
VIAGGIATORI DEL SACRO...

ANGELI: ALLA RICERCA DELLE FONTI STORICO-FILOLOGICHE
di Lawrence Sudbury per Edicolaweb

Fin da bambini ci viene insegnato che esistono, che sono intorno a noi, che ciascuno ne ha uno preposto alla sua custodia: sono gli angeli, queste creature indefinite, tramite tra Dio e gli uomini, rappresentate in mille modi differenti, dai più terribili ai più giocosi, lungo tutta la storia dell'arte.

Ma chi e cosa sono realmente, o meglio, da dove nasce la loro idea?

Partiamo da una definizione. Secondo il vocabolario, un angelo è uno: "spirito celeste creato da Dio in somma perfezione e Suo messaggero presso gli uomini" (1).
Si tratta, indubbiamente, di una definizione vaga, che si potrebbe attagliare ad un numero impressionante di entità spirituali sviluppate presso ogni cultura, ma, proprio nella sua vaghezza, essa ci dice qualcosa di estremamente importante: le figure angeliche, sebbene presentate con altri nomi, esistono praticamente da sempre.
Fin dall'inizio della storia umana è, infatti, possibile rilevare la nozione di spiriti della natura benefici che presiedono vari elementi, a cui si contrappongono spiriti malvagi e le cui immagini compaiono già in numerose pitture rupestri della preistoria (2).
In senso piuttosto lato, persino le anime divinizzate dei defunti, i "Mani", che proteggono i parenti ancora viventi in numerose culture di tutto il mondo e di tutte le epoche (3) potrebbero essere associate a figure di custodi angelici, insomma, ad "angeli custodi".

È, comunque, nel grande bacino mediorientale che la figura dell'angelo va via via assumendo quei tratti che si riverseranno, in varia misura, nella concezione dei "Popoli del Libro".
Tra i 60 "Grandi Dei" della tradizione mitologica assira, ad esempio, compare Anu, una divinità che entra in contatto con gli esseri umani attraverso una serie di semidei detti "sukkali" (da "sukkal", cioè "messaggero", quindi con lo stesso significato del greco "anghelos"), altri dei (da Shamash ad Adad, allo stesso Assur) hanno al proprio servizio altre divinità minori con compiti di araldi, mentre la protezione personale è affidata a delle specie di spiriti (o divinità personali) detti "sedu", che devono contrastare fin dalla nascita gli spiriti malvagi della natura (4).
In Egitto, più o meno nello stesso periodo (tra 700 e 600 a.C.), ma con origine molto precedente, il ricchissimo pantheon della religione faraonica comprende un numero notevole di "spiriti" e creature-ponte tra uomini e dei, alcuni benigni, altri maligni (5), mentre nell'area iranica, già dal 1500 a.C., il dio supremo Ahura-Mazda è circondato da sette semi-dei immortali, gli "Amesha Spenta", che collaborano alla creazione e al mantenimento dell'universo, mentre la custodia del singolo è affidata ai "Fravashi", "doppi" spirituali dell'uomo, a cui pre-esistono e che proteggono (6).
Anche la cultura greca ha, d'altra parte, i suoi "angeli", messaggeri di Zeus, citati sia nell'"Iliade" che nell'"Odissea" come dei minori (da Iride a Ermete) (7) e i suoi custodi personali, dai "daimononion" di Platone, a metà strada tra coscienza intellettiva e spirito-guida (8), ai "dynameis" di Plotino (9), mediatori tra volontà divina e uomini.

Tutti queste diverse concezioni sembrano riversarsi, in fasi successive, nella cultura che più compiutamente sistematizzerà la figura angelica, trasferendola poi, praticamente "in toto", nel Cristianesimo: quella ebraica.

Gli angeli sono presenti in tutto l'Antico Testamento come un insieme di esseri spirituali al completo servizio di Dio. Nei Salmi (10) troviamo:

"Tu lo hai fatto [l'uomo] poco inferiore agli angeli" e "Tutti i Suoi angeli Lo [Dio] lodano […] poiché Egli ha parlato ed essi furono fatti. Egli comandò ed essi furono creati"

e già comprendiamo che il loro ufficio principale è quello di innalzare lodi all'Altissimo e di servirLo, così come chiaramente espresso in Daniele:

"[…] migliaia di migliaia Lo servivano e diecimila volte centomila stavano in piedi di fronte a Lui […] (11),

di assisterlo (12) e circondarLo nella Sua Maestà (13).

L'azione di mediazione è solo secondaria, strumentale al servizio stesso, dal momento che, tramite l'Alleanza primaria tra Dio e Israele, tale azione è pleonastica, sussistendo un rapporto immediato tra Creatore e Creazione (14).
Ovviamente, però, il contatto più diretto che gli esseri umani possono avere con gli angeli avviene quando essi vengono utilizzati appunto come messaggeri del volere divino: un utilizzo che si riscontra continuamente nella Torah.
Così, solo per fare alcuni esempi, è un angelo che ritrova Agar nel deserto (15), un angelo che predice la nascita di Sansone (16), l'angelo Gabriele che da istruzioni a Daniele (17), ecc..
Le apparizioni angeliche sono generalmente brevi, anche se in alcuni casi durano più a lungo del solito, come durante l'Esodo (18), e sono sempre finalizzate alla guida spirituale del Popolo eletto, sebbene l'esistenza degli angeli non sembrerebbe unicamente legata ad esso, dal momento che:

"Quando l'Altissimo divise le nazioni, quando Egli disperse i figli di Adamo, stabilì i confini delle nazioni in relazione al numero degli angeli di Dio." (19)

e questo passo farebbe pensare che ogni nazione venisse assegnata ad alcuni angeli-guida.
Forse l'azione angelica più presente a livello biblico è, comunque, quella di guardiano e difensore di ogni singolo uomo.
Lungo tutto l'Antico Testamento troviamo più volte ribadito che ogni anima ha un suo angelo tutelare (20), che, tra l'altro, intercede per lei presso Dio, come risulta molto esplicitamente dal passo di Tobia (21):

"L'angelo Raffaele dice: Ho offerto la tue preghiera al Signore".

Sostanzialmente, tutti questi compiti, così come ogni altra azione angelica (incluso l'ammonimento, la punizione e addirittura lo sterminio), rientrano in un quadro generale per cui gli angeli sono incaricati, in cielo ed in terra, di presiedere all'esecuzione delle Leggi Divine.
Questo elemento si inquadra perfettamente nel panorama più ampio delle religioni semitiche, in cui l'"Ordine Cosmico" della creazione deve essere salvaguardato ad ogni costo, proprio attraverso l'intervento degli "spiriti stessi" della natura, che intervengono, anche violentemente, per impedire ogni disturbo portato all'ordine del creato (22).
Ecco che cominciamo ad intravedere una eterogenia delle concezioni angeologiche rispetto alla pura e semplice possibilità di una endogenia ebraica di un "mitologema" torahico.
Ma, si diceva, ciò non appare, alla luce di una chiara pre-esistenza della figura dell'angelo rispetto alla tradizione ebraica, per nulla strano.

È necessario ricordare che gli angeli, così come passeranno al Cristianesimo e, in forma più mediata, alla sua popolarizzazione, non hanno origine diretta nel mondo ebraico pre-esilio.
Prima della "captivitas babilonensis", la società ebraica è, in fin dei conti, una società nomadica e pastorale prima e, dal periodo davidico in poi, una società militare che, quando anche, dall'epoca salomonica in poi, si va raffinando e facendo sempre più intellettuale, guarda ancora con una certa nostalgia alle sue radici rurali e belliche (23).
In questo quadro tribale e, successivamente, di monarchia militare assoluta, la concezione angelica si può sviluppare unicamente in forma minore, come semplici esecutori del comando di un Dio - capo assoluto - re guerriero e, in questa ottica, la loro definizione, di fronte alla grandezza del potere assoluto di Jahvé, perderebbe di senso.
È a Babilonia che Israele si trova di fronte ad una struttura sociale e politica ben più complessa ed è naturale che, dal VI secolo a.C. in poi, assorba i tratti culturali delle popolazioni con cui entra in contatto (24).
Il risultato è che anche la strutturazione angeologica si fa più definita, complessa e gerarchizzata con alcuni "angeli più importanti" che vengono anche "individualizzati", in realtà assumendo come nome semplici attributi angelici (non è un caso che tutti i loro nomi terminino in "El", con riferimento a "Dio"): Ma-Ha-El (Michele) = "Simile a Dio", Ra-fa-El (Raffaele) = "Divino Guaritore", Kha-Vir-El (Gabriele) = "Eroe di Dio", ecc..
È in questo periodo che nascono i "gradi" angelici, in particolare quelli dei "Cherubini", visti come ministri diretti di Dio, e dei "Serafini", per altro menzionati una sola volta, in Isaia (25).

Ma chi sono, in fondo, ad esempio, i "Cherubini"?
Leggiamo il Libro dell'Esodo:

"Fece due cherubini d'oro: li fece lavorati a martello sulle due estremità del coperchio: un cherubino ad una estremità e un cherubino all'altra estremità. Fece i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio, alle sue due estremità. I cherubini avevano le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; erano rivolti l'uno verso l'altro e le facce dei cherubini erano rivolte verso il coperchio." (26)

e confrontiamo l'immagine angelica che ne otteniamo con i grifoni alati mesopotamici (in particolare con quello presente sulla "Stele di Ur" datata all'incirca 2500 a.C.). La somiglianza non potrebbe essere più palese.
Ma non è certo l'unico elemento in materia chiaramente attinto a culture altre.
In Ezechiele abbiamo una descrizione dei "Cherubini" molto differente:

"Al centro apparve la figura di quattro esseri animati, dei quali questo era l'aspetto: avevano sembianza umana e avevano ciascuno quattro facce e quattro ali. Le loro gambe erano diritte e gli zoccoli dei loro piedi erano come gli zoccoli dei piedi d'un vitello, splendenti come lucido bronzo. Sotto le ali, ai quattro lati, avevano mani d'uomo; tutti e quattro avevano le medesime sembianze e le proprie ali, e queste ali erano unite l'una all'altra. Mentre avanzavano, non si volgevano indietro, ma ciascuno andava diritto avanti a sé. Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d'uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d'aquila. Le loro ali erano spiegate verso l'alto; ciascuno aveva due ali che si toccavano e due che coprivano il corpo. Ciascuno si muoveva davanti a sé; andavano là dove lo spirito li dirigeva e, muovendosi, non si voltavano indietro. Tra quegli esseri si vedevano come carboni ardenti simili a torce che si muovevano in mezzo a loro. Il fuoco risplendeva e dal fuoco si sprigionavano bagliori." (27)

Senza dover forzatamente pensare (28) che le quattro facce corrispondessero simbolicamente a quattro nature (per altro poi riprese per la simbolizzazione dei quattro Evangelisti, con chiaro riferimento al loro essere "angeli", "messaggeri" della Parola di Dio), legate a testa umana, corpo di leone, zampe di toro, ali d'aquila, cosa che ci riporterebbe alla raffigurazione del "grifone assiro", possiamo più semplicemente pensare ad influenze culturali egiziane (un popolo dai frequentissimi contatti con li Ebrei), in particolare al dio Bes, comunemente raffigurato come un essere dal corpo umano ma dotato di due paia di ali, di una testa circondata da numerose piccole teste di animali (leoni, tori, coccodrilli) e interamente ricoperto di occhi, con evidente significato simbolico, ad indicare l'onniveggenza divina.

Ma, ancora, sempre a proposito di "gerarchizzazione", leggiamo Tobia:

"Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore." (29)

Questi sette angeli (o meglio, arcangeli) a contatto diretto con Dio non ci ricordano forse i sette (e sette diventerà il numero delle Sette Chiese dell'Apocalisse) Amesha Spenta della tradizione zoroastriana di cui si è detto in precedenza?

Insomma, nella visione angeologica ebraica vi è ben poco di originale.
E, naturalmente, una tale visione viene riproposta, in una sua forma più tarda ed elaborata, in tutto il Nuovo Testamento, in cui gli angeli appaiono continuamente.
Loro è il privilegio di annunciare a Zaccaria e poi a Maria l'avvento del Redentore, ai pastori la Sua nascita e a Giuseppe l'immacolatezza della sua Sposa e il pericolo per il suo Bambino.
Gesù, nei Suoi sermoni li menziona spesso e ne parla per "conoscenza diretta": descrive la loro vita nei cieli (30), ci dice che essi formano quella che oggi definiremmo la sua "guardia del corpo" (31), li descrive come testimoni dell'Escaton (32), da essi preparato (33), e del Suo trionfo finale (34).

Non è dunque affatto strano che gli Apocrifi e, in seguito i Padri della Chiesa abbiano trattato largamente della natura degli angeli, a volte aggiungendo elementi che sono poi entrati a far parte del patrimonio delle conoscenze collettive in materia.
Così, nel "De Coelesti Hierachia", attribuito (probabilmente erroneamente) a Dionigi l'Aeropagita, la cui influenza sulla Scolastica sarà enorme, si tratta estesamente degli ordini angelici e si stabilisce la gerarchia che sarà praticamente unanimemente accettata dalla Chiesa.
Il seguente passo di Gregorio Magno (35) fornisce un quadro piuttosto chiaro della mescolanza tra vero filologico (derivato dalla tradizione culturale biblica) ed emersioni dal folklore popolare che forma il nocciolo delle credenze patristiche in materia:

"Sappiamo per l'autorità delle Scritture che ci sono nove ordini di angeli, cioè Angeli, Arcangeli, Virtù, Potestà, Principati, Dominazioni, Troni, Cherubini e Serafini. Che esistano Angeli e Arcangeli ce lo dice praticamente ogni pagina della Bibbia e i libri dei profeti ci parlano di Cherubini e Serafini. Anche San Paolo, scrivendo agli Efesini, enumera quattro ordini quando dice: 'sopra tutti Principati e Potestà e Virtù e Dominazioni'; e, di nuovo, scrivendo ai Colossesi dice: 'siano essi Troni o Dominazioni o Principati o Potenze'. Se noi ora mettiamo insieme queste due liste, otteniamo cinque ordini e, aggiungendo Angeli e Arcangeli, Cherubini e Serafini, otteniamo nove Ordini di Angeli."

In realtà, l'aggiunta dei cinque "ordini paolini" nasce unicamente da una interpretazione errata del testo. San Paolo si riferisce, in effetti, ai poteri terrestri e non agli angeli e per comprenderlo, basta rileggere, ad esempio il versetto della "Lettera ai Colossesi", senza decontestualizzarlo come nello Pseudo-Dionigi e nella Scolastica:

"[…] poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui." (36)

Solo per inciso, comunque, è da notare come il numero nove che, attraverso una palese manipolazione, risulta come somma complessiva degli ordini angelici, non sia casuale, ma corrisponda ad un numero di grande importanza nella Ghematria ebraica: quello delle Sephirot superiori, che formano, con quella del piano "umano" ("Malkut"), l'insieme dell'"Ordine creativo" divino (37).
Di fatto, nel quadro dell'"ipse dixit" tipicamente medievale, l'errore venne perpetuato e accentuato da speculazioni successive, tanto che nella "Summa Theologica" (38) di San Tommaso troviamo addirittura un raggruppamento degli ordini in tre super-gerarchie, legate alla prossimità a Dio (ed è appena il caso di ricordare che le divisioni a tre a tre rimandano ancora una volta evidentemente alle Sephirot): Serafini, Cherubini e Troni; Dominazioni, Virtù e Potestà; Principati, Arcangeli e Angeli.
Persino il numero degli angeli divenne oggetto di speculazione: l'utilizzo del termine ebraico "sabaoth" (moltitudine, ma anche esercito) per riferirsi al loro numero enorme, unito all'attributo divino "Dio degli Eserciti" (39), portò a ritenerli "la legione angelica" (40) al comando dell'Onnipotente (senza pensare che, proprio in quanto onnipotente, Dio non avesse bisogno di un esercito per l'esecuzione dei Suoi voleri).

Inutile, a questo punto, ripercorrere tutte le infinite discussioni che coinvolsero le più grandi menti della Cristianità (da Gerolamo a Gregorio Magno, da Agostino a Tommaso e a Teodoreto) sull'individuazione di questo o quell'angelo in questa o quell'azione, individuazione, non c'è bisogno di dirlo, puramente speculativa, dal momento che, con rarissime eccezioni, come osservato, in tutte le Sacre Scritture quello di angelo è un concetto vago, indeterminato e pressoché mai individualizzato.
Basterà, dunque, in conclusione, osservare che, in parte su base evangelica (ovviamente osservata con "ottica di Fede" e non con "ottica filologica"), in parte sulla scorta del "Magisterium Ecclesiae" (in certa misura, però, fondato, come visto, su evidenti errori d'interpretazione dell'antichità), la figura dell'angelo, in alcuni tratti addirittura personalmente individualizzata, è entrata a far parte sia delle "Verità di Fede" della Chiesa cattolica che del suo Catechismo, cosicché oggi troviamo interi articoli catechistici (41) ad essa dedicati:

333 - Dall'incarnazione all'Ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall'adorazione e dal servizio degli angeli.
Quando Dio "introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio" (Eb. 1, 6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: "Gloria a Dio" (Lc. 2, 14). Essi proteggono l'infanzia di Gesù, servono Gesù nel deserto, lo confortano durante l'agonia, quando Egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici come un tempo Israele.Sono ancora gli angeli che "evangelizzano" (Lc. 2, 10) annunziando la Buona Novella dell'incarnazione e della Risurrezione di Cristo.
Al ritorno di Cristo che essi annunziano, saranno là, al servizio del suo giudizio.

334 - Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell'aiuto misterioso e potente degli angeli.

335 - Nella liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per lodare il Dio tre volte santo; invoca la loro assistenza (così nel "Ti supplichiamo" del Canone romano, o nel "In Paradiso Ti accompagnino gli angeli" della Liturgia dei defunti, o ancora nell'"Inno dei Cherubini" della Liturgia bizantina), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (San Michele, San Gabriele, San Raffaele, gli angeli custodi).

336 - Dall'infanzia fino all'ora della morte umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione. Afferma S. Basilio di Cesarea: "Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita." Fin da quaggiù la vita cristiana partecipa, nelle fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti a Dio.

Note:
1. AA.VV., "Dizionario DeAgostini della Lingua Italiana", De Agostini 2007.
2. T. Insoll, "Archaeology, Ritual, Religion", Kindle Edition 2007, p. 121.
3. Ivi, p. 163.
4. A. H. Sayce, "Assyrian Religion", Kessinger Publishing 2005, passim.
5. AA.VV., "The Oxford Essential Guide to Egyptian Mythology", O.U.P. 2003, passim.
6. S. Iles Johnston, "Religions of the Ancient World: A Guide", Harvard University Press, 2004, pp. 211-247.
7. Ivi, pp. 305-331.
8. Vedi "Apologia di Socrate", XXXI.
9. M. Isnardi Parente, "Introduzione a Plotino", Laterza 2002, passim.
10. Salmi, 8,6 e 148,2-5.
11. Daniele, 7,9-10.
12. Giobbe, 1,6 e 2,1.
13. Isaia, 63,9.
14. L.W. Hurtado, "One God, One Lord: Early Christian Devotion and Ancient Jewish Monotheism", T. & T. Clark Publishers 2003, p. 28.
15. Genesi, 16.
16. Giudici, 13.
17. Daniele 8,16.
18. Esodo 14,19.
19. Deuteronomio 32,8.
20. Genesi 16,6 e 24:7; Osea 12,4, 1Re 19,5; Salmi 33,8, solo per citare alcuni esempi.
21. Tobia 12,12.
22. S. Iles Johnston, Citato, pp. 41-42.
23. P.M. McNutt, "Reconstructing the Society of Ancient Israel", Westminster John Knox Press 1999, pp. 129 ss.
24. Ivi, pp. 161 ss.
25. Isaia 6,6.
26. Esodo 37,7-9.
27. Ezechiele, 1:5-13.
28. Come P.E. Smith, "Cherubim of Gold: Building Materials & Aesthetics", Liturgy Training Publications 1993, pp. 9-10.
29. Tobia, 12,15.
30. Mt. 22,30, Lc. 20,36.
31. Mt. 26,53.
32. Mt. 16,27.
33. Mt. 13, 39-49.
34. Mt. 28,2.
35. Gregorio I, "Sermones", Hom. XXXIV.
36. Col., 1,16.
37. M. Daniel, "L'essenza della Cabala. Il Cuore del Misticismo Ebraico", Newton Compton 2007, pp. 38 ss.
38. Tomasus Aquinas, "Summa Theologica", I, 1, 18.
39. "Deuteronomio" 32,43 e 33,2.
40. Tomasus Aquinas, "Summa Theologica", I, 1, 3.
41. AA.VV., "Catechismo della Chiesa Cattolica", Piemme 1993.

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