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UNA SINDONE DI BATTERI


 
guardian.co.uk
12 Giugno 2003


Stephen Mattingly ritiene che la Sacra Sindone di Torino sia stata "dipinta" dai batteri del corpo di un uomo morto.
L’immagine di un uomo alto e barbuto con evidenti i segni della crocifissione, che caratterizza la sindone di Torino, non è mai stata adeguatamente spiegata.
Coloro che hanno tentato di rispondere alla "vexata quaestio" sull’origine della Sindone, sono spesso stati accusati di poca competenza, se non di mala fede. Così sembrerebbe piuttosto coraggioso chi si propone oggi all’attenzione con una nuova e sicuramente indimostrabile teoria.
Ma un rispettabile microbiologo americano lo ha appena fatto, ed è così convinto di aver ragione, da porre a repentaglio la sua reputazione professionale per convincerci.
Stephen Mattingly del Health Science Centre dell’Università del Texas, a San Antonio, ritiene che l’immagine sulla Sindone di Torino sia stata creata non da mani umane o da poteri mistici, come è stato a più riprese sostenuto, ma dai batteri.
I microbi, sostiene, si sono moltiplicati nelle ferite di una persona che morì molto lentamente, ed il cui corpo fu quindi lavato ed avvolto in un telo di lino in attesa del seppellimento. Il lavaggio del corpo avrebbe reso le ferite appiccicose ed il tessuto si sarebbe rapidamente impregnato di batteri.
Infine, sostiene Mattingly, i batteri morirono, liberando proteine la cui progressiva ossidazione avrebbe causato la macchia sul tessuto che in questo modo sarebbe diventato giallo, e si sarebbe poi fatto scuro, come una fotografia che lentamente viene sviluppata.
La teoria potrebbe essere semplice, ma persuadere il pubblico che sia giusta non sarà facile.
Nel 1989, tre distinti gruppi di ricerca hanno pubblicato uno studio sulla Sindone sulla rivista "Nature". Usando la datazione al radiocarbonio, sostennero che la Sindone dovesse essere stata creata in un periodo compreso tra il 1260 ed il 1390, suggerendo che fosse dunque un falso medioevale piuttosto che un reperto autentico dell’epoca di Cristo.
L’articolo generò molte speculazioni in relazione a chi potrebbe aver creato l’immagine, inclusa una teoria (quantomeno azzardata) secondo cui sarebbe stata opera di Leonardo da Vinci.
Mattingly ritiene che i tre gruppi di ricerca abbiano sbagliato.
I moderni batteri sul lino potrebbero aver alterato la databilità del reperto, producendo un dato troppo recente. Non sostiene che l’individuo avvolto nelle bende sia necessariamente Gesù di Nazareth, ma ritiene che i microbi, e non Leonardo, siano stati i veri autori dell’immagine.
Se avesse ragione, la sua teoria potrebbe chiarire alcuni dei più duraturi misteri relativi all’immagine: la sua sorprendente qualità tridimensionale, che egli spiega secondo le variabili densità dei batteri accumulatesi nelle pieghe del corpo dell’uomo morente; il fatto che appaia solo su un lato del tessuto; e - forse l’elemento più difficile per tutti i sostenitori delle ipotesi artistiche - la completa assenza di segni di pennello.
"I batteri non lasciano pennellate", ha dichiarato. Mattingly che è cattolico e crede al racconto biblico della morte di Gesù. Ma insiste che non è la Sindone di Torino il fondamento della sua fede.
I suoi esperimenti sono stati basati su una serie di assunti tratti dalla Bibbia e da quello che è storicamente noto circa la pratica della crocifissione.
Era il metodo preferito per punire i più efferati criminali nel primo secolo d.C. e talvolta erano necessarie 72 ore di agonia perché la persona morisse.
Mattingly ha realizzato che, durante questi tre giorni, lo sfortunato avrebbe sanguinato e perso altri fluidi corporei, che avrebbero agevolato la proliferazione di batteri a livelli esagerati.
Uno dei tipi più comuni di batteri che si trova sulla pelle umana è lo "Staphylococcus epidermidis", usualmente presente in innocue concentrazioni conosciute come "unità di formazione della colonia" pari a 10 mila per centimetro quadrato.
Stimando che, durante la crocifissione, questo numero possa essersi accresciuto di un centinaio di volte, Mattingly ha prelevato campioni di "Staphylococcus epidermidis" dalla sua pelle e le ha sviluppate formando un "biofilm", una matrice zuccherina di microbi che potesse assorbire acqua, divenendo estremamente appiccicosa. Ha quindi ucciso i batteri con il calore per prevenire le infezioni e spalmato ancora il biofilm sulle mani e sul volto.
Abbastanza sicuro di quel che avrebbe ottenuto, Mattingly ha constatato che la sua pelle era divenuta molto appiccicosa laddove aveva sparso la mistura.
Mattingly ha quindi applicato un tessuto di lino umido sulle sue mani e volto, lasciandolo asciugare, e prelevandolo poi senza difficoltà. Ha trovato che il lino recava un’impronta color giallo-paglierino nelle parti corrispondenti del corpo, che si è fatta più scura con il passare delle settimane.
Il segno lasciato dai batteri ha rivelato i segni delle unghie, un anello e la configurazione del volto, molto simili in qualità a quella della Sindone di Torino.
Le scoperte di Mattingly devono ancora essere pubblicate su una rivista scientifica, ma hanno già ingenerato controversie, ivi inclusa una differenza d’opinioni con il suo collaboratore Barrie Schwortz.
Schwortz era il fotografo ufficiale incaricato di documentare le ricerche per il Progetto di Ricerca della Sindone di Torino (STURP), costituito da un gruppo di scienziati statunitensi alla fine degli anni ‘70.
Schwortz avverte che sembrano esistere delle discrepanze tra l’immagine ottenuta da Mattingly e la Sindone.
Per esempio, l’immagine del volto di Mattingly è distorta dall’effetto avvolgente del tessuto, mentre l’immagine della Sindone non lo è affatto. Mattingly però ribadisce: "Sono sicuro che i batteri abbiano dipinto l’immagine. Devono averlo fatto, viste le condizioni che esistevano durante la crocifissione."
Avendo esaminato la Sindone, lo STURP ha concluso nel 1981 che non conteneva pigmenti, pitture, macchie o altri segni, e che l’immagine era stata probabilmente originata dall’ossidazione e disidratazione delle fibre di cellulosa del lino stesso.
Questa è ancora l’idea prevalente, ma secondo Mattingly, non vi è un solo microbiologo nel team della STURP, e non hanno trovato pigmenti batterici semplicemente perché non li hanno cercati.
Ancora più controversa, in ogni caso, è la teoria di Mattingly secondo la quale i microbi avrebbero alterato la datazione al radiocarbonio della Sindone, teoria sulla quale tutta la sua versione è basata.
"I frammenti della Sindone che ho potuto visionare - ha dichiarato - sono completamente rivestiti dai batteri, come può essere ogni pezzo di vecchio lino sporco. Se la datazione al radiocarbonio potesse essere ripetuta su un frammento purificato, proverebbe la sua provenienza dal primo secolo d.C."
Robert Hedges, del laboratorio di ricerca per l’archeologia dell’Università di Oxford, che era parte del gruppo inglese che ha datato la Sindone, liquida la nuova teoria come altamente improbabile. "Se la Sindone avesse effettivamente 2 000 anni di età, ma fosse stata contaminata da materiali moderni che ci hanno portato alla data del 1250 d.C., i laboratori dovrebbero avere anche rilevato materiali contaminati al 60% da un biofilm moderno del XX secolo. Lo trovo incredibile. Vi sarebbe stato più biofilm che cellulosa."
Nuovi esami sul lino purificato potrebbero aiutare nell’accertamento della verità, ma nessun test ulteriore è in programma.
Per ora, la controversia è destinata a non esaurirsi.
"È davvero il tessuto in cui fu avvolto il corpo di Gesù di Nazareth? - si chiede Mattingly - Non lo sapremo mai per certo."

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