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I RACCONTI DEI LETTORI...

UNA SERATA AL DUKE
di Orus per Edicolaweb
L’auto giunse nel parcheggio e si fermò. I due scesero.

- Gerard, non è meraviglioso... finalmente al Duke. - disse lei guardando verso l’ingresso del locale.
- Già, è proprio il caso di dire finalmente... trenta giorni d’attesa... - rispose l’uomo con tono sarcastico - Speriamo che quanto si dice sia vero e ne sia valsa la pena.
Giunsero all’ingresso.
- Prego... - aggiunse aprendo la porta e lasciando passare per prima la signora.

Non era un ristorante di lusso, l’arredamento non presentava tavoli di foggia pregiata, stucchi alle pareti, costosi lampadari, i camerieri non indossavano una divisa. Non vi era niente di quanto può essere caratteristico di un locale alla moda. Non era neanche tanto grande, potendo ospitare al massimo centoventi persone, ma era noto per la sua raffinata cucina alla portata di tutti, dato il prezzo contenuto. Veniva gente da ogni parte dello Stato e a volte da altri Stati. Il locale era considerato fra i più rinomati e ricercati, tanto da divenire una moda passare una serata al Duke.

- Credevo che fosse un locale esclusivo, ma a quanto vedo...
- Oh, Gerard sei sempre il solito disfattista.
- Guarda... - aggiunse lei, mentre si sedeva al tavolo - Quello non è il governatore dello Stato? Vedi lui non fa il difficile e se è qui vuol dire che si mangia davvero bene.

Vi erano tanti vip ma anche famiglie di ceto medio, o gruppi di giovani squattrinati intenzionati a passare una serata diversa e in allegria.

- Non per fare il solito, come dici tu, ma siamo qui da un quarto d’ora e ancora non si è presentato un cameriere per prendere l’ordinazione. Anche a quel tavolo ne stanno reclamando uno invano, a quanto pare.

Non era un locale dove i camerieri restavano vicino ai tavoli per sopperire alle richieste del cliente. Il personale era scarso e molto indaffarato e si doveva aspettare per essere serviti.

- Ecco, quello è il proprietario.
- Hai notato come si è precipitato al tavolo del Governatore? Ma da noi nessuno!
- Gerard quando fai così diventi insopportabile.
- Scusi... - urlò Gerard con la mano alzata e lo sguardo rivolto al proprietario.
- Gerard, sei impazzito? Ma cosa stai facendo, ci stanno guardando tutti. Gerard! Tira giù quel braccio. - intimò la donna fissando l’uomo con uno sguardo severo, quasi volesse fulminarlo all’istante.

Ma il gesto ebbe i suoi frutti.

- Hai visto cara, adesso saremo serviti dal proprietario in persona.

Infatti Duncan Preston aveva risposto con un sorriso e un cenno facendo capire che si sarebbe recato al loro tavolo.

- Gerard, mi raccomando. Si dice che sia molto cordiale, ma data la sua altezza è molto suscettibile.
- Elisabeth, per favore smetti di riprendermi, non sono rimbambito.

Ducan nel frattempo era giunto al loro tavolo.

- Benvenuti, signori. Duncan Preston, lieto di fare la vostra conoscenza. È la prima volta che venite nel mio locale vero?
- Piacere Gerard e Elisabeth Murray. Sì, la prima volta.
- Avete già ordinato?
- Per la verità aspettavamo un cameriere.- disse Gerard
- Nell’attesa posso consigliarvi qualche secondo per cui andiamo rinomati? Abbiamo delle ottime scaloppe alle erbe, degli involtini alla zingaresca, oppure i nostri celebri bocconcini in salse miste. Una sorta di spezzatino trattato con erbe aromatiche che gli conferiscono un sapore delicato e squisito. Un piatto davvero... come dire...
- All’altezza della fama? - interruppe Gerard.

Duncan si voltò verso l’uomo con un sinistro brillio nello sguardo.

- Esattamente come dice il signore - continuò Duncan, scandendo lentamente le parole e con tono duro. Poi si girò verso il centro della sala, fece un cenno e un giovane si avvicinò.

- Senti cosa desiderano i signori. Mi raccomando con un occhio di riguardo, vogliamo che diventino nostri clienti fissi, vero? - proferì fissando Gerard - Vogliate scusarmi ma altri ospiti reclamano la mia presenza. Buon Appetito. - aggiunse allontanandosi.
- Grazie.

Elisabet guardava Gerard furibonda, l’accenno all’altezza non era stata una mossa felice.
In effetti Duncan era un individuo piacevole, sempre sorridente e ben proporzionato nel fisico, che teneva molto alla presenza. Quella sera si era anche elegantemente vestito in occasione della visita del governatore, ma aveva solo un difetto: era basso, non arrivava al metro e mezzo. Questo era il suo grande tormento.
Alcuni anni prima Duncan era solo gestore e cuoco di un modesto pub situato in un fabbricato di proprietà della madre. La storia del Duke inizia con l’arrivo di Keith, una ragazza venuta dal nord in cerca di lavoro. Entrò nella vita di Duncan attraverso la porta del pub insieme al bagliore dei fulmini che illuminava un locale deserto in una sera dove la pioggia imperversava da ore con una violenza inaudita. Una di quelle sere in cui per strada non trovavi neanche un cane; per questo Duncan si apprestava a chiudere. La ragazza apparve d’improvviso illuminata dalla luce di un lampo e a Duncan sembrò fosse apparsa dal nulla.

- Piove sempre così da queste parti? - chiese la donna mentre, dopo aver lasciato una valigia provvista di rotelle, tentava di chiudere un ombrello che grondava acqua e che appariva decisamente fuori uso.
- Accidenti. Adesso come faccio? - esclamò tirandosi dietro la valigia e avviandosi verso il bancone dietro il quale Duncan la stava osservando stupito e incuriosito.
- Non è la serata adatta per partire. - disse l’uomo.
- Non sto partendo, sono appena arrivata. È tutto il pomeriggio che giro in cerca di una lavoro e una stanza da affittare.
- Adesso è un po’ tardi per trovare qualcosa, per di più con questo tempo.
- Già! Credevo prima o poi spiovesse. Senza aggiungere che da queste parti non siete molto ospitali con chi arriva da fuori.
- Beh... non è una cosa che accade solo qui da noi.
- Rimane aperto tutta la notte?
- Veramente stavo per chiudere.

Il sospiro di delusione e scoramento emesso dalla ragazza spinse Duncan a formulare una proposta.

- Senta, con un tempo simile e... senza ombrello, non è il caso che se ne torni fuori. Lasci che chieda a mia madre se per stanotte può pernottare da noi.

- Io posso rimanere anche qui, seduta ad un tavolo. Domattina tolgo il disturbo. Non ha da temere.
- Il palazzo è di mia madre che vive di sopra. - aggiunse Duncan indicando il soffitto. Poi prese il telefono, formò un numero e attese.
- Sono io. Senti, stavo chiudendo... con questa serata. - disse quasi scusandosi - Ma è entrata una ragazza... è tutto il giorno che è in giro in cerca di una camera. Mi stavo chiedendo se per stanotte si può fermare da noi.

L’attimo di silenzio che seguì indicò che dall’altra parte del filo la madre stava dando una risposta.

- D’accordo. - disse l’uomo posando il ricevitore.

Poi, guardando la ragazza, aggiunse:

- Sta venendo giù. Mia madre è una donna all’antica, vuole vedere le persone in faccia.

Per farla breve Keith piacque subito alla signora Preston che le diede una stanza in affitto e di conseguenza ottenne un lavoro come cameriera nel locale. Col passar del tempo Duncan s’innamorò di lei. Keith se ne accorse e profittò della situazione per sistemarsi. L’uomo, anche se basso di statura, aveva una casa, un punto di ristoro ben frequentato; lei comunque non era poi molto più alta di lui: un metro e sessantasei centimetri. Duncan fu ben felice di aver trovato una ragazza che non guardava all’altezza.
Alla morte della madre, l’uomo, decise di ingrandire il locale e trasformarlo in un piccolo ritrovo serale. Col solo abbattimento di un paio di muri inglobò alcune stanze adiacenti, una delle quali era stata adibita a ripostiglio. Lì piazzò la nuova cucina. Nella cantina fece costruire un grande ambiente refrigerante e vi sistemò i macchinari per trattare le carni e le verdure, in modo che il rumore non infastidisse i commensali.
Il banco del bar venne spostato in una parete più piccola e la sala guadagnò spazio tanto da contenere altri tavoli in una nuova disposizione più accogliente.
Al posto della vecchia insegna del Pub, una nuova ricavata dalle prime lettere dei loro nomi: "Du" di Duncan e "Ke" di Keith. Il Duke.
Il nuovo locale apriva dopo il tramonto e chiudeva dopo mezzanotte. Assunse un’altra persona per avere un aiuto in cucina, tale Kennet Brown, che presto divenne lo chef titolare. Anche lui veniva da fuori. Un tipo taciturno che sorrideva a malapena.
Ogni tanto Duncan e Keith facevano un viaggetto e lasciavano tutto in mano a Kennet.

- Staremo via pochi giorni, mi raccomando pensa te al locale.
- Tranquillo Duncan, non ti preoccupare. Sai bene che ti devo tutto, se non era per te forse sarei di nuovo in qualche prigione.
- Lascia perdere, avevo bisogno di un buon cuoco.
- Ho sempre fatto questo lavoro, fin da ragazzo.

Kennet Brown non era il suo vero nome, ma Duncan non gli aveva mai chiesto quale fosse quello vero. Lo aveva assunto per la sua per la bravura e perché non avrebbe mai fatto allusioni alla sua bassa statura.
Quell’uomo aveva bisogno di un lavoro e molto da nascondere, non si sarebbe mai permesso di mancare di rispetto all’unica persona che gli aveva dato modo di rifarsi una vita. Quando Duncan si assentava diveniva l’unico responsabile per tutto quello che accadeva nel locale, incasso compreso.
Kennet nutriva un profondo senso di rispetto e gratitudine verso quel piccolo uomo che gli aveva concesso piena fiducia. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui, in fondo Duncan era più vecchio di lui di una ventina d’anni e un giorno avrebbe potuto ereditare tutto quanto.

- Parti tranquillo... divertitevi. Ehi, di un po’, quando porterai all’altare quella ragazza?

Duncan non rispondeva quando Kennet aveva quelle uscite.
La ragazza aveva trasformato Duncan. Da anni i due vivevano insieme sotto lo stesso tetto, ma non parlavano mai di matrimonio. Lui per la paura di perderla, lei per non sentirsi legata ad un "uomo" al quale si sentiva già vincolata per ben altri motivi. Duncan inoltre le concedeva molta libertà.
Keith si era fatta delle amiche e un paio di sere a settimana si ritrovavano tutte a casa di Lucy. Una riunione di sole donne per giocare e spettegolare.
Una sera, mentre i due uomini stavano cucinando, Kennet chiese a Duncan:

- Hai visto Keith?
- Sì, è uscita per andare da Lucy.
- Anche stasera? Non era due sere fa la riunione?
- Due sere fa? A me ha detto che andava da Lucy.
- Forse mi sbaglio.

Duncan mise il tegame in forno e, asciugandosi le mani al grembiule, si diresse verso la porta della cucina dalla quale, spesso, sbirciava verso la sala da pranzo per vedere se era presente qualche vip.

- Se vai in sala mi chiami Fred.
- Ma Fred ha la serata libera.
- Anche lui? Che strano non lo ricordavo.

Duncan si girò a guardarlo con aria interrogativa.

- Cosa ti prende stasera? Hai vuoti di memoria?

Da quel giorno a Duncan nacque un sospetto e iniziò a controllare Keith più da vicino.
E arrivò il momento in cui fu lui ad interrogare Kennet.

- Senti un po’... è da molto che te lo volevo chiedere. Un mese fa mi chiedesti di chiamarti Fred, ma tu sapevi che non c’era. Per caso devi dirmi qualcosa?
- Cosa dovrei dirti? Fred è un buon lavoratore.
- Non intendevo questo. Non dovrei sapere qualcosa?
- Ma non saprei... che cosa, per esempio?
- Che non sempre Keith si reca da Lucy.
- Non vedo come posso dirti una cosa del genere, sai bene che sono sempre impegnato in cucina. Non so cosa fa quando esce.
- Che Keith esce quando Fred ha la serata di libertà. Che è sempre dietro la cassa e il banco del bar quando Fred è presente.
- Non ho il tempo di notare questi particolari... sono sempre tra i fornelli.

Ma Duncan aveva già notato queste manovre e gli sguardi sdolcinati che i due giovani si scambiavano.

- Non prendermi per scemo. Sei stato tu a far scattare il sospetto. Non negare adesso.
- A dire il vero non so niente di certo... ho notato alcune cose, ho udito certi discorsi, certe dicerie.
- Da oggi tu la seguirai, alla cucina penserò io. Sapremo se va sempre da Lucy.

Scoprì che alcune sere, mentre lui cucinava, la ragazza si recava a casa del giovane cameriere.
Duncan decise di affrontare l’argomento con Keith e chiarire le cose fra loro. Così una sera attese che rientrasse da uno di questi romantici appuntamenti.
Come una moderna cenerentola la ragazza rientrò a casa prima del rintocco di mezzanotte. Si mise a volteggiare per le stanze con le braccia alzate senza accendere la luce; si muoveva danzando nel tenue chiarore che filtrava dalle finestre. Con un sospiro si lasciò cadere su una poltrona, abbandonandosi allo schienale. La luce si accese d’improvviso. Keith cacciò un urlo e scatto in piedi come una molla. Seduto sull’altra poltrona Duncan la stava fissando.

- Ma dico, sei impazzito? Vuoi farmi morire di crepacuore?
- Bentornata. Ci siamo divertiti stasera.
- Abbastanza. Ma che ti prende, spaventarmi così.
- Si sta bene a casa di Fred?
- Fred? Cosa centra Fred? Sono stata a casa di Lucy, sai bene che ci ritroviamo lì un paio di sere la settimana.
- Non era la serata di Lucy questa. Come tante altre del resto. Non frequenti la casa di Lucy come facevi prima, ci vai solo qualche volta e stasera non era una di quelle.
- In verità ero con Susan. Ha dei diverbi con Lucy e voleva discuterne con me prima di affrontare l’argomento con lei.
- Smettila di mentire, Kennet ti ha seguito molte volte e ha visto che spesso vai a casa di Fred.
- Sei un bastardo... come ti permetti di farmi pedinare come una volgare ladra... per giunta da quell’avanzo di galera.
- Modera i termini. Kennet è un uomo leale. Mi permetto, perché sei in casa mia. Perché ti ho accolto, sfamato, vestito, trattato come una regina... ed ora mi tradisci con quel cameriere.
- Tradirti? Non siamo sposati, non si può parlare di tradimento. Non esageriamo. Inoltre Fred è solo un amico.
- Un amico. Direi uno sbarbatello che profitta delle debolezze di una donna per farsi mantenere.
- Fred non è uno sbarbatello, né un profittatore; è una persona sensibile, comprensiva.
- Certo, comprensivo. Ha compreso bene la situazione quel farabutto.
- Improvvisamente fai il geloso? Perché mi hai concesso alcune sere di libertà? Sapevi bene cosa poteva accadere, non nasconderlo... ma ti andava bene lo stesso. Anche tu hai compreso la situazione.
- Di cosa stai parlando?
- Che mi hai pensato spesso fra le braccia di un altro. Un uomo che mi facesse sentire donna. Speravi di no, ma hai sempre saputo che un giorno sarebbe successo. Per questo mi hai concesso le serate libere. Sperando sempre che tornassi da te. E così è stato.
- Stai farneticando... avevi già un uomo. Non ti bastavo? Dovevi per forza giacere nel letto di un altro?
- Mi fai sentire sporca dentro.
- Sei sporca dentro.
- Mi stai offendendo. Non posso più restare con te, sei troppo meschino.
- Vattene pure, corri da Fred. Non aspettavi altro. Saprà darti tutto quello che ti ho dato io? Un cameriere?
- Sei davvero piccolo. Non solo di statura, se credi davvero di poter tenere legata una donna con regali e viaggi. Non sei all’altezza di comprendere le donne nel loro intimo.
- Comprendo bene che fino ad ora ti ha fatto comodo vivere con me. Sei sicura che l’altro sia in grado di mantenerti?
- Togliti di mezzo bassotto. - Disse con disprezzo Keith, cercando di spostare l’uomo ponendogli una mano sulla spalla e spingendolo da parte.

La reazione di Duncan fu così improvvisa che sorprese la stessa Keith. Nella mente dell’uomo era scattato qualcosa di incontrollabile; piazzò un tremendo pugno nel basso ventre della donna che finì piegata in due sulla poltrona. Duncan era sopra di lei. Agguantò dalla libreria una riproduzione della statua della libertà adoperata come ferma libri e colpì alla testa Keith che stramazzò al suolo.
Com'era giunto, l’attimo di furia passò. Duncan si ritrovò a guardare il corpo immobile della donna. Il ferma libri scivolò dalla sua mano e cadde sul pavimento provocando un suono sordo e sinistro.
Grosse lacrime rigarono il volto dell’uomo.
- Perché... perché? - Urlò con voce sommessa e straziata. Si chinò sulla ragazza, le sollevò il capo, la scosse; la chiamò e il suo richiamo si trasformò in un rantolo rotto dai singhiozzi.
Con la mano insanguinata strinse il volto di Keith al petto.
In preda al panico si ripulì, si lavò le mani e scese nel locale da basso. I clienti se ne erano andati. Kennet riassettava e preparava per la sera seguente.

- Ho bisogno del tuo aiuto. - disse Duncan.
- Dimmi.
- Ho combinato un guaio. Un grosso guaio. Vieni con me.
- Dov’è Keith?

Duncan non rispose. L’ex carcerato non era uno sprovveduto, capì che era accaduto l’irreparabile.

- L’hai uccisa?

Duncan si voltò e guardò l’altro negli occhi:

- Non volevo... è stato un attimo di follia. Che facciamo adesso?

L’altro tentennando la testa prese l’uomo e lo fece sedere al bancone del bar.

- Siedi qui. Tieni, bevi questo e cerca di calmarti... al resto penso io. Rimani qui. Lascia fare a me. - disse con voce rassicurante.

Duncan trangugiò un sorso del whisky versato dal cuoco e rimase a guardarlo mentre saliva nell’appartamento.
Non chiese mai cosa ne era stato di Keith. Ma la cosa non finì lì. Fred cominciò a chiedere perché Keith non era presente.

- Ha ricevuto una telefonata. Sua madre sta male. Tornerà appena la madre starà meglio.
- La madre? - chiese Fred - Strano a me ha raccontato che non aveva più una madre.
- In parte è vero... non sono mai andate d’accordo. Per questo ha lasciato la sua casa anni fa... ma come puoi ben immaginare la mamma è sempre la mamma. Lasceresti tua madre sola in un ospedale?

Due giorni dopo Fred chiese di poter telefonare alla ragazza.

- Ma perché ti interessa tanto cosa fa Keith? - gli chiese Duncan.
- Un amico è sempre pronto a dare una mano.
- Già, ma si dà il caso che Keith sia la mia ragazza. Non credi che abbia già qualcuno che pensa a lei?

Ma Fred non mollava chiedeva sempre sue notizie.

- Se anche oggi Fred si presenta prima dell’apertura - disse un giorno Kennet a Duncan - lascia che me ne occupi io, altrimenti non usciremo mai da questa situazione.
- Cosa intendi fare?
- Non ti preoccupare. È meglio tu non sappia niente. Stanne fuori.

Fred si presentò circa un paio d’ore prima dell’apertura e trovò Kennet ad aprirgli la porta. L’ex galeotto era un uomo di circa due metri e con una robusta corporatura. Il giovane non fece in tempo ad accorgersi che l’uomo aveva già la sua testa fra le sue braccia muscolose. Non sentì neanche il rumore delle ossa del collo che si spezzavano. Dieci minuti dopo aveva raggiunto la sua amata Keith.
Da tutta la vicenda Duncan ne uscì davvero provato, traumatizzato. Per parecchio tempo evitò di presentarsi in sala, rimaneva ore e ore in cucina. Ma il più coinvolto emotivamente sembrò Kennet che durante il giorno, quando il locale era chiuso, si isolava nel suo piccolo regno, lo scantinato, a trafficare con i macchinari.
Ne guadagnò il locale; la cucina migliorò notevolmente. L’uso di salse ed erbe aromatiche, che resero le pietanze appetitose, incontrò l’apprezzamento della clientela che divenne più assidua. In breve tempo la cucina del Duke, nonché i suoi cuochi, divennero noti in tutto lo Stato. Il Duke divenne sinonimo di Duncan e Kennet.
Keith venne dimenticata. Parere comune che Duncan, non più distratto dalla donna fuggita con il cameriere, aveva affinato le sue arti culinarie.

I Murray erano giunti al dessert.

- Beh, allora Gerard?
- Sì... un buon ristorante con buone pietanze.
- Buono? Ma sei hai fatto anche la scarpetta. Da vergognarsi...
- L’hanno fatta tutti, non l’hai notato? Con tutta quella salsa... una vera esagerazione. Era un peccato lasciarla nel piatto.
- Se lo frequenta anche il governatore puoi stare tranquillo. Si dice sia un buon politico. Da quando è stato eletto sembra sia diminuita la prostituzione, il vagabondaggio e l’immigrazione clandestina.
- I signori sono rimasti soddisfatti?

La voce del proprietario risuonò improvvisa tanto che Elisabeth trasalì.

- Oddio. Tutto davvero ottimo, grazie. - disse riprendendosi.
- E ben condito. - aggiunse Gerard.
- Il condimento è il nostro cavallo di battaglia e le nostre carni sono... come dire...

Gerard accennò ad una risposta, ma Duncan lo precedé:

- Ricercate. - disse - Sì... ricercate e trattate in modo particolare. - aggiunse con un sorriso sarcastico.
- Chissà quali segreti sono custoditi in cucina. - chiese la signora Murray ridendo.
- Molti, mia cara signora, ma non li posso rivelare... lo chef è molto geloso dei suoi segreti.

Sarebbe bastato uno sguardo alla cella frigorifera del Duke per carpire quei segreti. Non c’erano quarti di bovini e ovini appesi ai ganci, tanto meno conigli, polli o tacchini da consumare nel giorno del ringraziamento, ma un ben altro tipo di bipedi. Lo sapeva bene Keith che fu la prima a conoscere i segreti dello chef e ad allietare il palato dei primi clienti... come dire, a dare alla cucina del Duke un tocco... femminile.

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