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NEL NOME DEL PADRE: IL SEGNO DELLA CROCE NELLA TRADIZIONE CRISTIANA
di Lawrence Sudbury
per Edicolaweb


È a dir poco strano come buona parte degli oltre due miliardi di Cristiani siano abituati a ripetere gesti e formule consuete senza pensare al profondo significato sia teologico che storico che stanno esprimendo nel compiere tali azioni.

 
Di fatto, però, con oltre due millenni di rielaborazione liturgico-ecclesiastica alla spalle, praticamente ogni atto, persino ogni movimento della Tradizione cristiana porta su di sé il marchio di un retaggio antichissimo e di una intensa analisi che trova il suo fondamento ultimo nei documenti dei Padri della Chiesa.
Probabilmente l'esempio più paradigmatico in questo senso è dato da un gesto che tutti conosciamo: il Segno della Croce, quell'atto semplicissimo che ci viene insegnato fin da bambini e che ripetiamo ogni volta che preghiamo, entriamo in Chiesa o, in alcune aree, addirittura come gesto quasi scaramantico, accompagnandolo dalla "Formula Trinitaria" e senza mai porci domande sulla sua origine e sul suo vero significato.
La prima distinzione da fare riguardo a questo gesto così comune è tra quello che viene definito "Piccolo Segno" e quello che, invece, risponde al nome di "Grande Segno": il "Piccolo Segno" è semplicemente dato dal tracciamento della Croce sulla fronte propria o altrui, mentre il "Grande Segno" è quello che generalmente chiamiamo "Segno della Croce".
Storicamente il primo precede il secondo di molti secoli. Per quanto lo possiamo trovare strano e persino paradossale, l'atto di segnarsi e, soprattutto, di segnare gli altri risale addirittura a sei secoli prima di Cristo. In realtà, questo primo segno non era una croce, ma una "Taw" ebraica (), poi forse trasposta, nel periodo dell'ellenizzazione, in una "Tau" greca (T); e troviamo traccia di tale usanza, ad esempio, nel "Libro di Ezechiele", laddove leggiamo: "Il Signore gli disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono." (1)
La Taw, infatti, essendo l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico, rappresentava, anche nel numero ghematriaco ad essa associato, il 400, il simbolo del compimento, della perfezione e della finalità ultima, tutti concetti che si univano perfettamente all'idea ebraica di Dio: la Taw era, quindi, il "segno del Signore", una sorta di benedizione e di memoria della Sua presenza.
Se teniamo conto della traslitterazione greca e consideriamo come la Tau, soprattutto nella sua forma maiuscola (T), sia prossima per forma alla croce, possiamo facilmente comprendere come, nell'immaginario proto-cristiano, il "segno sulla fronte" di Ezechiele possa essere stato visto come una prefigurazione profetica del sacrificio di Cristo e possa essere stato adottato come simbolo distintivo dei Suoi seguaci.
A dire il vero, all'interno del Corpus evangelico non troviamo nulla in questo senso, a meno di non voler interpretare, come fanno alcuni (2), in questo senso alcuni passi dell'Apocalisse e, in particolare:
  • "Non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato sulla fronte, con il sigillo, i servi del nostro Dio" (3);
  • "E fu detto loro di non danneggiare né erba né arbusti né alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte" (4);
  • "Poi guardai ed ecco l'Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo" (5).
Se questo riferimento è già dubbio (e comunque già tardo rispetto ai "primi decenni"), assolutamente fantasioso è ogni altro richiamo patristico a "Piccoli Segni" dovuto, a interpretazioni post-tridentine quali quelle rinvenibili, ad esempio, nel "Catechismo" dell'Abate di Hautrieve: "Niceforo scrive che S. Giovanni Evangelista fece su di sé il segno della croce, prima di morire [...] Ildiano dice che S. Paolo utilizzò lo stesso segno per ridare la vista a un cieco [...] Molti affermano anche che Nostro Signore stesso abbia insegnato questo segno agli Apostoli, e che lo abbia usato per benedirli il giorno della sua Ascensione" (6).
Nonostante questa carenza di attestazioni letterali è, comunque, assodato che l'utilizzo del segno si diffondesse piuttosto rapidamente nelle proto comunità.
Già intorno al 200 d.C. Tertuliano scrive: "Noi Cristiani si segniamo la fronte con la croce" e "Se ci mettiamo in cammino, se usciamo od entriamo, se ci vestiamo, se ci laviamo o andiamo a mensa, a letto, se ci poniamo a sedere, in queste e in tutte le nostre azioni ci segniamo la fronte col segno di croce" (7).
Di poco successiva è l'abitudine di "segnare la Croce" su oggetti - ancora Tertulliano parla di una donna cristiana che segna il suo letto ("lectulum signas cum tuum") prima di ritirarsi a riposare (8) - e di segnarsi anche sulle labbra (9) e sul cuore (10).
Epifanio (11) e Sozomeno (12), infine, un paio di secoli dopo spiegano che se l'oggetto da benedire o il male da scongiurare sono lontani, è possibile tracciare il Segno della Croce in aria in direzione dell'"obiettivo".
Ancora oggi, rimangono molte "memorie" dell'uso comune all'interno della Chiesa del "Piccolo Segno": il gesto di Cresima o di Estrema Unzione altro non sono che eredità dello sviluppo storico del tracciamento del Taw, mentre il "Triplice Segno" su fronte, bocca e cuore (con il significato di "sia la Parola di Dio nella mia mente, sulle mie labbra e nel mio cuore") è rinvenibile nella Messa, durante la Liturgia della Parola e il "segno in aria" è divenuta la benedizione ecclesiastica, che, per altro, comporta un rituale ben specifico (in Oriente si benedice di preferenza con la Croce in mano, mentre in Occidente un Sacerdote può benedire con una sola mano mentre un Vescovo con entrambe contemporaneamente) e, come troppo pochi sanno, canonicamente non può essere tracciato da un laico.
Tutto questo porta, nel tempo e non prima del IV secolo, allo sviluppo di una croce più grande fatta su tutto il corpo, il "Grande Segno".
Forse il primo esempio che può essere citato ci viene da una "Vita di Santa Nino", Patrona della Georgia, di fine IV secolo un cui troviamo: "Santa Nino cominciò a pregare e supplicare Dio per lungo tempo. Poi prese la sua croce (di legno) e con essa toccò la testa della regina, i piedi e le spalle, facendo il segno della croce e subito la regina guarì" (13), ma è molto probabile che l'uso non si diffondesse fino almeno alla fine del secolo successivo, forse in relazione alla problematica monofisita.
È a questo punto, necessario aprire una breve parentesi per comprendere che cosa accadde in relazione al monofisismo.
A metà del 400, un Archimandrita di Costantinopoli, Eutiche, in contrapposizione alla teoria cristologica di Nestorio, che affermava la presenza di due Persone distinte (l'una divina e l'altra umana) in Cristo, proclamò che prima dell'Incarnazione in Cristo vi erano due Nature, ma che, all'atto della Sua nascita, tali Nature si erano fusa in una sola, con la Divinità che aveva accolto l'Umanità "come il mare accoglie una goccia d'acqua".
Al II Concilio di Efeso (449 d.C.), l'insegnamento di Eutiche venne dichiarato ortodosso, sebbene Papa Leone I avesse espresso, in una lettera nota come "Tomus ad Flavianum", la propria posizione contraria al monofisismo: dopo la decisione conciliare, egli dichiarò nullo il Concilio ma l'imperatore Teodosio II lo ritenne valido.
Alla morte dell'imperatore, il trono passò a suo cognato Marciano, la cui moglie, Pulcheria, rifiutò le conclusioni del Secondo Concilio di Efeso e convocò il Concilio di Calcedonia, nel 451, nel quale il monofisismo venne condannato.
Ora, un segno distintivo cristiano compiuto con un solo dito, il pollice, sapeva troppo di espressione di "una sola natura" per essere accettabile dopo quanto era accaduto e si decise, dunque, che il tracciamento del segno avvenisse con due dita (per le due Nature di Cristo). Fisiologicamente, il passaggio dal segnarsi con il solo pollice al segnarsi con indice e medio implicava un gesto più ampio che, col tempo, si fece sempre più vasto, fino ad arrivare al "Segno della Croce" che noi conosciamo.
Il nuovo gesto si diffuse e prese una connotazione teologica, sebbene le interpretazioni varino molto in questo senso: in quella più diffusa, la fronte simboleggia il cielo, lo stomaco la terra, le spalle il segno del potere, ma secondo un'altra visione piuttosto comune, la mano sulla fronte può essere vista come una preghiera al Padre per la saggezza, la mano sullo stomaco come una preghiera al Figlio che si è incarnato e la mano alle spalle come una preghiera allo Spirito Santo che aleggia nel creato (14).
Per trovare una statuizione canonica del "Grande Segno", comunque, dobbiamo aspettare a lungo. Solo nel IX secolo, Papa Leone IV prescrive ai Sacerdoti di benedire il Sacro Calice "con una Croce verso destra [...] ma con due dita distese e il pollice nascosto al loro interno, così da simboleggiare la Trinità" (15).
Certamente, questa prescrizione contribuì alla "fissazione" definitiva del "Grande Segno" come elemento connotativo dei Cristiani, ma è fondamentale notare il cambiamento di prospettiva: se le due dita indicavano la duplice natura di Cristo, ora esse, con il pollice nascosto, vengono ad identificare la Trinità. Era ovvio che, con il tempo, il gesto si semplificasse, con il passaggio al suo tracciamento con tre dita aperte, pollice, indice e medio o indice, medio e anulare. Addirittura, nei Paesi slavi si giustificò tale passaggio insegnando ai Sacerdoti in atto di benedizione a tenere il medio arcuato nel tracciare la Croce, così da simboleggiare, oltre alla Trinità, le lettere cirilliche I (l'indice), X (pollice e indice) e C (medio) di "IESOUS CHRISTOS SOTER" (Gesù Cristo Salvatore) (16).
Proprio in quanto simbolo distintivo dei Cristiani, il "Grande Segno" cominciò a subire variazioni ad ogni Scisma:
  • già da Calcedonia i Monofisiti Copti preferirono sviluppare il Segno della Croce utilizzando solo l'indice (un solo dito per una sola Natura);
  • gran parte dei Cristiani Orientali mantennero il segno fatto con indice e medio alzati e le altre tre dita ripiegate, ad indicare contemporaneamente la duplicità della natura di Cristo (dita aperte) e la Trinità (dita ripiegate). Quando, però, nel XVII secolo il Patriarca russo Nikon decise di riformare il culto, impose che il "Grande Segno" venisse effettuato unendo pollice, indice e medio, ad indicare che la Trinità non ledeva il monoteismo. Ciò provocò, insieme a molte altre variazioni, lo Scisma degli "Antichi Cristiani Russi", che mantennero il segno come prima (venendo perseguitati per questo);
  • dopo il Grande Scisma dell'XI secolo tra Cattolici e Ortodossi, infine, i Cattolici, per differenziarsi, stabilirono che il "Grande Segno" dovesse essere effettuato con le cinque dita aperte, a simboleggiare le Cinque Piaghe di Cristo (17).
Anche il "verso" del Grande Segno si differenziò, sebbene se non ne sia ben chiara la ragione.
Quasi certamente, inizialmente tutti toccavano prima la spalla sinistra e poi la destra (come gli Ortodossi continuano a fare tuttora). L'idea era che, visto che il Prete, guardando i parrocchiani, benedice da sinistra a destra, i parrocchiani, "mettendo il segno di croce" su di sé (cioè imponendosi la croce di Cristo), dovessero farlo da destra a sinistra. Inoltre, dal momento che "il Signore separerà le pecore dai capri, mettendo le pecore fedeli sul fianco destro e i capri a sinistra", la Chiesa ha sempre considerato il lato destro come il lato preferito e quindi appariva normale che alla parola "Spirito" corrispondesse la spalla destra. Intorno al XV secolo, forse proprio per differenziarsi dagli Ortodossi, i Cattolici (ma anche gli Ortodossi Orientali) cominciarono a cambiare verso e questa è, probabilmente, la ragione del differente ordine nel segnarsi tra le diverse Confessioni (18).
Anche l'uso liturgico del "Segno della Croce, infine, è variato molto nel tempo.
È noto che, durante la Messa cattolica romana, il segno è richiesto in alcuni punti: i laici si segnano durante il saluto introduttivo del Servizio, prima della lettura del Vangelo e alla benedizione finale (più, opzionalmente, in altri momenti come all'atto della conclusione del Rito Penitenziale, immediatamente dopo aver ricevuto la Comunione, e al momento di concludere la preghiera privata dopo la Comunione), mentre il Celebrante benedice il lettore, i fedeli al termine della Celebrazione e fa anche il segno sul pane e sul vino prima delle "Parole dell'Istituzione". Ebbene, nella Messa Tridentina il Sacerdote doveva segnare il pane e del vino 25 volte durante la Messa, dieci volte prima e quindici volte dopo la consacrazione, mentre, dall'introduzione della "Messa di Paolo VI", il segno viene fatto solo prima della Consacrazione. Se, però, il Celebrante è un Vescovo, al momento di qualunque benedizione deve segnare i fedeli tre volte di seguito, a ricordo della Trinità.
Nella Tradizione Orientale, sia Celebrante che fedeli fanno il Segno della Croce molto più frequentemente che nel Cristianesimo occidentale: è consuetudine in alcune Tradizioni orientali segnarsi ad ogni petizione di una Litania e ad ogni momento particolarmente sacrale delle Funzioni, oltre che ad ogni ostensione iconica.
Assolutamente il contrario, invece, avviene in molte Tradizioni protestanti, in particolare evangeliche, che rifiutano "in toto" il Segno della Croce. Ciò rientra nell'idea di non dare alcun culto particolare alla Croce, vista come strumento della morte di Cristo, contrapposto alla Sua Resurrezione (è la stessa ragione per cui molte Chiese Evangeliche ostentano solo la croce vuota, appunto ad intendere la Resurrezione e non la morte di Gesù). Inoltre, il rifiuto del Segno rientra in un tratto voluto per distinguersi dal Cattolicesimo, che, però, non ha mai incluso i Luterani e gli Anglicani (fatti salvi alcuni fedeli della Chiesa Bassa) (19).

Note:
1. Ezechiele 9,4.
2. H. Thurston, "Sign of the Cross", in "The Catholic Encyclopedia", Robert Appleton Company 1912.
3. Apocalisse 7,3.
4. Apocalisse 9,4.
5. Apocalisse 14,1.
6. Abate di Hautrieve, "Cathechismus", IX. 625, Linden 1725.
7. Tertulliano, "De Corona", III - 2-80.
8. Tertulliano, "Ad Uxores", II, 5.
9. Girolamo, "Epitaph. Paulae".
10. Prudenzio, "Cathem", VI, 129.
11. Epifanio, "Adversus Heres", XXX, 12.
12. Sozomeno, "Historia Ecclesiastica", VII.
13. AA.VV., "Studia Biblica", V, 32.
14. R. Kirheaddrik, "The Symbols of the Church", Ruster 1983, pp. 621-622.
15. V. Georgi, "Liturg. Rom. Pont. ", III, 37.
16. Thurston, Citato.
17. R. Kirheaddrik, Citato, passim.
18. A. Lebev, "The Meaning of the Sign of the Cross", Holburn 1993, pp. 186 ss.
19. Ivi.

lsudbury@gmail.com

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