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I RACCONTI DEI LETTORI...

L'OCCHIO DI HORUS
di Orus per Edicolaweb
Anni di scavi, studi e ricerche dietro ad un ipotetico tesoro, nel vano tentativo di riportarlo alla luce. Sovvenzioni non rinnovate, dal momento che i risultati positivi, sperati e attesi dai finanziatori, erano stati elusi. Quindi, l'epilogo con la revoca di ogni credito e la chiusura del sito archeologico.

All'alba avrebbe lasciato quei luoghi adesso deserti; anche l'ultimo guardiano se ne era andato con gli ultimi denari. Ancora una passeggiata in mezzo a quelle colline sabbiose con la segreta speranza di poterle rivisitare in futuro.
Un addio è sempre triste, specie quando assume ben altro significato, quale quello di un sogno che svanisce in un amaro fallimento, anche se in parte causato dalla sfortuna.
Aveva impiegato anni su vecchi volumi, antiche carte, resoconti di avventurieri spesso lontani dalla verità ma che a volte racchiudevano particolari interessanti, una specie di chiave di lettura per giungere ad altre informazioni che conducevano verso l’obbiettivo. Aveva appreso tutto a riguardo di quel luogo, di cosa vi era nel remoto passato, chi aveva calpestato prima di lui quei luoghi, le vicende che si erano sviluppate; ma è difficile ritrovarne le tracce sotto montagne di terra accumulata nei secoli. Non vi era dubbio che quanto cercato si trovava lì, sotto i suoi piedi, in qualche punto di quel luogo. Se avesse avuto altro tempo lo avrebbe individuato, avrebbe violato il sepolcro impenetrabile costruito dal tempo.
Purtroppo chi finanzia vuole vedere risultati, sfruttare i reperti per il ritorno economico di quanto investito.
Una strana luna piena illumina il campo, scorge benissimo il lungo cunicolo che era stato tracciato che si insinuava gradatamente in profondità. Era sicuro di essere arrivato vicino al punto esatto. In una specie di nicchia, formata all’inizio dello scavo usata per poggiare alcuni attrezzi, qualcuno ha dimenticato una torcia a pile. Si avvicina e l'accende. Il fascio di luce sembra una lama che fende le tenebre del passato, si insinua lungo il tragitto discendente come un occhio che fruga nel buio, nella segreta speranza di veder realizzato l'ultimo desiderio. Muove qualche passo lungo il tracciato incassato nel terreno indirizzando sulle pareti. Avevano scavato fino a otto metri senza trovare niente di interessante, eppure seguendo la prima pietra rinvenuta il percorso doveva seguire quella direzione. La luce illumina la parete in fondo; quanto sarebbe stato bello scoprire la liscia pietra di una porta. Al diavolo, ma perché rimanere in quei luoghi quando è tutto inutile?
Torna indietro e negli ultimi metri, per evitare di ripercorrere tutto il sentiero scavato nel terreno, si arrampica su per il pendio di sinistra, con l'animo inquieto e rammaricato per l'insuccesso. Quella notte non avrebbe dormito. Ad un tratto sente la terra mancargli sotto i piedi e inizia a scivolare verso il basso insieme alle pietre che franano sotto il suo peso. Protende istintivamente le mani in cerca di un appiglio, ma continua la sua corsa rovinosa verso il basso finché non si trova aggrappato ad una pietra che sporge.
Guardando giù si accorge che il terreno ha ceduto e si è aperta una voragine, adesso si trova sospeso a circa cinque o sei metri dal suolo, è difficile giudicare l’esatta altezza al buio; può vedere in fondo il raggio della torcia che è caduta. Cerca disperatamente di ancorarsi meglio alla sporgenza e capire cosa è, ma non c'è tempo per fare supposizioni; la pietra cede di colpo e la parete su cui poggia si apre come una cupa e famelica bocca inghiottendolo.
Striscia in caduta libera in un cunicolo stretto, buio, che sembra senza fine. Poi, lentamente, la sua corsa rallenta; urta qualcosa che suona a vuoto come fosse coccio e si ferma piegato su un fianco. Le sue mani si ritrovano immerse in uno strato di oggetti solidi, non molto compatti fra loro dove affonda leggermente.
La paura dell'ignoto lo rende emotivo; l'oscurità lo getta nel panico, è forte il senso di smarrimento; arrancando si alza in piedi con un brivido d'orrore che gli corre lungo la schiena. Si fruga con frenesia in tasca in cerca dell'accendino che porta sempre con sé; per fortuna non ha mai perduto quel viziaccio del fumo. Chi ha detto che il fumo nuoce alla salute?
Il fioco barlume di luce che quella piccola fiamma riesce a creare lo immerge in un macabro mare di ossa umane, alcune ancora coperte di stracci. Lo aveva sospettato quando era a terra e le sue mani, doloranti per le ferite, cercavano un appoggio.
Raccoglie una delle ossa, a suo parere la più lunga, si strappa una manica della camicia e ve l'avvolge intorno, poi con l'accendino gli dà fuoco.
In un attimo il chiarore della rudimentale torcia illumina tutt’intorno. Occhi increduli ammirano un ampio locale pieno di colonne intarsiate, dalle pareti affrescate, scolpite, statue di divinità pagane di fattura pregevole, alcune d'oro massiccio. Sparsi qua e la numerosi vasi con ammirevoli fregi. È senza parole; il suo sguardo vaga da un punto all’altra della sala. Gli sembra di aver compiuto un salto nel tempo tornando indietro di migliaia di anni e ammira incredulo lo sfarzo regale di un remoto passato. Sono troppe le cose presenti e non riesce a stilarne un elenco demonico.
Ai suoi piedi e in altri angoli, resti umani in macabre e innaturali posizioni come avessero cercato fino all'ultimo di uscire da lì. Ironia della sorte, ha trovato ciò che cercava e nessuno adesso può aiutarlo, né vederlo. Deve cercare l'uscita, domani avrà la sua rivincita. Verranno da ogni parte del mondo per visitare una simile meraviglia.
Guardando in alto cerca di giudicare l'altezza della stanza dove è finito. Esplorandola nella sua lunghezza si avvede di un paio di accessi in altre parti di quello che giudica l’interno di un edificio; in una parete laterale una gigantesca porta.
La luce si affievolisce, la torcia sta per spegnersi. Fruga fra quelle ossa in cerca di brandelli di stoffa da avvolgere sull'improvvisata fonte di luce per alimentarne la fiamma e scorge alle pareti delle antiche torce, usando la sua le riaccende. Il locale s’illumina, la visibilità è buona; getta via quella improvvisata e staccatane una dalla parete si dirige verso quella porta chiusa. Passa davanti a statue dallo strano sguardo indagatorio, alcune colossali. Sembrano il ritratto di antiche divinità; non raffigurano guerrieri armati, più simili a messaggeri, a guardiani in piedi o seduti su enormi troni cesellati. È giunto davanti al portale. È splendido! Sui due battenti due draghi intarsiati in oro. Ai lati due piccoli idoli in pietra lo fissano con le loro cavità oculari vuote, i denti acuminati dietro fauci spalancate. Preme con forza al centro del portale ma non vi sono cedimenti. Spinge con tutte le forze senza successo. Deve essere pesantissimo, forse chiuso dall’interno.
Cerca un meccanismo nascosto in qualche segno inciso su di esso; si guarda intorno a cercare qualcosa da usare come leva. In un angolo molte armi antiche, ma non abbastanza robuste per quel compito. Si china verso una delle statue poste al lato. Prova a spostarla, a girarla. Strani animali che lo guardano immobili con quei loro occhi vuoti. Occhi? Ma certo. Occhi vuoti. I suoi diti s'insinuano dentro quelle cavità, toccano qualcosa che si muove, uno scatto e la porta inizia a muoversi su se stessa.
Una strana luce azzurra invade l'ambiente. Alcuni passi ed è all'interno di una sala dalle pareti foderate di metallo azzurro, tutto scolpito. Pare di trovarsi sotto gli occhi di mille riflettori. È una sala circolare piena di statue addossate alle pareti, vasi colmi di gemme, luci sfolgoranti e colorate che pulsano come tanti piccoli cuori. Consolle elettroniche, sedili girevoli, bip sonori che seguono una sequenza musicale. È stordito. Sfiora con le dita le pareti, cerca di tradurre quanto vi è riportato, ma sono caratteri indecifrabili, simili a quelli visti in alcuni libri che riportavano le foto di antiche pietre incise con strani segni non assimilabili a nessuna forma di scrittura sconosciuta.
Al centro della sala una teca di cristallo. Si avvicina. Un lato della base su cui poggia porta un'iscrizione. La sfiora; una delle lettere in rilievo cede sotto la leggera pressione e un vetro della teca si abbassa. All'interno si accendono due file di pulsanti luminosi. Nell'angolo destro, in basso, un quadrante con una levetta a forma di stella e un grosso diamante incastonato al centro. Sta per toccarlo ma un rumore, simile a quello prodotto da un carrello che corre su delle rotaie, lo fa voltare.
Sulla parete che sta guardando cala lentamente un pannello lasciando intravedere, in una zona retrostante poco illuminata, forme confuse. Improvvisa la luce evidenzia altri scheletri e strani marchingegni alle pareti, lunghe catene che penzolano dall'alto il tutto illuminato da una sinistra luce gialla. Indietreggia istintivamente e urta la teca. Il diamante della leva cade a terra; si volta, lo raccoglie e tenta di ricollocarlo al suo posto.
Nell'urto la leva si è spostata, le luci gialle hanno cessato di lampeggiare, adesso sono tutte verdi. Una scritta luminescente pulsa insistentemente.
La sua mano si trova ancora appoggiata sulla leva quando una violenta scossa elettrica lo investe, lo percuote fino al cervello e lo scaglia con violenza a terra. Strizza gli occhi, scuote la testa e guarda di nuovo la teca. Una scritta avverte. "Scorta energetica attiva".
Adesso sa leggere quelle scritte, come è possibile?
Una voce lo distrae dai suoi pensieri: "Due minuti all'accensione. Confermare prego".
Deve uscire di lì al più presto. Torna rapidamente verso l’ingresso; la parete si è richiusa. "Calma - ripete - calma". Adesso comprende quei simboli, troverà un’apertura. Elenchi di codici matematici, manuali di istruzioni; niente a che vedere con… ecco, forse… no, niente da fare.
Impossibile trovare un simbolo che sia la chiave per l’accesso all’uscita. Le sue mani vagano da un segno all’altro finché infine qualcosa si muove e dalla parte opposta appare un corridoio illuminato da una fila di luci azzurre. Un attimo e si trova a percorrerlo correndo. Un percorso per lui interminabile lo conduce in una saletta con una poltrona al centro.
"Un minuto, confermare prego. Confermare prego."
Ha sbagliato uscita. Si gira, pronto a tornare indietro, giusto in tempo per vedere la porta chiudersi e sentire il meccanismo che scatta.
Guarda il piano inclinato davanti al sedile, è pieno di comandi. Prigioniero di una strana macchina sepolta da migliaia di anni. Una scoperta eccezionale che il mondo non conoscerà mai. La rivoluzione delle conoscenze storiche, la fama, il successo sempre desiderato. La spiegazione finale, l’origine del tutto.
"Confermare prego." insiste la voce.
Guarda perduto il tasto con inciso sopra un simbolo ben conosciuto: l’occhio di Horus.
"Nooooooo!" Il grido gli rompe in gola improvviso e risuona fra le pareti metalliche.
Batte con rabbia il pugno sui comandi e getta il diamante della leva che tiene ancora in pugno.
Poi la sua disperazione si tramuta in un ghigno, un sorriso sarcastico. Si siede e alzando le mani in alto ripete con calma:
"Ok, ok, ok."
Preme il pulsante e una voce annuncia:
"Coordinate stabilite. Nona gemma di Ra, stazione orbitale di Horus, terzo anello. Inizio conteggio. Dieci... nove... otto... sette... sei..."
Un fascio di luce accecante, un ronzio che si smorza, una consolle che perde le sue luci multicolori, una poltrona vuota, il silenzio e le tenebre.

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