
VIAGGIATORI DEL SACRO...

ESCHATON: TRA SCIENZA E POLITICA
di Lawrence Sudbury per Edicolaweb

Se da millenni le religioni si sono interrogate sulle sorti ultime dell'umanità, se da sempre, in buona o cattiva fede che fossero, centinaia di "profeti" hanno annunciato la fine del mondo, in entrambi i casi, esplicando in forme differenti uno dei nuclei più profondi dell'inconscio umano, le domande relative all'eschaton non sono state appannaggio esclusivo di sistemi di pensiero umanistici e, in fin dai conti, profondamente soggettivi.

Anche la scienza, in particolare la fisica, ha lungamente investigato sulla possibilità teoriche della fine dell'universo, con un approccio completamente differente, quasi per definizione "oggettivo", che, comunque, per molto tempo, ha potuto fornire unicamente risposte molto vaghe e, certamente, ancora ammantate di un certo grado di soggettività quasi magistica.
Solo dal 1916, le possibilità di una esplorazione realmente scientifica del destino dell'esistente sono state rese possibili dalla scoperta da parte di Albert Einstein della "Teoria Generale della Relatività", che può essere utilizzata per una descrizione su larga scala del nostro universo.
Dal momento che l'equazione della "Relatività Generale" si presta a numerose possibili soluzioni, ciascuna implicante una diversa possibilità escatologica, sin dal 1922 Alexander Friedman propose un certo numero di varianti possibili per la "fine dei tempi", molte delle quali partivano dall'idea che il tutto fosse stato generato dalla esplosione di un singolo nucleo coeso. Solo nel 1931, anche a partire dalle prove derivate dalle osservazioni di Edwin Hubble sulle stelle variabili cefeidi di galassie lontane, Georges-Henri Lemaître sviluppò una teoria completa su tale esplosione, da quel momento in poi definita "Big Bang".
Nel 1948, però, Fred Hoyle sviluppò una sua teoria "continua", secondo la quale l'universo si espande in continuazione, pur rimanendo statisticamente immutato grazie alla incessante produzione di nuova materia.
Queste due teorie continuarono a contrapporsi fino al 1965, quando la scoperta da parte di Arno Penzias e Robert Wilson dello sfondo di radiazioni cosmiche a microonde non fece pendere decisamente l'ago della bilancia verso l'ipotesi del "Big Bang" (che forniva per le radiazioni una spiegazione impossibile alla "teoria continua") (1).
Di fatto, quando Einstein aveva formulato l'equazione generale della relatività, egli, come tutti i suoi contemporanei, credeva in un universo statico ma, quando si rese conto che tale equazione poteva facilmente essere risolta pensando ad un universo in espansione e con la possibilità, in un lontano futuro, di ricontrarsi, decise di aggiungere ai suoi calcoli quella che definì "costante cosmologica", essenzialmente una densità di energia costante, non toccata da alcuna possibilità di espansione o contrazione, il cui ruolo fosse quello di controbilanciare l'effetto gravitazionale sull'universo cosicché esso rimanesse essenzialmente statico. Cosa che, dopo le scoperte di Hubble, egli stesso definirà "la più grande cantonata della mia vita" (2).
All'interno della Teoria Generale, in relazione a destino dell'universo, un parametro di estrema importanza è quello Omega (W) relativo alla densità, definito come "densità media dell'universo, diviso per un valore critico di tale densità": a seconda che W sia = 1, <1 o >1 si avranno, infatti, tre geometrie dell'universo completamente diverse, rispettivamente chiamate "dell'universo piatto", "dell'universo aperto" e "dell'universo chiuso", e, qualora il contenuto primario dell'universo fosse materia inerte, tali differenti assetti condurrebbero a destini completamente diversi. Da qui, la necessità, per gli scienziati di determinare il valore di W per comprendere se il cosmo sia in accelerazione e decelerazione.
A partire dal 1998, comunque, l'osservazione delle supernove ha portato ad ipotizzare la presenza di una "energia oscura", una forza repulsiva, la cui densità sarebbe variabile a seconda dell'accelerazione espansiva dell'universo e a calcolare che, al momento, 7,5 miliardi di anni dopo il Big Bang, si stia vivendo una fase espansiva universale coerente con la teoria dell'universo aperto.
Di fatto, quali sarebbero gli scenari possibili all'interno delle tre geometrie legate ad W?
Se l'universo fosse chiuso, esso apparirebbe, in qualche modo, come la superficie di una sfera, senza linee gravitazionali parallele, ma con tutte le linee che si intersecherebbero in un punto, dando forma ad un cosmo che, a grandi linee, potremmo definire ellittico. Se così fosse e venisse a mancare l'effetto repulsivo della "energia oscura", la gravità porterebbe ad un possibile blocco dell'espansione e all'inizio di una progressiva contrazione il cui esito sarebbe il collasso dell'universo in un punto (il cosiddetto "Big Crunch", opposto al "Big Bang"), ma, qualora la quantità di "energia oscura" fosse sufficiente, l'espansione potrebbe proseguire in eterno anche in una configurazione di W > 1.
Nel caso di un "Big Crunch" dovuto alla contrazione estrema della materia, il risultato finale non è conoscibile ma si può ipotizzare l'unione di tutto l'esistente e dello spazio-tempo in un solo nucleo senza dimensione.
Tenendo conto dell'ipotesi diffusa che un "Big Cruch" sia stato alla base del "Big Bang", potremmo, conseguentemente, ipotizzare una specie di universo oscillante tra contrazione ed espansione, sebbene ciò contraddirebbe il "II Principio della Termodinamica", dal momento che le fasi oscillatorie produrrebbero entropia e causerebbero la cosiddetta "morte del calore", di cui si parlerà in seguito, cosa che, conseguentemente, disvalora l'intero modello chiuso.
Se l'universo fosse aperto, esso risulterebbe curvato negativamente come la superficie di una sella, con le linee gravitazionali che, pur non essendo mai equidistanti, non si incontrerebbero mai e con una forma geometrica di tipo iperbolico. Un universo di questo tipo, pur in mancanza di "forza oscura", si espanderebbe per sempre, con la forza di gravità che, al massimo, potrebbe decelerare tal espansione, mentre in presenza di "forza oscura" tale espansione accelererebbe progressivamente.
All'interno di questo modello, il destino ultimo dell'universo, nel caso l'accelerazione causata dall'energia oscura diventasse così forte da coprire gli effetti gravitazionali e elettromagnetici e da indebolire le forze aggregative, potrebbe presentarsi come la morte del calore, il "Grande Gelo" o il "Grande Strappo".
Nello scenario del "Grande Gelo", la continua espansione porterebbe ad una dispersione del calore tale da portare ad un universo troppo freddo per la sopravvivenza di qualsiasi elemento e, appare, all'oggi, essere la teoria più diffusa all'interno della comunità scientifica.
Correlato a tale scenario, vi è quello della "morte del calore", tale per cui l'universo, arrivando ad un livello estremo di entropia, possibile solo alla minima temperatura, avrebbe la materia distribuita in modo tanto regolare da eliminare ogni gradiente, necessario per qualunque processo informativo, inclusa la vita.
Ponendo una sempre maggiore densità della "energia oscura", avremmo, invece, una sempre maggior accelerazione, un aumento indefinite della costante di Hubble e, quindi, il "Grande Strappo", con tutti gli elementi materiali dell'universo, a partire dalle galassie per giungere fino alla più infinitesimale molecola, che si disintegrerebbero in particelle elementari libere che si respingerebbero e in radiazioni.
Infine, nel caso in cui W = 1, vivremmo in un universo piatto come un piano euclideo, con le linee di forza continuamente parallele e sempre alla stessa distanza tra loro. In assenza di "energia oscura" un tale universo si espanderebbe per sempre ad una velocità progressivamente sempre inferiore ma a ritmo costante, mentre, in presenza della "energia oscura" il ritmo espansivo, pur leggermente frenato dalla gravità, continuerebbe a crescere: in entrambi i casi, il destino dell'universo piatto sarebbe il medesimo dell'universo aperto (3).
Dal 2005, esiste una ulteriore teoria sulla "fine dell'universo", basata sulla possibilità che esso possa essere progressivamente occupato dal condensato di Bose-Einstein e dalla quasi-particola fermionica, probabilmente risultando in una implosione, ma tale teoria non sembra avere raggiunto un consenso scientifico significativo (4).
Ciò che conta per il nostro assunto è che in qualunque dei quadri delineati, i tempi di realizzazione per le condizioni di distruzione universale sono enormi: basti pensare che la possibilità del "Grande Gelo", come detto la teoria finale più plausibile e più "prossima", è stimata come realizzabile in non meno di 31,7 miliardi di anni (5).
Certo, sussistono molte altre possibilità per una eventuale "fine del mondo" su un piano molto meno "universale": si va dalla possibilità che quando il sole diventerà un "gigante rosso" possa attirare la terra nella sua orbita (evento probabile, ma stimato intorno ai 7,6 miliardi di anni), alla collisione con un meteorite (l'ultimo caso, non distruttivo per la Terra, di collisione con un meteorite di diametro superiore ai 10 km è avvenuto 65 milioni di anni fa e si stima che il nostro pianeta impatti con un meteorite di diametro superiore ad 1 km. ogni 500.000 anni), mentre molto meno scientifiche appaiono le ipotesi disegnate da alcuni futurologi e riguardanti estinzioni per pandemie, spostamenti subitanei e violenti dell'asse terrestre, cambiamenti climatici irreversibili e letali per l'umanità o guerre globali, le cui possibilità, pur non essendo nulle, rientrano in un quadro di valutazione soggettiva e non quantificabile (6).

Resta il fatto che, fermandoci al dato oggettivo, le possibilità escatologiche sono talmente remote da risultare, come osservato, possibili in milioni se non miliardi di anni.
Eppure, l'umanità da sempre ha paura, o meglio, ha la paura e la speranza che l'eschaton avvenga in tempi brevi, che ristabilisca lo stato edenico o che, almeno, distrugga il "regno dell'iniquità" per portare quella giustizia retributiva da sempre sognata e mai realizzata.
Perché? Perché ancora oggi, con tutte le certezze scientifiche che abbiamo acquisito, parole come Armageddon, Parousia, Messia Salvatore, Giudizio Universale compaiono quotidianamente nei nostri sistemi culturali e non sono relegate alla semplice categoria delle superstizioni magistiche?
La risposta, molto probabilmente, può essere condensata in una semplice parola: speranza.
Noi, come esseri umani, qualunque sia la nostra condizione, abbiamo bisogno di sperare, di credere in un futuro migliore del presente, di sviluppare l'idea dell'esistenza di una giustizia divina retributiva e, da qui, il passo verso il "sogno della palingenesi" è davvero breve.
Il fatto è che, su questo substrato comune, risulta indubitabile che le varie culture e civiltà abbiano poi costruito sovrastrutture di ordine socio-politico che adattassero il nucleo psicologico di base per un suo utilizzo pratico di controllo sociale.
Proviamo a ripercorrere molto brevemente una storia dell'escatologia nelle grandi mitologie e nelle grandi religioni.

Per quanto riguarda le religioni mesopotamiche ed egizie, è possibile notare come la forza della connotazione del re come rappresentante della divinità in terra fosse tale da rendere il sovrano una sorta di garante della perpetuazione dell'esistente, tale per cui l'idea stessa di eschaton dovesse essere vissuta come "passata" (religioni mesopotamiche) o completamente inconcepibile (religione egizia).
Sostanzialmente, il mondo doveva essere eterno, come eterna era la monarchia che lo reggeva e a cui tutto era subordinato, inclusa la casta religiosa.
Possiamo definire questo genere di sistemi, i più antichi storicamente rinvenibili, come "monarchicocentrici" e, al loro interno, il sistema escatologico si esprime significativamente solo "per assenza", ma proprio una tale assenza ne attesta la insopprimibile valenza politica.
Ad essi si contrappongono quei sistemi in cui il ruolo della monarchia è meno forte (soprattutto per divisioni tribali interne) ed anzi, il ruolo fondamentale giocato dalla religione fa sì che la classe sacerdotale risulti come prevalente (come nelle culture celtica, maya e azteca e in quella induista).
Il legame tra potere di casta dei sacerdoti e attenzione escatologica è notevolissimo: in realtà, la paura di una fine imminente e di un giudizio retributivo è chiaramente un'arma di enorme portata nelle mani dei detentori del "potere del sacro", i cui dettami sono da interpretarsi come comandi divini che, proprio in virtù del meccanismo retributivo escatologico, ricevono una carica fortissima, tanto da imporsi a livello super-egoico come unica via da seguire per ottenere la salvezza.
Ecco allora che proprio in questi "sistemi clericocentrici" si sviluppano costruzioni mitologiche particolarmente elaborate sulla fine del mondo, che contribuiscono al mantenimento dello status quo anche qualora la durezza dei comandi è tale da implicare addirittura l'estremo sacrificio personale del singolo (tipico, ad esempio, delle culture meso-americane).
Entrambi questi sistemi, sia quello monarchicocentrico che quello clericocentrico sono, comunque, sistemi calati dall'alto, imposti al popolo prima di essere da esso assorbiti.
A questa "copia antagonista di sistemi" se ne contrappone, nel quadro di una visione d'insieme dell'escatologia, una seconda, il cui sviluppo appare più propriamente generato da culti popolari: quella formata da una parte da quei sistemi di pensiero che possiamo definire più prettamente "individualistici", dall'altra da quei sistemi che pongono il culto dello stato o della nazione intesa come gruppo etnico coeso al proprio centro (e che definiremo "etnocentrici").
Del primo gruppo fanno parte quelle religioni che, per vari motivi storici , si sono sviluppate in assenza di una unità statale forte e in situazioni in cui il potere della casta clericale viene limitato da valori culturali considerati di portata superiore a quella dei valori religiosi (come nella società greca e nella società vichinga). In tali sistemi, ciò che emerge a livello escatologico è un giudizio di valore etico personale sulla società e sulla vita in generale, un giudizio che esprime al livello più alto proprio le istanze psicologiche di cui si è detto e che stanno alla base dell'intero mito dell'eschaton. Più di valenza politica dell'escatologia, dovremmo parlare di valenza sociale, che si contrappone allo status quo, creando, in sostanza, quella che, a prima vista, potrebbe apparire una istanza eccettiva rispetto al fondamentale conservatorismo che contraddistingue tutti gli altri sistemi escatologici, ma tale istanza viene, attraverso altre vie, reinglobata nel substrato culturale di fondo, andando a sublimare proprio quei valori culturali (individualismo, eroismo, sprezzo della morte) che fondano la medesima società che si tendeva a superare, rientrando così in un quadro di sostanziale conservatorismo.
Tale inglobamento diventa definitivo allorquando i valori legati all'escatologia personale e globale diventano punti di appoggio per lo sviluppo di un sistema escatologico "etnocentrico" in cui i valori etici del singolo si perdono di fronte ad una etica della nazione, anzi, ad un culto della nazione, la cui superiorità viene garantita addirittura a livello religioso.
Se, come nel caso di alcune tribù nativo-americane, tale superiorità si esplica in una "situazione di superiorità" del "popolo favorito da Dio", a Roma, addirittura, con l'elevazione del culto della patria e, più tardi, dell'imperatore a nucleo religioso centrale di coesione nazionale, si ritornerà ad una situazione molto prossima a quella vista per i sistemi monarchicocentrici, con una conseguente eliminazione dell'idea di eschaton, che dovrà riemergere, proprio perché necessità umane fondamentali, in forme alternative, attraverso quei culti misterici che, non a caso, avevano visto la luce, attraverso meccanismi analoghi di alternatività alla religione istituzionale, proprio in altri contesti monarchico centrici quali l'Egitto e l'area mesopotamica.
Il quadro dei quattro sistemi così delineati (sistema monarchicocentrico - sistema clericocentrico e sistema individualista - sistema etnocentrico) si può schematicamente delineare come una duplice opposizione di questo tipo:


al cui esterno, tra le religioni esaminate, rimane solo quella incaica, che, per alcuni versi, apparterrebbe chiaramente ai sistemi monarchicoentrici ma che, probabilmente per le influenze di sistemi clericocentrici vicini, non appare completamente interno alle caratteristiche di tali sistemi.
È su questo quadro di base che si innestano tutti i sistemi messianici che, parzialmente o totalmente, riprendono le istanze dei sistemi fino a questo punto delineati.
In primo luogo, ogni sistema messianico è, in fondo, un sistema monarchicocentrico, spostando semplicemente le caratteristiche proprie del sovrano su un piano più elevato (divino o para-divino) e futuribile, permettendo così l'esplicazione di quelle istanze escatologiche di perfettibilità del creato che, in presenza di una divinità incarnata o di un tramite divino, risultavano negate, ma che sono accettabili nella prospettiva di un Messia-re.
In secondo luogo, all'interno dei sistemi messianici possiamo distinguere due grandi filoni d'intersezione di istanze precedenti. Dal tentativo di individualizzare (e, conseguentemente, per molti versi, spiritualizzare) in sistema clericocentrico (per altro molto poco formalizzato e quindi fluido) come quello induista, si sviluppano, l'una su un piano più intellettualistico (e per questo minoritario), l'altra su un piano più popolare (e conseguentemente maggioritario), le due grandi religioni orientali: Zoroastrismo e Buddhismo.
Dall'unione, invece, tra discrete istanze clericocentriche e fortissime istanze etnocentriche si sviluppa la religione israelita e, da essa, le "Religioni del Libro" derivate.
È da notare, in questo quadro, che se nelle religioni che si sviluppano alla confluenza tra sistemi individualistici e sistemi clericocentrici l'istanza politica connaturata nei secondi (e nel "monachismo" intrinseco al messianesimo) viene moderata dall'individualismo etico dei primi (sebbene, a tratti, vicende storiche di varia natura abbiano poi portato ad un nuovo grado di politicizzazione, ma solo in riferimento all'appoggio di questo o quel monarca, il cui potere era già definito, a questa o quella religione), i sistemi in cui si assommano elementi clericocentrici ed etnocentrici portano ad una valenza politica dell'eschaton di tale portata da informare di sé l'intero assetto religioso derivato, il che viene anche a spiegare l'inscindibilità tra politica e religione che caratterizza tanto buona parte del sistema culturale ebraico quanto buona parte del sistema culturale islamico e che, a lungo, ha caratterizzato anche la religione cristiana.
In realtà, se l'unione tra clericocentrismo (e, al suo grado massimo, teocentrismo) ed etnocentrismo si esprime in forma assoluta nell'Israelitismo, in cui speranza palingenetico-escatologica e istanze di liberazione nazionale si unificano inscindibilmente proprio nell'attesa messianica, essa viene per molti versi moderata (seppur solo parzialmente, prima nel quadro di una necessità di speranza rivoluzionaria tipica di ogni religione perseguitata, appunto come il cristianesimo delle origini, poi nel quadro di una ineludibile tendenza teocratica insita nella Chiesa cristiana formalizzata ed istituzionalizzata nel sistema post-niceano) nel Cristianesimo paolino (in netta contrapposizione con il proto-cristianesimo ebionita) da indubitabili (e, successivamente, nelle loro estreme espressioni gnostiche, combattutissime) infiltrazioni orientali, in particolare dallo Zoroastrismo.
Ciò ha fatto sì che, attraverso apporti di religioni che recavano con sé l'impronta della matrice individualista di origine, la concezione etnocentrica si sia parzialmente attenuata, allargandosi alla sfera di "popolo di Dio" e "comunità dei fedeli", la quale, pur tenendo il concetto di "elezione", non si riconosce più in una matrice etnica così rigida.
Parzialmente ciò è passato anche all'Islam, sebbene, per ragioni storiche più che teologiche, l'identificazione dell'Islam primigenio con un gruppo etnico ben delineato abbia portato ad una maggior chiusura in questo senso.
Da quanto visto, il quadro complessivo che possiamo derivare risulta schematicamente il seguente:

Ciò che possiamo affermare è che, in ogni caso, sia per quanto riguarda il messianismo di matrice clerico-individualista che, a maggior ragione, per il messianismo clerico-etnocentrico, risulta evidente la fondamentale spinta conservatrice che, dal punto di vista politico, i sistemi escatologici recano intrinsecamente con sé.
Se, infatti, la speranza palingenetica dovrebbe naturalmente sviluppare una istanza verso il cambiamento e verso la negazione dello status quo, la manipolazione di tale speranza da parte dei sistemi clericocentrici (all'origine di ogni sistema messianico) ha storicamente portato ad una focalizzazione sempre più precisa sul giudizio retributivo connesso all'eschaton e, di conseguenza, ad un irrigidimento sulle regole etico-morali, sviluppate dalle varie caste clericali e stabilite "una volta per tutte", capaci di portare alla "salvezza" e al ritorno edenico.
Non è un caso, allora, che se andiamo ad analizzare una lista dei "profeti" dell'eschaton che, anche in anni recenti, se si vuole rozzamente, in alcuni casi in modo quasi ridicolo (ma non bisogna mai dimenticare che milioni di "adepti" in tutto il mondo pendono dalle labbra di santoni di vari livelli che annunciano una "fine dei tempi" imminente e che ciò ha causato centinaia di morti) hanno ripreso le tematiche escatologiche, ci troviamo, nella stragrande maggioranza dei casi, di fronte a personaggi che uniscono, in buona o cattiva fede, ammonimenti all'"Armageddon" e inni al più gretto e retrivo conservatorismo tradizionalista: in fondo, non fanno altro che riprendere, amplificare e popolarizzare elementi che sono già intriseci nell'istanza escatologica stessa.

Con questo non si vuole in nessun modo affermare che le Chiese, i Culti e le Religioni siano semplicemente grandi lobby di potere in mano ad abili manipolatori del pensiero, ad ottimi psicologi, capaci di impadronirsi di sogni e necessità umane profonde per volgerli verso scopi prettamente politico-sociali.
Unicamente, si desidera ricordare che in ogni religione, forse come in ogni aspetto della vita, esiste una struttura, ma esistono anche numerose sovrastrutture di origine non certamente divina.
Questo è il punto fondamentale: l'eschaton è, allo stesso tempo, una grande paura ed una grande speranza per l'umanità, ma le sue modalità, i suoi tempi, la sua stessa esistenza sono e rimarranno per sempre un mistero.
Ogni tentativo di spingersi più oltre, altro non è che una indebita interferenza dell'uomo in questioni che sono solo divine, cioè quanto di più assurdo e folle un essere umano possa fare.
E, si sa, "il sonno della ragione non può che creare mostri".
Note:
1. G.F. Rayner Ellis, "The Far-Future Universe: Eschatology from a Cosmic Perspective", Templeton Foundation Press 2002, pp. 81-135 passim.
2. C.I. Calle, "Einstein For Dummies", For Dummies 2005, p.82.
3. G.F. Rayner Ellis, Citato, pp. 146 ss.
4. S. Majid, A. Connes, M. Heller, R. Penrose, "On Space and Time", Cambridge University Press 2008, pp. 72-86 e passim.
5. G.F. Rayner Ellis, Citato, p. 169.
6. G. Halsell, "Forcing God's Hand: Why Millions Pray for a Quick Rapture... and Destruction of Planet Earth", Amana Publications 2002, passim.
lsudbury@gmail.com

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