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n° 3 Giugno 2000

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L'OPINIONE: RIFLESSIONI

 
Le due facce della medaglia

di Michela Mercenaro
 
 

Stiamo assistendo da un ventennio e oltre ad una vera e propria "decristianizzazione" delle più importanti capitali dell'Occidente.
La gente sta cercando delle risposte in altre religioni: il potere che la religione cattolica aveva fino a ieri di oscurare oggi non c'è più. La gente comincia a conoscere, quarant'anni di vita senza una guerra mondiale hanno dato all'uomo modo di crescere, di non vivere solo per il "carpe diem" e di aprirsi allo studio.
Ora c'è Internet, i Vangeli Apocrifi, il Buddismo, la New Age, spiritualismo, spiritismo, ecc. ecc., e cerca in queste nuove fonti di sapere - nuove solo perché alla gente è stato permesso di scoprirle ora - risposte più appaganti, anche sul senso del nascere, del crescere e del morire e del dove si va a finire quanto meno.
La gente ha paura. Ha paura di pensare che con la morte tutto cessi, ha paura di dover pensare di rinunciare a tutta questa materia, a tutto ciò che vede perché dimentica di quella bellissima grandezza che è nell'anima dell'uomo, la grandezza di quel Dio che, innamorandosi della sua creazione, si è infuturato nell'uomo per potere essere signore e demiurgo della creazione stessa.
Di quel Dio che in principio era il logos, il pensiero che si emana, e in un atto d'amore crea gli alberi, crea la natura, crea tutto così perfetto, uno spartito dalla musica dall'esecuzione quasi "vivaldesca", e a un certo punto, un acuto, un assolo che nasce nell'Universo: l'Uomo. Et verbum caro factum est, e il verbo si fa carne.
E chi è l'Uomo? Quell'Angelo bellissimo e infinito, quell'altra metà di Dio, quell'altro aspetto di Dio, che Dio non aveva messo in conto, che tutto in sé comprende e che però si deve limitare a guardare dal di fuori, non essere parte di essa, ma esserne solo il pensiero. Lì, ad un certo punto, peccando di eccessivo amore per la sua creatura, se ne innamora perdutamente, tanto da, in un gesto di amore infinito, diventarne parte lui stesso.
E lì nasce l'uomo, questo bellissimo uomo che è a copia e immagine di Dio, che però perde il presupposto iniziale, l'Eternità. E lì nasce la dannazione di Dio stesso, il male, il pensiero del male, il Demonio: l'Angelo bello che si innamora di tutto ciò che aveva fatto, che è talmente bello ed infinito, che vuole che la cosa che ha fatto diventi sua in tutto, pan ento pan, tanto da diventarne partecipe.
Si organizza e diventa l'ordinatore, il demiurgo di questa bellissima creazione che è Dio. Dio è nell'uomo e nell'uomo è Dio. Dio è nella natura, Dio è nell'acqua, lo dice Francesco d'Assisi, sorella acqua, fratello sole, sorella luna, sorella morte.
Però questo Dio che si infutura nell'archetipo o prototipo dell'antropomorfismo universale piange, maledice e si infuria quando si accorge che in tutto ciò che Lui ha creato manca l'Eternità.
Tutto ad un certo punto deve finire.
E perché tutto deve finire?
Perché solo nell'infinito e nell'Eternità tutto può essere ricompreso appieno senza la necessità di categorizzare il maschio e la femmina, la luce e le tenebre, il giorno e la notte, il bianco e il nero, il bene e il male.





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