
VIAGGIATORI DEL SACRO...

GIACOMO E PAOLO: LO SCONTRO DA CUI NACQUE LA CHIESA
di Lawrence Sudbury per Edicolaweb

Nel Vangelo di Tomaso vi è un loghion realmente sbalorditivo per chi ha sempre saputo che Gesù, prima di morire, ha affidato la sua Chiesa a Cefa/Pietro.

«I discepoli dissero a Gesù: "Sappiamo che ti allontanerai da noi. Dopo di te chi ci farà da guida?" Gesù rispose loro: "Giunti a quel punto andrete da Giacomo, il Giusto, a cui spettano le cose che riguardano il cielo e la terra".» (1)

Cosa significa ciò? Chi era questo Giacomo il Giusto? Perché Gesù gli ha affidato una tale supremazia su ogni altro apostolo?
Stranamente, di quello che probabilmente fu il primo reale capo della Chiesa cristiana sappiamo veramente pochissimo. Nei Vangeli, infatti, è (forse) menzionato, solo come "fratello" di Gesù (2), trova un po' più di spazio nella seconda parte degli Atti, ma solo come contraltare di Paolo, poi Paolo stesso lo menziona chiaramente come capo della Chiesa di Gerusalemme (3) nella Lettera ai Galati e, infine, abbiamo una presumibilmente scritta proprio da Giacomo il Giusto, da cui, però, non desumiamo nulla della sua vita.
Per conoscerlo un po' meglio, dobbiamo fidarci degli scritti di autori di poco posteriori, che ce lo descrivono variamente, ma quasi sempre con toni ammirati.
Così Clemente Alessandrino, nella sua "Ipotiposi", nel III secolo, ci racconta che Giacomo viene attaccato da un nemico (innominato) mentre predica nel Tempio, viene ingiuriato, picchiato da un gruppo di seguaci di questo "nemico", gettato da una scalinata e deve essere soccorso e portato a casa dai suoi amici, per poi fuggire l'indomani a Gerico (4).
Non è molto, ma già questo passo ci dice che la predicazione di Giacomo non è "indolore" ed, anzi, egli ha, evidentemente, numerosi nemici.
Anche Giuseppe Flavio non è particolarmente esplicativo riguardo a Giacomo. Nelle "Antichità giudaiche" (5) ci racconta solamente che il Sinedrio convocò Giacomo, lo accusò di aver violato la Legge e lo fece lapidare, ma ci informa che ciò avvenne nel lasso di tempo tra due procuratori di Roma, cioè, nel periodo in cui il potere era stato affidato al Sommo Sacerdote Anna, verso il 62 d.C.
Un quadro ben più completo ci viene da Eusebio di Cesarea nella sua "Historia Ecclesiastica". In essa, il Vescovo della capitale romana della Giudea, prima cita un ulteriore passo di Clemente Alessandrino, secondo il quale Giacomo venne ucciso gettandolo da un pinnacolo del Tempio e poi colpendolo con un bastone (6), poi riporta un, per noi perduto, Egesippo che così descrive il primo Vescovo di Gerusalemme:

«[Giacomo il Giusto]...fu santo fin dal grembo materno; non toccò vino né altre bevande alcoliche e neppure carni di animali; il rasoio non passò sulla sua testa e non si spalmò mai olio, ne fece mai uso di bagni. A lui solo era permesso entrare nel Santuario [il Sancta Sanctorum]: infatti non portava vestiti di lana ma di tessuto di lino [l'abito sacerdotale]. Entrava solo nel Tempio e lo si trovava ogni volta in ginocchio a implorare perdono per il popolo, al punto che le ginocchie gli si erano fatte dure come quelle di un cammello [...]. Per la sua straordinaria equità fu chiamato il Giusto e "Oblias" che significa "baluardo del popolo".» (7)

E, infine, descrive la morte del santo:

«Quindi salirono e lo gettarono di sotto. E si dissero ancora l'un l'altro: "Lapidiamo Giacomo il Giusto". E cominciarono a prenderlo a sassate, poiché non era morto nella caduta [...]. Mentre lo lapidavano [un membro di una famiglia sacerdotale] gridò: "Fermatevi! Che cosa fate? [...]". Allora uno di loro, un lavandaio, preso il legno con cui batteva i panni, colpì sulla testa il Giusto, che morì martire in questo modo [...]. Subito dopo Vespasiano assediò la città".» (8)

Quasi in un compendio di tutte le conoscenze "giacobite" precedenti, Girolamo, infine, nel "De viris illustris" del 392, così traccia la biografia del santo:

«Giacomo, chiamato fratello del Signore, soprannominato il Giusto, alcuni ritengono che fosse figlio di Giuseppe con un'altra moglie ma a me pare piuttosto il figlio di Maria sorella della madre di nostro Signore di cui Giovanni fa menzione nel suo libro, dopo la passione del nostro Signore venne ordinato dagli apostoli vescovo di Gerusalemme, scrisse una sola epistola, che è riconosciuta fra le sette epistole cattoliche, anche se alcuni ritengono che sia stata pubblicata da qualcun altro sotto il suo nome e che, gradualmente, col passare del tempo, abbia guadagnato autorità. Egesippo, vissuto poco dopo l'età apostolica, nel quinto libro dei suoi Commentari, scrive a proposito di Giacomo: "Dopo gli apostoli, Giacomo il fratello del Signore soprannominato il Giusto fu fatto capo della chiesa di Gerusalemme. Molti invero sono chiamati Giacomo. Questo fu santo dal ventre della madre. Egli non bevve né vino ne bevande forti, non mangiò carne, né si rase, non si unse con oli o frequentò i bagni. Egli solo ebbe il privilegio di entrare nel Santo dei Santi, poiché non indossò mai vesti di lana ma solo di lino e andò da solo nel tempio a pregare in favore del popolo, cosicché le sue ginocchia divennero dure come le ginocchia di un cammello." Egli disse molte altre cose, troppo numerose da menzionare. Giuseppe Flavio, nel suo XX libro delle Antichità, e Clemente nel VII libro delle sue Ipotiposi menziona che, alla morte di Feto re di Giudea, Albino fu mandato da Nerone come successore. Prima che potesse raggiungere la provincia Anania, sommo sacerdote, il figlio più giovane di Anano della classe sacerdotale, approfittando del momento di anarchia, riunì un'assemblea e forzò pubblicamente Giacomo a negare che Cristo fosse il figlio di Dio. Al suo diniego ordinò che fosse lapidato. Gettato da un pinnacolo del tempio, ancora mezzo vivo ma con le gambe spezzate, alzando le mani al cielo egli disse "Signore perdonali perché non sanno ciò che fanno." Poi, colpito alla testa con il bastone di un lavandaio, come quelli usati per attorcigliare gli abiti, infine morì. Sempre Giuseppe Flavio riporta la tradizione che Giacomo era di così grande santità e reputazione fra il popolo che si credette che la caduta di Gerusalemme fosse dovuta alla sua uccisione.
Egli è colui del quale Paolo scrive ai Galati "Non vidi nessun altro apostolo eccetto Giacomo il fratello del Signore", e il libro degli Atti degli apostoli testimonia di questo fatto. Il vangelo che è detto "Vangelo secondo gli ebrei", che io ho recentemente tradotto in greco e latino e che è stato spesso utilizzato anche da Origene afferma, dopo aver detto della resurrezione del Salvatore: "ma il Signore, dopo che ebbe dato la sindone al servo del sacerdote, apparve a Giacomo che aveva giurato che non avrebbe più mangiato pane da quando aveva bevuto dalla coppa del Signore finché non lo avrebbe rivisto risorgere da coloro che dormono" e anche, più avanti, afferma "Egli prese il pane, benedì, lo spezzo e lo diede a Giacomo il giusto dicendogli: 'Fratello mio, mangia il tuo pane, poiché il figlio dell'uomo è risorto da coloro che dormono'. Per trenta anni resse la chiesa di Gerusalemme, cioè fino al settimo anno di Nerone, e fu sepolto presso il tempio, dove fu precipitato. La sua pietra tombale con l'iscrizione era ben nota fino all'assedio di Tito e la fine del regno di Adriano. Coloro che ritengono che sia stato sepolto al Monte Oliveto si sbagliano".» (9)

Questo è tutto quello che riusciamo a raccogliere oggi riguardo alla visione, nel corso dei primi secoli cristiani, di colui che, in un certo senso, potrebbe essere ricordato come il vero primo Papa della cristianità.
Completamente diverso è il discorso sul suo contraltare (e antagonista) Paolo/Shaul di Tarso, di cui, certamente sappiamo molto di più, almeno per quanto riguarda il suo cammino cristiano.
Stranamente, però, della sua vita precedente alla conversione, abbiamo solo notizie frammentarie e confuse, derivanti in particolare dal solito Girolamo (10), che ci riferisce (ma non sappiamo da che fonte attinga la notizia) che i suoi genitori erano originari della piccola città di Giscala in Galilea, che il padre era commerciante di tende e che essi si trasferirono con il piccolo a Tarso quando i Romani conquistarono la città.
Tarso era, a quel tempo, una città cosmopolita, dove esisteva una fiorente comunità ebraica e, come disposto prima da Marco Antonio e successivamente dall'imperatore Augusto, i suoi abitanti avevano il diritto di ottenere cittadinanza romana. Saulo, della tribù di Beniamino (11), come tutti i veri ebrei, ereditò il mestiere del padre, ovvero commerciare tende (probabilmente tende per le legioni romane o comunque per i ricchi patrizi). Fu probabilmente questa attività, unita al fatto di essere anche un benestante e colto cittadino romano, sempre in viaggio per lavoro, ad averlo messo in contatto con molti ambienti, sia ebraici che greco-romani, e, conseguentemente, a coinvolgerlo nelle complesse questioni giudaico-messianiche del suo tempo. Alieno da ogni fanatismo nazionalistico e anti-romano, ma pervaso da un profondo senso religioso, Saulo divenne discepolo del rabbi Gamaliele il Vecchio a Gerusalemme (12) e fu educato secondo la profonda religiosità dei Farisei (13).
Probabilmente, terminata l'istruzione, tornò a Tarso o in qualche altra città mediorientale: sicuramente, comunque, non fu presente a Gerusalemme durante la predicazione di Gesù. Tornò nella Città Santa poco dopo la morte di questi, dal momento che certamente era presente alla morte di Stefano Protomartire ("Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione...") (14) e, anzi, secondo la tradizione, fu colui che custodì i mantelli degli esecutori.
Da questo momento in poi, gli Atti e, parzialmente, le sue Lettere ci raccontano quasi tutto delle sue vicende. Evidentemente, a Gerusalemme, Paolo doveva essere diventato un personaggio molto influente, tanto da ottenere il diritto di voto nel Sinedrio (15) e da essere incaricato di debellare il cristianesimo a Damasco.
Poi, durante il viaggio verso questa località, la conversione (16), il ritiro nel deserto (17), il ritorno a Gerusalemme, dove la comunità protocristiana, ovviamente, lo teme e lo accetta con molte riserve (18), la prima disputa con i capi della comunità e la conseguente fuga a Tarso (19), il viaggio ad Antiochia (20) e la predicazione, durata cinque anni circa, in quella città.
Evidentemente, però, tale predicazione non doveva essere conforme ai dettami della Chiesa di Gerusalemme, se (21) alcuni rappresentanti di tale Chiesa, mandati a controllare il suo agire, lo obbligano a recarsi immediatamente da Giacomo per rendere conto del suo operato e qui inizia la frattura tra i due (22). D'altra parte, Paolo stesso ci dice che lui predica un "Gesù diverso" da quello di altri cristiani:

«Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo.» (23)

A Gerusalemme vi è una sorta di riconciliazione formale tra i due e Paolo ricomincia la sua predicazione all'estero, una predicazione arricchita da un numero considerevole di "messaggi" alle varie comunità visitate: gran parte delle sue Lettere vengono scritte nel periodo tra il 50 ed il 58 (24) ed in esse prende pienamente corpo una teologia paolina completamente innovativa.
Nel 58, vi è un nuovo ritorno a Gerusalemme ed un nuovo scontro con Giacomo (25), che obbliga Paolo ad una purificazione rituale che, però, non impedisce un durissimo confronto con alcuni "zelanti nella Legge" (cioè zeloti?). Paolo sta per essere ucciso, ma viene prelevato da un drappello romano, che lo accusa di sedizione, e portato alla Fortezza Antonia, dove i romani vorrebbero interrogarlo (cioè torturarlo). Paolo invoca la propria cittadinanza romana per evitare la tortura, ma, nel contempo, un gruppo di "zelanti" fa voto di ucciderlo. I Romani, a questo punto, lo portano (scortato da 470 uomini!) a Cesarea perché compaia alla presenza del governatore e di Agrippa. Paolo, ancora una volta, si avvale della propria cittadinanza e chiede di essere giudicato a Roma. Segue un viaggio alquanto periglioso (che include un naufragio a Malta) e, come già visto, gli Atti si interrompono a Roma, verso il 62 d.C.
Solo da alcune fonti più tarde (Ignazio di Antiochia (26), Tertuliano (27), Prudenzio (28)) veniamo a sapere che, dopo qualche tempo di predicazione nella capitale dell'impero, Paolo verrà martirizzato durante le persecuzioni neroniane (29).
Ciò che ci interessa maggiormente, in prospettiva storico-cristologica, delle vite di questi due esponenti del protocristianesimo, sono i loro momenti di "scontro".
Prima, però, di esaminare più a fondo la questione, è utile sgomberare immediatamente il campo da alcune teorie riguardo il contesto in cui tale scontro ha luogo e la "disputatio".
In primo luogo, è necessario chiarire che, con ogni probabilità, in questo scontro il panorama essenico coevo non ha alcuna rilevanza.
Robert Eisenman, docente di Religioni del Medio Oriente presso la California State University di Long Beach, nel suo per altri versi illuminante "James the Brother of Jesus" (30), così come nel precedente "The Dead Sea Scrolls Uncovered" (31), afferma, nel quadro di una supposta identità tra esseni e zeloti, che Giacomo sia da identificare con il "Maestro di giustizia" e Paolo con l'"Uomo di menzogna" citati nel manoscritto 1QpHabs (32) di Qumran. In realtà, però, questa teoria si basa su una datazione completamente errata (33) del rotolo, che risale al II secolo a.C., cioè a circa duecento anni prima della nascita di entrambi.
Altrettanto da rigettare sono le tesi, circolanti in vari ambiti (34), che vedrebbero nell'omicida di Giacomo (il lavandaio o scardatore), in realtà Pietro stesso (che a Giaffa viveva con Simone il conciatore (35) e, dunque, secondo gli estensori di tale ipotesi, sarebbe stato, con un normale meccanismo di duplicazione nominale piuttosto presente nei Vangeli, egli stesso conciatore, essendo Simone e Pietro, in effetti, la stessa persona... dimenticando che Simone era il nome ebraico più diffuso ai tempi di Gesù e che Pietro di professione era - perché dubitarne - pescatore) o Paolo, fabbricatore di tende (36).
Su che base? Forse perché quelli di conciatore e di fabbricatore di tende sono mestieri lontanamente attinenti a quello dello scardatore? Sembra davvero piuttosto azzardato e semplicistico e, se l'ipotesi risulta troppo vaga, appellarsi alla scarsa attendibilità di Eusebio che, come visto, riporta la notizia della morte di Giacomo, lo è ancora di più.
Lasciate, dunque, da parte queste teorie, invero poco attendibili (ma ne circolano numerose altre ancora più fantasiose), cerchiamo di risalire al nocciolo del contrasto tra Giacomo il Giusto e Paolo di Tarso, partendo proprio dagli scarsi testi in nostro possesso esaminati in precedenza.
Probabilmente, il punto d'origine è dato da una strana affermazione su Giacomo che abbiamo trovato nell'Egesippo citato da Eusebio:

«...A lui solo era permesso entrare nel Santuario: infatti non portava vestiti di lana ma di tessuto di lino...»

Cosa significa? I tessuti di lino, propri dei sacerdoti Sadducei e, soprattutto, il fatto che entrasse nel Sancta Sanctorum, atto concesso solo al Sommo Sacerdote, ci potrebbero far pensare che egli rivestisse tale carica. Il che è impossibile, dal momento che sappiamo che, in quel periodo, era sommo sacerdote Anna.
Forse, una ipotetica soluzione a questo dilemma è che Giacomo fosse una sorta di "Sommo Sacerdote dell'opposizione" (37).
Per comprendere questo dato, dobbiamo ricordare che nella Palestina del I secolo i sacerdoti del Tempio erano tutti Sadducei, cioè, fondamentalmente, collaborazionisti di Roma. Anna, in particolare, era così vicino all'Impero da venire nominato addirittura governatore pro-tempore nel periodo tra due mandati di legati imperiali.
Dalle descrizioni in nostro possesso, appare evidente che Giacomo, invece, fosse uno strenuo assertore della Legge Torahica. Anzi, stando alla narrazione di Eusebio, non potremmo dirlo altro che un nazoreo, esattamente come suo "fratello" (38).
D'altra parte, la Chiesa delle origini ci appare essere piuttosto "ligia" nella osservanza della Legge. Si pensi, ad esempio, al martirio di Stefano e, in particolare, al suo discorso prima della lapidazione, con la frase:

«voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l'avete osservata.» (39)

E, fondamentalmente, non vi è nulla di strano in tutto questo. Leggiamo, dagli scritti di Matteo, quanto Gesù stesso aveva affermato:

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.
In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto.» (40)

Chi potevano essere, allora, i nemici di Stefano, di Giacomo e dei primi cristiani, buoni ebrei osservanti, tra i quali, se la cerchia degli Apostoli rifletteva, almeno parzialmente, la composizione dei discepoli, dovevano essere numerosi gli zeloti?
Ovviamente, primi fra tutti, dovevano essere i Sadducei, che avevano "venduto" la Legge ai Romani, che si erano asserviti ad un potere straniero per mantenere la loro posizione. Poi, gli scribi, al servizio della casta sacerdotale ed i Farisei, troppo tiepidi nella loro opposizione a Roma, troppo legati alla forma, ma non alla sostanza della Legge.
E Paolo? Paolo era un "cives" romano, proveniente da una città straniera e cosmopolita aliena da ultranazionalismi, un fariseo molto vicino addirittura all'alta gerarchia sadducea (come membro del Sinedrio con diritto di voto).
Questo ne faceva un "nemico naturale" dei protocristiani, non tanto per questioni di "purezza dottrinale" (in fondo di autoproclamati Messia e Salvatori era piena la storia di Israele degli ultimi due secoli...), quanto per ragioni politiche. Ecco che, in questo quadro, non stupisce, anche senza arrivare agli eccessi di definirlo una sorta di "spia romana" (41), che la sua posizione e la sua ideologia lo pongano a capo, al servizio dei Sadducei (42), di una persecuzione anticristiana.
Ciò che, però, è più interessante, è che, anche dopo la conversione, la sua "forma mentis" non cambia così radicalmente.
Leggiamo il motivo della sua prima fuga da Gerusalemme:

«Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo.
Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù.
Così egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore e parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo.» (43)

Chi erano gli "Ebrei di lingua greca" se non proprio gli ebrei ellenizzati, che costituivano gli oppositori principali degli zeloti?
Insomma, Paolo non tiene minimamente (e ovviamente, data la sua storia personale) alla purezza razziale e legalitaria: predica ai nemici, desidera inglobarli nella nuova comunità.
Oggi, probabilmente, chiameremmo tutto ciò "apertura mentale", ma per un ebreo del I secolo, soprattutto per un nazionalista ebreo anti-imperialista, tutto ciò suonava solo come un tradimento. (44)
Poi viene la predicazione ad Antiochia e la prima disputa con Giacomo. Perché?
Paolo (con Barnaba) si oppone risolutamente alla circoncisione, pratica un po' troppo ebraica per essere accettata dai neo-catecumeni, e ciò provoca le ire di alcuni ebrei, che si rivolgono a Gerusalemme, da cui partono "ispettori" per sondare l'"ortodossia" della predicazione paolina. Evidentemente, il risultato di tale ispezione non deve aver soddisfatto molto Giacomo e i suoi compagni, se Paolo viene chiamato a rendere conto del suo operato e la frattura tra Chiesa giacobita e Chiesa paolina sembra allargarsi.
Fondamentalmente, il nocciolo della questione è probabilmente dato proprio dalla natura dell'interpretazione cristologica: Giacomo aveva conosciuto personalmente Gesù e parlava con l'autorità derivante dall'essere testimone diretto. Paolo, invece, non aveva mai conosciuto Colui di cui annunciava il Messaggio e ciò lo portava, secondo i protocristiani di Gerusalemme, ad una distorsione dell'insegnamento originale: dalla fedeltà alla Legge e da un ruolo fondamentalmente messianico, Paolo passava, quasi certamente anche in un tentativo di consonanza con i culti imperiali, ad una sorta di "adorazione personale", probabilmente sulla base di una disinterpretazione delle parole poi riportate da Giovanni:

«Gesù rispose loro: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?".
Gli risposero i Giudei: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio".
Rispose loro Gesù: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre."» (45)

Una disinterpretazione che, agli occhi di qualunque buon ebreo, doveva risultare assolutamente blasfema.
Insomma, Paolo sembra quasi oscurare il Dio degli Ebrei per creare una sorta di culto di Gesù, che permetta la penetrazione del messaggio cristiano presso popoli abituati a culti analoghi (Adone, Tammuz, Attis, Mitra, ecc.). Ecco che, allora, la biografia di Gesù si carica di simbologie di contatto con altre religioni e di eventi miracolistici (46).
Paolo è conscio di non predicare lo Gesù storico predicato a Gerusalemme e lo dice piuttosto chiaramente:

«Temo però che, come il serpente nella sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo.
Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo.» (47)

Inizialmente, comunque, Giacomo tenta una mediazione, allargando notevolmente, come già aveva fatto suo "fratello", le maglie della Legge, cosicché possa essere tranquillamente seguita anche da ex-pagani, ma anche ponendo Paolo ed il suo compagno Barnaba "sotto la tutela" di altri due discepoli.
Nonostante questo temporaneo riavvicinamento, appare evidente che Paolo, ricominciando i suoi viaggi missionari e, conseguentemente, necessitando di "creare" una religione più comprensibile e, soprattutto, assimilabile per chi viene dal paganesimo greco-romano, continui una deriva che potremmo, per certi versi, definire "mitraica" nella sua predicazione: il contrasto con Gerusalemme cresce esponenzialmente. Ne abbiamo, forse, la maggior eco nella "Lettera ai Galati" in cui afferma, in modo assolutamente blasfemo per un ebreo osservante:

«Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l'uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno.» (48)

D'altra parte, pochi versetti prima, il suo attacco agli "ebraicizzanti" è inequivocabile:

«Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere.
E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi.
Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli - quali fossero allora non m'interessa, perché Dio non bada a persona alcuna - a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più.» (49)

È chiaro che, con queste premesse, il ritorno a Gerusalemme non può che risolversi in una frattura definitiva: un conto è, infatti, l'allargamento delle maglie legalitarie e l'apertura parziale, ma significativa, verso i pagani, un'apertura che, comunque, come detto, rientra pienamente nel quadro della predicazione di Gesù, ma ben altra cosa è la negazione, questa, comunque, totalmente al di fuori del messaggio del Cristo, del valore della Legge in sé.
Seppure il Giusto tenti ancora una mediazione, che comunque passa, molto significativamente, attraverso una espiazione purificatoria di sette giorni di Paolo, sono, con ogni probabilità, gli zeloti a non accettare più la sua predicazione, considerata, fondamentalmente blasfema oltre che filoromana ed ellenista (50). Certo non aiuta Paolo, nonostante la sua presa di distanza dai Sadducei (51), una cittadinanza romana invocata e quasi "ostentata" (52), che, indubbiamente, gli conferisce privilegi enormi rispetto ad un comune ebreo: in ogni caso, la distanza tra protocristiani di Gerusalemme e Paolo è ormai troppo netta.
Ma dopo la morte di Giacomo, nulla più osterà alla diffusione del "suo" messaggio, della "sua predicazione" che, come abbiamo avuto modo di vedere, verrà riversata nei Vangeli da testimoni "di seconda mano", in alcuni casi stranieri, indottrinati e convinti della "sua" cristologia.
Il risultato sarà, per molti versi, una religione nuova, un cristianesimo paolino che oggi definiamo come "il Cristianesimo".
Ma forse, la domanda che dovremmo porci è una: chi conosceva realmente ciò che Gesù predicava, che intendeva diffondere? Giacomo il Giusto, suo "fratello", apostolo e scelto da Gesù stesso (come abbiamo visto nel Vangelo di Tomaso) come suo "successore spirituale" (esattamente come Pietro era stato scelto come successore politico), o Paolo, cittadino romano, che, senza aver conosciuto Gesù, ne fa un Dio delle genti?
Il dubbio sorge legittimo e, dalla risposta a questo dubbio, potrebbe dipendere forse un grande passo in avanti verso la conoscenza storica del Cristo.

Note:
1. Cfr. "Vangelo di Didimo Toma", Loghion 12. Cfr. L. Moraldi, Milano, Adelphi, 1993, pag. 7.
2. Mc. 6:3.
3. In Gal. 2:9 egli è una della "colonne" della Chiesa di Gerusalemme con Cefa e Giovanni.
4. Cfr. Clemente Alessandrino, "Ipotiposi", I, 70, citato in M.Baigent, R. Leigh, "Il mistero del Mar Morto", Milano, Tropea, 1997, pag. 196.
5. Cfr. Giuseppe Flavio, "Antichità giudaiche", XX, IX.
6. Cfr. Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, 2, 1-23.
7. Cfr. Eusebio, citato, 2,23.
8. Cfr. Eusebio, citato, 2,23.
9. Cfr. Sofronio Eusebio Girolamo, "De Viris illistris", II, 21.
10. Cfr. Sofronio Eusebio Girolamo, citato, I, 11.
11. Rom. 1:11.
12. At. 22:3.
13. Fil 3,5-6.
14. At. 8:1.
15. At. 26:10.
16. At. 9 . Siamo intorno al 40.
17. Gal.1:17.
18. Gal.1:18-20.
19. At. 9:29.
20. At. 11:26. Intorno al 43.
21. At. 15.
22. Cfr. R.H. Eisenman, "James the Just in the Habakkuk Pesher", Berckley, Brill Academic Pub., 1986, pgg. 30-32.
23. 2 Cor. 11:4.
24. Cfr. M.Baigent, R. Leigh, citato, pag, 190.
25. At. 21:20 ss.
26. Cfr. Ignazio di Antiochia, "Epistola ai Romani", 4,3.
27. Cfr. Tertuliano, "Prescrizione" XXXVI 1-3 e "Contro Marc." IV,5.
28. Cfr. Prudenzio, "Peristephanon" XII, 5.
29. Cfr. N. T. Wright, "Paul: in fresh perspective", London, First Fortress Edition, 2005, pgg. 166 ss.
30. Cfr. R. Eisenman, "James the Brother of Jesus: The Key to Unlocking the Secrets of Early Christianity and the Dead Sea Scrolls", citato.
31. Cfr. R. Eisenman, "The Dead Sea Scrolls Uncovered: The 1ST compl Translation intrptn 50 Key Documents Withheld for Over 35 Year", New York, Penguin Books, 1993.
32. 1QpHabs, 2,2.
33. Rilevata dalle analisi con spettrometro di Margen Broshi, pubblicate in In Biblical Archeology Review XVII/6 (1991), p. 72. Cfr. christianismus.it.
34. Ad esempio su deiricchi.it.
35. At. 9:43.
36. At. 18:30.
37. Cfr. R. Eisenman, citato, 1986, pgg. 30-32.
38. E, anzi, sempre stando al testo evangelico, anche più "rigido" nell'osservanza: "[...] non toccò vino né altre bevande alcoliche e neppure carni di animali; il rasoio non passò sulla sua testa e non si spalmò mai olio, ne fece mai uso di bagni"...
39. Mt. 5:17-18.
40. Mt. 5:17-18.
41. Cfr. Baigent e Leigh, citato, pgg. 223 ss.
42. At. 9:21: "Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?"
43. At. 9:26-29.
44. Cfr. A.N. Willson, "Paul: The Mind of the Apostle", New York, Norton Paperbacks, 1997.
45. Gv. 10: 32-38.
46. Cfr. Baigent, Leigh, citato, pag. 189.
47. 2Cor. 11:3-4.
48. Gal. 2:15-16.
49. Gal. 2:3-6.
50. Cfr. At. 21:28: "Uomini d'Israele, aiuto! Questo è l'uomo che va insegnando a tutti e dovunque contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo; ora ha introdotto perfino dei Greci nel tempio e ha profanato il luogo santo!"
51. At. 23:1-6.
52. At. 22:22-29.

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