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I RACCONTI DEI LETTORI...

 
L'ABITATORE DELLA TENEBRA

di Francesco Lamendola
per Edicolaweb

 

Ogni qual volta faceva quel sogno, il signor L. finiva per destarsi nella maniera più angosciosa. In un bagno di sudore si alzava a sedere, sgranando gli occhi nel buio.

E ogni volta stentava parecchi secondi prima di rendersi conto ch'era stato tutto un orribile sogno. Solo quando gli oggetti ben noti cominciavano a prender forma uscendo dall'oscurità della stanza, la piena coscienza del risveglio allentava grado a grado il suo intollerabile stato di tensione e di paura.
Lasciandosi allora ricadere con un sospiro sul cuscino, gli occhi sempre spalancati nel buio, il signor L. riandava con un misto di sollievo e d'indefinibile ripugnanza ai terrori del recente incubo. Anche quella notte tutto era cominciato nel modo apparentemente più normale. Egli stava passeggiando senza mèta né particolari occupazioni per le vie cittadine, e istintivamente si allontanava dal traffico e dai rumori cittadini in cerca di tranquillità e silenzio.
La città era grande. Uscito dal centro a metà pomeriggio d'una grigia giornata invernale, senza averne la chiara percezione finiva per trovarsi a camminare in un quartiere sconosciuto. Finiva lì ogni volta che il sogno si ripeteva, senza che venisse meno per questo la sorpresa; e ogni volta non riusciva a comprendere come ciò fosse accaduto. Quando se ne avvedeva, si fermava sul marciapiedi considerando la novità del luogo, la sensazione di stranezza assolutamente inspiegabile che aleggiava sulle case e sulle finestre, una sorta di 'presenza' misteriosa che si sarebbe quasi potuta toccare con mano.
Anche quella volta il signor L. aveva girato lo sguardo, tentando vanamente di ricostruire l'itinerario che lo aveva portato in quella via. Niente: il passaggio fra il noto e l'ignoto era stato talmente insensibile, che la coscienza lo aveva registrato irrimediabilmente tardi. Pur essendo la quarta o la quinta volta che faceva quel sogno, esso conservava le caratteristiche di una novità e di una imprevedibilità assolute. Era sempre come fosse la prima volta. Il signor L. dapprima non era preoccupato d'essersi smarrito; anzi, non si considerava affatto smarrito. Questa idea non gli passava per la mente. Non era in grado di dire come fosse arrivato sin là, ma se avesse voluto, si sarebbe sentito in grado di rientrare nella parte nota della città. Ciò dimostrava che il sogno, fino a quel punto, non aveva alcuna connotazione o implicazione allarmante.
Ciò che subito balzava evidente nell'aspetto di quei luoghi, era la loro bizzarria. Bizzarria tanto più sconcertante, in quanto il signor L. non avrebbe saputo indicarne la cagione in qualche elemento concreto, obiettivo. La vecchiezza delle case? L'aspetto consunto del selciato? La sinuosità dei vicoli che continuamente intersecavano la strada principale? Su tutto regnava un'atmosfera appartata, come se quello non fosse un quartiere cittadino come gli altri, ma una sorta di città a sé stante, fuori del tempo, la cui vita era regolata da un ritmo completamente diverso da quello esterno...
La novità e la stranezza affascinante del luogo avevano il potere di stimolare la curiosità del signor L. Lasciandosi quasi prendere dal flusso vagamente irreale della situazione, egli cominciava ad avventurarsi per strade e stradine come un esploratore di terre sconosciute. E solo dopo aver svoltato parecchi angoli in rapida successione, sprofondandosi audacemente nel labirinto di vicoli, finiva per fare la seconda sconcertante scoperta della giornata. Quelle vie erano vuote. Né volgendosi indietro, né allungando il passo e sbirciando nelle vie laterali, si vedeva passare anima viva. Egli era solo. Eppure fino a poco prima non aveva notato assolutamente la cosa, segno che solo allora l'ultimo passante doveva essere uscito dal suo campo visivo.
Il signor L. proseguì pensieroso. Il rumore dei suoi passi sul selciato era l'unico suono tutto attorno. Né una vettura, né un essere umano popolavano quelle vie sconosciute. La sensazione di gioiosa scoperta cominciava a rannuvolarsi, a cedere il posto a un timore ancora tuttavia lontano e confuso. Ma a tornare indietro non pensava nemmeno. Alzò lo sguardo lungo le facciate delle vecchie case, che si fronteggiavano nella stretta via, su su fino ai tetti sporgenti stranamente accovacciati: ma nessuna delle finestre rivelava direttamente qualche segno di vita. Pure, per la maggior parte erano aperte, adorne di tendine e alcune di vasi di fiori. I balconi consunti di legno non tradivano tracce di alcunché d'anomalo. Non era facile dire in cosa consistesse l'enigma.
Allora il signor L. pensò: "Dovrà pur esserci qualche negozio, un locale pubblico", e confortato da questa idea, proseguì più fiducioso. Ma ben presto dovette ammettere che, fra le altre stranezze di quel misterioso quartiere, v'era anche questa: che pur essendo probabilmente molto popoloso, non aveva alcun negozio. La cosa cominciava a farsi preoccupante.
Lentamente annottava. L'oscurità invernale avrebbe ben presto invaso le vie silenziose, se la luna piena non si fosse levata sui tetti irti di antichi comignoli e di abbaini. Il signor L. notò che una luce veniva accesa proprio nella casa di fronte a quella lungo la quale stava camminando. Senza esitare attraversò la strada, attratto da quel segno indubitabile d'una presenza umana.

Il portone era molto vecchio, di legno massiccio, e incorniciato da due capitelli di pietra logorati dal tempo. Sembrava chiuso. D'istinto il signor L. fece due o tre passi indietro, alzando lo sguardo verso la finestra illuminata al primo piano. Proprio allora ebbe la confusa percezione, dietro la tenda bianca, d'una forma che si spostava piuttosto rapidamente da un lato all'altro del riquadro, scomparendo. In quel movimento e in quella forma stessa il signor L. credé intuire alcunché d'anormale, di diverso, senza poter precisare meglio questa fugace impressione. Egli restò in mezzo alla via, a testa in su, ancora per un paio di minuti. Ma nessuna ombra riapparve dietro la tenda. Allora, di nuovo senza riflettere, tornò decisamente innanzi al portone e lo spinse.
Con sua stessa sorpresa, si aprì cigolando lievemente. Apertolo del tutto, il signor L. poté distinguere un ingresso notevolmente vecchio e dall'aria trascurata, vuoto, già invaso dalle ombre del crepuscolo. Il suo sguardo corse alla scala di pietra fiancheggiata da una balaustra in ferro battuto, perdendosi nel buio della svolta al primo piano. In quell'istante un violento brivido gli esplose nella nuca e corse lungo tutta la sua schiena, scuotendo lo fisicamente. Nonostante il freddo e l'umidità della sera, passando si una mano sulla fronte si avvide d'essere alquanto sudato. Tuttavia non rimase a lungo lì sulla soglia della vecchia casa: la sua esitazione non durò che qualche secondo. Poi, ben deciso a bussare alla porta dell'appartamento illuminato, si avviò verso la scala.
Salì con una certa difficoltà i primi gradini a causa del buio. Non aveva nemmeno pensato a cercare l'interruttore della luce: saliva appoggiandosi al passamano di legno e sforzandosi di distinguere il piano ove metteva i piedi. Giunto alla seconda rampa, vide che essa riceveva luce da una finestra e poté affrettare il passo. Arrivato al primo piano, vide immediatamente la fessura di luce sotto una porta quasi in fondo al corridoio. Vi si diresse subito, ma rallentando istintivamente il passo. Due ampie finestre si aprivano sul lato destro del corridoio, sul cui pavimento si posava la luce bianca della luna. Sul lato sinistro una fila di porte massicce, tutte chiuse, evidentemente adducenti a diversi appartamenti. Il signor L. non pensò neppure di bussare a qualcuna di esse.
Quando fu presso la porta da cui filtrava la luce, sostò e rimase in ascolto. Salendo, aveva dimenticato di prender nota dell'esatto orientamento, eppure non dubitò affatto che quello fosse proprio il "suo" appartamento, l'unico illuminato di tutta la facciata esterna. Qualche altra ignota ragione lo aveva condotto davanti a quella porta e proprio a quella, oltre al fatto della luce che filtrava dal di sotto? Il signor L. non lo sapeva e non voleva pensarci. Pure, esitando qualche attimo davanti a quella soglia - che sapeva già, prima ancora d'accertarsene, essere soltanto accostata - un senso di sgomento quasi lo sopraffece. L'inspiegabile intuizione, anzi la certezza, che dietro quella porta lo attendesse qualche cosa di inconcepibilmente terribile lo tenne in dubbio davanti a un passo così decisivo. Sospingere l'uscio significava gettare uno sguardo su ciò che è radicalmente "altro", violare ciò che normalmente è saggezza, oltre che prudenza, evitare. Il cuore gli batteva. Appoggiò la mano sulla porta, ed essa, come aveva immaginato, si aprì docilmente.

La stanza che apparve ai suoi occhi era completamente squallida e vuota, evidentemente abbandonata da anni e anni, e così doveva essere l'intero appartamento. Enormi ragnatele si tendevano attraverso gli angoli e pendevano come festoni lussureggianti dal soffitto scrostato, incredibilmente alto. Era quasi del tutto buia: la luce, proveniente da una stanza attigua, rischiarava il pavimento facendo risaltare l'alto strato di polvere.
Il signor L. si diresse decisamente verso la stanza illuminata. Anch'essa era completamente vuota, eccezion fatta per un vecchissimo tavolo tarlato e coperto di polvere sul quale sgocciolava la cera di un enorme candelabro a molti bracci. Fu per l'appunto lo sgocciolio della cera fusa sul piano del tavolo, ove i residui di una candela già consumata si spegnevano sfrigolando, che avvertì per contrasto il signor L. del silenzio immane, innaturale che incombeva nella stanza. Un silenzio così assordante da rintronare nei timpani come un rombo.
Vincendo la prima sgradevole, penosa sensazione che quel luogo e quel silenzio gli davano, il signor L. si guardò attorno per esplorare l'ambiente. Anche qui il soffitto era così alto che gli angoli superiori sfuggivano al cerchio di luce e scomparivano nel buio. Il candelabro gettava la sua ombra, bizzarramente ingigantita, sulla parete di fondo, nuda e in parte scrostata dell'intonaco. Ma la scoperta paurosa, il signor L. la fece gettando lo sguardo al pavimento. Illuminato sia dalla luce del tavolo che da quella lunare proveniente dalla grande finestra, esso rivelava l'alto strato uniforme di polvere, che già aveva notato nell'ingresso. Anche attorno alle gambe del tavolo, nessuna traccia di piede umano, nessuna traccia di alcun tipo. Nella mente del signor L. esplose la domanda: "Chi ha acceso il candelabro non più tardi di cinque minuti fa, mentre io passavo nella via?" Ma subito dopo un'altra idea, molto più spaventosa, si fece strada nei suoi pensieri e scacciò la prima: "Di chi era l'ombra sgusciata velocemente dietro le tende della finestra?"
D'istinto il signor L. alzò lo sguardo verso la finestra: le pesanti tende, lacere e impolverate, viste dall'interno smentivano in pieno l'impressione che davano dalla strada: quella di una normale abitabilità dell'appartamento. Subito dopo egli fu invaso dal panico. Il pensiero che nella casa vi era stato qualcuno o qualcosa fino a pochi istanti prima, e che forse vi era tuttora, appiattito in qualche angolo oscuro, era intollerabilmente angoscioso. Una quantità di pensieri gli ronzavano nella mente, e fra tutti lottava per farsi strada quello impellente e categorico della fuga; pure, l'azione contrastante di tali impulsi faceva sì che si sopraffacessero a vicenda, con un effetto paralizzante sulla sua volontà.
Fu allora che il signor L. lo udì per la prima volta.
Dapprima sembrava una specie di tonfo soffocato, proveniente dal soffitto. Ma prima ch'egli potesse riaversi· dalla sorpresa, il tonfo si ripeté una seconda e una terza volta. Qualcuno - o qualcosa - si stava muovendo nella stanza al piano superiore. Sembrava come una specie di assurdo, inimmaginabile balletto. Ma non erano, non potevano essere piedi umani quelli che stavano facendo risuonare il buio soffitto decrepito della stanza. Qualcosa d'inconcepibile doveva essere l'esecutore di quella danza blasfema. I tonfi soffocati si ripetevano due o tre volte, spostandosi sensibilmente, poi sostavano un attimo prima di ricominciare daccapo. Era una specie di ritmo, ma estremamente osceno e, si sarebbe detto, inconsapevole, come involontario.

La reazione del signor L. fu quasi più di disgusto che di terrore. Una nausea fisica lo invase mentre tentava vanamente di penetrare con lo sguardo fino al buio soffitto verso la parete di fondo della stanza. Quando i tonfi cessarono e la casa secolare ripiombò nel suo irreale silenzio, una forza misteriosa lo spinse a prendere un cero dal candelabro e a tornare sui suoi passi. Ripercorse il corridoio contando le porte e constatò che quella dell'appartamento esplorato era la quinta, a partire dal pianerottolo. Lì giunto, alzò il braccio per illuminare le scale che .salivano al secondo piano: rimase alcuni secondi in attesa, scrutando, come aspettandosi di vedere qualcosa. Ma non vide nulla, e a passi lenti ma decisi cominciò a salire.
Mano a mano che saliva i gradini, la sensazione di nausea si faceva più forte, diveniva una specie di profondo malessere. A un tratto il signor L. si rese conto che la causa di ciò doveva essere almeno in parte di origine esterna. Un odore nauseabondo si stava spandendo giù per le scale, venendogli incontro e alitandogli sulla faccia. Invano egli cercò di analizzarlo: quel fiato pestilenziale non assomigliava ad alcun odore conosciuto. Vi era in esso un elemento vagamente e paurosamente bestiale, come se al piano superiore vi fosse qualche immonda stalla: eppure non assomigliava in alcun modo al fetore di stalla. Era più forte, più violento, si sarebbe detto più feroce, quasi provenisse da un qualche cosa di smisuratamente possente e malvagio. A tratti si attenuava e quasi dileguava, subito dopo una nuova violenta zaffata investiva in pieno il signor L., allontanando ogni possibile dubbio circa la sua esistenza reale. Ciononostante, vincendo l'orrore e il disgusto, egli continuò a salire. Perché? Non avrebbe saputo dirlo lui stesso.
Giunto sul pianerottolo del secondo piano, la luce della candela e quella lunare proveniente dalle finestre gli mostrarono un corridoio pressoché identico a quello già visto, e popolato di ombre ambigue e colossali. Era la fiamma oscillante del cero che creava sulle alte pareti quei fantastici giochi evanescenti, evocando e poi subito facendo scomparire visioni smisurate e terribili. Il signor L. procedeva cautamente, osservando le pesanti porte di legno sulla sua sinistra. Erano tutte chiuse. Giunto all'altezza della quinta dovette fermarsi di colpo. L'odore abominevole sembrava uscire proprio da lì e gli serrava la gola col suo lezzo infernale. Facendosi forza, il signor L. tese avanti il braccio e illuminò in pieno l'uscio: subito dopo fece istintivamente due o tre passi indietro.
La porta non esisteva. Dapprima egli credette che fosse del tutto spalancata verso l'interno, che appariva come un imperscrutabile abisso nero. Ma quando si fece nuovamente avanti e osservò meglio, vide che mancava addirittura. C'erano bensì i cardini arrugginiti, ma la porta non si vedeva e non era nemmeno crollata verso l'interno. Affacciandosi sul buco nero che sembrava aspettarlo beffardo, egli notò due cose: che l'odore insopportabile cresceva ancor più e che la fiamma della candela si contorceva violentemente, come se dall'interno qualcosa la respingesse e cercasse di soverchiarla. Intuendo il pericolo di rimanere completamente al buio in quella posizione, il signor L. portò velocemente la mano sinistra aperta davanti alla fiamma. La luce innanzi a lui ne risultò alquanto smorzata, ma almeno non doveva temere che quel fiato indescrivibile la spegnesse. Quindi gettò lo sguardo all'interno.
Fece appena in tempo a rendersi conto che l'appartamento era incredibilmente più tetro e rovinato di quello al piano inferiore: le altissime pareti erano piene di crepe come quelle di una caverna, cumuli di calcinacci ingombravano il pavimento. Ma quasi subito un fracasso immane esplose letteralmente dal profondo della buia casa. Una o due stanze più all'interno qualche cosa di ciclopico doveva esser balzato fuori spazzando tutto al suo passaggio. Pietre smosse, legni sfondati cedevano con uno strepito spaventoso a una forza al di là di ogni immaginazione.
L'urlo disumano del signor L. rimbombò disperatamente nel silenzio della notte.

"Va bene, va bene, signor L., basta così per oggi disse il dottore con tono rassicurante. - Infermiera, riaccompagni per favore il signor L. nella sua stanza."
L'uomo magro dalle occhiaie scavate e dalla barba lunga si alzò e si lasciò condurre via senza dir nulla, le spalle curve, lo sguardo perso nel vuoto.
"Ebbene, mio caro - disse il dottore rivolgendosi con un sorriso penetrante al suo nuovo assistente - che ne dice di questo caso?"
"Un caso piuttosto frequente di fissazione ossessiva, direi - rispose il giovane. - Ammetto che vi sono, nel suo racconto, dei particolari, come dire?, insoliti; ma considerando il caso nel suo complesso, non mi pare vi siano differenze sostanziali con tanti altri tipici di questo genere di malati. Non se badiamo alla sintomatologia, intendo dire, astraendo dai contenuti della storia."
Il dottore rimaneva pensieroso, seduto a metà sul bordo del tavolo, mordicchiandosi il labbro inferiore. Quindi si alzò e si avvicinò alla finestra, considerando attraverso i vetri i rapidi progressi del crepuscolo invernale. Il giovane assistente lo seguiva con lo sguardo, palesemente a disagio.
"Secondo lei, professore, c'è qualche cosa di anormale in questo caso?"
Il dottore si riscosse dalle sue meditazioni e si volse, annuendo pensosamente col capo. "Ebbene sì, le dirò, a costo di scandalizzarla, che taluni elementi mi lasciano perplesso. Lei ha parlato di particolari insoliti. Proprio questo aspetto del caso mi dà da pensare. Nella mia lunga esperienza scientifica, non ho mai trovato in malati di questo tipo un racconto così denso di elementi inconsueti. In primo luogo, il racconto stesso è stranamente coerente. Poi c'è il fatto che il signor L., non più tardi di un mese fa, era un uomo normalissimo, di raro equilibrio psichico."
"Forse - osservò l'assistente -la psicoanalisi rivelerà le origini remote della catastrofe mentale del signor L.."
"Forse - assentì il dottore. - E tuttavia...".
"Tuttavia?"
"C'è un particolare del quale lei non è ancora a conoscenza, che le voglio raccontare."
"Sono tutto orecchi."
"Venga. Si è fatto tardi, ed è ora di rincasare. Parleremo strada facendo."
I due uomini si tolsero i camici, indossarono i pesanti indumenti invernali ed uscirono. Il dottore spense la luce prima di chiudersi la porta alle spalle. Sulle scale, riprese il discorso interrotto.
"Come lei sa, la causa immediata della pazzia del signor L. è il tassello mancante del nostro mosaico. Essa fu originata, stando al suo racconto, da ciò che egli vide nella casa abbandonata subito dopo il fracasso spaventoso che udì dopo essere entrato. Ma ogni volta che tenta di ricostruire quell'esperienza, giunto a questo punto il terrore gli causa un blocco della memoria e dobbiamo sospendere la seduta. Non è mai stato possibile fare un passo avanti."
"Come è accaduto stasera", assentì l'assistente, che camminava al suo fianco ascoltandolo con enorme interesse.
"Appunto. Come stasera. - Il dottore fece una pausa. - In verità, è già un fatto fuori del comune che un uomo apparentemente sano e tranquillo perda la ragione a causa di un sogno."
"Un sogno ricorrente" osservò il giovane.
"Sì, ma pur sempre un sogno. O sbaglio?"
Erano arrivati nell'atrio e si strinsero il bavero del cappotto prima di uscire nella fredda oscurità del parco dell'ospedale psichiatrico. Camminarono per un tratto in silenzio lungo il triste viale di alberi spogli.
"Si direbbe quasi che lei creda, perdoni la mia franchezza, alla realtà oggettiva del sogno raccontato dal signor L.", riprese l'assistente, impaziente di quel silenzio del dottore.
"lo sono uno scienziato, e sono abituato a non accettare spiegazioni per alcun fatto se non in termini razionali e, soprattutto, verificabili. Tuttavia in questo caso mi trovo nella curiosa situazione di dover riferire delle circostanze che, pur inerenti a un caso di malattia mentale sotto il mio controllo diretto, appaiono francamente inspiegabili."
"Lei prima alludeva a un certo fatto, del quale io non sono a conoscenza, e al quale lei sembrava attribuire molta importanza per la comprensione di questo caso clinico...".
Una folata di vento gelido gettò una manciata di foglie secche contro il viso dei due uomini, togliendo loro il fiato per qualche secondo. I rami degli alberi si contorcevano nella notte come neri insonni fantasmi.
"Proprio così, mio giovane amico - riprese finalmente il dottore. - Un fatto sconcertante... Sconcertante è dir poco. - la sua voce si era fatta cupa e arrochita, tanto che l'assistente dovette farglisi più dappresso perché il vento non gli rubasse le sue parole - Un fatto reale, tangibile, non il delirio di un pazzo. Mi accorgo che lei sta morendo dalla curiosità: ascolti dunque. Forse sarà poi costretto a rivedere il suo concetto di realtà scientifica".
Fece una pausa, trasse profondamente il respiro, e guardando con una luce inquieta il suo assistente, riprese: "Ogni volta, ripeto: ogni volta che l'incubo del signor L. si è ripetuto, sembra che siano stati notati il giorno dopo dei particolari apparentemente inspiegabili. Prima che continui, è bene lei sappia che il signor L., da quando è ricoverato in questa clinica, non ne è mai uscito, neppure per un quarto d'ora... almeno così sembra. Eppure, il giorno successivo a quello in cui sostiene di aver di nuovo fatto il sogno anche qui in clinica, e di essersi destato terrorizzato nel vedersi venire contro 'quello'... Il giorno successivo, dico, le infermiere hanno notato qualche cosa di straordinario. I vestiti coi quali il signor L. è arrivato qui, accompagnato dai suoi parenti, sono stati trovati fuori dell'armadio, gettati alla rinfusa per terra... Il pesante cappotto, che qui non gli serve perché non ha neppure il permesso di scendere nel parco, era coperto di ragnatele e sporco d'intonaco... Le scarpe incredibilmente impolverate, come se il signor L. avesse camminato in qualche ambiente vecchissimo, addirittura affondato nella polvere...".
Il giovane assistente ebbe un brivido, ma si riscosse, e tentò di osservare con voce insicura: "Il paziente può aver trasgredito il divieto ed essere riuscito a scendere nel parco...".
"Già, - replicò il dottore, senza più guardarlo, ma fissando cupamente il viale squallido e spoglio avanti a sé, che si perdeva nel buio - ma non le ho ancora detto la cosa più impressionante. Quel mattino, le infermiere hanno trovato sul pavimento della stanza, gettata presso i vestiti e le scarpe impolverate, una candela spenta semiconsumata... E la stessa cosa avevano riferito i parenti del signor L. quando vennero a ricoverar lo: una candela mezza consumata, finita chissà come lì per terra...".
L'assistente non osava dire più verbo, e seguitava a camminare guardandolo con occhi dilatati dal terrore.
"Lei ricorda, vero... - concluse il dottore - che il signor L. salì nell'appartamento abbandonato munito di un cero che aveva tolto dal candelabro al primo piano?"


									

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