunque, "eretica") della "vera Fede" ma la mancanza di unità che va contro il precetto evangelico espresso in Giovanni XVII: "Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo" (1).
È in quest'ottica che sempre di più si sta sviluppando quello che viene definito "Movimento ecumenico", che gradualmente vede aumentare il numero di Chiese che, a diverso titolo e con diversi gradi di apertura, aderiscono all'idea di una comunione (almeno d'intenti) tra tutti i Cristiani.
Forse, però, pochi sanno che, in realtà, le divisioni del Cristianesimo nascono praticamente a partire dalla sua fondazione, con il primo concilio della Chiesa, quello di Gerusalemme (2).
Eppure, per rendersene conto, basta leggere il resoconto di questo importantissimo incontro, che ha segnato indelebilmente la proto-Cristianità, riportato negli "Atti degli Apostoli" al capitolo XV.
Per comprendere i termini della questione e la necessità di un concilio, però, dobbiamo fare un passo indietro e cercare di vedere all'interno di quale quadro storico l'evento si ponga.
Riassumendo brevemente, risulta piuttosto chiaro che, all'inizio, i primi seguaci di Gesù si considerassero parte della Religione ebraica. Certo, avevano alcune pratiche peculiari e "nuove" (il Battesimo, la celebrazione della Eucaristia, le preghiere rivolte a Cristo come Dio) e vivevano in una comunità coesa e a sé stante, ma tutti erano, comunque, certi della propria ebraicità: si comportavano come Ebrei, partecipavano ai culti del popolo ebraico, praticavano le forme tradizionali della religiosità ebraica e osservavano strettamente l'antica Legge ebraica, discesa da Mosè.
Si trattava, però, anche di una comunità in crescita che, inevitabilmente, in almeno due occasioni, aveva ammesso al suo interno persone che non condividono il background ebraico.
Il primo caso (3) era avvenuto in relazione un importante funzionario eunuco (di cui non conosciamo il nome) responsabile del Tesoro della regina di Etiopia: questi, in viaggio in Palestina, era stato istruito e battezzato da uno dei nuovi Diaconi, diventando, con le parole di Eusebio, "il primo rinato del mondo pagano" (4).
Il secondo "convertito" era stato il centurione romano Cornelio, che era stato ricevuto nella Chiesa direttamente da Pietro (5).
Ovviamente, questi due episodi riportati dal Vangelo dovevano essere solo due esempi di un movimento certamente più ampio ed era logico che tali "inglobamenti" di "esseri impuri", così come l'insistenza dei proto-Cristiani nel predicare la divinità di Gesù, ben presto portassero ad un conflitto aperto con le autorità della Religione ebraica, in particolare i Farisei.
Non a caso per due volte a seguaci di Gesù venne ordinato di desistere dal loro modo di vivere e, al loro rifiuto essi furono condannati a morte: la prima persecuzione, a metà degli anni 30, portò alla lapidazione del Diacono Stefano, la seconda all'esecuzione dell'Apostolo Giacomo il Maggiore intorno all'anno 44 d.C.
Nel frattempo, la giovane Chiesa si era diffusa anche nell'importante metropoli di Antiochia, capitale della provincia romana d'Oriente e fondamentale centro della cultura greca.
Fu proprio ad Antiochia che il nome di "Cristiani" venne dato per la prima volta ai credenti in Cristo e che un numero notevole di persone provenienti da altre Religioni (in particolare Greci, ma anche Ciprioti e Romani) accolse l'insegnamento evangelico.
Insomma, per la prima volta, verso il 42-45 d.C., la Chiesa cominciò ad apparire come qualcosa di più di una delle numerose sette ebraiche: stava diventando "cattolica".
Questo, però, poneva un problema: la grande maggioranza dei Cristiani erano ancora Ebrei e, ad Antiochia così come a Gerusalemme, si consideravano tenuti alla circoncisione, a seguire le antiche leggi alimentari e a mantenere la norma che vietava loro di mangiare con i pagani e, dal momento che l'Eucaristia veniva celebrata in occasione di un pasto, gli Ebrei ritenevano impossibile concelebrarla insieme con i loro nuovi fratelli Gentili.
A questo punto, per l'Apostolo Pietro, ebreo osservante, il dilemma era quello di decidere se un Ebreo avrebbe dovrebbe rifiutarsi di condividere la Comunione con gli ex-pagani, a meno che essi non si fossero sottomessi completamente, all'atto del Battesimo, ai rituali e alle leggi ebraiche, o se tali leggi dovessero essere sorpassate in virtù del comando di Gesù di diffondere la sua Buona Novella a tutte le nazioni.
Se Pietro era da subito apparso propenso per la seconda soluzione, per molti pii Ebrei il Battesimo di non circoncisi era un atto di tradimento verso il Giudaismo e che l'Apostolo alloggiasse e mangiasse con pagani era una cosa scioccante e contraria alla Legge.
La questione doveva essere risolta, soprattutto perché Ebrei e Gentili convertiti erano sottoposti a forti pressioni anche da parte degli estremisti nazionalisti antiromani, che vedevano nella loro comunanza una sorta di tradimento degli ideali liberazione nazionale.
Da ciò nacque la necessità di un incontro dei massimi vertici della nuova Religione a Gerusalemme. La data precisa di tale "summit" è incerta, anche perché dal capitolo XV degli "Atti" non è facilissimo comprendere se si sia trattato di un solo incontro o di due o più riunioni, ma certamente possiamo restringere il campo ad un periodo compreso tra il 48 ed il 52 d.C.
Tutti gli Apostoli più importanti erano presenti: Pietro, Giovanni, Giacomo il Minore, Vescovo della città, Paolo, il grande evangelizzatore dei Gentili. Con essi vi erano tutti i loro più stretti collaboratori e compagni: Barnaba, Silvano, Tito e molti altri ancora.
La materia del contendere, in sostanza, stava tutta in una domanda: i pagani, come sostenevano molti di coloro che provenivano dalle fila dei Farisei (6), dovevano essere circoncisi e sottostare alla Legge mosaica o, come richiesto in particolare da Paolo e Barnaba, ciò non era necessario?
La discussione fu evidentemente piuttosto lunga, ma, alla fine, il "partito dei Gentili" ebbe la meglio, come risulta chiaramente dal primo brevissimo decreto conciliare della storia: "Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi. Abbiamo perciò deciso tutti d'accordo di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, uomini che hanno votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo mandato dunque Giuda e Sila, che vi riferiranno anch'essi queste stesse cose a voce. Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose. State bene."
In realtà, però, nonostante tutto possa apparire a prima vista molto chiaro, il senso ultimo del decreto conciliare (e del concilio stesso) si presta ad alcune riflessioni.
La prima riflessione nasce da una domanda quasi ovvia: in fin dei conti, che senso aveva che venisse convocato un concilio quando era già implicito in tutta l'azione di Cristo che Egli non faceva alcuna distinzione in termini di salvezza tra Ebrei e Gentili?
Le prove erano già numerose: non aveva forse Gesù trattato con la Samaritana? Non aveva "risvegliato" la figlia di un Romano? Perché, dunque, porsi il problema?
Luca stesso presenta l'intera vicenda in una forma chiaramente propensa a dimostrare come l'accettazione dei Gentili fosse quasi scontata, come i sostenitori della circoncisione fossero una minoranza anche all'interno della Chiesa ebraica (si pensi alla calorosa accoglienza riservata dalla Chiesa di Gerusalemme a Paolo e Barnaba) e come, in definitiva, la missione ai Gentili fosse una volontà divina (7) e, quindi, chiunque si opponesse ad essa si opponesse a Dio.
Così, Pietro risulta un accesissimo sostenitore della tendenza "liberale" e, nel sostenere la tesi, arriva, secondo il testo di Luca (8), addirittura ad una affermazione piuttosto sconvolgente se si ricorda che viene pronunciata da un Ebreo osservante: "Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare?".
È mai possibile che Pietro definisca la Legge mosaica "un giogo" e dichiari che essa è insopportabile per lui (che l'ha sempre seguita!) così come lo era per gli Ebrei del passato? Non è, piuttosto, una frase che possiamo attribuire unicamente a Luca, medico greco di Antiochia?
E, ancora, Giacomo, che nella "Lettera ai Galati" risulta di mentalità piuttosto conservatrice (9), qui si rifà addirittura all'autorità del Profeta Amos ("Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide che era caduta; ne riparerò le rovine e la rialzerò, perché anche gli altri uomini cerchino il Signore e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore che fa queste cose da lui conosciute dall'eternità") (10) per indicare che il futuro della Chiesa è proprio nella conversione dei pagani.
È Giacomo che, comunque, mette l'unico paletto: "Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. Mosè infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe" (11).
Per quanto riguarda le quattro "norme di purezza", esse non rappresentano minimamente un problema: si tratta di elementi delle leggi noacite già presenti nel "Levitico".
L'elemento un po' criptico è dato dall'ultima frase: praticamente queste leggi dovrebbero essere osservate perché sono un minimo elemento di continuità con l'Ebraismo, ma il resto può essere trascurato dai pagani perché la Legge mosaica ha comunque chi la segue...
Questo ci porta ad un ulteriore piano di riflessione. Proviamo a trarre le somme.
All'interno del concilio l'accettazione dei pagani risulta da subito un dato di fatto e tutti sembrano piuttosto concordi che gli unici vincoli da imporre loro sono le più "banali" norme morali levitiche: e se, allora, i termini della questione dovessero essere completamente invertiti? Se il problema non fosse l'accettazione dei pagani, quanto piuttosto l'accettazione degli Ebrei osservanti?
In fondo, in quel momento erano loro i nemici più pericolosi per il nascente Cristianesimo e, di conseguenza, non apparirebbe particolarmente strano che le resistenze all'ingresso nella comunità si concentrassero proprio sulla corrente farisaica.
In questa prospettiva, il senso del discorso cambia radicalmente: non abbiamo più una difesa rappresentata da Paolo, Barnaba e Pietro (che, probabilmente, in questa occasione funge, all'interno del testo, da "narratario semiotico" ed espositore delle idee dell'"ex-pagano" Luca) e una accusa, in fondo accomodante e piuttosto debole, rappresentata da Giacomo, ma, piuttosto, l'inverso, con una accusa data da Pietro, che parla di "gioghi" insopportabili della Religione ebraica e una difesa data da Giacomo, che concede che ai pagani possano essere imposti solo elementi che, come si evince piuttosto chiaramente dal testo, essi mettono già in pratica ma che richiede che la Legge non venga cancellata per coloro che desiderano continuare a seguirla.
È qui il nodo della questione: è molto probabile che tutto il brano e, in particolare, il decreto conciliare non debbano essere letti come una concessione ai pagani ma, piuttosto, come una concessione agli Ebrei osservanti e potrebbe non essere un caso che a Paolo e Barnaba, accesi assertori dell'abbandono della Legge mosaica, vengano affiancati Giuda e Sila, evidentemente a difesa della minoranza "legalitaria" (che, sicuramente, almeno Giuda doveva rappresentare, stante il significato del suo soprannome "Barsabba" (12), derivato da "Bar + Shabbat", cioè "figlio del Sabato", inteso come "figlio della Legge torahica").
In definitiva, allora, il decreto non è una legge "stingente" per i pagani (tanto è vero che termina con un blando "Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose"), quanto una statuizione di un dato di fatto già largamente accettato per quanto riguarda sia l'inglobamento dei pagani che, soprattutto, la prosecuzione dell'osservanza della Legge mosaica da parte di un gruppo, sempre più minoritario, di Ebrei osservanti convertiti.
La "linea di mediazione" voluta da Giacomo, però, non poteva essere destinata ad una lunga vita: rispetto all'interezza dell'"ekumene", il nucleo primario ebraico della Fede stava gradualmente ma inesorabilmente diventando quasi insignificante e, con la diffusione del Cristianesimo in tutto il mondo occidentale conosciuto, la "corrente" vincente non poteva che essere quella paolina di abbandono delle radici giudaiche della predicazione di Gesù in vista della creazione di una Religione non solo autonoma ma anche capace di penetrare facilmente, tramite abili rimaneggiamenti (o, quantomeno, focalizzazioni e tagli disegnati "ad hoc"), nel mondo romano.
Non è indubbiamente casuale che l'ottica dei Vangeli (tutti, ma in particolare quelli di Marco e Luca, riconducibili filologicamente al pensiero di Paolo (13)) diventi, così, piuttosto radicalmente anti-giudaica e, soprattutto, anti-farisaica e che la "presa di distanza" tra Religione mosaica e nuova Religione cristiana finisca per diventare un fossato incolmabile (che porterà, qualche secolo più tardi, addirittura all'accusa di "deicidio" contro gli Ebrei e a tutte le conseguenze nefaste da essa derivanti).
Dunque, in questo quadro storico, cosa accadde alla "minoranza", a quel gruppo di proto-Cristiani che, pur nella conversione alla predicazione di Cristo, decise di rimanere fedele alla tradizione giudaica?
La risposta a questo quesito va ricercata nello sviluppo di una delle prime (se non la prima) Chiesa distaccatasi dal nucleo primario cristiano: la Chiesa Ebionita.
Parlare oggi degli Ebioniti è impresa certamente non facile: secoli di discredito e, soprattutto, di "damnatio memoriae" rendono questa "frangia" cattolica (sempre definita, per molti versi ingiustamente, "setta" in ambito storiografico cristiano) piuttosto misteriosa.
Già sullo sviluppo del loro nome non esiste un accordo universale.
Tralasciando l'ipotesi, piuttosto screditata, dell'esistenza storica di un fondatore chiamato Ebion, riportata da Tertulliano, Epifanio e Ippolito (14) e ripresa a metà degli anni '60 da Adolf Hilgenfeld su basi a dir poco discutibili (15), certamente il termine "Ebioniti" nasce da una traslitterazione dell'ebraico "evionim", "poveri", ma sulle ragioni di tale definizione esistono diverse interpretazioni:
  • Origene ed Eusebio (16) ritengono, ovviamente con una posizione ideologica e oggi insostenibile, che il nome derivi dalla limitatezza della intelligenza degli Ebioniti e dalla "povertà" della loro interpretazione;
  • da parte di alcuni studiosi moderni (17) si è ipotizzato che si tratti di una "autodenominazione" da parte di credenti che ritenevano di seguire alla lettera la "povertà di spirito" richiesta nelle Beatitudini;
  • infine, e probabilmente si tratta dell'interpretazione più corretta, sulla base del "Commentarius in Epistula ad Galatas" (18), è possibile ritenere che tale termine stesse inizialmente ad indicare tutti i Cristiani osservanti la Legge mosaica, che notoriamente vivevano in estrema povertà (anche volontaria) e di cui fa menzione Giustino di Nablus nel "Dialogo con Trifone" (19).
È fortemente possibile che, in qualche modo, nei primi anni, sulla base proprio del decreto del concilio di Gerusalemme, una convivenza tra Cristiani ed Ebioniti e qualche forma di contatto tra i sue gruppi fosse accettabile, ma, naturalmente, proprio con lo sviluppo della dottrina paolina, si assistette piuttosto rapidamente ad una radicalizzazione ideologica da parte di entrambe le correnti, che inevitabilmente si divisero nettamente anche sul piano dogmatico.
Nel quadro del messianesimo ebraico, infatti, gli Ebioniti attendevano una specie di rivoluzione sociale capace di innalzare il povero al di sopra del ricco (20), consideravano Gesù un uomo perfetto ma pur sempre un uomo, figlio carnale di Maria e Giuseppe, divenuto profeta e "cristo" (il prescelto Messia) all'atto del Battesimo. In quanto Messia, Egli sarebbe ritornato come re per instaurare sulla terra un regno millenario di pace e giustizia che avrebbe governato con l'aiuto dagli Eletti di Israele (21), anch'essi divenuti Messia grazie all'adempimento della Torah.
Sempre sulla scia della tradizione ebraica, inoltre, gli Ebioniti aborrivano qualunque concezione trinitaria della Divinità, affermando l'assoluta unità di Dio, così come aborrivano Paolo, considerato un apostata per le sue posizioni rispetto all'osservanza della Legge da parte dei pagani convertiti (22) e per la sua predicazione di una dottrina diversa da quella originaria.
Proprio in funzione anti-paolina, infine, gli Ebioniti rifiutavano i Vangeli canonici: Ireneo riteneva che utilizzassero solo il "Vangelo secondo Matteo" (23), ma Eusebio corresse questo dato parlando di un "Vangelo degli Ebrei" (24) (noto anche a Origene (25) e a Clemente Alessandrino (26)), che forse era una versione aramaica modificata dell'originale di Matteo scritta in ebraico (che, sulla base di riferimenti di Epifanio (27), potrebbe essere identificabile con il "Vangelo dei Dodici").
È possibile che, originariamente, la loro figura di riferimento della comunità fosse Giacomo il Minore, fratello carnale di Gesù (28), ma, alla sua morte, attaccati su due fronti (dai nazionalisti ebrei da un lato e dai Cristiani paolini dall'altro), gli Ebioniti si allontanarono dalla Giudea, disperdendosi in particolare verso Oriente.
Renan scrive che, alla fine del II secolo, "gli Ebioniti sono rimasti estranei alla vita delle altre chiese, sono dichiarati eretici e per spiegare il loro nome si inventa un preteso eresiarca di nome Ebion" (29): il loro isolamento è certo, sebbene Eusebio di Cesarea riferisca (30) un curioso episodio su alcuni discendenti di Cristo ("Desposyni", cioè "gente del Maestro") che furono a capo di diverse Chiese basandosi su di una rigida successione dinastica (e, in questo senso, potrebbero essere stati Ebioniti discendenti da Giacomo il Minore) e che, nel 318, mandarono una delegazione ad incontrare Papa Silvestro nel Palazzo Laterano per chiedergli di revocare le nomine dei Vescovi di Gerusalemme, Antiochia, Efeso ed Alessandria e affidarle a membri del loro gruppo, discendente dalla legittima Chiesa Madre di Gerusalemme (ovviamente, comunque, le loro richieste furono respinte con la motivazione che ormai la Chiesa Madre era quella di Roma, la sola ad avere l'autorità di nominare Vescovi).
Nel frattempo, alcuni settori (probabilmente minoritari) della Chiesa ebionita erano entrati in contatto con il pensiero gnostico, abbracciandolo (seppur in una forma molto rimaneggiata (31)): frutto di tale unione furono una serie di scritti, tra i quali spiccano un "Insegnamento di Pietro" ("Periodoi Petrou") e un "Atti degli Apostoli" di cui fa parte un'"Ascesa di Giacomo" ("Anabathmoi Iakobou"), che non fecero altro che allargare il fossato ormai esistente con il Cristianesimo ufficiale.
Di fatto, comunque, l'Ebionitismo riuscì a mantenere un certo grado d'influenza in Siria e Persia (influenzando il successivo Nestorianesimo) fino al IV secolo e lo storico musulmano Muhammad al-Shahrastani, ancora nel XII secolo, menziona Ebrei che vivevano presso Medina e in Hijaz e che, molto probabilmente risultano le ultime isolatissime propaggini del movimento ebionita: essi, infatti, accettavano Gesù come una figura profetica e seguivano il Giudaismo tradizionale, respingendo il grosso delle credenze cristiane (32) (evidentemente finendo per influenzare notevolmente la visione islamica del Cristo).
La parabola degli Ebioniti, dunque, si direbbe conclusa da tempo, forse disciolta nella Religione mussulmana, ma, per uno strano scherzo della storia, per alcuni versi i temi ebioniti sembrano essere risorti con lo sviluppo del cosiddetto "Ebraismo Messianico", nato nell''800 come costola di alcune Chiese Evangeliche Pentecostali inglesi e americane e oggi in netta diffusione persino in Israele (si parla di un numero di fedeli compresi tra i 9.000 e i 12.000) nonostante sia duramente osteggiato dagli Ebrei osservanti.
Ovviamente, non si tratta di una filiazione diretta, ma per comprendere la comunanza di pensiero tra Ebrei messianici ed Ebioniti, basti pensare che, fondamentalmente, nella sua versione più diffusa (nata dalla riforma di Martin Chernoff del 1970) il Messianismo si ritiene completamente in linea con il Cristianesimo per la credenza che Gesù (Yeshua) sia il Verbo incarnato e che alcune frange tendono a rifiutare la visione trinitaria (sebbene siano escluse dal movimento ufficiale), ma, allo stesso tempo, tutti rispettano integralmente la Legge mosaica.
In sostanza, per questi Ebrei (tali si considerano, sebbene non siano riconosciuti come tali dalle altre comunità), il tanto atteso Messia è venuto già nella persona di Yeshua (Gesù), che ha "completato" il Giudaismo, non abolendo la Legge ma dando ad essa una valenza nuova, meno formale e più profonda, pur in una linea di continuità assoluta che, sempre secondo gli appartenenti a questa Chiesa, è stata tracciata già dalle profezie messianiche veterotestamentarie. In questo quadro, quello ebraico rimane il "Popolo eletto" (che, però, può inglobare chiunque si converta al "Vero Messia"), così come la "grecizzazione" delle Scritture e del pensiero cristiano vengono vista come una deformazione del nucleo di Fede originario (33).
Il parallelismo con l'Ebionitismo non potrebbe essere più evidente.
Forse, semplicemente, all'interno del grande universo cristiano, nessuna linea di pensiero è destinata a morire mai completamente.

Note:
1. Giovanni 17,20-24.
2. Sebbene alcuni, per motivi essenzialmente tecnici (in particolare la mancanza di ecumenicità), neghino che si possa parlare di un vero e proprio concilio. Cfr, ad esempio, F.F. Bruce, "The Church: A Symposium", Pickering & Inglis Ltd. 1949, pp. 219-220.
3. Atti 8,27 ss.
4. Eusebio, "Storia Ecclesiastica", 3,26.
5. Atti 10,22 ss.
6. Atti 15,5.
7. Vedi: Atti 14,27 e 15,4.
8. Atti 14,10.
9. Gal. 2.
10. Amos 9,12.
11. Atti 15,19-21.
12. Atti 15,22.
13. Cfr. D. Flusser, "Judaism and the Origins of Christianity", Magnes Press 1996, passim; R. Helms, "Who wrote the Gospels?", Millenium Press 1997, passim.
14. Rispettivamente nel "De Praescriptione", XXXIII e nel "De Carne Christi", XIV-18; nel "Panarion Adversus Omnes Haereres", XXX; nel perduto "Syntagma" citato in Pseudo-Tertulliano, "Adversus Haereses", III.
15. Basandosi su Scritti di Girolamo evidentemente spuri. Cfr. A.Hilgenfeld, "Judentum und Judenchristentum", Adamant Media Corporation 1966, rist. 2002.
16. Rispettivamente nel "De Principii", IV e nella "Historia Ecclesistica", III.
17. Ad esempio: C. Klustewitz, "The Original Church", Abdington 1996, pp. 109-122.
18. Anon, "Commentarius in Epistula ad Galatas", III,14.
19. Cfr. Giustino di Nablus, "Dialogo con Trifone", XLVII in cui si parla di due sette di ebrei cristiani allontanatesi dalla Chiesa: coloro che consideravano la legge mosaica un obbligo universale, considerati eretici, e coloro osservavano la legge mosaica per se stessi, ma non ne richiedevano il rispetto da parte degli altri, parzialmente in comunione con alcune comunità cristiane.
20. G.R.S. Mead, "Gnosticismo e Cristianesimo delle Origini", F.lli Melita 1988, pp. 146 ss.
21. Ivi.
22. U. Delle Donne, "La Torre di Argilla", Filadelfia Editrice 2001, pp. 86 ss.
23. Ireneo, "Adversus Haereses", III, 3.
24. Eusebio, "Historia Ecclesistica", IV, XXII, 8.
25. Cfr. Girolamo, "De Viribus Illustribus", II.
26. Clemente Alessandrino, "Stromateis", II, IX, 45.
27. Epifanio, "Adversus Haereses", XXIX, 9.
28. R. Eisenmann, "Giacomo, il Fratello di Gesù", Piemme 2008, passim.
29. A. Renan, "Vita di Gesù", Newton Compton 1863-1994, p. 237.
30. Eusebio, "Historia Ecclesistica", IV, XXIII.
31. Essi rifiutavano nella maniera più assoluta qualsiasi distinzione tra il Demiurgo Geova ed il Dio Supremo e, in linea generale, il loro insegnamento consisteva nell'idea che la materia fosse eterna emanazione della Divinità e costituisse il corpo di Dio, cosicché la Creazione sarebbe stata solo la trasformazione della materia preesistente: Dio "creò" l'universo per mezzo della Sua sapienza, come la "mano demiurgica" (cheir demiourgousa) che produce il mondo. Ma questo Logos, o Sophia non costituiva una diversa Persona come nella teologia cristiana. Sophia produsse il mondo tramite una successiva evoluzione di sizigie, in cui la femminile precedeva sempre la maschile, per poi esserne, infine, superata. Questo universo, inoltre, era diviso in due regni, quello del bene e quello del male. Il Figlio di Dio dominava sul regno del bene, ed a lui era destinato il mondo a venire, ma il principe del male era il principe di questo mondo. Il Figlio di Dio era il Cristo, un essere a metà fra Dio e la creazione, non una creatura, ma né uguale né comparabile con il Padre (autogenneto ou sygkrinetai). Adamo fu il portatore della prima rivelazione, Mosè della seconda, Cristo della terza, quella perfetta. L'uomo si sarebbe salvato grazie alla conoscenza (gnosi), credendo in Dio, il Maestro, e venendo battezzato per la remissione dei peccati: in questo modo avrebbe ricevuto la necessaria conoscenza e la forza per osservare tutti i precetti della legge. Cristo sarebbe tornato per trionfare sull'Anticristo e la luce avrebbe disperso le tenebre. Cfr. M.Watkins.
32. Al-Shahrastani, "Mafatih al-Asrar wa-Masabih al-Abrar", I, 3.
33. Sull'Ebraismo Messianico si consiglia la lettura dei seguenti testi con ottiche profondamente differenti: D.H. Stern, "Messianic Judaism: A Modern Movement With an Ancient Past", Messianic Jewish Resources International 2007, passim e C. Welker, "Should Christians be Torah Observant? ", Netzari Press 2007, passim.

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