
CAPITOLO IV
I TAROCCHI TRA STORIA ED ESOTERISMO
Sommario:
4.1 - Riepilogo e premesse 4.2 - Ambiguità e difficoltà del problema: l'aspetto esoterico 4.3 - Duplicità e difficoltà del problema: l'aspetto storico 4.4 - L'I Ching 4.5 - Rapporti dell'Occidente con la Cina 4.6 - La Cina e la Diaspora 4.7 - Cosa erano in origine i Tarocchi: i Naibi 4.8 - I Tarocchi nel tempo e nello spazio
4.1 - Riepilogo e premesse
Con il capitolo sulla Kabalah abbiamo completato l'acquisizione delle notizie indispensabili per una conclusione sulle origini dei Tarocchi: abbiamo cioè a disposizione tutti gli elementi di giudizio di cui abbiamo bisogno.
Di fatto i filoni di pensiero sulle origini di questi strumenti, al tempo stesso mantici e ludici, sono articolati su tre posizioni:
In effetti, come ho chiarito nel Capitolo I, le teorie sono molteplici, ma sono tutte riconducili alle due posizioni principali (Egitto e Kabalah). Ad esempio la teoria che fa degli Zingari gli strumenti di trasmissione è riconducibile a quella egiziana perché vi si afferma che i Gitani fossero egiziani degenerati. Quelle teorie, poi, che fanno derivare i Tarocchi dal Nord Africa, dall'Arabia o dalla Cina, riguardano unicamente un punto geografico al quale si commette, in maniera più o meno arbitraria, il momento di partenza dei Tarocchi. Esiste anche una terza categoria di tesi che, per la loro fantasiosità non sono suscettibili di valutazione storica (ad esempio quella dell'origine atlantidea).

Della prima sono stati teorizzatori Guillaume Postel (XVI sec.) e Court de Gebelin (XVIII-XIX sec.), convinti della possibilità di attribuirne la paternità a "Thoth - Ermete Trismegisto". è quella che ho definito "tesi storicistica" che ne collega la trasmissione, di volta in volta, ad Arabi, Zingari, Crociati, Templari.
Questi vari modi di vederne l'introduzione sono tutte collegate ai contatti avuti, durante le crociata, con la "Setta degli Assassini". Tale Setta storica, venne fondata nell'XI sec. in Persia, da Hasan-ibn-as-Sabbah conosciuto anche come "Il Vecchio della montagna" per opporsi all'oppressione turca sugli arabi e per la difesa dei musulmani ismailiti attraverso l'eliminazione fisica degli avversari. Il Nome deriva dall'arabo "hashishin" (= consumatori di hashish) probabilmente perché compivano le proprie imprese sotto l'effetto della droga. La resistenza violenta di organizzò intorno al 1090 nella fortezza di "el Alamut" donde compivano veloci scorrerie nel territorio controllato dai Selgiuchidi. La setta, che iniziò a decadere con la morte di "as-Sabbah" sembra fosse stata in contatto con i Templari ai quali avrebbero consegnato un tesoro non meglio identificato che taluni ritengono di aver individuato nel "Baphomet" o nel "Graal".

A parte le numerose leggende che li riguardano, si trattava probabilmente di discendenti islamizzati di Hassidin e Anscè Ma'aseh, già conosciuti all'epoca dei Maccabei. I loro componenti erano componenti di sette mistiche delle quali si trova traccia nella "Mishna" (155). Secondo i sostenitori di tale teoria i Tarocchi si sarebbero diffusi seguendo la direttrice del Nordafrica (Egitto-Marocco-Stretto di Gibilterra) per passare poi in Spagna e da qui in Portogallo, Provenza, Italia a sud; a nord in Germania, Inghilterra, Paesi Slavi. In altri termini, nella prima fase di espansione europea, avrebbero seguito la strada dell'espansione araba.

Un secondo filone è collegato a quello che definirei l'"irrazionalismo" (156). Ne fanno parte numerose sfumature con una caratteristica comune. Riguardano solo indirettamente il problema delle origini preferendo seguire il percorso del pensiero mistico-magico ebraico. Essa fa capo ad Aliette, ed è incentrata sulla Kabalah. Tale pensiero non contesta la possibilità di un'origine egiziana ma cronologicamente la sposta per farla coincidere con il processo di formazione del Talmud per seguire le fasi di sviluppo proprie della Kabalah. Incoerentemente, tuttavia, non considera gli ebrei-giudei portatori essi stessi dei Tarocchi.

Il terzo movimento di pensiero, del quale non mi occupo, è quello, che abbandonando ogni idea di ricerca storica o pseudo storica, accentua le idee dell'irrazionalismo e finisce, con il Mathers, nel satanismo.

Sotto un profilo critico ho già osservato che la prima di queste tre posizioni non è storicamente condivisibile perché apodittica, indimostrabile e basata su un fideismo cui non corrisponde alcuna prova storicamente apprezzabile o valutabile.

La seconda posizione, concettualmente e dottrinariamente, è senz'altro strutturata in maniera coerente, anche se si possono rilevare sfasature e forzature soprattutto in termini cronologici: si pensi, ad esempio alla pretesa antichità a tutti i costi, ad una paternità ed originalità abbastanza artificiosamente sostenute.
Vi è di fatto che, pur presentando alcuni dei difetti propri di questo tipo di indagini, il filone kabalistico ha pregi e meriti incontrovertibili sotto il profilo del risultato indipendentemente dalla esattezza delle posizioni di partenza (principio di serendipità).

Come ho detto, rinuncio ad occuparmi della terza che è tutta al di fuori di una ricerca storica e della quale ho fatto cenno solo per completezza di trattazione.

Credo, a questo punto, in ogni caso, che la soluzione del problema storico sia più vicino di quanto possiamo pensare.
Il fatto è che dobbiamo cominciare a ragionare in termini diversi di quanto ha fatto la dottrina. Cominciamo da quello che ci è noto.
Sappiamo che il giudaismo aveva elaborato la Kabalah e che questa aveva un punto di contatto diretto con i Tarocchi nel senso che entrambi sono un linguaggio e più precisamente un linguaggio polifunzionale (polisemico). Questo linguaggio è tale che ammette diversi livelli di lettura. Sul piano materiali entrambi danno vita ad un vera e propria scrittura-rebus e questo è un aspetto comune a tutti i linguaggi di tipo ermetico.

Il problema allora consiste nell'individuare cosa sia intervenuto ad interrompere il percorso comune. In altri termini cosa ha generato la necessità di innestare nella Kabalah un "nuovo" linguaggio ermetico, "simile" (al punto da essere stato riconosciuto) e, nello stesso tempo, "diverso" (al punto da non essere compreso)? Qual è il grado di questa novità?

Mi sembra chiaro che non si trattasse di una esigenza di carattere filosofico: la Kabalah aveva tutte le caratteristiche per soddisfare tutte le occorrenze. Questo "quid novi" può essere identificato solo analizzando il percorso di quel fenomeno, tipicamente giudaico, che va sotto il nome di "diaspora".
Secondo la storia ufficiale la diaspora ha inizio negli avvenimenti che seguono la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dei Romani (70 d.C.). Ma questo dato non mi appare sufficiente perché il carattere di novità doveva già da tempo essere presente e disponibile al momento stesso della formazione del processo Kabalistico del quale costituiva, per così dire, una "riserva occulta", più o meno cosciente, comunque mai utilizzata al punto da apparire "nuova" agli stessi fruitori del pensiero kabalistico.

Credo si possa dimostrare che i giudei, che erano a conoscenza di questo "mezzo" che attendeva solo di essere utilizzato, avessero anche l'"opportunità" e le "motivazioni" per farlo in concreto.

Per esserne certi proverò a rimettere insieme gli elementi storici "certi" che ho enumerato nel Capitolo I, abbinandoli ai fatto, altrettanto storici, analizzati nel Capitolo III.
Rendiamo così conto che, se la smettiamo di considerare i Tarocchi come un che di isolato rispetto al corso della Storia, possiamo ben elaborare una teoria valida che, nel rispetto dei fatti e dei documenti, possa reggere all'impatto con la più stretta "storicità".

Mi si chiederà: ma se la soluzione era sotto gli occhi di tutti, se i ricercatori avevano a disposizione i miei stessi elementi - forse di prima mano - perché non è stata individuata prima? Perché coloro che l'hanno intravista non hanno spinto le loro intuizioni fino alle estreme conseguenze, indagando sul "perché" e sul "come" oltre che sul "cosa"?

Orbene le risposte a queste domande ci condurranno direttamente alla soluzione.

Note:
155. "Talmud, trattato Sukka", V,2; IX,15; ma anche "Trattato Berachod", 18b). Si veda anche Conybear, traduzione del "Testamento di Salomone".
156. Paul Johnson, "Storia dell'Ebraismo"; da ultimo si veda Harold Bloom, "Kabbalah and Criticism", 1975, pubblicato in Italia dalla Feltrinelli con il titolo "La Kabbala e la tradizione critica".
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