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I RACCONTI DEI LETTORI...

 
CIELO TERSO

di Orus
per Edicolaweb

 

Cielo terso, azzurro, di quell’azzurro unito, privo delle bianche nuvolette che a volte ne interrompono l’uniformità; un colore vivace, trasparente, pieno di aria limpida, fresca, dove si contrastano le mille sfumature di verde delle foglie degli alberi che muovono i loro rami sotto la spinta del vento. Un vento estivo, portato dai temporali che si scatenano a molti chilometri a nord.

La temperatura è ideale, è scomparsa l’afa, la calura e la sensazione di soffocamento; nell’aria non c’è più l’odore di bruciato che ricorda gli incendi, si sente il profumo della natura in tutta la sua pienezza.
Diviene piacevole starsene distesi sull’erba, o su di un’amaca, o semplicemente seduti su di una panchina lasciandoci inondare, avvolgere, percuotere, da quel vento assaporando tutto il senso della vita, riconciliandosi con essa; ritrovando se stessi e la gioia di constatare che siamo vivi e parte attiva di quello spettacolo.
Un momento unico, dove la tranquillità ci pervade, percorre il nostro corpo dentro e fuori e i brividi sulla pelle ne sono il segno più evidente. Un momento che rimarrà impresso per lungo tempo dentro di noi, basterà pensarci per ravvivarne il ricordo. Sarà come affacciarsi alla finestra: rivedremo le fronde degli alberi oscillare sotto l’azione vigorosa del vento, l’aria profumerà di nuovo di quell’odore mentre i brividi ripercorreranno la nostra pelle, il cuore e la mente riproveranno le stesse emozioni.
Perché quando siamo immersi in quel cielo azzurro la mente divaga fra gli innumerevoli mondi della fantasia, torna indietro nel passato riportando in superficie ricordi creduti dimenticati, vola in avanti immaginando scenari futuri che potranno conformarsi innanzi ai nostri occhi.
Osserviamo quel cielo azzurro con una profonda intensità compenetrandoci in esso, perché in esso ci rifugeremo quando saremo, nostro malgrado, diretti spettatori della fine di un ciclo vitale; quando constateremo quanto siamo vulnerabili e deboli. Quando nonostante la nostra prosopopea di superuomini, di dominatori, diveniamo mucchi di ossa e carne inerte alla mercé dell’operato altrui, dell’altrui attenzione o noncuranza. Perché in quell’azzurro ritroveremo i nostri ricordi più cari, le sensazioni più dolci, quegli attimi che hanno reso la nostra vita degna di essere vissuta.
Specchiandoci in quell’azzurro ci avviciniamo al cielo, ci sentiamo parte di quell’energia che circonda tutto il creato. Ci rendiamo conto che esiste qualcosa di più grande, di immenso e irraggiungibile, uno spirito più elevato e comprendiamo che la morte fa parte della vita, che morire significa tornare a far parte di quella forza che governa e regola l’intero universo.

E mentre c’involiamo in quell’azzurro sotto le carezze del vento, riusciamo ad accettare che un indefinito giorno dovremo lasciare questo strano mondo che ci ha visto nascere e crescere. Un mondo che continuerà a girare nell’immenso spazio dell’infinito trasportando su di sé vecchie e nuove esistenze, come una gigantesca, indistruttibile nave destinata a solcare gli oceani fino alla fine dei tempi.
La visione del vasto oceano di stelle e di mondi che stiamo esplorando si materializza nella nostra mente e iniziamo a stilare l’inventario degli averi che dovremo abbandonare, degli attimi belli o brutti nei quali non ci siamo mai curati, della vita e della morte o di qualsiasi altro tema filosofico o esistenziale.
Frughiamo nella memoria cercando di riassaporarne le emozioni, i rumori, i sapori gli odori perduti, cercando in essi un legame col passato che sfiorisce, tentando di rafforzare il legame con la vita che sfugge.
E i ricordi si affollano.
Ci ritroviamo a correre sotto la pioggia, con le scarpe inzuppate di quell’acqua che ci penetra sotto la maglietta fino alle ossa, che gronda dai capelli.
Risentiamo il nostro corpo e il nostro essere avvolto dalle fresche acque delle profondità marine dove ci siamo tuffati per scrutare quei fondali che ci catturano con le loro meraviglie; lo sentiamo sollevarsi sulla sabbia mentre il sole lo inonda e lo riscalda col suo calore.
Siamo di nuovo pervasi dalla tenerezza e dall’intensa emozione del primo contatto epidermico con l’altro sesso. Nel petto il pulsare del cuore ferito da Cupido che si gonfia, colmo di quell’amore che inebria la mente come il dolce nettare spillato dal grappolo d’uva.
Il passato ci avvolge con i suoi ricordi, le sue malinconie, le languide carezze e i teneri baci dati e ricevuti, le sensazioni perdute; un passato dimenticato che ritorna presente, che ci percuote dentro squassandoci. Come i vetri delle finestre, sbattuti dal vento contro il telaio di legno, che vibrano quasi volessero liberarsi di esso, rompendo il silenzio che domina intorno.

Queste erano le riflessioni che affollavano la mente di Mark mentre osservava, in piedi dietro la finestra della stanza, l’evolversi della vita giù in strada. Un attimo di meditazione in seguito dal manifestarsi di un luttuoso evento che aveva causato un taglio drastico col suo passato.
Adesso si sentiva come quel vetro e si dibatteva per liberarsi dall’angoscia che lo aveva imprigionato.
La vita e la morte, il passato e il presente si erano presentati con tutta la loro violenza ed erano colpi di maglio che avevano sgretolato quel mondo che adesso guardava con gli occhi dei ricordi; occhi che vedevano i luoghi comuni come erano mesi, anni prima; occhi che guardavano impotenti un mondo mentre si eclissava fra le spire di un passato che fino a quel momento era stato un "presente".
Colpi di maglio che divenivano più violenti mentre percorreva quelle stanze, adesso vuote. Sarebbe uscito da quella casa, non come una delle tante volte. Dietro di sé stavolta lasciava un vuoto che non si sarebbe più colmato; era un uscire di scena, la chiusura di una porta sul passato. L’ultima pagina di un libro dove spiccava, prepotente, inclemente, la parola "Fine".
Era questo che pensava.

Dio dà e Dio toglie, per qualche recondito motivo, per una ragione che la mente umana non è capace di comprendere o rifiuta.
C’è chi afferma per mettere alla prova le sue creature, per verificare la loro fede. Spesso l’uomo si chiede se tutto viene regolato da una volontà divina o è solo l’effetto delle leggi fisiche; se la forza che regola l’intero universo sia solo di natura fisica.
Sembra molto più facile pensare al susseguirsi delle leggi naturali; agli effetti delle mutazioni che si verificano nel corso del tempo per varie cause naturali e artificiali, comprese le azioni degli uomini. Ma forse è anche comodo addebitare tutto ad una essenza divina superiore; se qualcosa va storto abbiamo trovato un capro espiatorio contro il quale nessuno può niente. Molto più comodo addebitare tutto al fato e scagionare noi stessi come causa dei nostri mali e delle nostre sfortune.
Per questo è stato creato un essere divino, un creatore, un essere eccezionale ma al tempo stesso un colpevole; in tal modo la nostra coscienza è a posto. Come dire? Noi siamo solo poveri esseri mortali che nulla possono contro la volontà di un Dio. Siamo le vittime designate di un oscuro disegno.
Ma se così è, ritorniamo alla domanda iniziale e dubitiamo di nuovo dell’esistenza di un Dio.
Al contempo sono solo disquisizioni che lasciano il tempo che trovano; negare l’esistenza di Dio pone ognuno di noi nello stato di totale abbandono.
Siamo figli di noi stessi e abbandonati su questo pianeta alla mercé degli altri nostri simili, e quindi di noi medesimi?
Siamo soli perché nessuno di noi è in grado di trovare altre forme di vita nell’immensità dell’universo?
Una realtà troppo cruda per essere accetta. L’uomo non può sentirsi solo, abbandonato; ed ecco allora che ha bisogno di credere in un entità superiore che lo guarda dall’alto.
L’uomo ha bisogno di sentirsi protetto, anche dopo la morte fisica; non può pensare che oltre la vita vi sia il nulla, di essere solo un semplice animale, più intelligente degli altri, ma, come gli altri animali, con un predestinato e limitato ciclo vitale, abbandonato sopra un piccolo pianeta sperduto nell’immensità dell’infinito universo.
Ecco quindi la necessità di credere in un Dio che concede e nega a seconda delle situazioni; un simbolo nel quale riconoscersi, sotto il quale unirsi con gli altri per formare quella che chiamiamo società.
Ed è in quel cielo azzurro nel quale ci rifugiamo nell’ultimo momento della nostra esistenza, in attesa dell’abbraccio divino, che noi vediamo Dio e percepiamo la sua essenza.

Concetti davanti ai quali chiudiamo la mente, ma che sono tristemente presenti fra le righe dei giornali che sfilano davanti ai nostri occhi la mattina mentre ci rechiamo al lavoro; rimarcati dalle immagini televisive dei telegiornali che accompagnano i nostri pasti e che ci hanno reso cinici, insensibili. Poi ne diveniamo i protagonisti; allora, anche se per un breve attimo, prendiamo coscienza del nostro essere e del nostro divenire, della debolezza delle nostre certezze, delle miserie e delle tragedie umane.

Con la mente affollata da tutti questi pensieri, Mark, chiuse le imposte e la finestra; tirò la tenda che la copriva e si girò verso il centro della stanza. Sul tavolo giacevano sparse le foto di famiglia; uniche testimonianze di un passato che in parte gli apparteneva; immagini che svelavano i momenti giovanili di chi non era più. Le raccolse e le ripose insieme alle altre cose che avrebbe conservato a ricordo. Tutte le finestre erano state chiuse; le luci spente; il buio incombeva nelle stanze come un nero velo steso a custodire il passato. Mentre si apprestava a lasciare quella dimora i suoi occhi si persero in quell’oscurità e alcune immagini sembrarono prendere vita; vaghe ombre sfuggenti, ricordi sfumati che svanirono nel fascio di luce che penetrò dalla porta d’ingresso che si apriva.
Calde lacrime rigavano il suo volto mentre la richiudeva dietro di sé.
Una parte del suo essere sarebbe rimasta fra quelle mura e, consapevole di averla perduta, scese quelle scale percorse più volte di corsa, che risuonavano ancora delle grida di gioia di fanciulli che s’affacciavano alla vita colmi di felicità, di speranze e di energia, sicuri di un mondo diverso e migliore, ignari della cupa presenza della morte, incuranti dello scopo della vita.
Fuori dal portone il mondo lo avvolse con il suo frenetico andirivieni, la gente, i rumori, lo riportavano nella cruda realtà; s’infilò fra la folla e nel traffico come fosse avvolto nell’ovatta; si allontanò con gli occhi persi in quel cielo azzurro, quell’azzurro unito, privo delle bianche nuvolette che a volte ne interrompono l’uniformità; quel cielo trasparente, pieno di aria limpida, fresca, dove si contrastano le mille sfumature di verde...


									

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