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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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[Aquila]

IPOTESI DELL’ANTIMATERIA

Un’altra ipotesi che è stata espressa con una certa insistenza ha riguardato l’antimateria o meglio un bolide d’antimateria precipitato sul nostro pianeta ed esploso sopra la Tunguska.
Gli scienziati sovietici avevano escluso che l’esplosione potesse essere stata il risultato di una reazione di fissione o di una reazione di fusione, giacché essi conoscevano abbastanza bene gli effetti per aver realizzato fino alla fine degli anni ’80 almeno 715 test nucleari, di cui 218 in atmosfera. Per noi terrestri queste due forme di reazioni sono state, e lo sono ancora, le uniche disponibili per liberare un’enorme quantità d’energia da una minima quantità di materia.
Nella Tunguska è mancata poi la prova più importante: non è assolutamente stata trovata alcuna traccia di pioggia radioattiva.
Nasceva perciò la necessità di ricorrere ad una forma d’energia sprigionata in un altro modo, inconsueto, vale a dire attraverso l’ipotesi dell’antimateria. Essa era stata teorizzata dal grande fisico inglese Paul A.M. Dirac, architettando l’esistenza di una materia particolare, simile alla materia ordinaria, ma con struttura inversa.
In sostanza se consideriamo un atomo di idrogeno, costatiamo che è composto di un nucleo con carica positiva e di un elettrone di carica negativa, che gira vorticosamente attorno al nucleo ad una distanza non indifferente per il microcosmo. Ebbene un atomo di anti-idrogeno è esattamente come quello di prima, però con le cariche elettriche invertite. In questo caso il nucleo è di carica negativa e l’elettrone positivo. Se questi due atomi si dovessero in qualche maniera scontrare, si annichilerebbero; in pratica la carica positiva del protone annichilisce quella negativa dell’antiprotone e la stessa cosa succede per l’elettrone. Il risultato di un simile impatto è che ambedue gli atomi svaniscono in un’impercettibile ma intensa gamma di radiazioni. L’antimateria quindi è potenzialmente la "materia" più esplosiva di tutto l’Universo e perciò è facile dichiarare che una quantità non rilevante di essa può benissimo spiegare il disastro della Tunguska.
Che cosa conosciamo realmente sull’antimateria?
Proprio quando Kulik e la sua équipe, alla fine degli anni ’20, stava dando il meglio di sé nel pantano della Tunguska, Dirac elaborava una nuova teoria sull’elettrone. Ipotizzò che il mondo osservabile è solo uno strato sottilissimo sulla superficie dell’effettiva realtà, consistente in un oceano composto di particelle elementari ed enormemente denso. Le particelle che lo compongono sono in uno stato in cui la loro energia è inferiore allo zero, cioè negativa. Certamente lo scienziato non può scoprire ancora tanto facilmente una simile realtà: soltanto i raggi cosmici o le particelle ricche d’energia generate negli acceleratori la possono rendere evidente. Dirac era arrivato a queste conclusioni elaborando le equazioni in grado di descrivere le onde elettromagnetiche. In particolare fece notare che dovevano esistere elettroni e protoni identici a quelli conosciuti tranne che nella carica, vale a dire opposta.
Nacque così il concetto di antimateria. Nel 1932, durante un esperimento sui raggi cosmici, il fisico americano Carl D. Anderson scoprì la traccia di un elettrone curvato nella direzione opposta a quella normalmente osservata. Aveva scoperto la prima particella d’antimateria, un elettrone di carica positiva che lo stesso Anderson decise di chiamare "positrone". Molti anni più dopo, esattamente nel 1955, la costruzione del bevatrone presso il Lawrence Radiation Laboratory in California, permise ai fisici Emilio Segrè e Owen Chamberlain di scoprire il protone con carica negativa: l’antiprotone. Successivamente, sempre un gruppo di fisici americani, guidato da Oreste Piccioni, scoprì l’antineutrone.

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Esempio di creazione simultanea di un elettrone positivo e di un elettrone negativo, osservata in camera di Wilson con campo magnetico.

Si dovette arrivare al 1996, anno in cui per la prima volta fu prodotto, nel laboratorio di fisica del CERN a Ginevra, un atomo d’antimateria, vale a dire direttamente un atomo con un nucleo avente carica negativa attorno al quale ruota una particella positiva. Si è riusciti anche a creare nove atomi di anti-idrogeno, ognuno dei quali può esistere per circa 40 miliardesimi di secondo.
Così la predizione di Dirac, all’epoca totalmente teorica, negli anni ha trovato la convalida con le già enunciate verifiche sperimentali. Passare poi ad estrapolare simili risultati alle Galassie, ai Soli e ai pianeti troppo ne corre.
Comunque stiano le cose, anche se l’antimateria non esiste nell’Universo, nulla impedisce di pensare che lo scienziato riesca a produrla artificialmente. Se ciò fosse possibile con le attuali tecniche, si potrebbe produrre una tonnellata di antimateria con tutta l’energia che viene consumata sulla Terra in circa un anno.
[Willard Frank Libby (1915-1991)] Il professor Willard Frank Libby, premio Nobel per la scoperta della datazione della materia col metodo del "Carbonio 14", non si fece però intimorire dalle suddette considerazioni. Conducendo le sue ricerche su vecchi alberi che avrebbero potuto fornire ulteriori prove per convalidare il suo metodo di datazione, Libby s’imbatté in un abete douglas, vecchio di ben 300 anni, nelle montagne di Santa Catalina, vicino a Tucson in Arizona (USA). Dal legno del tronco furono prelevati tutti gli anelli corrispondenti all’intervallo compreso tra il 1870 e il 1936. Tali anelli furono analizzati con la nuova tecnica del radiocarbonio. In parallelo furono eseguite altrettante analisi su una quercia che era stata tagliata nel 1964 in una valle presso Los Angeles. Furono pure eseguiti 90.000 calcoli su ogni esemplare. Essi mostrarono un livello di deviazione dell’assorbimento del radiocarbonio, tra il 1893 e il 1928, dello 0,005. Solo nel 1909 il suddetto valore era stato superato raggiungendo l’unità. La stranezza Libby la discusse con i professori Clyde Cowan e C.R. Atluri. Era scontato che i tre professori facessero risalire tale anomalia all’evento della Tunguska del 1908. Riportarono i loro studi sulla qualificata rivista scientifica "Nature" il 25 Maggio 1965, con un articolo dal titolo: "Possible anti-matter content of the Tunguska Meteor of 1908". Dichiararono che l’oggetto esploso nella Tunguska si trattava probabilmente di una "antiroccia", del peso di circa 4 tonnellate e del diametro di circa 1 metro. Secondo loro l’oggetto viaggiava a circa 60 Km/sec, liberando nell’esplosione un’energia equivalente a 30 megaton, la cui natura era antimateria coadiuvata da quella chimica. Il lampo di radiazioni, descritto dai testimoni, era un elemento fondamentale per determinare la natura dell’oggetto e della sua esplosione. L’unico mezzo naturale che potesse comprendere tutti gli elementi scaturiti in quell’impressionante evento, era solo l’annientamento della materia da parte dell’antimateria. I tre autori erano però consapevoli che non c’era prova della sua esistenza nell’Universo e per questo pensarono che come unica spiegazione da dare, immaginando la sfera di fuoco in discesa verso la Terra, non fosse altro che il risultato di una collisione tra materia ed antimateria. Da cosa nasceva questa grande determinazione nel portare avanti un’ipotesi che non aveva predecessori e successivamente pochi sostenitori?
Nelle loro ricerche sugli alberi secolari, i tre scienziati americani valutarono che l’accrescimento di radioattività nell’atmosfera in circa il 7%. Essi basarono le loro stime sia sulla quota uniforme di distribuzione e assorbimento, sia sulla produzione di radiocarbonio derivante dagli esperimenti sulle esplosioni nucleari in atmosfera. Fin dal 1945 le piante avevano assorbito il 25% di radiazioni in più del livello naturale dovuto ai raggi cosmici, mantenendone metà e lasciandone decadere l’altra ad un tasso conosciuto. Perciò le loro ricerche davano una sicurezza inusuale, considerando che il metodo di datazione archeologica, definita appunto al "Carbonio 14", era la conseguenza diretta dello sviluppo della fisica nucleare.
In sostanza tale metodo si basa sulla determinazione della velocità di decadimento del carbonio 14, isotopo radioattivo che si forma per merito delle radiazioni cosmiche che colpiscono la Terra o meglio dell’azoto atmosferico. Tali invisibili particelle subatomiche possiedono un’altissima energia che permette la formazione del C14. L’elemento può essere assorbito dal regno animale e vegetale che lo trattengono nella stessa proporzione in cui si forma nell’atmosfera. Perciò alla morte dell’organismo non vi sarà più assorbimento addizionale del C14.
È un metodo in ogni modo non sempre attendibile poiché, per esempio, si può avere scambio di carbonio con l’acqua piovana. Dà buoni risultati solo se si è in grado di stabilire a priori l’attendibilità del metodo. La sua applicazione, ad esempio, per determinare l’età della Sindone, ha portato gli scienziati a conclusioni non concordanti, tanto da innescare un’imprevista polemica scientifica che ha messo in discussione tutto il metodo di acquisizione delle date archeologiche.
A parte le critiche sul metodo scientifico, il trio Libby, Cowen, Atluri ebbe pure delle critiche sulle conclusioni delle ricerche, pur non mancando il sostegno di altri ricercatori che difesero la validità della loro ipotesi. Sicuramente la critica più aspra fu quella di Robert Gentry del Columbia College di Takoma Park nel Maryland. Nel rispondere sulla rivista "Nature", egli rilevò che le osservazioni dei testimoni russi Semenov e Kosotapov dimostravano che la sfera infuocata non era durata a lungo ma molto probabilmente per pochi secondi. Nelle esplosioni di tipo termonucleare della potenza di 30 megatoni ci si deve aspettare la consueta sfera infuocata permanente per 33 secondi. Un’altra obiezione veniva dal laboratorio di fisica dell'Università di Groningen, in Olanda. Alcuni ricercatori contestarono proprio i risultati dichiarando che ogni possibile deviazione intorno al 1909 doveva essere stata di piccola entità. A dar man forte agli olandesi ci si mise ancora una volta Fesenkov che pubblicò un articolo sul "Journal of the British Astronomical Association" nel 1968, sottolineando che non vi era stato alcun aumento della radioattività sul posto dove esplose l’oggetto della Tunguska. Quindi esso non aveva nulla a che fare con l’antimateria, poiché l’annientamento della materia dev’essere accompagnato da radiazioni di tipo nucleare.
Il quesito più grande in ogni modo era quello di sapere da quale parte dell’Universo provenisse l’antimasso. Ecco allora ritornare l’ipotesi di un’astronave extraterrestre con propulsore alimentato da materia ed antimateria. Come teoria è assai convincente e pertanto si dovrebbe ammettere un’imprevista avaria che ha collassato il sistema determinando gli effetti nel giro di pochi secondi, senza lasciare alcuna traccia consistente nell’ambiente terrestre.


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