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[Aquila]

KULIK: IL PRIMO SCIENZIATO
CHE CERCÒ DI SPIEGARE
IL MISTERO TUNGUSKA

La catastrofe della Tunguska precede gli anni difficili che la Russia vivrà dal 1914 al 1920. In quegli anni il popolo dovette contrastare, in una guerra estenuante, la Germania e poi una lotta interna dilaniante, una guerra civile che costò circa 12 milioni e mezzo di morti. Come se ciò non bastasse, a quel terribile periodo seguirono altri 9 milioni di morti per fame e malattie. Sicuramente il potere dell’epoca era concentrato sulla soluzione di altri problemi e l’oggetto di fuoco caduto dal cielo non lo interessò più di tanto. Sarebbe meglio asserire che fu volutamente ignorato.
Con la ricostruzione della nuova Russia, l’Accademia delle Scienze volle dare il massimo impulso alle ricerche scientifiche e all’avanzamento della tecnologia. In tale situazione l’organismo scientifico affidò il compito di raccogliere informazioni e dati sui meteoriti al professor Leonid Kulik.
[Leonid Kulik (1883-1942)] Si era già nella metà di Settembre del 1921 e per puro caso egli, mentre stava organizzandosi per svolgere al meglio la sua ricerca, ebbe da un collega una strana informazione. Il signor Svyatsky gli consegnò un foglietto, strappato da un calendario del 1910, sul retro del quale compariva copia di un articolo comparso sul giornale Sibirskaya nel 1908. Si riportava la breve storia di un convoglio ferroviario che viaggiava sulla Transiberiana, in quel fatidico 30 Giugno, e che si era bruscamente fermato nella stazione di Filironovo poiché i passeggeri avevano osservato una palla di fuoco scendere velocemente dal cielo.
Leonid Kulik fu talmente preso da quest’affascinante notizia che non esitò a rintracciare quante più informazioni possibili nei vari quotidiani e riviste siberiane dell’epoca. Iniziò una lunga ricerca, costellata di enormi difficoltà e di delusioni, che lo portò per così dire all’ossessione, sempre più deciso a scoprire ad ogni costo cosa nascondesse la caduta di quell’oggetto.
Leonid Kulik era nato nella città di Tartu (Estonia) nel 1883. Studiò all’Istituto Forestale di San Pietroburgo e poi nel Dipartimento di Fisica e Matematica dell’Università di Kazan. Partecipò alla guerra russo-giapponese e alla prima guerra mondiale. In seguito ottenne la cattedra di mineralogia nella città di Tomsk e nel 1920 prese l’incarico presso il Museo Mineralogico di San Pietroburgo. In questo museo impegnò molto del suo tempo nello studio di una nuova disciplina: la meteorolitologia. Una disciplina che iniziava allora a studiare la natura, la composizione chimica e mineralogica, la struttura e l’età dei meteoriti. Nella sua ricerca iniziale, Kulik riuscì a raccogliere un numero consistente di testimonianze. Anche se spesso in contraddizione fra loro, dalla loro analisi risultò un quadro affascinante che lo convinse ad intraprendere una seria ricerca sul posto. Aveva individuato grosso modo la zona da esplorare per scoprire l’effetto della caduta del meteorite, ma non essendo accessibile in quell’inverno del 1921, decise di rinviare il viaggio. Nel frattempo riuscì a distribuire nel territorio della Siberia Orientale ben 2500 questionari, nella speranza di ricavarne quanti più dettagli possibili. Nonostante l’iniziativa, Kulik, al suo rientro a San Pitroburgo non ebbe tanta considerazione dagli altri colleghi scienziati e, nonostante questa prima grande delusione, la sua tenacità nel voler compiere una spedizione scientifica lo portò, dopo circa sei anni, ad essere finanziato proprio dall’Accademia delle Scienze.
Ad appoggiare Kulik ci furono due importanti ricercatori che avevano, per altri motivi, condotto varie indagini nella zona della Tunguska. Uno di loro fu il geologo Sobolev che aveva lavorato a lungo in quel territorio ed ebbe l’opportunità di conoscere un certo Ilya Potapovich, che peraltro si rivelerà d’enorme importanza nella spedizione di Kulik poiché rivelerà dettagli degni di nota, riportati puntualmente sul famoso questionario con queste testuali parole: "Quindici anni or sono il fratello di Ilya Potapovich viveva sulle rive del fiume Chambè. Un giorno si verificò una terribile esplosione, così violenta che per chilometri e chilometri i boschi sulle rive del corso d’acqua furono letteralmente rasi al suolo. La capanna del fratello fu abbattuta, il tetto spazzato via da un vento turbinoso e gran parte delle sue renne fuggirono terrorizzate. Il fatto sconvolse totalmente il povero nomade, precipitandolo in uno stato di forte prostrazione. In un punto della foresta si aprì una gran voragine da cui scaturì un flusso d’acqua che andò a ricongiungersi con il Chambè. In quel tempo la strada che attraversava la regione di Tunguska passava proprio da lì; ora è stata abbandonata per impossibilità di transito. A causa dell’esplosione è diventata impercorribile e ancora oggi il luogo suscita un timore superstizioso nel popolo."
L’altro importante personaggio fu I.M.Suslov, che all’epoca era rappresentante della Società Geografica Russa. Le sue ricerche dirette avevano fatto emergere delle testimonianze considerevoli, anch’esse giunte presso l’Accademia delle Scienze. Egli conobbe una donna, di nome Akulina, che era la vedova del fratello di Ilya Potapovich. Così ricordò l’accaduto: "Prestissimo, quando ancora tutti stavano tranquillamente riposando al riparo delle tende e delle capanne, tutto sembrò sollevarsi nell’aria. Quando ci ritrovammo a terra, ci ritrovammo tutti ammaccati. Appena rinvenuti, dopo aver perso i sensi, avvertimmo un gran rumore e vedemmo la foresta incendiarsi e tutto attorno la desolazione più completa."
Suslov, sempre nel 1926, conobbe altri sessanta tungusi presso la stazione commerciale di Strelka e tutti dichiararono che la palla di fuoco si fosse schiantata carbonizzando alberi, uccidendo renne, ferendo molte persone e distruggendo una vasta zona di taiga.
Kulik, insieme al suo fedele assistente Gyulich, partì per la prima spedizione nel Febbraio del 1927 e raggiunse la stazione di Taishet percorrendo la transiberiana a bordo di un convoglio ferroviario. Con una slitta trainata da un robusto cavallo, dopo aver toccato il villaggio di Kezhma e viaggiato con enormi difficoltà per circa 550 Km verso nord, raggiunse la piccola cittadina commerciale di Vanavara, composta di poche casette di legno che, su due lati, costeggiavano una strada di terra difficile da transitare. Kulik non trovò ostacoli nell’interrogare uno dei più importanti testimoni, vale a dire Ilya Potapovich, ma non gli fu facile convincerlo ad accompagnarlo. Dopo alcuni giorni di trattative, Ilya decise di far da guida alla spedizione all’interno della taiga. Nonostante tutta la buona volontà, il drappello d’uomini non riuscì ad avanzare nella spessa coltre di neve tanto che essi dovettero tornare indietro abbastanza velocemente. Kulik, per nulla preoccupato e nell’attesa di ripartire, cominciò a cercare altri testimoni che avevano vissuto il tremendo giorno del 30 Giugno 1908, conoscendo numerosi e raccapriccianti particolari. Ad esempio risaltava nei loro discorsi un concetto comune: lo sviluppo di calore. Una violenta vampata di calore che procurò ustioni ai malcapitati e bruciature nei vestiti. Tutto ciò rappresentò uno stimolo in più per Kulik, per intraprendere una nuova avventura nella folta foresta e superare pure il freddo e l’umidità, le malsane paludi ed altre difficoltà naturali. La piccola carovana ripartì e raggiunse la capanna del tunguso Okhchen, ubicata sulle rive del fiume Chambè. Essi superarono pure il fiume Makirta, affluente del Chambè, e il 3 Aprile Kulik e compagni si trovarono dinanzi uno spettacolo di devastazione e d’irrealtà che superava ogni più fervida fantasia umana. Davanti a loro sino all’orizzonte, un numero incalcolabile di alberi di conifere giacevano distesi sul suolo ghiacciato a testimonianza di un evento incommensurabile ed apocalittico. Il drappello cominciò immediatamente a porsi delle domande ed a chiedersi quale causa avesse provocato tale disastro, cercando razionalmente di attribuirgli un qualche cosa di conosciuto. L’unico oggetto conosciuto cui, all’epoca, si poteva attribuire una simile catastrofe era sicuramente un mastodontico meteorite. Sul momento però non riuscirono a scorgere nulla di tutto ciò. Allora si spinsero più avanti verso nord e, camminando per giorni e giorni, arrivarono alla sommità del Monte Khladni, da dove poterono osservare meglio il paesaggio devastato. L’impressione che ebbero fu ancora più terribile. Kulik nel suo diario lasciò scritto: "È impossibile rendere a parole ciò che si scorge da qui. Un’intera regione collinosa e montagnosa si estende per chilometri verso nord. Al limite dell’osservazione le vette che si elevano lungo il fiume Khushmo sono candide di neve, ricoperte da una coltre spessa almeno un metro. Dalla nostra postazione non si scorge traccia di foresta, perché tutto è stato devastato e arso, anche se i giovani, nuovi alberi, rinati lungo il confine della zona morta, stanno ricrescendo, assetati di luce e di vita. È una sensazione davvero poco gradevole vedere alberi giganteschi e robusti spezzati come fuscelli, le cime troncate, proiettate a decine di metri di distanza."
Kulik diventò sempre più ostinato, nel proseguire le ricerche, ed impaziente di trovare la causa. Ma un’altra delusione lo attendeva. I due uomini tungusi, Potapovich e Okhchen, si rifiutarono di continuare il viaggio. Di colpo le credenze sciamaniche, insite nella società tribale tungusa, ebbero il sopravvento su di loro, tanto che temettero di trovare qualcosa di soprannaturale verso cui bisognava portare molto rispetto. Kulik si ritrovò nella più fitta disperazione: come poteva rinunciare, dopo tutto quel sacrificio, a raggiungere il cuore del mistero? Il destino volle che non si dovesse continuare e perciò il drappello ritornò verso Vanavara. Proprio in questo viaggio di ritorno, Kulik ebbe la fortuna di incontrare alcuni audaci cacciatori tungusi che gli promisero di accompagnarlo nel suo successivo viaggio.
Il 30 Aprile, sempre del 1927, Kulik ritentò una nuova spedizione cercando, questa volta, di sfruttare al massimo la via fluviale nonostante il disgelo incipiente. Dopo aver costruito le necessarie barche per navigare sul difficile fiume Chambè, raggiunse con il nuovo gruppo il fiume Khushmo e il 22 Maggio finalmente Kulik mise nuovamente piede sul territorio devastato della Tunguska. Con sforzi sovrumani la spedizione superò i vari ostacoli e, portandosi verso nord, ad un certo punto si trovò di fronte ad uno speciale anfiteatro collinoso nel cui centro si distingueva una palude. Kulik, esterrefatto dal terrificante spettacolo, definì il luogo il "gran calderone d’inferno della Tunguska". Lo scienziato descrisse così la visione: "Non ci sono dubbi sul fatto che ho raggiunto l’epicentro in cui esplose il fenomeno. Sotto forma di spaventevole coacervo di gas incandescenti e di corteo di bolidi rocciosi di varie dimensioni, il meteorite ha centrato in pieno la palude e la sua corona di colline e taiga; come un getto violento d’acqua che colpisce una superficie solida e piatta si frantuma in mille spruzzi che si rivolgono in ogni direzione, così il flusso di gas caldissimi e lo sciame di corpi rocciosi ha raggiunto la Terra dove ha provocato l’immane disastro, sia direttamente sia indirettamente, a causa di rimbalzi e contraccolpi esplosivi. Nel calderone ci sono colline, alture, picchi isolati e tratti di taiga rasa al suolo e malsana, laghetti e corsi d’acqua. La taiga, sia in essa sia immediatamente al di fuori dei suoi confini, è stata completamente devastata. Tutta la persistente vegetazione, compresa quella delle montagne attorno, per un’estensione di parecchi chilometri, mostra tracce evidentissime e uniformi di bruciature, piuttosto che segni di una semplice conflagrazione. Credo che la zona bruciata possa estendersi per oltre 15 chilometri."
Nelle sue prime osservazioni Kulik scoprì la dislocazione strana ma molto particolare degli alberi abbattuti, come se fossero stati disposti a raggiera rispetto al punto definito sommariamente epicentro. Proprio in questa zona egli osservò che gli alberi erano rimasti in piedi, mentre salendo verso livelli superiori gli altri alberi avevano le cime troncate fino ad arrivare ad avere i tronchi mutilati. Nelle zone più elevate poi altri alberi erano sradicati completamente. Kulik dopo alcuni giorni di riflessione giunse alla conclusione che solo un meteorite avesse potuto creare tanto disastro, soprattutto quando si accorse che il "calderone" era pieno di piccoli crateri (dai 10 ai 50 metri di diametro, con 4 metri di profondità), che potevano contenere piccoli frammenti rocciosi dopo la probabile esplosione. Si convinse che doveva subito scoprire questo mistero e perciò decise di intensificare le ricerche. Nonostante gli sforzi profusi non si riuscì a trovare alcun frammento, riconoscendo che la strana conformazione aveva origine naturale. Ancora oggi in quel posto non si trova traccia di meteoriti.

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Albero estirpato in una zona collinare adiacente al grande "Calderone".


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Alberi sradicati rimasti quasi intatti dopo oltre 90 anni dall’evento.


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Mappa della Tunguska. Il tratto punteggiato rappresenta l’itinerario percorso da Kulik nella sua prima spedizione del 1927, avvenuta dopo circa 19 anni dall’esplosione. Kulik è stato il primo scienziato ad esplorare la zona del disastro, segnalata in rosso.

In ogni modo Kulik, nonostante tutta la buona volontà profusa, dovette abbandonare la sua ricerca per mancanza di scorte alimentari e raggiunse ancora una volta Vanavara. Pur soddisfatto della sua impresa, lo scienziato pensò di ritornare al più presto in quel luogo per svolgere innumerevoli ricerche sempre per scoprire la causa che presenterà poi al mondo scientifico come l’enigma del secolo. Riferì, in effetti, le sue conclusioni prima al Comitato Esecutivo Regionale Siberiano a Krasnoyarsk e, per iscritto, al Presidium dell’Accademia delle Scienze. Pur non avendo prove concrete, Kulik era convinto che il meteorite avesse colpito il terreno paludoso formando un enorme cratere che si era riempito d’acqua.
Non passò molto tempo che egli cominciò ad organizzare una nuova spedizione, con lo scopo di recuperare qualche frammento del meteorite e risolvere così l’arcano. L’Accademia delle Scienze accettò ancora una volta di finanziare lo scienziato, il quale voleva a tutti i costi indagare su un evento definito ancora oggi senza pari.
All’inizio dell’Aprile del 1928 Kulik ripartì deciso ad effettuare una ricerca ad ampio raggio, ma meticolosa, di tutta la regione a nord del fiume Tunguska Pietrosa. Fu accompagnato nell’occasione dal botanico Strukov e dallo zoologo Vasily Sitin. Ripetendo la stessa rotta della precedente spedizione, il 25 Maggio, gli studiosi raggiunsero le rive della Tunguska Pietrosa e poi, con barche trainate da cavalli, risalirono il Chambè superando sempre notevoli difficoltà. Questa volta, data la lunga permanenza, essi dovettero erigere una capanna posta su palafitte per difendersi e difendere le provviste dai lupi e dagli orsi.

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Capanna di legno costruita da Kulik su palafitte.


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Kulik mentre effettua alcuni rilievi, coperto da una maschera per evitare le numerosissime ed aggressive zanzare.


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Idrovora, usata dalla spedizione Kulik del 1928, necessaria per drenare acqua dalle buche del terreno paludoso. Lo scienziato sperava di trovare una prova concreta della presenza di qualche residuo di meteorite ma la ricerca risultò vana.


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Come si presentò nel 1928 la foresta abbattuta allo scienziato Kulik.

Kulik determinò per prima cosa le coordinate geografiche del luogo dell’impatto: risultarono essere 60° 55’ N di latitudine e 100° 57’ E di longitudine. Si dedicò quindi, insieme al nuovo team, allo studio della palude. Non fu semplice perché dovevano muoversi con difficoltà e muniti di speciali racchette di legno, del tutto simili a quelle necessarie per camminare sulla neve fresca e profonda. Alle normali difficoltà si aggiunsero anche le malattie d’alcuni suoi collaboratori, determinando l’aggravamento della situazione, tanto che lo scienziato dovette accelerare il lavoro di scavo; aprì un fosso nell’acquitrino con lo scopo di prosciugarlo. Insieme con l’etnologo Suslov cercò di scavare in una delle cavità (32 metri di diametro) che ancora oggi è ricordata come "cavità Suslov". Non riuscì nemmeno questa volta a trovare alcun indizio sul meteorite.

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La "Cavità di Suslov" del diametro di 32 metri. Fu ritenuta in un primo tempo un piccolo cratere da impatto ma successivamente si capì che era di origine naturale.


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Questo ceppo d’albero fu ritrovato sul fondo di una buca da Kulik nel 1928. È la testimonianza, o meglio la certezza, che il presunto meteorite non lasciò alcun cratere d’impatto sul terreno.

Quest’ultimo fallimento costrinse Kulik a tornare a San Pietroburgo, dove perseverò nel descrivere il fenomeno come causato da un meteorite penetrato in atmosfera e dalla successiva esplosione. Gli scienziati, riuniti presso il Museo Mineralogico, sentirono questa spiegazione: "Il masso cosmico aveva cominciato a disintegrarsi nel momento in cui era penetrato nell’atmosfera terrestre. Viaggiando ad alta velocità, s’era dissolto in molecole di materia, convertendosi allo stato gassoso, dissolvendosi e proiettando frammenti, oppure s’era frantumato a bassa quota formando molti piccoli crateri nella palude. Il meteorite non aveva dato origine ad alcun cratere di notevoli dimensioni perché era esploso sopra il terreno."
Le sue spiegazioni non riuscirono a convincere i colleghi scienziati, memori in particolare di quanto era successo con il "Meteor Crater dell’Arizona". Anche se Kulik si sentì ferito nel suo orgoglio, non si lasciò intimorire per nulla. Ripartì per la Tunguska alla fine del Febbraio 1929, accompagnato da E.L. Krinov (all’epoca segretario del Comitato Accademico per le Meteoriti), da validi scienziati sovietici conoscitori, oltre tutto, delle paludi siberiane e da tecnici della trivellazione. Questa volta si organizzò in modo da rimanervi per almeno diciotto mesi. S’iniziò con lo scavare un fosso lungo 38 metri e profondo 4 metri nella torbiera, per estrarre l’acqua. Il fango estratto fu setacciato meticolosamente ma non risultò che alcun materiale di origine meteorica fosse presente. La scoperta di uno spuntone di albero putrefatto sul fondo della buca, cancellò le residue speranze di Kulik perché veniva provata che la depressione non poteva essere stata formata da un meteorite poiché l’albero sarebbe stato polverizzato. Tali cavità, non trovate sulle colline adiacenti, davano la certezza indiscutibile che quelle della palude erano d’origine naturale.

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Il fosso, lungo circa 38 metri e profondo 4, venne realizzato dalla spedizione di Kulik per eliminare l’acqua dalla palude centrale con lo scopo di rintracciare il presunto cratere d’impatto.

Secondo Kulik, il meteorite era passato a 35 Km a nord-ovest di Vanavara, per esplodere sopra la parte meridionale della palude. In questa spedizione, prolungatasi assai nel tempo, accadde che alcuni membri del gruppo ebbero principi di congelamento negli arti inferiori. Fra questi figurava pure Krinov. Kulik, ritornato a Leningrado (San Pietroburgo) dovette esporre ancora una volta i risultati delle ricerche e dovette ammettere che il meteorite fosse esploso sopra il terreno, facendo sì che si formassero onde d’urto nella palude e quel tipo particolare di vegetazione che aveva visto. Krinov trovò imbarazzante la mancanza di frammenti di meteorite ma credeva che il "calderone" fosse la zona di caduta dell’oggetto. Rimarcò inoltre la sua perplessità sulla vampata di calore che sembrava incoerente con la frammentazione di un meteorite. Nel 1937 Kulik, con l’aiuto di un piccolo aereo prestato dalla Ricerca dell’Aviazione Polare, riuscì a sorvolare la zona del presunto epicentro e fotografare la devastazione dall’alto. Veramente fu un’esperienza dagli sviluppi drammatici, giacché il velivolo precipitò nel fiume Tunguska Pietrosa, nei pressi dell’aeroporto di Vanavara, ma fortunatamente si salvarono tutti i membri dell’equipaggio. Nonostante tutto egli credette di aver trovato una nuova conferma che il "calderone" fosse veramente l’epicentro dell’esplosione.
Kulik ritornò nella misteriosa palude pure nel 1938 e nel 1939, dando esempio d’ostinata perseveranza e capacità di superare difficoltà incredibili, tanto da meritarsi l’appellativo di "uomo paziente e senza paura". Era scontato che tutto questo gran lavoro e sacrificio lo facesse rimanere di diritto nella leggenda scientifica del XX° secolo. Morì prematuramente il 14 Aprile 1942, dopo essere stato fatto prigioniero di guerra durante l’assedio di Leningrado, in un campo di concentramento nazista. Rimangono di lui gli importanti appunti lasciati scritti sul diario ed un concetto, espresso nel lontano 1927, è tuttora valido e significativo: "Per sette anni ho sostenuto l’idea che, dal momento che questo fatto straordinario è accaduto nel territorio della Russia, è nostro compito studiarlo. Se fino l’anno passato tutto è stato trascurato, ritenendo ogni resoconto frutto di fantasia, oggi questa futile obiezione non regge più, dopo il successo della mia spedizione. Il suo significato scientifico eccezionale, proprio come il clamore del fatto di Tunguska in sé, potrà essere apprezzato soltanto col tempo, ed è necessario, assolutamente necessario, tramandare alle generazioni future tutto ciò che si riuscirà a scoprire dell’enigma."


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