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I RACCONTI DEI LETTORI...

 
GARMIN

di Orus
per Edicolaweb

 

L'atmosfera era carica di misticismo, la voce del vecchio abate che recitava la preghiera risuonava tra le navate della chiesa. A tratti si udiva chiara, risoluta, a volte sommessa, confusa; le parole si comprendevano a fatica.

La litania finiva in un rauco suono gutturale per poi tornare a risuonare e rimbalzare acuta fra le colonne scuotendo chi, fra i presenti, si era distratto in altri pensieri, o lasciato catturare dal torpore.
L'aria fredda era resa ancor più glaciale dalla cerimonia funebre che si stava svolgendo fra quelle mura. L'ultimo erede della casata di Shield, il conte Valfred, era deceduto a causa di un misterioso male che lo aveva a poco a poco indebolito.
In merito circolavano strane dicerie fra gli usci delle botteghe del villaggio. Si raccontava che il conte era stato stregato da una giovane pulzella che gli aveva tolto la ragione. Una bellissima donna lo aveva circuito e avvinghiato al suo fresco corpo fino a privarlo delle forze e condurlo, infine, alla tomba. In pratica lo aveva ridotto all'osso tenendolo tutto il giorno sotto le coperte della sua alcova. Erano le storie delle malelingue, ossia le vecchie comari che spettegolavano su tutto e su tutti e trovavano ogni occasione buona per diffondere malignità.
Alcune donne addette alle cucine del maniero avevano raccontato che i due "amanti" passavano buona parte del giorno in camera a gozzovigliare. E chissà cos'altro. Si facevano vedere soltanto di sera, dopo il tramonto. L'unico a sapere cosa accadeva nella stanza, in quanto il solo autorizzato ad entrare quando i due erano presenti, era il servitore personale di Milady.
Ester, incaricata di rimettere in ordine la camera, narrò alla moglie dell'oste che, un giorno, credendo la stanza vuota, vi entrò e vide i due profondamente addormentati sul letto. Completamente nudi. Non si accorsero di lei, dovevano essere esausti. Secondo Ester i due amanti avevano battagliato a lungo fra le lenzuola.

- Il conte aveva vistosi graffi e lividi su molte parti del corpo, sembrava avesse affrontato un demone. - disse la cameriera.
- Suvvia, non siate esagerata. - le rispose l'ostessa.
- C'è meno caos in un orgia...
- Accidenti Ester. Il conte è un valoroso combattente, noto per il suo coraggio. Sarà focoso e passionale anche sotto le lenzuola.
- Voi non li avete visti, ma credetemi, solo in battaglia ci si procura simili ferite. E la contessa? Era sporca di sangue. Era il sangue del conte di sicuro. Ne aveva sul petto, sul viso, sulle labbra. Sono dei depravati...
- Addirittura? Ma siete certa o è la vostra fantasia?
- Non mi credete? Fate pure, ma io so quello che ho visto e la mia vista è ancora buona, cara la mia signora. Non dimenticherò la faccia di lei soddisfatta e la sua mano sul petto del conte; le unghie infilate nel torace e il sangue rappreso intorno.
- Ah, ma non è che vedere quei corpi nudi ha risvegliato qualche desiderio? - aggiunse la locandiera.
- Come vi permettete. - replicò Ester andandosene.

Molte storie presero corpo nell'osteria davanti ai boccali di vino. Storie di ignobili e osceni desideri nascosti o di streghe e filtri d'amore. Il conte era stato veramente stregato, quella femmina lo aveva reso uno schiavo d'amore.
Adesso, tutto quello che era stato detto, a torto o a ragione, non contava più, il conte giaceva davanti all'altare fra popolani curiosi di vedere la "strega"; devoti servitori e soldati, cavalieri e nobili venuti da feudi vicini, ligi al dovere che imponeva il loro rango. La vedova, il volto nascosto da un velo nero che ricadeva sul maestoso abito dello stesso colore, nella prima fila, con al fianco il fedele servitore e il comandante delle guardie.
La nobile salma era stata deposta sopra un trespolo di legno coperto da un drappo nero con, ricamati in oro, i fregi della casata. Ai fianchi i soldati a guardia d'onore.
L'abate continuava nelle litanie con voce bassa, stanca. Pronunciava le parole frettolosamente, senza riprendere fiato, come volesse terminare la cerimonia al più presto e andarsene da lì. Le frasi risuonavano come un lamento che sembrava provenire dal mondo dei morti e anche i presenti, angosciati, non vedevano l'ora che la funzione finisse per lasciare quel luogo. In fondo erano lì solo per adempiere ad un obbligo; adesso senza il conte era iniziata la silenziosa lotta per la conquista della contea. Qualcuno già pensava come guadagnare le grazie della contessa e, dopo il suo corpo, appropriarsi dell'intero territorio.
Questi i pensieri dei nobili, quando la nenia del prelato fu interrotta dal rumore del battente della porta che si era aperto con un sinistro cigolio, provocando, data la situazione, un brivido lungo la schiena di qualcuno degli astanti, i quali, si voltarono verso il fondo della navata.
Una figura si stagliò nella penombra e avanzò con incedere deciso. I suoi passi risuonarono fra le colonne. Un cavaliere! La mano sull'elsa della spada per evitare che sbattesse contro la leggera corazza a protezione delle sole giunture degli arti.
Sopra la cotta di maglia che lo copriva fin sul capo, una tunica azzurra, lunga fino alle ginocchia, con al centro dipinta un'ala spiegata nera, uguale a quella sul cimiero, poggiato al fianco e avvolto da un mantello blu. Lo sguardo fiero. Avanzò fra le ali della gente sorpresa dalla sua apparizione; gli occhi fissi verso l'altare. Nessuno lo aveva visto prima. Giunto davanti alla salma si fermò. Rimase qualche istante ad osservarlo; accennò ad un inchino con il capo, si girò e si diresse verso l'abate che pareva impietrito dall'apparizione. Una volta vicino al prelato il cavaliere si protese verso il suo orecchio e sussurrò a lungo parole che nessuno poté udire.
Quando il cavaliere si staccò da lui, l'abate si fece il segno della croce e si diresse verso la porta che portava alla sacrestia sparendo dietro di essa.
Il cavaliere depose il suo cimiero sull'altare, si tolse il mantello, lo ripiegò e lo sistemò accanto all'elmo.
Nel frattempo il prelato aveva fatto ritorno portando una grande ampolla con del liquido trasparente e un'asta di legno con il vessillo del conte. Porse tutto al cavaliere che si volse verso i presenti meravigliati, incuriositi e muti.
Solo adesso vedevano l'aspetto dello sconosciuto, la cotta nascondeva i capelli dell'uomo ma non il volto, contornato da una corta barba nera, due occhi di ghiaccio che non si potevano fissare a lungo.
L'uomo d'arme si presentò davanti alla vedova e le porse il braccio.

- Il mio nome è Garmin di Woodstone e sono qui per rendere omaggio ad un valoroso guerriero. Permettete porga il mio braccio al vostro servizio?

La nobildonna chinò il capo in segno di assenso e poggiò la sua mano su quella protesa dall'uomo lasciandosi accompagnare verso la salma del conte. Quello che accadde una volta che i due giunsero davanti al defunto lasciò tutti senza fiato.

- Vi prego mia signora di facilitare il mio compito. - disse l'uomo porgendole l'ampolla.
La donna la prese.
Garmin tolse il drappo con lo stemma ducale dall'asta e lo depose con riverenza sulla salma. Indietreggiò e tornò verso la contessa. La donna tese le braccia nell'atto di restituire quanto ricevuto in precedenza e, mentre Garmin la prendeva con una mano, con l'altra affondò la picca nel corpo della giovane donna. Poi, avvicinandosi alla donna, la tirò a sé con forza finché il bastone la trapassò da parte a parte. La giovane ebbe un debole gemito, forse dovuto più alla sorpresa che al dolore. Garmin adesso ghermiva l'ampolla e ne gettava parte del contenuto, acqua benedetta, sulla salma del conte. Istintivamente tutti i presenti indietreggiarono. I popolani di alcuni metri; i nobili, di due passi, prima di sguainare le loro spade. Nessuno osò contrastare Garmin. L'attenzione era concentrata verso la contessa che si adagiava lentamente a terra, trasformandosi in un mucchietto di cenere sotto gli abiti ricaduti a terra. I soldati si erano scostati dalla salma del conte mentre bruciava fra le fiamme di un improvviso incendio.
L'abate e una dozzina di monaci si erano schierati accanto al cavaliere e, tutti armati di lance di frassino, iniziarono a muoversi verso la gente.
A quel punto fu chiaro cosa stava in effetti avvenendo. La caccia ai demoni fu aperta.
Il servitore personale di Milady finì sotto due robusti giovinastri che lo stesero a terra e mentre tentava di morderne uno, un'asta di frassino lo trafisse a morte. Il capitano delle guardie si era fatto largo fra la gente a suon di spada. Anche due soldati ne fecero le spese. Nonostante fosse stato ferito a un fianco aveva guadagnato metà della navata e si era voltato correndo verso l'uscita.
Garmin spintonò qualche popolano tanto da ottenere quello spazio che gli permise di lanciare la picca di frassino verso il fuggitivo. Dopo un breve volo a mezz'aria il legno s'infilò nella schiena del capitano che ebbe solo il tempo di girarsi a guardare il suo assassino prima di sparire in cenere.
Anche un paio di cameriere e qualche soldato finirono trafitti dai monaci. Mentre altri servitori di palazzo furono sollevati e gettati dentro le acquasantiere.
Per un attimo tutto fu confuso e qualche innocente ne andò di mezzo. Forse per qualche vendetta personale; forse la paura giocò un ruolo determinante. Fatto è che la morte si prese qualche anima innocente. Un'occasione ghiotta per la vecchia signora in un luogo come quello.
Poi, come era iniziato, tutto finì.
Garmin, l'abate, i monaci, si fermarono. Si guardarono intorno incrociando gli sguardi dei superstiti. Vistoso l'orrore dipinto sui loro volti, lo sconcerto.
Sul pavimento cenere, cadaveri e armi sporche di sangue. Nell'aria un acre odore di bruciato mischiato a quello delle candele.
Garmin, giunto all'altare, riprese mantello e cimiero. La spada, ripulita, di nuovo nel suo fodero. L'abate lo fermò posandogli la mano sul braccio.

- Dimmi. Chi sei in realtà? Perché conoscevi cose a noi ignote?
- Prete, tu non ascolti. Ho già detto il mio nome.
- Woodstone. Dove si trova questo feudo?
- Ha importanza? Non è un feudo; è il mio dominio.
- Lontano da queste terre. - ribatté ancora l'abate.
- Lontano da questo paese e senza succhia sangue.
- Conosco una storia che narra di un antico fra gli antichi condannato a restare su questa terra...
- Prete, tu ascolti troppe storie senza senso. - lo interruppe Garmin.
- Ascolto, non ascolto. Decidi. Conosco più cose di quanto credi. Comunque ringrazia il tuo Signore per le anime salvate.
- Io sono il Signore di me stesso. Addio, prete. Spero di non vederti più. - disse il cavaliere avviandosi verso l'uscita.

L'abate rimase in silenzio a guardarlo. Un giovane monaco gli si avvicinò.

- Padre, anch'io ho letto la storia degli antichi guardiani della civiltà. Quello è...
- Si, lo è... - rispose pronto l'abate prima che il giovane finisse la frase - È Nimrag.
- Nimrag...? Garmin!
- Avanti. Diamoci da fare... tutti quanti. La chiesa va ripulita... Questo è ancora un luogo sacro.


									

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