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I RACCONTI DEI LETTORI...

L'ULTIMA AGHARTI
di Orus per Edicolaweb
Il branco dei lupi era già alle sue spalle, la inseguiva lungo le sponde del fiume; ogni tanto udiva i guaiti di dolore di qualche bestia che avventurandosi sulla superficie ghiacciata scivolava su di essa e finiva per sbattere contro gli spuntoni di giaccio che emergevano insidiosi come coltelli affilati.

Non aveva tempo per guardare indietro e controllare a che distanza era il branco, le gambe si muovevano con una velocità impressionante e le lame dei suoi pattini sembravano volare sul ghiaccio; lo sfioravano lasciando solo linee impercettibili. Il fucile a tracolla cominciava a pesare, aveva già gettato via lo zaino e la pistola oramai scarica. La trasmittente era accesa ma ancora non riceveva il segnale della base. Non era certa di raggiungerla, doveva pensare a qualcosa che le facesse guadagnare tempo e metri. L’ultimo guaito che aveva udito le era sembrato provenire da più lontano. Che il gruppo degli inseguitori si fosse assottigliato e avesse perso terreno?
Girarsi avrebbe voluto dire rallentare e perdere concentrazione e ogni frazione di tempo era essenziale per sopravvivere.
In lontananza un grosso albero protendeva i suoi rami verso il letto del fiume che in quel punto stringeva un po’. Agguantò il fucile, passò la tracolla sopra la testa, lo ghermì a due mani continuando a correre; il calcio contro il petto e la canna rivolta alla sua destra, entrambe le braccia sopra l’arma per stringerla meglio. Si avvicinava all’albero con troppa velocità ma doveva tentare lo stesso; se una parte dei lupi correva lungo quel crinale avrebbe interrotto per un po’ la loro corsa e avrebbe dovuto lottare solo con un numero minore di esemplari.
Iniziò a sparare alla cieca contro la pianta poco prima di incrociarla. I primi colpi andarono a vuoto contro altre piante e arbusti seminando schegge ovunque; i colpi successivi colpirono in pieno il grosso albero. Due rami si staccarono e caddero a terra, altri rami si incastrarono con le piante vicine formando una specie di barriera sulla sponda; una parte cadde sul greto del fiume. Gli spari avevano deviato la sua traiettoria portandola vicino alla sponda opposta, aveva perso qualche metro e prontamente si riportò al centro del corso d’acqua ghiacciato. Guati e lunghi ululati l’avvertirono che aveva raggiunto il suo scopo, il gruppo era stato costretto a cambiare strada e con un lungo ululato avvertiva che stava percorrendo l’altro lato.
Udì l’ululato di risposta. Era molto vicino, troppo.
Guardò avanti; il fiume si allargava di qualche metro e correva dritto nella pianura, prima di affrontare una grande ansa a sinistra; la base era ancora molto lontana e per raggiungerla avrebbe dovuto abbandonare il letto ghiacciato e correre nella neve; su quel terreno non avrebbe avuto molte possibilità di riuscire nell’impresa senza l’aiuto di qualcuno.
La radio sfrigolava, ma non emetteva segnali di ricevimento.
Aveva ancora il fucile stretto al petto; guardo quel lunghissimo rettilineo, smise di pattinare, unì le gambe e si piegò sulle ginocchia. Sentiva le lame strisciare sulla superficie e più indietro il rumore prodotto dalle zampe dei lupi che affondavano nella neve; le pareva di udirli ansimare affannosamente, nella sua mente li vedeva, con la lingua penzoloni. Sperò in cuor suo che fossero pochi e con uno scatto improvviso si girò su se stessa compiendo un’acrobazia atletica degna di medaglia; adesso guardava la sponda alla sua destra dove correvano cinque lupi in fila indiana. Il fucile era puntato già contro di loro; fece fuoco ripetutamente. Due caddero subito e gli altri dovettero deviare per scansarne i corpi, un terzo nel tentativo finì dentro il fiume ghiacciato, scivolò verso l’altro lato senza raggiungere la sponda opposta; rimase sopra il ghiaccio e iniziò ad arrancare per guadagnare la riva. Ne rimanevano due. L’arma sparò ancora, poi s’inceppò.

- Maledizione! - imprecò la donna cercando di sbloccare l’arma. Tolse il caricatore e ne mise un altro che prese dal giubbotto. La raffica colpì in pieno il terreno davanti ai lupi alzando una barriera di neve e ghiaccio; gli animali deviarono di lato, caddero e si fermarono pochi metri dopo abbandonando l’inseguimento. Mentre si allontanava da loro una rapida occhiata all’altra sponda del fiume. Nessun lupo in vista.
Si produsse nello stesso volteggio eseguito poco prima e riprese la corretta posizione, proseguendo la sua corsa sul ghiaccio. Il fucile era di nuovo a tracolla.
Afferrò la trasmittente e cominciò a premere il pulsante di chiamata scandendo la sigla SOS dell’alfabeto morse. Aveva quasi percorso tutto il rettilineo e l’ansa si avvicinava; presto avrebbe dovuto lasciare la superficie ghiacciata e inoltrarsi nella neve alta.
Era già a metà della grande curva, impegnata a mantenere l’equilibrio, la posizione del corpo inclinata mentre le gambe incrociavano di lato per rendere stabile la direzione, adattando il peso corporeo alla lama in modo che la pressione prodotta sul ghiaccio riuscisse a fonderlo, creando quel cuscinetto d’acqua che le permetteva di volare sulla superficie.
Fu a quel punto che la trasmittente prese gracchiare, a sfrigolare; ogni tanto un suono gutturale indefinito. La teneva stretta in mano mentre scivolava su quello specchio ghiacciato; sollevò il braccio fino al viso.

- Pronto, pronto. Rispondete per tutti i diavoli, rispondete.
- Crrr... crrr... frrr... sfrrr... lan... ndi... dove sei... izione... la tua... ...ione. Dacci la posizione.
- Sono oltre la grande ansa del Fast River sul quadrante otto. I lupi, ho i lupi addosso. Devo lasciare il fiume... fate presto.
- Non lasciare il fiume. Ripeto non lasciare il fiume. Continua avanti. Ti veniamo a prendere sul fiume.
- Ma mi allontanerò da voi. Devo lasciare il fiume.
- Ripeto non lasciare il fiume. A tre chilometri da te si trova Morrison con una spedizione. Finirai fra le sua braccia, noi verremo a tirarvi fuori da lì. Segui il fiume.
- Morrison? Cosa diavolo sta facendo laggiù, è fuori zona.
- Te lo spiegherò dopo, segui il fiume. Chiudo.

Infilò la trasmittente nel giubbotto e riprese la sua corsa. Non sarebbe stato facile raggiungere Morrison. Due chilometri più avanti il fiume diventava più stretto e pieno di detriti.
La trasmittente gracchiò di nuovo.
- Ehi, piccola sentivi così tanto la mia mancanza da venire a trovarmi fino a qui?

Erika riprese l’apparecchio.
- Brutto bastardo, cosa stai facendo laggiù?
- Quando sarai qui lo vedrai. Adesso ti mando incontro un paio di ragazzi. Stai tranquilla, ti voglio tutta intera, non a brandelli. Quei maledetti lupi non ti avranno, io ho la precedenza. - rispose Morrison con una grande risata.
- Vai al diavolo, continua pure a sognare.
- Sei sempre la solita. Sai, piccola, mi fai impazzire quando ti arrabbi.
- Quando sarò li smetterai di ridere, brutto figlio di...

Dieci minuti dopo si delineò davanti a lei la bianca sagoma del piccolo hovercraft con a bordo gli uomini inviati in suo soccorso da Morrison.. Era esausta. Assunse una posizione eretta, girò un attimo la testa per guardare dietro, nessun segno di animali. Si diresse a pattini uniti verso di loro. Il mezzo volante si fermò al suo fianco, gli uomini con i fucili puntati oltre le sue spalle.
- Non immaginate quanto sia felice di vedervi. - Disse Anja.
- Lo possiamo immaginare. Presto sali e andiamocene da qui.

La donna si sedette sul bordo, fece scattare un pulsante dietro al tallone; le lame dei pattini si disposero orizzontalmente alla suola, spinse i due copristinchi laterali, dalla strana forma, verso il basso finché, questi, si unirono sotto la pianta degli stivali chiudendo, al loro interno, le lame dei pattini e dotando le calzature di due piccole racchette adatte per camminare sulla neve; infine si accomodò all’interno dell’hover. Lo scafo girò la prua verso la direzione dalla quale era giunto, le ventole sotto di esso presero a girare vorticosamente e il mezzo iniziò il suo viaggio di ritorno.
Quindici minuti dopo si fermava ad un accampamento in mezzo alla bianca distesa di neve, in località inesplorata molte miglia a sud della base di comando. Sembrava una zona deserta con una grande collinetta, ma in realtà all’interno di quella collina un gruppo di uomini stava esplorando quel territorio. Molti anni prima a causa di un repentino spostamento dell’asse il clima era cambiato e il pianeta era stato ricoperto in gran parte dal ghiaccio; era iniziata una nuova era glaciale. Al tempo stesso era scoppiata una lotta per la sopravvivenza che aveva costretto gli uomini a creare i loro rifugi adoperando il ghiaccio come materiale da costruzione, così i loro rifugi non potevano essere trovati e oltretutto vivere al loro interno era il miglior mezzo per difendersi anche dal gelo.
Sopra l’Hover fu steso un telo bianco che lo nascose alla vista di eventuali curiosi e i tre entrarono nel rifugio.
Percorso il breve e stretto accesso sbucò in un ampio locale che somigliava ad una grande tenda sotto la quale c'erano una ventina di uomini; alcuni erano impegnati davanti alle apparecchiature per i rilevamenti, altri intorno ad un tavolo sul quale campeggiavano alcune mappe; altri ancora stavano uscendo da un grande buco nel terreno, situato in fondo all’ambiente. Morrison era davanti a quel foro, in piedi, e aiutava porgendo la mano la risalita dell’ultimo uomo.
Anja si avvicinò. Morrison con la coda dell’occhio se ne avvide e le andò incontro. La ragazza ebbe la netta impressione che non volesse mostrarle cosa nascondeva l’apertura nel terreno.

- Ecco la mia piccola principessa. Finalmente ti posso abbracciare.
- Stai lontano da me, bastardo. Perché non hai risposto alle mie richieste di aiuto, visto che eri così vicino?

L’uomo intanto le era giunto a un palmo di naso e allungò le braccia come volesse abbracciarla. Anja con un gesto fulmineo colpì il braccio di Morrison e si tirò indietro.
- Toglimi quegli artigli di dosso.

L’uomo rise di cuore e lasciò andare le braccia lungo il corpo.
- Non potevo rispondere perché non ero qui. Sono diventato un grande illusionista. Tu mi vedi, ma io non ci sono; non sono qui... Ah, ah... ah, ah... non lo trovi fantastico.
- Ma non dire idiozie.
- Eh, no mia cara. Io non sono qui. Mi vedi; mi puoi anche toccare, ma non sono qui. Nessuno sa dove sono; tutti mi credono alla base. Ah, ah... ah, ah...
- Cosa sei venuto a fare qui, e per conti di chi?
- Eh, eh; sei troppo curiosa.

Anja stava per reclamare, ma l’improvvisa vibrazione dell’intero rifugio segnalò l’arrivo di un mezzo volante.
Dirk Skelton, comandante della base Nord, fece il suo ingresso con quattro uomini armati fino ai denti. Le vibrazioni cessarono, il velivolo aveva spento i motori e l’equipaggio era rimasto a guardia del mezzo in allarme costante.
- Allora signori, a che punto siamo con le ricerche? Colonnello Morrison ha stabilito dove portano quei tunnel?
- Tunnel? - chiese la ragazza.
- Signore, Anja non è al corrente...
- Provvederemo subito perché da adesso farà parte della sua squadra. - rispose Skelton

Poi rivolgendosi ad Anja:
- Cosa è accaduto laggiù e cosa è accaduto agli altri?
- Abbiamo rilevato una galleria nella zona indicata e siamo scesi per perlustrarla. Dopo duecento metri ci siamo trovati davanti ad un branco di lupi che ne aveva fatto la loro tana e ci hanno assaliti all’improvviso. Dean, e Rand, sono subito rimasti sotto le loro unghie. Gli altri mi hanno seguito nella fuga. Un certo numero di animali si è staccato dal branco e ci ha rincorso. Correre sulla neve non è facile, l’Hover era fuori mano, dalla parte opposta, non più raggiungibile. Non conoscevano il terreno, avevamo visto il fiume ghiacciato e ci siamo diretti verso quella posizione. Ketty è caduta, Glenn è tornato indietro per aiutarla; sono stati assaliti. Per Ketty non c’è stato niente da fare e Glenn è stato azzannato ad una gamba. Ho sparato una serie di colpi e i lupi si sono allontanati permettendoci di guadagnare il fiume. Credo che Glen sia stato raggiunto e sbranato; era ferito e non poteva pattinare bene. In quanto a me, ho pensato solo a ritornare alla base attraverso il fiume.
- Come, anche lei era a caccia di tunnel? - chiese Morrison.
- Già... Tempo fa un esploratore giunto alla nostra base raccontò di aver trovato una galleria che portava a locali sotterranei colmi di ogni materiale e cibo. I punti dove poteva essere ubicato erano due, e per questo siete stati inviati in esplorazione. Bene, Morrison cosa mi dice del suo?

Gli occhi di Anja incrociarono quelli del colonnello che, sorridendo, iniziò la sua relazione.
- Abbiamo trovato questo silos per missili vuoto. Si scende fino a cinquanta metri in una camera di lancio circolare con un anticamera rettangolare di cinquanta metri in fondo alla quale si aprono tre gallerie. Ne abbiamo esplorate due; terminano entrambe in altrettante camere senza uscita, se non dall’alto, in stretti camini. Supponiamo servissero da scarico dei gas. Ci stiamo organizzando per l’esplorazione della terza che deve portare ad una via di accesso all’intero sistema sotterraneo. I missili dovevano provenire da qualche parte; non certo dall’alto. L’ambiente è interamente al buio, non abbiamo trovato pannelli con interruttori per l’illuminazione. Si devono accendere solo dalla sala comando. Abbiamo calato un generatore e illuminato i condotti; come ho detto stiamo provvedendo alla illuminazione del terzo, almeno per il primo tratto. Poi procederemo con le lampade portatili. Si può escludere qualsiasi forma di vita all’interno, altrimenti a questo punto avremmo avuto visite.
- Perfetto. Gli uomini che ho portato con me resteranno al vostro comando. Farò ritorno alla base e attenderò gli esiti. Se possibile vorrei iniziaste subito l’esplorazione.

Poi avviandosi al tavolo dove erano state stese le mappe continuò:
- Se i nostri calcoli risulteranno esatti le gallerie, questa sotto di noi e quella occupata dai lupi, dovrebbero congiungersi qui, sul quadrante gamma. - e indicò con il dito un preciso punto sulla mappa - Qui sotto dovreste trovare la sala controllo di una vecchia base missilistica nota con la sigla Agar2. Ne faremo la nostra nuova base. Dovreste trovare armi e cibo in quantità e, chissà, potremo arrivare fino ai silos dei missili; alcuni potrebbero essere ancora pieni.
- Ancora con i missili? - chiese Anja.
- Già!
- E cosa ne facciamo dei missili, signore? Credo che a questo punto sia divenuti obsoleti...
- Non so cosa ne faremo, ma è meglio siano nelle nostre mani e non in quelle di qualche occasionale visitatore. O di eventuali nemici, non crede? - e così dicendo si avviò verso l’uscita.
- Aspetterò vostre notizie. Signori, buona fortuna.

Mentre gli uomini del generale facevano il loro ingresso, le vibrazioni segnalarono che il velivolo di Skelton si era levato in volo.
- Capitano faccia scendere gli uomini!
- Sissignore.
- Mia piccola Anja; finita nella tana del lupo... - disse Morrison sorridendo.
- Forse pensi di essere tu il lupo, colonnello? Muoviti, Agar2 ci attende. Andiamo a esplorare il nuovo regno di Agharta, poi andremo a caccia del lupo.

Morrison rise di cuore.
- Ecco perché mi piaci.
- Si, lo so. Voglio un paio di elementi al mio esclusivo comando.
- Certo. Il tenente Andrej Karpov, tiratore infallibile e Nadia Alexis, una combattente nata...

Il tunnel che avevano davanti era di forma circolare, illuminato a metà; somigliava all’entrata di un enorme buco nero dal quale non c’era speranza di uscire. Il gruppo vi si addentrò. Davanti una pattuglia con le armi spianate, subito alle loro spalle gli uomini con le lampade, più indietro gli altri. I fasci delle potenti torce proiettavano sinistre ombre sulle pareti che avanzavano con timore dentro la più completa oscurità.
Un centinaio di metri dopo i fasci di luce rischiararono a malapena un ambiente che sembrò subito più vasto. Dalle retrovie giunsero gli uomini con i rotoli dei cavi e le fotoelettriche. Un paio di minuti dopo la luce illuminò una enorme sala quadrata piena di scaffali, macchinari, suppellettili, carrelli elevatori, trattori elettrici; in fondo un paio di scale portavano ad un ambiente sopra elevato con ampie vetrate.
Gli uomini sapevano come muoversi e in un attimo ognuno coprì ogni angolo.
Anja con i due, era già in cima ad una scala e entrava dall’altra parte.
- Morrison. Quassù, vieni su. - disse rivolta al colonnello che si affrettò a raggiungerla.
- Questa è la strada che porta alla tua Agharta.
- Colonnello, colonnello... - gridò una voce da sotto - Un’apertura... la galleria continua.
- Capitano prenda metà degli uomini e proceda; se abbiamo fortuna ci ritroveremo tutti nella sala comando. Noi continueremo da questa parte. Guardi se quei trattori funzionano ancora.

Il motore elettrico si avviò; i militari vi salirono sopra e sparirono all’interno del passaggio.
- Andiamo. Proviamo a mettere in moto quel carrello. C’è molta strada da fare. - aggiunse Morrison rivolgendosi al suo gruppo e ad Anja.

Ben presto la galleria che percorrevano smise di essere lineare, prese diverse direzioni e da ogni tratto partivano altre diramazioni; un vero e proprio labirinto. Per fortuna i suoi costruttori avevano pensato che qualcuno potesse perdersi e avevano posto, ad ogni bivio, la piantina di tutto il complesso con evidenziato il punto in cui l’eventuale osservatore si trovava. Il gruppo difatti procedeva in direzione della sala comando attenendosi a quanto indicato su quei cartelli.
Avevano già percorso oltre un paio di chilometri quando dalla trasmittente giunse la voce del capitano.
- Qui squadra due a squadra uno. Siete in ascolto?
- Qui squadra uno. Dica Capitano.
- Colonnello abbiamo trovato il magazzino dei missili, quattro sono presenti. Ci troviamo davanti ad un pannello elettronico disattivato. Possiamo però innestare un by pass.
- No. Non fate niente. Siamo già vicini alla sala comando. Adesso lasciamo il mezzo; siamo nella zona degli uffici, dobbiamo procedere a piedi. La richiamerò fra qualche minuto.

Andrej e Nadia erano già scesi dal trasporto e avevano percorso una ventina di metri oltre una grande vetrata andata in frantumi.
Gli uomini si erano disposti a ventaglio davanti a delle gradinate che scendevano verso un largo corridoio.
Andrei, Nadia e Anja, che aveva raggiunto i due, erano spuntati nel corridoio davanti a tutti. Il colonnello li seguì col resto del gruppo.
- Morrison... - mormorò Anja; venti metri più avanti, ferma davanti ad una porta aperta di quello che, a distanza, sembrava un piccolo ripostiglio.

Il colonnello si avvicinò; il fascio di luce illuminava il grande pannello a parete di una centrale elettronica con la leva principale abbassata sull’OFF; sul pavimento i resti di un uomo rivolto contro la parete.
- Guarda la posizione del suo braccio, colonnello. Quale è stato il suo ultimo gesto? - chiese Anja.
- Ha staccato l’energia disattivando il sistema - disse Nadia.
- Forse tentava di riattivarlo - aggiunse Morrison

Nadia esaminò i resti.
- Gli hanno sparato alla schiena. Anche la gamba sinistra presenta un foro di pallottola.
- È l’unico essere umano trovato qua sotto. La base è stata evacuata. Perché hanno sparato a quest’uomo? Cosa si voleva impedire? - continuò Anja.
- Ok. Tiriamo su quella leva... - ordinò il colonnello.
- No! - disse secca Anja. - Se è morto per abbassarla deve esserci stata una ragione.
- Non possiamo continuare ancora al buio. Se la base deve essere riaperta quella leva deve essere alzata.

Andrej la spinse in alto, verso l’ON. La leva tornava verso il basso con forza e con un sonoro scatto.
- Proviamo insieme. Forza...

La leva afferrata a quattro mani tornò verso l’alto. Un cupo ronzio segnalò che aveva fatto presa.
- Ecco fatto! - esclamò Anja.

Le luci iniziarono ad accendersi da ogni parte; il ronzio aumentava, si udivano le vibrazioni e i tipici rumori dei meccanismi che riprendevano a funzionare; poco dopo la calda e pesante aria che stazionava nei locali iniziò a divenire fresca, le ventole dell’impianto di aria condizionata erano tornate a girare.
Si tolsero i respiratori e respirarono a pieni polmoni; il corridoio dove si trovavano era lungo una decina di metri e terminava davanti ad una grande porta blindata a doppio battente, al lato della quale, inserito su di una colonna di acciaio, di trovava il dispositivo di apertura consistente in una consolle con tastiera numerica e un passa tessere tipo bancomat.
- Guardate se quel cadavere porta al collo un tesserino di riconoscimento. - ordinò il colonnello girandosi verso la retroguardia. Un istante successivo veniva recapitato nelle sue mani quanto richiesto.

Il passaggio della tessera non produsse altro che un "Bip".
- Prova a battere la sua matricola. - Suggerì Anja.

Come al solito aveva ragione. Uno scatto e le pompe idrauliche dell’apertura si misero in moto; gli scatti si susseguirono e i battenti iniziarono a scorrere lungo le pareti laterali aprendo l’accesso al locale retrostante: la sala comando.
Restarono immobili, in silenzio per qualche secondo che parve loro interminabile. Davanti a loro una scena scioccante e indescrivibile. Al di là della porta blindata il buio, ma la luce proveniente dal corridoio illuminava il sistema di sicurezza, formato da porte gemelle in vetro, che si trovava dall’altra parte. Addossati ad esse, con il viso e le mani schiacciate sui vetri, quello che rimaneva di una decina di persone che, intrappolate in quella gabbia mortale, avevano tentato di uscire.
Il pannello di apertura da quella parte era stato distrutto, era impossibile operare allo stesso modo per penetrare nella stanza.
Dopo essersi ripreso il colonnello chiese l’intervento dei tecnici per cercare di ripristinare i circuiti e trovare il modo di aprire quelle porte.
L’operazione richiese parecchi minuti e gli uomini dovettero cercare di by passare il sistema, cose che venne eseguita con difficoltà a causa delle misure di sicurezza del sistema. Alla fine il lavoro risultò positivo e le due porte si aprirono.
Il gruppo fece il suo ingresso dopo aver spostato i resti dei morti. Le torce tornarono a illuminare quella che era stata trasformata in una grande tomba comune.
Era un locale semicircolare: tre grandi banchi di lavoro, uno davanti all’altro, con monitor, consolle, computer; sulla grande parete di fronte un gigantesco schermo piatto con la mappa della terra puntellata da mille led colorati; ai suoi lati monitor più piccoli con visione dall’esterno.
- Strano che non potessero aprire le porte dall’interno; dovrebbe esserci un pannello elettronico di sicurezza che assicura l’erogazione dell’energia, completamente indipendente da quello esterno.
- A meno che... chi è l’uomo davanti al pannello elettrico?
- Sul tesserino c’è il nome di Adam Smith.
- Adam Smith? Mai sentito niente di più falso. Dove si trova la sua postazione? Cercatela.
- Qui signore - disse qualcuno illuminando una postazione in fondo alle file.

Il colonnello passò il tesserino nella fessura della banda magnetica e sul computer apparve la richiesta della password.
- Qui c’è lavoro per Nelson. Adam Smith non era un semplice esecutore. Era lui il comandante della base, ma nessuno lo sapeva. Da qui ha tolto la corrente e costretto tutti all’interno. Tenente Nelson tocca a lei trovare la chiave d’accesso...

I graduato si mise al lavoro sul computer; non era solo un militare ma uno dei più valenti hakers del momento. Morrison contava fra le sue file molti uomini di dubbia moralità, ma erano i migliori nelle azioni.
Inutile dire che alcuni minuti dopo la sala comando s’illuminò rivelando i suoi segreti. Adam Smith non era altro che il generale Edvin Philgreen e fino a quel momento nessuno lo aveva mai sospettato.
- Comunicate a Skelton che la base è in nostre mani.
- Un momento, qualcosa non va. - disse Anja.
- Cosa?
- Quella luce sullo schermo; cosa sta segnalando?

La risposta non tardò ad arrivare.
- Qui squadra uno a squadra due. Rispondete.
- Mi dica capitano.
- Qua sotto abbiamo registrato una forte vibrazione e le sirene per la segnalazione di un lancio si sono messe suonare. Qualcuno ha lanciato un missile.
- Lo vedo anch’io lo abbiamo sullo schermo. Nelson fermi quell’affare...
- Impossibile, possiamo solo tentare di farlo scoppiare il volo. Sembra diretto su i noi.
- Maledetto generale, aveva previsto l’intrusione nella base. Ci deve essere un codice di arresto.
- Sto cercando, ma il tempo è limitato.
- Lo faccia esplodere allora.

La traiettoria del missile mostrata dal video davanti a loro non poneva dubbi; era questione di minuti; dovevano andar via da lì.
Anja fece un cenno a Nadia e ad Andrei e si diresse verso l’uscita; gli altri due compresero le sue intenzioni e la seguirono. Nessuno fece loro caso. Il colonnello era troppo preso, vicino al tenente che batteva freneticamente sulla tastiera nel vano tentativo di trovare il codice per deviare il missile.
- Muoviti, Nelson, innesca l’autodistruzione.
- È quello che cerco di fare, ma il sistema di sicurezza è ben progettato; non riesco a... ci sono quasi...
- Nelson, maledizione... quell’affare ci sta cadendo addosso... dobbiamo andarcene.
- Ecco, colonnello; ci sono... si... ci sono. Adesso scoppierà.

Fu quello che accadde.
Il missile esplose in aria, ma era già in fase discendente, a circa duecento metri dal punto in cui era situata la sala controllo. Era esploso sulla verticale di un silos rimasto aperto. La parte finale del vettore finì nel condotto e sbattendo contro le pareti raggiunse il sottosuolo. Seguì una seconda esplosione e le fiamme si propagarono nella camera adiacente invadendo il deposito missili che si trovava proprio lì accanto. Si verificarono diverse detonazioni che terminarono in uno scoppio di potenza inaudita; la sala controllo sussultò, sembrò che tutto crollasse. Le gallerie furono invase dal fuoco; il calore sciolse la neve e il ghiaccio e in alcune parti si riversò una notevole massa d’acqua che travolse ogni cosa. Iniziò una serie devastante di esplosioni a catena.
Fuori era notte e il buio aveva già avvolto il luogo col suo nero manto, Anja e gli altri due, che si erano allontanati dal luogo del disastro a bordo di un hovercraft, si fermarono voltandosi ad osservare quello scenario apocalittico.
- Mio dio - disse Nadia - che fine orribile.
- Già - rispose Anja - Povero colonnello... il lupo ha fatto la fine del topo...

Le esplosioni a poco a poco cessarono e le fiamme si affievolirono; le tenebre ripreso il sopravvento sui fievoli bagliori rimasti; una gigantesca colonna nera si stagliava verso l’alto contrastando il blu notte del cielo. Un’argentea luna illuminava l’intero paesaggio mentre l’ombra di un hover scivolava sopra la bianca distesa di ghiaccio.

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