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I RACCONTI DEI LETTORI...

 
IL RITORNO DI APOPIS

di Orus
per Edicolaweb

 

Il fuoco crepita e le fiamme si alzano illuminando un’ampia caverna fra i monti di Kesyn, uno dei tanti pianeti dell’universo.

Un kesyniano si avvicina al falò, separa le rosse braci spostandole da un lato. È basso, tarchiato, il corpo coperto da molta peluria, cranio sproporzionato rispetto al resto del fisico, fronte piatta, denti sporgenti, labbra carnose e grosse; cammina con le ginocchia parzialmente piegate, dondolando. Altri kesyniani gli si fanno intorno; anziani, femmine, piccoli protendono lunghi bastoni, sulla cime dei quali hanno infilzato brandelli di carne, verso le fiamme e i carboni roventi.
Il cibo sfrigola lasciando cadere il grasso sul fuoco, a tratti qualche boccone s’incendia, il bastone viene ritirato e le fiamme spente soffiandoci sopra.
Qualcuno ha già iniziato a mordere quella carne, più ridotta a carbone che cotta a puntino, quando un inquietante sibilo giunge dall’esterno.
Il sole è calato da tempo e le tenebre avvolgono ogni luogo; nessuno osa uscire col buio. Cessano di addentare il cibo e si guardano interrogandosi con gli occhi. Poche parole, poco più che suoni incomprensibili, emesse sotto voce e si avviano verso l’apertura della grotta.
Una luce abbagliante illumina a giorno ogni angolo dell’anfratto; il terrore pervade ogni animo e tutti corrono a nascondersi in fondo alla caverna coprendosi gli occhi.
La luce come è apparsa si allontana e scompare, il buio torna a dominare l’ambiente, il riverbero tremolante delle fiamme del falò va spegnendosi. Il sibilo si è affievolito, lo si sente dirigersi verso la valle sottostante.
Il grido improvviso di terrore di una kesyniana che corre verso l’apertura della cavità catalizza l’attenzione; la sagoma di un piccolo si staglia sotto l’irregolare forma curva della roccia che delinea l’ingresso del rifugio in contrasto con la fievole luce del fuoco. Prima che la femmina lo raggiunga il piccolo è fuori, nel buio.
Un giovane maschio di forte corporatura impugna un’arma a forma di scure e una lunga pertica con la punta affilata e si lancia fuori; in un attimo è al fianco della giovane madre, che inginocchiata a terra stringe con forza il piccolo.
Gli occhi del kesyniano scrutano a destra e a sinistra, fa cenno alla femmina di rientrare. Mentre si apprestano a farlo qualcosa accade nella valle sotto di loro. Il sibilo non si sente più e una grande luna si è posata al suolo; da essa escono piccoli soli gialli, rossi, bluastri che iniziano a volteggiare intorno alzandosi e abbassandosi con scatti improvvisi. La grande luna si sta arrossando, si trasforma in un sole giallo che si spegne lentamente. Nel buio si distingue la sagoma di un grande drago coperto di scaglie lucenti che apre la grande bocca, un fascio lucente rischiara il terreno e una lunga lingua nera si protende verso il suolo; su di essa si muovono le nere sagome di altissimi guerrieri che indossano strane corazze.
Il giovane lancia un urlo e gli altri escono fuori dalla caverna a guardare la scena; non hanno mai visto una cosa simile; tutti indicano la valle, qualcuno inizia a mettere grossi tronchi di legno davanti alla grotta, al suo interno altri spengono il fuoco. Anche alcuni grossi massi vengono posti al centro dell’apertura per nasconderla, i maschi si piazzano dietro di essi, le femmine e i piccoli si rifugiano nelle cavità che si aprono in fondo.
Nella valle i nuovi arrivati si sono schierati come i soldati prima di una grande battaglia; divisi in due schiere formano ala ad un piccolo sole rosso che si è posato in mezzo a loro. Fuori dalla grotta due kesyniani nascosti fra i cespugli osservano la scena, fissano quella strana cosa sul terreno che sembra un piccolo drago alato. Da un’apertura laterale appare la scura figura di un guerriero; molto più alto degli altri, i suoi abiti denunciano un personaggio di rango elevato, sicuramente un grande condottiero, nella mano stringe un cilindro metallico lucente. Il suolo sotto la figura si muove, si stacca dal drago; un tappeto di metallo fluttua nell’aria e si porta davanti ai guerrieri. Otto di loro salgono sopra e circondano l’essere, poi la piattaforma si alza in volo diretta verso la montagna.
I due rientrano nella caverna e descrivono agli altri quanto hanno visto. La tensione è al massimo; sono tutti pronti allo scontro, non cederanno mai il loro territorio; molti di loro moriranno, gli invasori sembrano essere più potenti.
Un vecchio si fa avanti e cerca di convincere i più giovani che forse si tratta delle divinità scese dal cielo per dire loro qualcosa di importante. Gli altri lo spingono via, urlando, agitando le lance di legno e le scuri di pietra.
La discussione si accende, ma all’improvviso giunge una folata di vento e il rombo cupo che somiglia al brontolio del tuono; una strana nebbia verdognola penetra nella grotta e la piattaforma appare davanti l’apertura.
Il grande guerriero è immobile davanti a loro, li osserva col suo volto ovale, i suoi occhi dal taglio obliquo, gialli e penetranti. Gli astanti sono senza fiato, pronti allo scatto, fissano quell’essere dalla pelle coperta di squame. La sua piccola bocca si apre e con una voce possente proclama:
- Agi esis Ragnar ravan Vedris. Tuc damin ti glob reni mi.
Nessuno fiata, non hanno compreso quanto ha detto; hanno capito solo che vuole il comando e non tutti sono d’accordo. Un maschio robusto si fa avanti e scaglia la sua lancia contro l’intruso. Prima che essa lo tocchi, il nuovo arrivato alza il braccio puntando il cilindro verso la rudimentale arma e questa si spezza e cade a terra colpita da uno strano raggio di luce bianco rossastra; la stessa luce che uccide l’attentatore. Gli altri intimoriti si fanno indietro mugugnando e gettano le armi a terra.
Uno degli invasori si porta vicino ad uno di essi e gli pone davanti al volto uno strano apparecchio nero con sopra tante piccole luci colorate pulsanti; il primitivo lo colpisce impaurito con un pugno e l’oggetto cade a terra. Il guerriero spinge il cavernicolo indietro e raccoglie lo strumento, poi rivolto al comandante:
- Cos rafan xel legua... - spinge un bottone al lato del marchingegno e ripete - ...Questa è la lingua che comprendono, mio signore.
- Bene, adesso comprenderete quanto vi dirò. Io sono Ragnar signore di Vedris del pianeta Xeno e prendo possesso di questo luogo e di tutto ciò che contiene. Da oggi mi dovrete obbedienza. Questo pianeta ha un nome?
- Con quale diritto invadi il nostro territorio, con quale coraggio calpesti il suolo di Kesyn; siamo un popolo pacifico, Kesyn non conosce conflitti, ma non vogliamo che altri vengano a dirci cosa dobbiamo fare. Non conosciamo Vedris né dove sia; tornatene da dove sei venuto... - Grida un giovane maschio facendosi avanti. Poi si guarda intorno con stupore, il suono della sua voce ha assunto una modulazione diversa ed ha compreso quanto ha detto lo straniero.
- Vedo che siete coraggiosi, oltre che forti. Da adesso sono il tuo signore, quello che ti capisce e parla la tua stessa lingua. Con questo diritto prendo possesso di Kesyn. Tu mi sembri il più coraggioso, quindi sarai tu il mio rappresentante; ti nomino sovrano della città che edificherò nella valle.
- No! Io sono il capo... non lui... Tu sei un Apopis, un essere che striscia e ora cammini perché sei uno spirito del male...
Il vecchio si fa avanti a reclamare il suo diritto, ma la luce bianca lo colpisce a morte.
- Io sono Ragnar, non un Apopis, ma se questo nome vi piace, sarò Ragnar Apopis, il vostro nuovo re e Dio - dice l’invasore rivolto al giovane maschio.

Questo l’inizio del regno di Ragnar detto Apopis.
Le montagne vennero scavate, i materiali ricavati lavorati e trasformati in ferro, acciaio, alluminio; dalle viscere dei monti oro, argento, pietre preziose e cristalli dalle capacità inimmaginabili.
Nella pianura furono edificati maestosi palazzi con pietre granitiche di smisurata grandezza provenienti a volte da cave lontane; un’energia sconosciuta emanata da strani strumenti, che si diceva proiettassero raggi invisibili, le manteneva sospese sopra il terreno; pochi individui le spingevano fino al cantiere.
Sapienti scienziati progettarono congegni che rendevano facile qualsiasi lavoro; macchine che vibravano e si muovevano sfruttando le energie catturate dal suolo e dall’aria; a volte venivano generati suoni profondi che squassavano e facevano tremare la terra.
I nativi abbandonarono le caverne e si stabilirono nella valle, nella grande città nei sontuosi palazzi circondati da statue, fontane, giardini con piante di ogni genere.
Nei fabbricati l’acqua scorreva nei condotti fra i muri e alimentava piscine e vasche dove la gente s’immergeva per lavarsi e purificarsi; in mezzo alle case sorsero costruzioni piramidali alte oltre cento metri; i templi dove si adoravano i Creatori dell’Universo, gli Dèi della conoscenza. Con le loro superfici di calcare bianco riflettevano la luce del sole come i grandi fari eretti sulle coste; al centro di esse una grande stanza custodiva un enorme cristallo, sorgente di una potente energia che alimentava le grandi macchine, e illuminava le notti con una luce più brillante di quella delle due lune gialle che orbitavano intorno a Kesyn. Dalle aperture laterali delle piramidi si elevavano verso le stelle fulgidi fasci di luce bianca quando le tenebre inondavano la valle, indicando la via ai vascelli che giungevano numerosi dal cielo.

Nuove terre vennero colonizzate, nuovi popoli istruiti, nuovi regni fondati e altri kesyniani furono nominati reggenti di Apopis per governare in suo nome. Fiorì una civiltà in possesso di grandi conoscenze e di tecnologie avanzatissime.
Nuovi grandi palazzi e gigantesche piramidi furono erette sul pianeta, in modo che l’energia sprigionata dai cristalli, in esse custoditi, creassero una rete di protezione e mitigassero il clima.
Trascorsero alcune centinaia di anni; da Xeno erano giunti altri esseri come Ragnar Apopis desiderosi di ricchezza e potere. Alcuni di loro riuscirono a farsi ben volere dai Kesyniani adottando politiche più libertarie di quella praticata da Apopis decisamente più chiusa e di stampo dittatoriale.
Alcuni capi xeniani si unirono per scacciare Apopis e spartirsi l’intero pianeta assoggettato da secoli dal grande serpente. Gli xeniani erano notevolmente più longevi dei kesyniani e questi ultimi, stremati dalla tirannia di Apopis, si schierarono con i congiurati.
Il regno di Apopis conobbe un periodo di rivolte, guerre, terrore; ma non erano le lame d’acciaio a sancire i vincitori, bensì raggi laser prodotti da lance, lunghi e corti bastoni. Grandi folgori di ferro cadevano dal cielo incendiando intere città; armi che i kesyniani chiamavano con nomi strani: l’Occhio di Kylla, la Lancia Lakya, i fulmini di Radak o la freccia Marastra.
La grande guerra che ne seguì e che durò decenni sconvolse il pianeta e distrusse la rete di protezione fornita dall’energia delle grandi piramidi. L’equilibrio era rotto ed il pianeta fu sottoposto di nuovo a rigidi inverni e torridi estati; esposto all’impatto di meteoriti.
Apopis venne lasciato solo e vistosi perduto si arrese; fu condannato a lasciare Kesyn. Prima di partire davanti al Grande Consiglio proclamò:
- Ritornerò a distruggere questo pianeta e qualsiasi forma di vita che vivrà su di esso.
Quando Apopis lasciò Kesyn a bordo della sua nave volante si diresse su una delle due lune, sconfisse la piccola guarnigione posta a difesa della stazione di rilevamento installata sul satellite e con una serie di esplosioni a catena cambiò l’orbita del piccolo satellite in modo che cadesse su Kesyn.
Prontamente furono lanciati missili contro il corpo celeste per frantumarlo, ma inutilmente. In seguito all’impatto il pianeta rischiò la distruzione totale, gli oceani invasero le terre, le città distrutte, i morti si contarono a centinaia di migliaia. I pochi sopravvissuti tornarono a vivere nelle caverne mentre gli xeniani lasciarono il pianeta al suo destino.

Passarono millenni; forse più di cinquanta, nessun documento data con certezza l’antico evento. Kesyn adesso era divenuto un pianeta sovrappopolato da civiltà in possesso di avanzate tecnologie, razze in grado di compiere i primi passi nell’universo, organizzando esplorazioni nei pianeti vicini.
Dopo anni di conflitti finalmente l’unità e la pace sotto un’unica bandiera, quella della libertà e del diritto alla vita; senza diversità, sotto lo stesso nome, quello di Kesyn.
Yoha Sarin nel suo appartamento al settantesimo piano osservava la città da dietro i vetri della finestra.
Era notte, i nastri d’asfalto illuminati dai lampioni e dalle luci bianche e rosse dei veicoli, che da quell’altezza somigliavano a formiche fosforescenti, formavano strani e complicati giochi geometrici intorno ai palazzi che, con la loro esagerata altezza, ricordavano i filari dei dolmen sparsi nelle campagne lontane, antiche testimonianze di un remoto passato.
Guardava il cielo e quella grande stella luminosa apparsa anni prima nel cielo di Kesyn. Il grande asteroide lungo 800 metri diretto verso il pianeta era stato avvistato da decenni, studiato nei minimi particolari, erano state organizzate missioni per deviare la sua traiettoria, ma senza successo. L'impatto terrificante non poteva essere evitato.
In base alla velocità di caduta, alle dimensioni, alla densità, alla gravità terrestre, alla massa e al calore sviluppato nell'attrito con l'atmosfera del pianeta avrebbe originato una potenza distruttiva che ricordava quella verificatasi sotto il regno del leggendario invasore Apopis e per questo lo avevano chiamato con lo stesso nome.
Non c’era più tempo per far qualcosa i kesyniani avevano deciso di stare alla sorte e continuare a svolgere la vita di tutti i giorni.
Adesso Kesyn aveva due lune, una molto più piccola che ogni giorno si avvicinava alla superficie, o meglio a uno degli oceani, dove sarebbe caduta. Le coste erano state evacuate, le città abbandonate; molti si erano rifugiati in montagna. Fuggire sarebbe stato comunque inutile, maremoti, terremoti, il risveglio dei vulcani avrebbero seminato morte e distruzione ovunque. Il sole sarebbe stato oscurato e il cambiamento del clima avrebbe decimato anche gli eventuali superstiti.

Il silenzio era assoluto, da dietro i vetri non giungeva nessun suono o rumore.
Mentre le luci delle auto s’inseguivano in un frenetico carosello, davanti agli occhi di Sarin scorrevano le immagini del passato, quello vissuto e quello appreso dalla storia. Rivedeva gli eserciti scontrarsi nelle pianure, le navi ingaggiare battaglie sui mari; le fiamme divorare palazzi, la luce abbagliante delle esplosioni illuminare le notti; negli occhi il fuoco dei cannoni, la devastazione delle guerre, i volti della gente che gridava il loro dolore. Risentiva, ma solo nella mente, l’urlo disperato che usciva dalle loro bocche spalancate mentre s’immolavano nella lotta per la libertà. Corpi inermi in mezzo alle strade, oggetti personali abbandonati nella polvere, ricordi persi nella follia delle rivoluzioni. Il sangue versato dagli eroi e dagli innocenti per costruire quella società che adesso si riconosceva nell’opulenza dei suoi palazzi, donato per acquisire ricchezza e benessere sarebbe risultato vano. Tutto sarebbe stato distrutto. La gioia effimera di una parte dei Kesyniani contrapposta al dolore e alla sofferenza di quella parte emarginata dal sistema, tutto sarebbe scomparso. La collisione con il grande asteroide imminente.
Le tenebre avvolgeranno il pianeta in una lugubre atmosfera, offuscheranno la luce del giorno per lungo tempo, proietteranno Kesyn in un passato remoto e dimenticato; trascorrerà molto tempo prima che un nuovo sole, una nuova alba, illuminerà un kesyniano diverso, intento a sbozzare una pietra, una selce, per ricavarne un utensile o un’arma per cacciare.
Sarà l’alba di una nuova era.
Apopis sta tornando per la sua vendetta.


									

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