
ARCHEONOTIZIE

IL CONTESTATO "THE PASSION" SUPPORTATO DALL'UNICA PROVA ARCHEOLOGICA DELLA CROCIFISSIONE


Reuters
7 Aprile 2004
La storia ci dice che crocifissioni di massa avevano luogo in Palestina nel I secolo d.C., nel tentativo di sedare i focolai di rivolta anti-romana. Tuttavia di tutto ciò ci è pervenuta una sola traccia concreta: i resti di Yehohanan Ben Hagkol trovati dagli archeologi nel 1968 a nord di Gerusalemme. "si tratta dell'unica prova archeologica della pratica della crocifissione - dice l'antropologo Joe Zias - abbiamo esaminato migliaia di scheletri a Gerusalemme. Alcuni presentano segni di mutilazioni, altri di decapitazione. Ma nessun altro, tranne Ben Hagkol, della morte in croce."
Nella pratica di tale supplizio i Romani erano comunque in buona compagnia e non avevano inventato nulla. Nell'arco di quasi un millennio, fra il V-IV secolo a.C. e il IV secolo d.C., la crocifissione fu utilizzata da Persiani, Greci, Assiri e Cartaginesi. Fra il 66 e il 70 d.C. i Romani (come era avvenuto in precedenza nel caso della conclusione della "rivolta degli schiavi" di Spartacus) arrivarono a crocifiggere anche 500 ebrei al giorno per domare la "ribellione giudaica" in Palestina. A parte il fatto che morì in croce, di Yehohanan Ben Hagkol (Giovanni figlio di Hagkol, in ebraico) non si sa altro. Il suo nome era sull'urna con le sue ossa. AI momento del decesso, fra il 50 e il 70 d.C., doveva avere fra il 24 e i 28 anni. Era alto un metro e settanta ed era in buone condizioni di salute. "Forse era un ladro, oppure un ribelle Zelota (ovvero un guerrigliero anti-romano)" ipotizza l'archeologo Vassilios Tzaferias, responsabile del ritrovamento nel 1968, mentre si stava scavando un'antica tomba giudaica. Le condizioni dei 35 scheletri ivi rinvenuti testimonia quanto fosse turbolento il clima del I° secolo d.C.: nove presentavano segni di morte violenta, gli altri di decesso per fame. A detta degli archeologi, non si trovano tracce di crocifissioni perché le vittime erano più spesso legate che inchiodate alla croce e che i corpi venivano poi gettati in fosse comuni ove erano preda di animali selvatici. Non solo. I chiodi per le crocifissioni erano considerati ("chiodo scaccia chiodo") in grado di tenere lontano il male e la gente li staccava e li trafugava per tenerseli come amuleti. Come nel film di Gibson e nella descrizione dei Vangeli, i condannati venivano spesso torturati con fruste di cuoio o metallo (flagellum) prima di essere appesi anche per giorni alla croce, ove (torture e ferite a parte) erano comunque uccisi; per via della posizione, da complicazioni respiratorie. Le loro mani erano legate o inchiodate al braccio orizzontale della croce (che era più spesso a forma di T) e nel caso dell'uso di chiodi questi venivano infissi ai polsi e non nelle mani, che mai avrebbero potuto reggere il notevole peso del corpo del condannato. L'immagine di un Cristo con chiodi infissi nelle palme delle mani è dunque del tutto irrealistica e quasi assurda, ed è sintomatico che l'"uomo della Sindone di Torino" (anch'egli, chiunque fosse, verosimilmente sottoposto al supplizio della croce) presenti infatti tracce di infìssione ai polsi e non alle mani.
Intanto lo scontro sulla pellicola di Mel Gibson - la cui proiezione è stata cancellata in Israele - continua. Il film è contestato dalle comunità ebraiche nel mondo, applaudito da quelle islamiche e variamente accolto da quelle cristiane, divise fra chi lo considera un vero capolavoro (anche per precisione e accuratezza) e quanti al contrario (specie negli ambienti della Sinistra) solo una eccessivamente prolungata e inopportuna esibizione gratuita delle torture più violente cui Gesù Cristo sarebbe stato sottoposto secondo i Vangeli.


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