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I RACCONTI DEI LETTORI...

 
A KIND OF MAGIC

di Orus
per Edicolaweb

 

La villa era conosciuta come "quella della contessa" perché in altri tempi vi aveva vissuto una discendente da una delle più nobili famiglie della regione.

Gli alberi sfilavano veloci lungo i lati della strada, a tratti si interrompevano, alternandosi con muretti a secco, balzi e fossi. Il paesaggio si apriva su campi di olivi, viti e casolari con tetti rossi e facciate bianche e ocra. Il nastro di asfalto si snodava sinuoso come un lungo serpente grigio inerpicandosi sulla collina, mentre l'auto procedeva a velocità sostenuta ma costante. Il piede del conducente premeva leggermente sul pedale dell'acceleratore, il rumore del motore era lieve e continuo e non disturbava con il suo rombare l'intero ambiente. Ogni tanto gli alberi si facevano più fitti da ambo i lati a formare una galleria di fronde dove il sole non filtrava a pieno; l'asfalto si faceva più scuro, l'ombra portava frescura.
Tom guidava con una sola mano, la sinistra; la destra poggiata sul pomello del cambio pronto a cambiare marcia, ma cercava di non farlo, era bello con un filo di gas mangiare quel nastro grigio tagliando dove poteva qualche curva dove la visibilità era ottima.
Guidava completamente rilassato; il primo caldo, la velocità costante della vettura, il brillio dei raggi solari che filtravano attraverso le fronde degli alberi; il paesaggio che scandiva fiondate di luce quando l'alta vegetazione s'interrompeva per dare spazio al paesaggio aperto sul cielo, le scure lenti degli occhiali da sole, il nero nastro d'asfalto che si inerpicava sul fianco della collina e sembrava una lunga, stretta bandiera che sventolava il mezzo al verde della vegetazione all'azzurro del cielo.
All'improvviso un'altra auto sbucò da una curva; la mano di Tom ebbe uno scarto a destra scalando marcia e deviando l'auto verso quella direzione. Appena incrociato l'altro mezzo riprese subito l'assetto normale continuando con la stessa marcia e velocità.
Assaporava quel magnifico pomeriggio di maggio e riempiva gli occhi con le immagini dei campi verdi, dei frutteti che in piena fioritura mostravano i loro fiori bianchi e rosa pallido.
Era la giusta andatura per pensare, riflettere; ed era proprio quello che desiderava mentre si dirigeva verso la villa della contessa.
Chi abitava la villa non vantava nobili origini, anzi si trattava di gente arricchitasi con gli affari, speculando su acquisti e vendite spesso non troppo trasparenti. Le voci, su come il vecchio Dogherty aveva messo in piedi un mezzo impero finanziario partendo dal nulla, erano sconvolgenti; ma come si sa bene, non essendoci prove a sostenere tali "maldicenze", come le definiva qualcuno vicino alla famiglia, non erano state mai proferite accuse o iniziati inutili processi.
Con gli anni le voci si erano dissipate e il figlio, William, si era fatto benvolere da tutta la comunità. Non si era mai tirato indietro in caso di bisogno e una parte degli utili della società, che fra l'altro offriva lavoro a mezza cittadinanza, veniva regolarmente elargito in beneficenza.
In pratica, col tempo, William Dogherty era divenuto a tutti gli effetti un benefattore e la sua famiglia stimata e protetta dall'intera comunità.
La villa era stata acquistata da William una quindicina di anni prima, quando era già in abbandono da quasi un lustro. Era conosciuta come "quella della contessa" perché in altri tempi vi aveva vissuto una nobildonna con tale titolo nobiliare, una donna bellissima discendente da una delle più nobili famiglie della regione. Una di quelle stirpi che avevano contribuito alla storia del paese.
La contessa era innamoratissima di un prestante giovane, figlio di un duca, conosciuto al college. Si parlava delle loro imminenti nozze quando in Europa scoppiò la guerra. Le nozze avvennero in fretta e furia, prima che il giovane partisse per il fronte. Quando il conflitto terminò la contessa si ritrovò sola in quella grande villa. Il marito era deceduto in combattimento. Non volle risposarsi nonostante i tanti pretendenti attirati sia per la sua bellezza, sia per il suo cospicuo patrimonio. Rimase fedele e sempre innamorata del suo valoroso uomo fino alla morte, avvenuta dopo anni, ma non in tarda età. Le voci narrano che il grande dolore la consumò lentamente e il male la invase fino a finirla.
La villa passò quindi alla famiglia Dogherty. William in un primo tempo voleva rivenderla, poi nel visitarla, decise che l'avrebbe ristrutturata per tornarci con la moglie e i figli. Così da tre anni abitavano sulla collina. In questo lasso di tempo però si verificarono alcuni strani episodi. Ogni tanto sparivano alcuni oggetti e di tali sparizioni a volte era stata incolpata la servitù.
Un paio di volte venne accusato anche il figlio maggiore di William, Robert, dato che aveva frequentato amicizie poco raccomandabili. Si sospettò, a torto, che alcuni oggetti di valore appartenuti alla contessa e acquisiti dai Dogherty, fossero stati venduti in cambio di droga. Sospetti che caddero in breve tempo in quanto i figli non avevano mai fatto uso di droghe e gli oggetti sottratti non furono mai rintracciati presso eventuali noti ricettatori.
In seguito all'ipotesi che alcuni malfattori venuti da fuori contea potevano essere entrati nella villa appropriandosi dei suoi tesori le indagini divennero più accurate e allargate.
Non venne più trovato il portagioielli della contessa Elèna e la sua preziosa collana di diamanti e smeraldi che William aveva trovato in uno scomparto segreto del comò situato nella camera della nobildonna, quando fece il suo primo sopralluogo nella casa. Il gioiello non era stato assicurato ma veniva custodito in una cassaforte situata nella sala. La signora Dogherty la indossava solo in occasioni particolari.
Il fatto ricordò a William di aver notato la mancanza del comò e del letto della contessa quando si stabilirono in via definitiva nella villa. Al momento la cosa non aveva destato meraviglia in quanto aveva delegato la moglie per rinnovare l'arredamento. Pensò che Wendy si fosse disfatta di quella mobilia cedendola ad un antiquario. Durante i lavori di ammodernamento molti pezzi furono sostituiti per far posto a quelli scelti dalla signora Dogherty.
Quel mobile però gli era piaciuto, con i suoi nascondigli segreti. Decise di chiedere a Wendy chiarimenti.

- Scusami cara, ricordi per caso chi ha acquistato la mobilia della camera della contessa?
- Veramente in quella stanza non c'erano mobili; solo qualche quadro alle pareti.
- Non c'erano mobili? Ma se la collana l'ho trovata in uno dei cassetti segreti del comò? Era una stanza ammobiliata, con tanto di letto matrimoniale.
- Forse ti sbagli con un'altra. Quella era vuota. Ho pensato subito di farla diventare la nostra camera da letto.
- Allora uno degli antiquari ha prelevato il tutto senza prima consultarci. Sono sicuro che era ammobiliata.
- Guarda che è stato dato tutto ad un solo antiquario. Old Fittings di Dawntown, ho ancora le ricevute, puoi controllare...

Il controllo fu eseguito da entrambi, ma nessun letto e tanto meno un comò era nell'elenco. Cosa confermata anche dalla viva voce dell'antiquario debitamente interpellato.
La cosa finì lì, ma William sospettò di essere stato raggirato dall'Old Fittings.
Passarono alcuni mesi. Le indagini della polizia erano ancora ad un punto morto quando, una mattina mentre stava uscendo di casa, William Dogherty, si bloccò davanti alla porta, levò gli occhi verso il soffitto e iniziò a pronunciare frasi sconnesse, incomplete, parole che da prima sembrarono senza senso, ma che lentamente acquistarono tutto il loro significato.
Un comportamento che attirò in poco tempo l'attenzione di tutti gli occupanti la casa.

- No. No, no. Non è vero. Non può essere vero... Non soffro di visioni, è sempre stato lì... Ieri, proprio ieri l'ho visto... Non può essere vero, troppo grande, ingombrante... D'altra parte… tutto chiuso. Tutti presenti.
- William che succede?
- Nemmeno un rumore... Dormo profondamente, gli altri hanno il sonno più leggero... Però ci vedo bene. Assurdo, completamente assurdo...
- Cosa è assurdo, caro?
- Non posso ammetterlo. Ma è vero. Purtroppo è vero...
- Papà cosa stai... ti senti bene? - chiese la secondogenita Jenny.
- William sono Wendy, tua moglie. Cosa ti succede?
- Cosa succede? Già, cosa succede. Niente. Però è assurdo...
- Vuole le prepari qualcosa di caldo? - chiese la domestica.
- Non è successo niente. Niente, ma quello... andato. Se ne è... andato. - continuò William.
- Chi è andato via... Albert...?
- Albert se ne è andato? E il pranzo di stasera? - chiese Robert giunto in quel momento.
- Albert? No, no, non è Albert... - disse William.
- Meno male - esclamò Wendy - mi sono sentita mancare. Stasera abbiamo ospiti; i Robinson. Te ne sei dimenticato?
- I Robinson, certo; abbiamo i Robinson, ma non lui...
- Signore, chi se ne è andato? - chiese ancora Mary la domestica.
- Non l'avete visto, vero? Neanche io...
- Papà, chi non abbiamo visto?
- Come si può fare una cosa simile? È grande, enorme... È, o meglio, ERA, bisogna dire ERA... Non è più, quindi ERA è il verbo giusto...
- Oddio, chi è deceduto? - chiese in preda all'ansia Wendy.
- Dov'è Dick? L'avete visto stamani? - se ne uscì fuori urlando Francis, il figlio più piccolo, iniziando a fischiare richiamando l'attenzione di un grosso alano che arrivò di corsa preceduto da un gioioso abbaiare.
- Eccoti qua! - continuò Francis abbracciandolo.
- Chi è morto? - chiese William.
- Non lo sappiamo papà, lo stai dicendo tu. Era. Chi, ERA?
- Era, sicuro. ERA. Ma no perché... perché non è più qui. È da un'altra parte... È assurdo, non può essere, ma non è più qui...
- Ma chi non è più qui?
- Diamine, la contessa. Impossibile lo so, ma è vero. Tremendamente vero...
- La contessa?
- Sì! La contessa non c'è più. Abbiamo i Robinson, ma la contessa non è più con noi...
- Ma è da molto tempo che manca, William. Purtroppo è la vita... - aggiunse Wendy.
- Allora tu lo sapevi...
- Ma tutti lo sanno.
- Io no; non lo sapevo. Vedi nessuno mi dice niente in questa casa. Non lo sapevo. L'ho scoperto solo adesso...
- Ma caro, devi essere sotto stress. Hai bisogno di una vacanza. Ecco; ci vuole una vacanza. Stai lavorando troppo. Che ne dici di un viaggio? Io e te; un viaggio. Di pochi giorni, ma ti farà bene.
- Adesso? Ora che è mancata la contessa e non sappiamo dove è andata a finire?
- È importante sapere dov'è? Sarà dove vanno tutti coloro che lasciano questa vita e la contessa è deceduta da tempo oramai. E cosa ti importa dove sta; non la conoscevi nemmeno.
- Ma cosa centra se la conoscevo o meno. So benissimo che è deceduta altrimenti come potevo avere questa casa? Sto parlando del ritratto. Grande, enorme, ingombrante, maledetto quadro col suo ritratto. Non l'avete notato stamani? Certo che no! Non c'è più... La contessa non c'è più. Il quadro col suo ritratto non c'è più...

Un silenzio tombale; movimenti convulsi e affannati.

- Oh mio Dio! È vero! Mamma... il quadro; la parete è vuota...
- Oh cielo! - esclamò Wendy - Com'è possibile?
- Già! È quello che mi sto chiedendo... - aggiunse William.
- Devo chiamare la polizia, signore?
- La polizia... Sì, telefona all'ispettore... grazie Mary.

L'intera servitù era accorsa nel salone e insieme ai Dogherty se ne stavano tutti a bocca aperta davanti alla parete dove del quadro ne era rimasta impressa solo la forma lasciata dalla cornice; un segno ben visibile a causa della differenza di colore.
Questo, quanto avvenne quella fatidica mattina.
Nei giorni a seguire l'inchiesta della polizia non portò a niente e William Dogherty decise di rivolgersi ad un investigatore privato come Tom Tunner.
Ed era appunto al quadro di grandi dimensioni, un metro e mezzo per due e ottanta gli avevano detto, alla lauta ricompensa ricavabile dal ritrovamento, che i pensieri di Tom erano rivolti mentre guidava verso la villa.
Un simile quadro non era difficile da recuperare, aveva già in mente un paio di posti dove mettere il naso.
Giunto davanti al grande cancello della villa suonò un paio di volte il clacson e attese. Il cancello si aprì e l'auto passò oltre.
A riceverlo il maggiordomo.

- Benvenuto signor Tunner; è atteso nella sala.
- Ben arrivato signor Tunner. Venga, venga... - disse il signor Dogherty quando lo vide sulla porta del salone - come vede non si tratta di una "piccola" opera pittorica.
- Vedo. - rispose Tom osservando la parete desolatamente vuota con ancora il segno lasciato dalla cornice.
- In effetti è alquanto inusuale che un simile dipinto possa essere sparito nel nulla, - aggiunse - non può certo passare inosservato.
- È quello che abbiamo pensato tutti quanti. - rispose William - Inoltre non ha un valore artistico; l'autore è anonimo, il ladro non è a nostro parere un grande estimatore d'arte.
- Particolare trascurabile; si tratta pur sempre di un dipinto antico. Ma le dimensioni...
- Rendono difficile lo spostamento. - interruppe William.
- A meno che...
- A meno che?
- Mi dica signor Dogherty, si tratta di una tela?
- Sì, certo... di una tela.
- Può darsi che la tela sia stata tolta dalla cornice e dal telaio. Una volta arrotolata diviene semplice trasportarla ovunque. Rimane da chiedersi che fine abbia fatto la cornice. Il suo notevole peso rappresenta un intralcio per coloro che se ne vogliono disfare o che vogliono commercializzarla.
- Coloro?
- Non penserà che una persona da sola sia in grado di spostare dalla parete, e trasportare, un oggetto simile?
- Già, uno solo... è impossibile. Non ci avevo pensato.
- Spero lo abbia pensato la polizia. Altrimenti si spiega perché le loro indagini non sono approdate a nulla.

La faccia di William era, a dir poco, sconvolta. Due persone, o più di due. La tela tagliata. Incominciò a pensare di non vederlo mai più.

- Quindi - riprese Tom - mister Dogherty, avete qualche foto del dipinto? Per mostrarla in giro e ricavare qualche informazione.
- Certo, farò in modo che ne abbia una. Nelle ricorrenze è uso in famiglia posare proprio sotto il quadro. Fa un certo effetto con i conoscenti...
- Capisco. E dite... avete interpellato la servitù in merito alla faccenda? Qualcuno si è accorto di qualcosa di strano durante il giorno o nella nottata precedente al furto, o alla sparizione? La servitù inoltre è affidabile? Voglio dire... lavora alle vostre dipendenze da molto tempo?
- La servitù è a posto. A quanto ne so, nessun fatto strano si è verificato in quel giorno.
- Non era un valore assicurato, vero?
- No non era stato assicurato. Non pensavo che...
- So che è sparita anche un preziosa collana; anche questa non era assicurata?
- Neanche quella era assicurata. La tenevamo nella nostra cassaforte personale.
- Capisco...
- Non è per il quadro in se stesso, ma perché pare che qualcuno abbia trovato il modo di entrare e uscire indisturbato da questa casa senza che nessuno se ne accorgesse. È scioccante... - Continuò mister Dogherty.

Tom Tunner prese a camminare intorno alla stanza. Si fermò davanti la grande libreria che copriva un'intera parete fino al soffitto. Lesse alcuni titoli, osservò le edizioni. Poi si fermò davanti al camino sul quale spiccava un grande stemma.

- Apparteneva all'antica famiglia della contessa. - disse pronto William.
- Noto che la casa è stata ristrutturata. Durante i lavori non sono state rilevate stanze, passaggi o cunicoli segreti, nascosti?
- Per dire il vero no, ma non tutte le stanze hanno subito interventi murari.
- Interessante. - Se non sono indiscreto posso sapere quali sono le stanze che non hanno subito interventi di ristrutturazione?
- Le stanze della servitù sul retro; salvo qualche miglioria negli impianti. Alcune stanze al piano superiore fra cui quella che consideriamo la stanze delle armi.
- Armi? Antiche? Autentiche?
- Credo di sì.
- Non sono state trafugate?
- No. Sono ancora lì. Ma la stanza è sempre chiusa; in pochi sono al corrente di quanto contiene.
- Ho capito; per questo è tutto al suo posto.
- Sospetta qualcuno?
- Lei garantisce per il personale, ma rimangono coloro che hanno effettuato i lavori.
- Un mio fidato assistente ha seguito personalmente ogni lavoro messo in opera.
- Mi può far visitare la stanza dove tiene le armi?
- Mi segua.

La stanza non era molto grande; una grande vetrina addossata ad una parete, al suo interno alcune coppe.

- I miei ragazzi le hanno messe qui per avere più spazio nelle loro camere.

Alle pareti scudi con spade incrociate dietro di essi; in un angolo alcune lance infilate in una rastrelliera.
In una teca appesa ad una parete altre spade e stiletti; infine in un angolo, addossata al muro, un'intera armatura sopra un piedistallo. Chi l'indossava doveva essere di media statura, robusto, ma non pareva quella di un conte. Per la verità era proprio una mediocre riproduzione messa lì per fare scena. Sulla parete accanto un grande arazzo sbiadito con scene di caccia, fissato al muro da un leggero listello di legno, che da terra sale fino a oltre due metri. Una balestra ancorata in diagonale a mezzo metro di distanza. Tom vi si avvicina, la sposta con l'intenzione di raddrizzarla in posizione verticale.

- Ho in progetto di sistemare meglio anche questa stanza... - dice William come per scusarsi. Ha compreso il disappunto dell'altro, ma non finisce la frase.

Il suono prodotto da un meccanismo a scatto attira la loro attenzione. I loro sguardi sono puntati sull'arazzo. Si è staccato dalla parete rivelando dietro di esso una porta. Tom l'apre lentamente. Quanto appare ai loro occhi li lascia senza parole. Hanno trovato un'ampia stanza completamente ammobiliata. Ecco dove sono finiti tutti gli oggetti scomparsi.
Il letto matrimoniale, il comò con il portagioielli poggiato sopra; vicino ad esso un paio di orecchini, un anello; il grande ritratto della contessa, fino a poco tempo prima al muro nella sala. In fondo al letto due poltroncine, alla spalliera di una di esse la giacca di una divisa militare sulla quale è ben visibile una macchia scura poco sopra la tasca.
Una leggera brezza li investe. Qualcosa sul letto si è mosso; o forse e solo l'immaginazione. Si respira una strana atmosfera. Si avverte chiaramente qualcosa di strano lì dentro; hanno l'impressione che qualcuno li stia osservando, come si osserva colui che giunge all'improvviso. La contessa non è sola.
Dogherty e Tom fermi sulla soglia si guardano senza parlare. Non un fiato. Indietreggiano e lasciano la camera. William spinge verso il muro l'arazzo, indica l'uscita a Tom e, in silenzio, escono dalla stanza delle "armi".

- Non una parola. - intima William mentre gira la chiave nella toppa. - Non una parola...
- Concordo. Credo non sia opportuno parlare di... inquietanti presenze.
- Perlomeno fino a quando non avrò trovato una nuova residenza. E dalla parte opposta. Ma come dirlo a Wendy e ai ragazzi?
- Semplice. Adducendo motivi di sicurezza personale in seguito alle molteplici violazioni della privacy. Nessuno avrà motivo di obiettare, nemmeno la polizia.
- Già, la polizia.
- Lasci che svolgano le loro indagini; non dica niente.

Erano giunti di nuovo nella sala.

- Posso affidarle un nuovo incarico?
- Naturalmente, ma ovviamente... dipende...
- Niente di che. Non si tratta di dare la caccia ai fantasmi. Vorrei che la cosa non trapelasse prima della vendita della villa.

Così dicendo estrasse dalla cassaforte incassata sotto il pavimento, dietro l'angolo bar, una mazzetta di banconote e la porse a Tom.

- Signor Dogherty fino a prova contraria il mio incarico non è ancora terminato... - disse l'investigatore infilando il denaro nella tasca interna della giacca.
- Bene. Adesso se mi vuole scusare. - aggiunse il padrone di casa indicando l'uscita.
- Certamente. Buona giornata. - rispose Tom oltrepassando la porta.
- Anche a lei. - rispose William Dogherty.

Tom Tunner guardò nello specchietto del retrovisore il cancello che si richiudeva alle sue spalle mentre lasciava la villa. La mano corse al petto, all'altezza della tasca interna e batté con soddisfazione sul pacchetto di banconote che conteneva.
Ottima giornata! Il caso era stato risolto anzitempo; con il minimo dispendio di energie ed era stato lautamente ricompensato. Sorrise; pensò che il signor Dogherty poteva anche risparmiare il suo denaro perché lui, Tom Tunner, della TIA, Tunner Investigation Agency, non avrebbe mai divulgato una simile vicenda; non voleva certo compromettere la sua credibilità.
Accese la radio e premette sull'acceleratore mentre le celebri note di "A kind of magic" risuonavano dentro l'abitacolo dell'auto diretta in città.


									

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