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Tutti i racconti dei lettori I RACCONTI DEI LETTORI...

BLACK DEL TEMPIO
di Orus
per Edicolaweb


Quando lo vidi la prima volta era intento a respingere l'assalto dei nemici sulle mura. Imponente con la cotta che dalla testa calava fino alle ginocchia, l'elmo con un drappo blu avvolto intorno, la tunica nera con la grande croce dorata al centro.
 

La lama della spada, che a tratti brillava del riflesso del sole, descriveva ampi semicerchi, a destra e a sinistra, in alto e in basso, e ogni volta che fendeva l'aria davanti all'imponente sagoma scura del cavaliere, schizzi di sangue macchiavano le pietre e volavano verso il cielo, mentre corpi senza vita cadevano al suolo.
Da solo stava contrastando l'assalto degli infedeli che fuoriuscivano dalla torre semovente, già in preda alle fiamme.
Mi trovavo a poche decine di metri da lui impegnato ad allontanare le scale dalle mura. Chiesi al cavaliere al mio fianco chi fosse.

- Lo chiamano Black del Tempio. È un templare.
- Perché quella tunica nera?
- In segno di lutto per la perdita della moglie e della figlia. È uno che non ha più niente da perdere e si getta nella mischia cercando una fine gloriosa, ma la morte sembra di diversa opinione.

Eravamo nel mezzo di un tragico assedio. Tre mesi dopo i viveri iniziarono a scarseggiare, un pozzo era in mano al nemico, numerosi i feriti, mancava il posto dove ricoverarli e le medicine per curarli, molti erano deceduti, i rinforzi annunciati non arrivavano.
Una mattina un drappello di saraceni sferrò un attacco sotto le mura ad est. Protetti dagli scudi dei compagni e dal lancio degli arcieri, poggiate le scale iniziarono a salire per espugnare la torre sopra la cinta muraria. Molti cavalieri e soldati si precipitarono verso quella parte, iniziarono i lanci delle terrine piene d'olio, pece e zolfo; le frecce incendiarie solcarono l'aria, ma dopo un cruento corpo a corpo alcuni mori conquistarono la posizione. Fu allora che tra i fumi degli incendi rividi quella sagoma scura spuntare dal nulla; la veste nera con quella grande croce dorata non poteva passare inosservata. Lo scintillio della lama che volteggiava in aria e tranciava le vite nemiche; Black era di nuovo fra noi.
L'assalto fu respinto e prontamente uomini e soldati si riappropriarono della postazione.
Rimase sulle mura per tutto l'attacco, solo quando fu certo che la postazione era ben salda scese da basso.
Lo vidi montare sul suo destriero e venire verso di noi. Incuteva davvero timore.
Nel guardarlo ti pareva che tutti i colori fossero svaniti nel nulla e il nero fosse l'unico rimasto. Nero il cavaliere, il cavallo, la veste, l'armatura a protezione dell'animale, lo scudo, anch'esso con la croce d'oro nel mezzo.

- Cos'hai da guardare ragazzo? Perché quella faccia? - mi chiese quando mi arrivò dinanzi.

Nel guardarlo mi sembrava di vedere la morte venirmi incontro, dovevo avere lo spavento dipinto in volto.

- Niente, signore. - balbettai - Mesi fa ero accanto a lei sulle mura...
- Ah, si? Bravo, vedo che te la sei cavata.
- Sissignore.
- Ma non riesci a stare lontano da guai, vedo. Adesso siamo in un guaio più grosso, non so se te la caverai stavolta. Abbiamo bisogno di uomini che non temono la morte.

Non mi aveva chiamato ragazzo e i complimenti mi avevano fatto sentire importante.
Poi, spronato l'animale, era passato oltre.
La terza volta che incontrai Black fu alla locanda, unico ritrovo e svago dei soldati e cavalieri in un avamposto sotto assedio, il luogo dove trovare compagnie compiacenti e bere del vino in pace.
Era seduto ad un tavolo da solo, senza elmo e cotta, sul tavolo la spada, davanti a lui una brocca ormai vuota e fra le mani un bicchiere che osservava a capo chino.
Per un attimo alzò il capo e mi vide. Sorrisi e alzai il mio bicchiere in segno di saluto. Il suo sguardo era penetrante, acuto e la sua barba nascondeva tratti abbastanza gentili.
L'oste mi disse che non si vedeva spesso, amava bere da solo dietro l'armeria. Secondo il taverniere quella sera doveva essere in preda alla più nera malinconia se cercava gente.
Presi coraggio e mi avvicinai con una brocca colma di vino.

- Posso? - chiesi accennando la panca di fronte.

Sollevò lo sguardo verso di me, poi lo spostò sulla brocca, alzò il bicchiere e mi disse:

- Versa...

E fu quanto feci mentre mi sedevo di fronte.

- Quale misteriosa storia ti hanno narrato per spingerti a venirmi davanti?- continuò.
- Nessuna storia...
- Menzogne, ragazzo, solo menzogne.
- Giorni addietro mi avete detto che ho coraggio.
- Ah sì? - disse guardandomi. - Ora ricordo. Sei quello che ha combattuto vicino a me sulle mura. Qual è il tuo nome?
- Frederick.
- Bel nome, sembra di nobili origini.
- No, non lo sono. Sono solo un cavaliere.
- Un cavaliere. Siamo tutti cavalieri. Oggi tutti diventano cavalieri. La guerra contro gli infedeli vuole cavalieri al servizio di Dio. O del Papa...

Una mezza risata, il bicchiere alla bocca.

- Versa... - disse porgendomi il bicchiere di nuovo - Cavalieri al servizio di qualche principe che mira più in alto. Ma non lo dire in giro o... - e fece con la mano il gesto del taglio della testa.
- Forse, signore, avete bevuto abbastanza.
- Sei venuto qui per dirmi cosa devo fare? - gridò con voce minacciosa.
- No, no... Davvero, volevo solo parlare. Imparare...
- Allora ascolta quello che ha da insegnarti un vecchio... cavaliere.
- D'accordo, ma calmatevi; nessuno vuole offendervi.
- Versa... - disse ancora. Il bicchiere era nuovamente vuoto, e continuò - Cosa ti hanno detto per farti venire a morire in questa terra maledetta? Cosa vanno raccontando adesso; cosa stanno promettendo a voi poveri ignoranti, la vita eterna? Che scopo c'è a vivere in eterno? A provare dolore in eterno? A vedere chi ami morirti accanto; a guardare il mondo morire ogni giorno? La vita eterna... Loro; loro vogliono vivere in eterno. Comandare in eterno, opprimere in eterno, che il diavolo se li porti!
- Sarà meglio uscire di qui prima che qualcuno abbia voglia di parlare e accendere il fuoco di un rogo. - dissi alzandomi e cercando di trascinare via Black.

Mi guardò; si alzò a fatica ed emise un grugnito.

- Cavaliere, forse hai più senno di questo rottame che strabuzza di acquavite. Cavaliere...
- Andiamo.
- Fatti dare altro vino da quell'assassino di oste, cavaliere. Altrimenti...

L'oste aveva già capito tutto ed era sulla porta con la brocca. Mi batté sulla spalla dicendo:

- Portalo dietro le stalle, non gli farà male dormire per una notte all'aperto.

Lo accompagnai verso le stalle. Dietro la costruzione la tettoia a riparo del fieno ed è lì che volevo si stendesse, ma il vino fece effetto pochi metri prima e Black finì con la faccia al suolo. Si girò su un fianco.

- Ecco vedi dove finiamo tutti? Nella polvere. Perché siamo polvere e torneremo polvere. Tutti...
- Si, va bene. Appoggiatevi alla spada e alzatevi, andiamo a distenderci laggiù, sul fieno.
- Guarda... - continuò raccogliendo un pugno di terra - Sai cos'è questa? Terra, polvere. Fango. Quel fango che mescolato al sangue divino è servito a crearci. Tu, rispondi. Sei capace di creare da questo fango? No, vero? Per questo sei destinato a tornare fango, polvere. Non sei Dio come puoi pretendere di avere una vita eterna...

Si mise sulle ginocchia, tesi la mano per aiutarlo. L'allontanò bofonchiando.
Si alzò e riprese a camminare. Giunto davanti a un grande orcio pieno d'acqua vi s'immerse a testa in giù piegandosi in avanti. Ripeté il gesto un paio di volte, poi si scrollò l'acqua di dosso e mi guardò.

- Non sono le sciocchezze di un ubriaco. Tutto quanto possediamo e avremo su questa terra, in modo lecito o illecito, la fama, il potere, le ricchezze; o il nulla e l'oblio; tutto quanto, sarà perduto. Hai qualcosa a cui tieni molto?
- Veramente... si, io...
- Lo perderai. Dovrai lasciarlo. Non puoi portartelo dietro. Un altro prenderà il tuo cavallo; la tua spada, il tuo denaro. Allora perché lottare per accumulare di più, per apparire più potenti, per dominare sugli altri? Perché mettere a ferro e fuoco l'intero mondo in nome di un dio... Che mondo è se gli uomini si danno battaglia per questo. Vero o falso, se è un dio giusto non può avallarlo... Gli uomini non riescono a comprendere che stanno uccidendo, distruggendo quanto ha creato. Dio è in tutto quello che li circonda. Dio è dentro di noi, se mi uccidi, uccidi anche lui. Guarda le cose, la natura, le stelle, il sole, la luna, la vita che scorre su questo pianeta. Tutto è una meravigliosa opera divina. È l'opera di un creatore...
- Questo è indubbio.
- Dio è intorno a noi, ovunque si guardi si nota la presenza di Dio, in tutto ciò che ha creato. Che importanza può avere il suo nome? Conta il suo operato. Quale Creatore di un sì mirabile progetto vorrebbe che le sue creature, le sue creazioni, si uccidessero fra loro e distruggessero il suo capolavoro. È l'uomo, per il suo meschino interesse che stabilisce cosa è vero e cosa è falso. Inventa le cose, le plagia per il suo tornaconto. Gioca sull'ignoranza e il timore della gente...
- Tali concetti sono pericolosi; possono attirare l'attenzione dei nemici e dei solerti inquisitori; far nascere sospetti di possessione. È bene non esternarli...

Si era disteso sul fieno.

- Posseduto dal male, dai demoni? Il mondo è pieno di demoni... Anch'io sono un demone come tutti coloro che uccidono innocenti; anche se lo fanno in nome di un Dio col solo scopo di affermare che il loro dio è quello vero. Vuoi vivere in questo mondo? Esiste un solo Dio, quello che ha creato tutto questo, ma nessuno lo ha mai visto, né conosce il suo nome.
- Non ho scelto per fede, ma per necessità. Voi perché avete scelto di vivere e di uccidere quelli che dite innocenti? Perché siete venuto in questo paese a combattere per un Dio?
- Sto cercando la vecchia signora, ma lei non mi vuole. Quando mi vede fugge. La mia vita non ha più senso; non mi riconosco più fra gli uomini. E poi ho imparato che l'uomo si convince meglio col filo di una spada che con la parola. Forse verrà un tempo in cui gli uomini saranno disposti a parlare e ascoltare e comprenderanno come stanno le cose in realtà e si capiranno. Chissà! Questo non è quel tempo...
- Ecco perché non avete fatto il predicatore; sapete bene che denaro e potere possono comprare lame e parole. Forse non saranno chiacchiere di un ubriaco ma il vino ha avuto la sua parte. Non perdete tempo a parlare allora. Dovreste temere che le vostre parole non siano udite e travisate, distorte; sarà meglio continuiate a tagliare teste.
- Cosa puoi capire tu. Vattene! Lasciami solo, Va via...
- Si è meglio. Se questo è quello che pensate è pericoloso starvi vicino. La vita per me ha ancora un senso... - e così dicendo gli voltai le spalle e me ne andai.
- Va via, vattene... - replicò con voce stanca prima di lasciarsi cadere sulla paglia.

Nei giorni seguenti non mi recai più alla locanda per evitare di ritrovarlo e ne persi ogni traccia.
Qualche tempo dopo fu deciso dal Gran Consiglio dei Cavalieri di effettuare una sortita nel campo nemico. L'incarico fu affidato a Black; la cavalleria al suo comando doveva cercare di recare più danni possibili e accaparrare cibo e quant'altro. Una mossa a sorpresa che avrebbe permesso alla città di respirare un po' e, cosa più importante, avrebbero guadagnato tempo in attesa dei rinforzi segnalati vicini.
Fu così che rividi il cavaliere. Entrò dove noi reclute dormivamo e cominciò a scegliere chi doveva far parte del gruppo incursore.

- Guarda chi abbiamo qui... Frederick, hai un cavallo? - mi chiese.
- Sissignore...
- Sali in groppa al tuo ronzino e trovati alla porta nord stanotte; dopo mezzanotte. Ben armato s'intende...
- Non mancherò. - risposi entusiasta.

Ancor prima dello scoccare della mezzanotte ero in attesa nel luogo convenuto. Era una notte senza luna e a malapena ci distinguevamo l'un l'altro. La serata ideale per un agguato.
Il maresciallo fece allineare i numerosi cavalieri presenti e controllò personalmente l'armamento di ognuno.
D'un tratto un movimento e un brusio tra le file. La sagoma scura di Black, quasi invisibile per la sua montura nera, sfilava in mezzo a noi.
Si fermò davanti alla porta e mettendosi di traverso alla cavalcatura si girò e disse:

- Oltre questa porta qualcuno troverà la strada per il paradiso o l'inferno, il suo sacrificio aiuterà i suoi fratelli. Gli aiuti sono vicini. Là fuori il nemico non si aspetta la nostra visita, non lo troveremo con le armi in pugno e qualcuno di voi esiterà a uccidere uomini inermi. O donne, o servi. Fate conto che il diavolo vi si pari davanti e eliminatelo senza esitare, senza pietà se non volete che le vostre teste finiscano infilzate sulle loro picche. Adesso seguitemi in silenzio fino al campo; il nemico non deve capire... e che Dio sia con Voi.

In silenzio lo seguimmo fuori della porta; uno dietro l'altro.
Percorremmo la distanza fra la fortezza e il campo nemico defilandoci di lato contro le colline, lentamente, nascosti dalle tenebre di una notte senza luna. Una leggera brezza spirava verso di noi portandoci gli odori del campo; a tratti i fumi dei fuochi intorno ai quali vegliavano alcune sentinelle. L'aria era tiepida, pesante, gravida di morte.
Eravamo già ai limiti dell'accampamento dove Morfeo aveva già sparso il suo soffio; visto così sembrava abbandonato. Black alzò il braccio che impugnava la spada, ci disponemmo a ventaglio e ci lanciammo al galoppo.
C'è chi resta a braccia conserte nel vedere un centinaio di cavalieri armati di tutto punto venirti incontro scatenati in una carica. Altri, per il terrore che s'impadronisce di tutto il loro essere, corrono più dei cavalli che li vogliono travolgere. Senti le loro narici sbuffare nell'impeto della folle corsa e abbandoni il tuo posto, lasci tutto e scappi per scansare quella furia. Ed è quello che fecero le sentinelle appena videro quella massa scura avanzare come una minacciosa onda e capirono di cosa si trattava. Ma il gruppo dei cavalieri a quel punto si era diviso in due tronconi, disposti a cuneo, che irruppero nel campo con inaudita violenza travolgendo ogni cosa, calpestando animali e persone.
Le nostre lame spezzarono gli ancoraggi delle tende imprigionando gli occupanti; gli uomini, che allarmati uscivano da esse cercando di difendersi, finirono tranciati dalle spade e dagli zoccoli dei nostri destrieri. I feriti che cercavano di rialzarsi vennero trafitti dalle lance, fatti a pezzi dalle scuri. I fuochi vennero dispersi e usati per dare le tende alle fiamme. Sebbene impegnato a scansare le picche nemiche e tirare fendenti da ogni parte senza diminuire quella corsa, mi accorsi che alcuni cavalieri si erano fermati. Pensai fossero in cerca di viveri, medicine e altre cose. Il cuneo si aprì a ventaglio, scorgevo teste spaccate volare sotto i colpi delle mazze ferrate. Chi si parava davanti veniva ucciso; non c'era tempo di fare distinzioni di sesso o di età. Soldati, donne, cuochi, fabbri, servi, concubine divennero carne da macello insieme a pecore, cani, muli.
Bruciarono le tende che servivano da magazzino dopo essere state saccheggiate. I due gruppi di cavalieri erano divenuti due valanghe di odio e violenza irrefrenabile che ridussero in polvere tutto quanto trovarono sul loro cammino.
Ripensando a quel momento vi sono cose che non potrò mai dimenticare. Falciavo senza pietà qualunque sagoma mi si parava davanti o ai lati, non distinguevo chi fossero, non me lo chiedevo neanche. La paura iniziale si era trasformata in un immenso piacere nel vedere quelle figure sparire sotto di me mentre la mia lama si arrossava sempre di più. Il sangue mi schizzava, sul viso, riesco ancora a sentire il suo sapore dolciastro sulle labbra, ricordo che urlavo in preda all'euforia in un misto di follia e terrore.
Traversammo tutto quel lato del campo fin dietro le linee nemiche. Giunse l'ordine di Black di rientrare; uno strappo alle redini, il destriero che si alza sulle gambe e si gira. Alcuni secondi per spaziare con lo sguardo. Quella parte dell'accampamento era distrutto, completamente raso al suolo; un macabro tappeto di cadaveri. Anche alcuni dei nostri erano caduti. Fumo e fiamme ovunque. Dalla destra un grande movimento fra le tende bianche, il nemico ripresosi dalla sorpresa si stava organizzando per tagliarci la ritirata. Black era accanto a me, ferito. Mi spinse di lato dietro i cespugli.

- Ascolta, torna dal comandante e riferisci che sono andato incontro ai rinforzi. Li guiderò qui al più presto. Digli di resistere più che può.
- Ma siete ferito.
- Non è niente. Fai come ti ho detto. Vai, non c'è tempo.
Lo guardai sparire nel buio, girai il cavallo e corsi dietro agli altri già sulla via del ritorno. Vidi le sagome dei cavalieri e dei fanti nemici correre verso di me. Non c'erano più ostacoli, non dovevamo più combattere, mi schiacciai sulla sella, il viso attaccato al collo del mio cavallo e mi gettai incontro alla salvezza. La paura mi aveva avvolto di nuovo.
Il campo nemico alle spalle, davanti la porta della città e le torce che ci segnalavano la posizione in quella nera notte senza luna. Poi dentro le mura; era finita. Non me ne resi conto finché non sentii le guardie che sbarravano la porta. Mi fermai e mi voltai indietro pensando a Black solo e ferito.
Fu l'ultima volta che lo vidi.
Sette giorni dopo l'esercito dei rinforzi raggiunse la piana e attaccò alle spalle i saraceni. Fu un autentico massacro. Eravamo salvi.
Black non era fra i salvatori. La sua ferita era grave, mi fu detto. In fondo aveva ottenuto quanto aveva sempre cercato. Non avevo mai saputo il suo vero nome; forse nessuno lo sapeva, per tutti era Black del Tempio.
Le sue parole mi risuonarono nella mente. Nei giorni a seguire decisi si tornare a casa e lasciai i cavalieri alla loro guerra. Non avevo più alcun interesse di scoprire quale fosse il vero dio, non mi interessava neanche sapere se esisteva.
Black mi aveva insegnato che un dio giusto non avrebbe voluto, né trovato ragionevole, uccidere coloro che non credevano in lui. La cosa giusta era vivere apprezzando e conservando tutto quello che era stato creato. L'artefice era senza dubbio una mente superiore e per onorarlo e rispettarlo bastava rispettare la sua mirabile, irripetibile creazione.

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