
I RACCONTI DEI LETTORI...

IL CERVO
di Artù per Edicolaweb

L'acqua del torrente, scrosciando fra le rocce, creava effetti semplici e meravigliosi che all'osservatore attento avrebbero potuto ispirare un senso di grande pace e rilassamento.

Qua, creava pozze di colore verdazzurro nelle quali si immergevano discretamente le fronde più lunghe degli abeti; là, si infrangeva in centinaia di schizzi luminosi sulle rocce lisce; altrove ancora creava un concerto che parlava di vita percorrendo le balze più o meno elevate di decine di cascatelle.
Mentre sulle città e nelle valli il torrido sole di quel luglio non concedeva tregua, il fresco torrente di montagna sembrava un mondo a sé stante che chiedeva solo rispetto e raccoglimento.
Ed è lungo le sue rive selvagge che Dan si era inoltrato, senza una ragione precisa, in quell'ardente giorno d'estate. Perché l'aveva fatto? Difficile a dirsi. Probabilmente cercava solo sé stesso. Da tempo, ormai, si accorse con preoccupazione che stava perdendo il filo della vita, lui che aveva sempre creduto fermamente che tutto, ogni cosa, evento o persona avessero un significato... Ma le assurdità, ultimamente, erano state troppe per lui, i perché avevano cominciato ad essere così tanti ed incontrollabili da far vacillare anche il carattere più forte. Una roccia che vacilla non per questo è detto che debba cadere e sgretolarsi: a volte, può solo disporsi in un altro modo, magari addirittura consolidare la sua posizione ed è questa consapevolezza che, inconsciamente, forse Dan cercava lungo le sponde di quel torrente di montagna. La cercava per continuare a vivere, al di là delle assurdità e delle delusioni; la cercava per ritrovare l'orientamento...

Cominciò a percorrere una sponda del nastro argenteo d'acqua contro corrente, in salita, senza nessuna fiducia di riuscire a raggiungerne la sorgente della quale ignorava anche dove si trovasse. Senza fretta si stupì di non essere affatto stanco benché avesse valutato ad occhio e croce di aver percorso qualche chilometro fra anfratti rocciosi, pozze scivolose ed arditi passaggi. Era come se qualcosa lo stesse guidando verso una meta indefinibile ma questo non ne determinò la resa, anzi: doveva continuare a salire, doveva ancora cercare... In quella specie di tempo sospeso, Dan procedeva in un percorso che era sia fisico che interiore: mentre le sue gambe lo portavano sempre più lontano da quella che potremmo definire la "civiltà", il suo spirito sentiva fluire in sé nuova vita, come se anch'esso stesse cercando le sue sorgenti. Le incertezze che lo avevano tormentato fino a qualche ora prima, la gravosa cappa delle delusioni umane che lo avevano oppresso, la sua stessa vita quotidiana, la famiglia, la casa, i problemi, erano come svaniti.
Ora c'erano solo lui e la montagna, lui ed il torrente.

Fu così che, in uno stato fisico ottimale, Dan proseguì ancora per circa un'ora in un paesaggio fino a quel momento del tutto sconosciuto fino a che, quasi all'improvviso, si trovò di fronte ad una sorta di piccola grotta che si apriva nel suolo umido di una radura e dalla quale scaturiva acqua giovane e fresca.
Aveva raggiunto la sorgente!
Chi l'avrebbe mai detto... Dan avvertì come un senso di maggior consapevolezza ma ancora non aveva raggiunto molte risposte e, sostanzialmente, non sapeva perché era arrivato fino lì se si escludono la grande vitalità e freschezza che quel luogo gli trasmetteva.
Individuò una roccia, poco distante, che pareva invitarlo a sedersi, a raccogliersi in se stesso. Si adagiò su quel fresco sedile e sentì il bisogno di chiudere gli occhi. Non si trattava di sonno o di voglia di dormire; anche in questo caso, Dan seguiva "qualcosa", dentro di sé, la cui spiegazione avrebbe cercato invano, fuori...
Rimase ad occhi chiusi per uno o due minuti poi, gradualmente, sollevò le palpebre. Come in una proiezione difettosa, l'immagine si presentò dapprima incomprensibile alla vista dell'uomo.
Mise "a fuoco" ciò che si stava definendo davanti ai suoi occhi fino a che, gradualmente, si trovò a pochi passi da un enorme, meraviglioso cervo che lo stava fissando immobile. L'uomo ebbe un sobbalzo, fu tentato di fuggire ma subito cambiò idea e, sostenuto da una forza "diversa", rimase seduto di fronte al grande cervo.
L'animale (ma era, poi, "solo" un animale?) era sempre immobile eppure straordinariamente vivo nello sguardo che puntava su Dan attraverso dei grandi, indescrivibili occhi scuri. Un'esperienza simile è difficile da descrivere se non la si prova; dirò solo che Dan si sentì come ipnotizzato da quella presenza e da quegli occhi anche se, a differenza di quanto avviene nell'ipnosi, egli conservava la sua coscienza e la sua lucidità. Poi gli venne da piangere, un pianto profondo, che nasceva dal centro del petto, come se si fosse trovato davanti a Dio. L'uomo si sentiva solo di fronte alla pura manifestazione del Divino, non più ad un cervo ma ad una delle tante forme in cui la Conoscenza può rivelarsi ad un mortale.
Fu allora che "la voce" gli parlò...

Anche in questo caso, fu un'esperienza tutta interiore per Dan il quale ebbe la certezza che, se in quel momento ci fosse stato qualcuno con lui, questi non avrebbe udito nulla. Ma la voce era chiarissima, nitida, profonda e maschile. Pareva provenire, irrazionalmente, dagli occhi del grande cervo.

- Ti stavo aspettando... - fu la prima frase che percepì l'uomo.

Passò qualche istante di smarrimento, poi Dan provò a formulare una risposta semplicemente col pensiero, senza aprire bocca.

- Me? Aspettavi me...?

- Sì, ti ho sempre aspettato... - fu la risposta immediata - Non chiederti chi sono, non perdere tempo a cercare nelle risposte che la tua mente razionale è in grado di darti... continua, invece, a chiederti "chi sei"...

- Spiegati... Non capisco...

- Ascoltami... - disse la voce - Ora, vedi questo grande cervo davanti a te ma ricorda che esso è solo un riflesso. Tutto è un riflesso e noi siamo come degli specchi che devono cercare la giusta inclinazione per intercettare il sole. A volte, questa ricerca, può durare un'intera vita e non tutti ci riescono...

- Di che cosa sei un riflesso...?

- Di Dio...? Del Tutto...? Decidi tu: di certo non sono un riflesso del nulla. Il nulla non esiste.

- Perché io? Perché stai parlando a me...?

- Sei tu che mi hai cercato, ricordi? Sei tu che sei salito fin quassù, che hai seguito il torrente...

Dan piegò il capo in segno di mesta ammissione:

- Sì, mi sono perso. Ci sono tante cose che non capisco. Questa vita...

- Questa vita è il tuo percorso... - l'interruppe la voce - ed esso è fatto in parte dal destino ed in parte da te stesso. Sei solo tu l'artefice dei percorsi che fai pur trovandoti in un grande riflesso che ne contiene tanti altri chiamati "uomini".

- Stai... stai parlando del libero arbitrio...?

- Diciamo pure di sì. Ora ascoltami: io so tutto di te; forse "io sono te" ma, come ho detto, non importa chi io sia, ora. Ho intenzione di imprimere due specifiche direzioni a questo nostro straordinario incontro e tu, ora, devi solo ascoltarmi. La prima direzione riguarda ciò che appare della vita nella quale ti stavi perdendo, ciò che demolisce la serenità, l'ottimismo, la fede nel prossimo; la seconda ciò che ti aspetta, il perché devi continuare a credere e... a vivere...

- Cosa intendi...? - chiese con maggior consapevolezza ma con un lieve senso di vergogna Dan.

- Ho detto che so tutto di te, Dan... Anche che la vita cominciava... diciamo così... a pesarti troppo...

L'uomo capì di essere conosciuto fin nel suo più intimo pensiero da... quell'essere, qualunque cosa egli fosse...

- Nella prima direzione, dunque - continuò la voce - abbiamo il mondo nel quale vivi. Diciamoci la verità: io ti capisco. È deprimente vedere come voi crediate di vivere in un'epoca di libertà mentre, invece, l'arroganza la fa da padrone. Hai voluto parlare, esprimere... pensare solo liberamente? Hai parlato contro i saccenti detentori di una conoscenza nient'altro che transitoria osando mettere in dubbio i loro dogmi...? Povero ingenuo! Il tuo mondo è dominato dai piccoli uomini che, tra l'altro, sono terribilmente superiori, numericamente, ai grandi uomini. E sai cosa serve per essere grandi? Semplicemente essere liberi. Liberi dalla tirannia del vostro sapere localizzato e dunque parziale, un sapere che, per sopravvivere ai continui segni che l'Infinito vi manda della straordinaria immensità della vera Conoscenza, si appoggia sui suoi rappresentanti più rozzi, i "piccoli uomini", di cui parlavo prima. Sono essi, però, i detentori del potere perché nel vostro mondo si è persa, ormai, la capacità di usare l'emisfero destro del vostro cervello e quello che ne rimane è solo una società di tecnoinfelici. I "piccoli uomini" si sentono forti per un titolo conseguito in scuole di sapere localizzato, e questo sapere lo difendono con tutta l'arroganza di cui sono capaci. È questione di sopravvivenza: se mai, davvero, dovesse cogliere loro il sospetto che vivete in un universo fra i tanti e che le leggi che ritenete immutabili, pur se raggiunte con fatica dalla vostra scienza, sono solo un tassello di un mosaico ben più ampio, che ne sarebbe di tutto quel sapere di cui si sentono tanto gli alfieri? Che ne sarebbe della loro vita, trascorsa ad adorare un concetto di razionalità che è solo parziale? Tutto cadrebbe nella più sconfortante parzialità: sarebbero nudi di fronte alla loro parzialità come uomini, come esseri raziocinanti e come detentori della conoscenza. Insomma, sarebbero solo "piccoli uomini".
Di che ti stupisci allora? Perché ti arrabbi se ti tacitano cercando nelle tue debolezze di uomo...?
Ho parlato di errori, poco fa. Certo, gli uomini ne fanno. Tu ne hai fatti. E che fai, ti arrendi? Non compiere questo errore! Guardiamo, dunque, al futuro che, se vuoi, puoi ancora costruire.
Tu devi parlare, esprimere il tuo pensiero, le tue intuizioni, le tue contrarietà... Devi, perché, nonostante tutto, ci sono tanti come te al mondo e tutti potete essere utili sia a voi stessi che al vostro stesso essere uomini: pensanti, raziocinanti... liberi.
Dedica il tuo tempo, semplicemente, alla ricostruzione di te, alla rinascita del tuo pensiero. I tuoi errori passati ti siano tesoro d'esperienza e facciano di te un uomo ancora più forte. Cambia il corso degli eventi che ti stavano per travolgere e vedrai che la strada di una nuova e più completa libertà si aprirà davanti a te.
Parla a chi ti capisce e sopporta chi non ne è capace. Cerca. Cerca continuamente, tenacemente: vedrai, allora, che nella vostra storia sono sempre esistiti uomini dal libero pensiero che, non allineandosi al sapere dominante, hanno capito, intuito e, per questo sofferto mille pene.
Questo volevo dirti nel caso tu mi avessi trovato. E mi hai trovato: i tuoi passi di uomo ferito ti hanno portato fino a me. Chiunque, in verità, mi cerca, mi potrebbe trovare: al principio di un torrente di montagna o sulla riva del mare; in mezzo ad una metropoli o nel silenzio di una chiesa... Io sarò sempre lì, finché ci sarà un uomo, anche un solo uomo vero che mi cercherà...

La voce si spense nella mente di Dan ed egli uscì gradualmente da quella specie di sogno. Il grande cervo era scomparso e al suo posto c'erano solo la radura ed il neonato torrente, come quando era appena giunto lassù.
Dapprima, per qualche minuto, Dan sentì in sé una struggente nostalgia di quella voce, di quel grande cervo dagli occhi profondi. Temette di non farcela a trovare quella forza che la voce gli aveva sollecitato. Ma poi, un po' alla volta, sentì crescergli dentro una corroborante energia, una nuova vitalità... Cresceva sempre di più fino a trasformarsi in una gioia semplice, come quella che provano in certe occasioni i bambini.
La vita iniziò a sembrargli nuovamente bella e lentamente, come in una processione sacra, iniziò la discesa verso il mondo di sempre. Il suo mondo. Quel mondo che, ancora, aveva bisogno anche di lui.


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