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ARCHEONOTIZIE

EVOLUZIONE UMANA: FUORI DALL'ETIOPIA


nature.com
12 Giugno 2003
Fossili recentemente scoperti in Etiopia offrono nuove evidenze a sostegno del modello detto "Out of Africa" per le origini dei moderni esseri umani, e sollevano nuove questioni circa il preciso percorso dell’evoluzione della specie.
La morfologia del più completo di questi tre fossili aiuta a chiarire il percorso della primissima evoluzione dell’Homo sapiens in Africa, come mostrato dall’interessante combinazione di tratti appartenenti ad esseri umani arcaici, moderni e recenti.
Il cranio è molto ampio, ma dato che la taglia è standardizzata, condivide con gli antichi crani africani un ampio respiro interorbitale (la distanza tra le orbite degli occhi), denti posizionati anteriormente, ed un corto occipitale (l’osso alla base della scatola cranica). Ha anche un’ampia superficie superiore e sopracciglia moderatamente sporgenti, come i fossili di Skhul e Qafzeh.
Il naso è basso; il volto ed il medio-volto sono molto più specificamente simili a quelli dei primi Homo sapiens, mentre altre caratteristiche, come la scatola cranica globulare, sono tipicamente moderni.
Nell’angolazione e nello spigolo trasversale dell’occipitale vi è anche un’intrigante somiglianza a fossili da siti come Elandsfontein (Sud Africa) e Broken Hill (Zambia) che sono spesso stati ricondotti all’"Homo heidelbergensis" o "Homo rhodesiensis".
Questo potrebbe offrire un indizio circa gli antenati dell’individuo. Ma soprattutto, i fossili sembrano più vicini in morfologia al cranio particolare di Jebel Irhoud, Omo Kibish e Qafzeh.
Così questi ritrovamenti offrono un plausibile collegamento all’indietro a più antichi fossili africani, ed in avanti ai campioni di Levantine. Sollevano anche interrogativi circa il percorso delle origini dei moderni umani in Africa.
Per via dell’immensa estensione dell’Africa e della quantità ancora limitata di reperti fossili, è incerto se il percorso dell’evoluzione dell’Homo sapiens sia stata di portata essenzialmente continentale, o se invece si sia trattato di un processo più localizzato e forse assolutamente circoscritto.
I ritrovamenti di Herto spingono l’attenzione ancora una volta verso l’Africa Orientale.
Sembra da questi crani e da fossili probabilmente contemporanei, come quelli di Ngaloba, Singa e Eliye Springs, che le popolazioni umane di quest’area mostrassero una grande quantità di variazioni anatomiche.
Fu così che la prima morfologia moderna si diffuse all’esterno dell’Africa orientale, forse soppiantando gradualmente le forme più arcaiche?
O potrebbe esservi stata una versione africana di multiregionalismo, con la moderna morfologia condivisa da varie popolazioni attraverso il continente?
Solo migliori esemplari e migliori datazioni di fossili africani potranno aiutare a risolvere la questione. E cosa si può dire dello stato tassonomico delle nuove scoperte?
I ricercatori sostengono che, malgrado le misurazioni sui fossili più completi differiscano de quelli di Homo sapiens geologicamente "recenti" (ovvero risalenti al Pleistocene), vi sono prove sufficienti per assegnare il materiale soprattutto a questa specie, magari creando una nuova sottospecie, chiamata "idaltu".
In ogni caso, i tratti distintivi descritti per l’"Homo sapiens idaltu" non potrebbero essere così inusuali e potrebbero probabilmente essere trovati in campioni del tardo Pleistocene, in regioni come l’Australasia.
I fossili di Herto rappresentano il moderno Homo sapiens?
Questo è il ricorrente quesito del dibattito circa il concetto di modernità in termini di caratteristiche morfologiche e comportamentali. In ogni caso, a dispetto della presenza di alcuni tratti primitivi, sembrano esservi sufficienti prove morfologiche per considerare il materiale di Herto come il più antico elemento registrato di quello che noi consideriamo essere il moderno Homo sapiens.
Il fatto che l’età geologica di questi fossili sia prossima ad alcune stime ottenute per analisi genetica circa l’origine nella variazione dell’uomo moderno, non fa che accrescere la loro importanza.
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