CAPITOLO II
POSTEL, GEBELIN E L'EGITTOLOGIA
Sommario:
2.1 - Gli elementi della teoria 2.2 - Le origini: la problematica storica 2.3 - Le origini: Gebelin e Postel 2.4 - Thoth e il "libro di Thoth" 2.5 - Gli zingari
2.1 - Gli elementi della teoria
Nel 1781 Antoine Court de Gebelin pubblicava l'opera "Le mond primitif analysé et comparé avec le mond moderne" nell'ambito della quale (1) era contenuta la dissertazione intitolata "Du jeu des Tarots. Où l'on traité de son origin, où l'on explique ses allegories, et où l'on fait voir qu'il est la source de nos cartes modernes à jouer".

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Pastore della Chiesa Riformata Gallicana, nato a Nîmes nel 1725 e morto a Parigi nel 1784, studioso di antiche religioni e mitologie principalmente sotto il profilo semantico, tentò di decifrare la scrittura geroglifica che riflettesse nei simboli le verità rivelate, allo scopo di pervenire alla comprensione unitaria delle religioni.
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Il saggio, che costituisce il primo studio organico sull'origine delle carte da gioco, venne elaborato sulla sintesi delle esperienze e delle teorie già abbozzate nel XVII sec. da Guillaume de Postel e dal suo "Clef des Choses Cachées"
(2).
La parola Cerad o Caird deriva dalle radici sanscrite "K" ed "R" che significano manovali, artigiani. Dalle stesse radici deriva il termine Boemo "Ker-aben" ed il latino "cardus" (in entrami i casi "ciabattino").

Affermava l'A. che il mazzo di carte (e quindi i Tarocchi) derivasse la propria origine dall'Egitto dove altro non erano se non un libro, scritto originariamente in caratteri geroglifici, nel quale si compendiavano tutte le conoscenze scientifiche nonché le dottrine filosofiche, religiose e cosmogoniche a partire da Thoth successivamente identificato con
Thrismegistos (= Thrismegistos) e poi con Mercurio
(3).
Riteneva, in altri termini l'A. che gli Arcani Maggiori fossero derivati dal cosiddetto "libro di Thoth" sopravvissuto all'incendio della Biblioteca di Alessandria sotto forma di gioco basato su allegorie perfettamente coerenti con l'ermetismo egiziano.
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Vale la pena di cominciare a chiarire il senso di alcuni termini anche se, nella fase attuale delle mie ricerche, non credo che l'argomento possa dirsi sufficientemente approfondito.
Tanto per il cominciare il termine "Arcano": si tratta di un aggettivo sostantivato che deriva dal latino "arca" che, a propria volta, proviene dalla radice "àrcere = prendere"; esso indica un involucro destinato a custodire oggetti solitamente preziosi.
In tal senso si parla di "Arca dell'Alleanza", scrigno sacro per eccellenza della religione ebraica, simbolo della potenza, della giustizia e della protezione de Signore, celato da un velo agli occhi dei profani.
Per traslato e con le precisazioni di cui sopra, il termine divenne sinonimo di mistero/misterioso, cioè di verità non rivelabile ai profani (Arcani Maggiori delle carte) e parzialmente rivelabile ai neofiti (arcani minori).
Sotto un profilo esoterico più largo si è parlato anche di una vera e propria "Disciplina dell'Arcano", teoria presupposta, ma non documentata, da controversisti del XVI e XVII sec. e ritenuta probabilmente praticata dai primi cristiani.
Se ne ritrova probabilmente traccia in alcuni principi di teologia morale che vietano di ammettere o di parlare di taluni argomenti, fatti e/o verità allo scopo di non turbare le coscienze impreparate dei credenti.
In Italia, fin dal XIII sec. gli Arcani Maggiori venivano identificati con il termine di "attutti" col significato di carte che, nel gioco, avevano diritto di presa su tutte le altri indipendentemente dal loro valore.
Dalla parola la cui origine si identifica nella zona compresa tra il Viterbese e la Toscana derivarono le analoghe espressioni francesi (à tout) ed inglesi (at out), permutati attualmente al Bridge e che non hanno un loro autonomo significato.
Il termine "Brìscola" è strettamente connesso al gioco che, introdotto in Italia nel corso del XVII secolo, proveniva dai Pesi nordici, forse dalla Scandinavia ed era già passato attraverso Inghilterra, Germania e Francia (Si veda sul punto la "noterella" in "Giochi di Carte", AA.VV., Ediz. Edibook, Roma). Il termine probabilmente deriva dalla radice celtica "brig" = guerra (come ci viene documentato da un fenomeno tipico della trasformazione delle radici indoeuropee nelle lingue anglosassoni ove la labiale diviene "k": quindi brig --> krieg), terminologia di cui si trovano ancor oggi adattamenti dialettali nelle zone che hanno subito maggiori influssi da popolazioni tedescofone (si pensi al termine "brisa" = presa, proprio dei dialetti lombardo-emiliani); un étimo francese "brisque" è documentato nel 1771; esso viene chiaramente coniato in rapporto all'omonimo gioco, tipica evoluzione di quello dei Tarocchi: il seme di briscola, alla pari degli Arcani Maggiori ha diritto di presa su tutte le altre carte.
Vale perciò la pena di chiarire che:
- quando si parla di "Tarocchi" come "carte" il termine corretto da usare è "Arcano" (Maggiore per le carte figurative da 0 a XXI, minore per le comuni carte numerali caratterizzate da semi);
- quando ci si riferisce al gioco si possono usare indifferentemente gli altri termini anche se sarebbe opportuno riservare la parola "briscola" solo per il gioco corrispondente.
Esiste poi un altro termine, usato particolarmente dai cartomanti per indicare le singole carte definite come "Lame" con evidente riferimento al loro profilo "di taglio" cioè al loro modo di mostrarsi alla metà esatta dell'operazione di estrazione.

Il Thoth cui si fa riferimento fu probabilmente un re o un personaggio pre-dinastico, poi elevato al rango di divinità e successivamente accomunato al dio Hermes della mitologia greca o al Mercurio di quella romana.
Il mito di Thoth, come oggi si riconosce pacificamente per tutti i miti, deve aver avuto un fondo di verità; si sarà trattato, probabilmente, di un personaggio che compì atti di natura tale da giustificarne, nel corso dei secoli successivi, la progressiva deificazione.
L'idea fondamentale del mito di Thoth sarebbe che, oltre ad aver insegnato all'uomo l'uso della parola, avrebbe inventato la scrittura come un sistema nel quale figure, lettere e numeri sarebbero stati tutti inseriti in una catena di eventi mistici per cui le pagine del libro assumerebbero i valori ed i contenuti della filosofia mistica egiziana (4).
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Court de Gebelin non ci fornisce le prove del suo convincimento, ma poneva l'accento su alcuni elementi che riteneva determinanti.

1 - Considerando il problema sotto un aspetto meramente formale rilevava che l'uso dei quattro semi aveva una corrispondenza negli ordinamenti politici della società egiziana nella quale Gebelin individuava appunto quattro classi:
- il sovrano e la casta militare (le spade);
- quella che oggi definiremmo la borghesia agricola (i bastoni o mazza d'Ercole);
- la casta sacerdotale in tutti i suoi ordini (le coppe);
- la classe dei commercianti (i denari)
(5).
2 - Sotto un aspetto mistico l'A. rilevava che i Tarocchi erano riconducibili tutti ad un elemento fondamentale: al numero sette, sacro agli egizi, che vi basavano gli elementi di tutte le scienze. La prova risederebbe nel fatto che ciascun seme o colore era composto di due volte sette carte (nei mazzi di Tarocchi gli arcani minori comprendevano quattro serie di 14 carte, ognuna costituita dal carte numerali - dall'asso al dieci - e quattro carte figurative: Re, Regina, Cavallo e Fante o Valet); gli atouts o arcani maggiori contenevano tre volte il sette e il numero complessivo di carte, escludendo il "matto" cioè "zero", era pari a settantasette.
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Per Kaplan "Il gioco dei Tarocchi è composto di settantadue carte, forse anche settantotto, divise in briscole e semi".
Enciclopedia Britannica, voce "Cards and Card Games": "Le briscole che sono 22, raffigurano i personaggi che detengono il potere spirituale o temporale, le forze fisiche che governano la produzione dei campi, le virtù cardinali, il matrimonio, la morte e la resurrezione o la creazione; le alterne vicende della sorte, il saggio e il folle, il tempo che tutto consuma etc....".
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3 - Poste tali premesse Gebelin si accorse che era possibile penetrare il segreto delle allegorie delle carte e, quindi, dimostrare che gli antichi egizi avessero trasferito in un gioco il simbolismo ermetico attraverso il quale dar ragione delle loro più significative esperienze esoteriche.

Certamente poco significativa appare l'altra affermazione secondo la quale degno di rilievo sarebbe il fatto che i componenti della Corporazione dei Fabbricanti di carte di Parigi, nel 1594
(6), definivano se stessi "Tarotiers" (cioè fabbricanti di "Tarots"). Ma è impossibile dire quando le carte cessarono di chiamarsi Naibi e cominciarono a chiamarsi Tarocchi, sicché è altrettanto impossibile accertare se la parola Tarotier sia anteriore o posteriore a Tarot e se la seconda abbia generato la prima. Tale testimonianza non ci aiuta in alcun modo e si risolve in una tautologia: ci dice soltanto che nel XVI sec. i fabbricanti di Tarots si autodefinivano "tarotiers" e che, nella stessa epoca era già invalso, nell'uso corrente il termine "Tarot".

La parola Tarot veniva utilizzata per indicare la composizione grafico del "verso" (Il termine "Tarot", in questa accezione, indicava il disegno a righe oblique incrociate utilizzate per decorare il "verso" delle carte, termine al quale si accompagna il corrispondente aggettivo "tarotée" che definisce la decorazione a "tarot") della carte e dalla bordature del recto
(7).
Retro Tarotée di Tarocco Bolognese

Resta, in ogni caso, insoluto il problema del perché, ad un certo punto, cominciasse a parlarsi Tarot mentre nell'uso più antico era comune il termine Naibi
(8) per indicare le carte da gioco: In effetti l'impossibilità di ricostruire l'etimologia della parola Naibi ci dice abbastanza chiaramente che nel XV sec. essa costituisse la mera sopravvivenza di un uso del quale si era già perso il significato originario.
Questa ipotesi, che individua anche un preciso percorso geografico, giustificherebbe anche il biscaglino "Napa" (= cosa piatta e, per traslato, carta) che alcuni ritengono alla base della parola Naibi.

Non possiamo negare che quanto sostenuto da Gebelin sia di una grande ambiguità perché, tutto sommato, mi sembra che la precedente denominazione, fosse molto più coerente con la tesi dell'importazione da parte degli zingari.

Del resto la parola Naibi ha diversi riscontri testuali concreti. In una cronaca della città di Viterbo di tal Covelluzzo relativa all'anno 1379, la parola è usata nella forma di "Naib" o "Nhayb" o "Nhaibbe". Parla, infatti, il cronista de "...lo gioco delle carte che nello saracino linguaggio, si noma Nhayb...".
Uno dei Naibi Arabi
(Collezione dell'Autore)

E, nonostante le incertezze etimologiche, un termine arabo (saracino) nomina il governatore come "Na'ib": il che sembra del tutto plausibile atteso che una carta con tale didascalia compare in un mazzo arabo di Tarocchi conservato al museo Topkapi di Istambul. Del resto tale interpretazione non esclude ma si completa con quella di chi ritiene trattarsi di un'alterazione dell'arabo "La'ib" (= gioco).
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Per completezza di trattazione dirò che esiste anche un ebraico "Naibis" (= chiaroveggenza) o "Nahbi" (= il profeta, colui che la Divinità fa parlare). Entrambe le ipotesi, che deriverebbero la parola dall'accadico "Nabu" (= chiamare, annunciare) sarebbero anche la matrice delle parole arabe "Nabba'a" (= informare) e "Naba'un" (= Notizia). Il che mi sembra molto più coerente soprattutto con la teoria di Gebelin perché gli Egiziani potrebbero averlo derivato proprio dagli Accadi. L'antico egiziano ne conosce ben tre accezioni: "nb" (= Signore, il Tutto), "nhb" (= decidere), "Nhbt" o "N[e]hb[e]t" (= messaggio divino o messaggio reale). Se è vera questa ipotesi i Naibi sarebbero stati i portatori del messaggio divino, cioè veri e propri strumenti di mantica. Non possiamo peraltro dimenticare che la carte sono tutt'oggi chiamate Naipes in Spagna e Naypes in Portogallo: entrambi i Paesi hanno subito una precisa influenza sia araba che gitana ed ebraica.
Secondo Vaillant, cit. in E. Levi, "Storia della Magia", p. 240 la parola Naibi sarebbe stata femminile e avrebbe individuato esseri appartenenti al mondo della magia: diavolesse e sibille tipiche dell'esoterismo giudaico come la mitica "Lilith" o "Lilitu".
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In tutt'altra direzione andava l'indagine semantica di Gebelin che in ciò seguiva Postel. Egli interpretava il termine "tarot" come l'unione della parola orientale "tar" (via, strada) e "ro", "ros" o "rog" (re, reale), attribuendogli il significato di "strada reale della vita"
(9).

Andando poi al di là dell'ardita semantica di Postel, Gebelin riteneva di origine anche orientale la parola "Matto" e "Bagatto": la prima sarebbe stata l'edizione vulgata della parola "Mat", (= insensato) e la seconda avrebbe costituito una derivazione da "Pagad" (vocabolo tipicamente orientale, privo di corrispondente occidentale, equivalente a giocatore di bussolotti), a propria volta, derivante da "Pag" (= capo maestro, signore) e "gad" (= fortuna). Il Bagatto nell'edizione dei Tarocchi tuttora in uso, certamente anche ai tempi di Gebelin, è infatti raffigurato nell'atto di assegnare la fortuna con la sua verga di Giacobbe o bacchetta magica.

Quanto alle modalità di introduzione delle carte in Occidente Gebelin sosteneva che ciò sarebbe avvenuto ad opera degli "zingari", autentici egiziani degenerati che, in una sorta di diaspora, sarebbero sconfinati in Europa introducendovi la cartomanzia sottratta alla loro patria naturale.
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Gebelin ne ha delineato pure una rotta che gli zingari-egiziani avrebbero seguito nel loro cammino verso l'Europa:
"Durante i primi secoli dopo Cristo gli egiziani erano strettamente legati a Roma, che adottò alcuni loro riti e il culto di Iside, compreso il gioco ad esso connesso.
Questo gioco, interessante di per sé, rimase confinato in Italia fino ai tempi dell'unificazione con la Germania [Sacro Romano Impero - N.d.A.] che videro la diffusione del gioco in questo Paese, e all'epoca dell'unificazione con le Contee della Provenza e il trasferimento della Corte Papale ad Avignone, che segnarono l'ingresso del gioco in Provenza e ad Avignone.
In Egitto, invece, questo gioco non è sopravvissuto: il Paese, caduto nella schiavitù più deplorevole e nella più profonda ignoranza, ha perduto ogni capacità di manifestazioni artistiche e non sarebbe più in grado di produrre una sola carta di tarocchi."
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In via di sintesi si può quindi dire che Gebelin giunse a stabilire le origini egiziane dei Tarocchi su basi estremamente empiriche. Di fatto egli riteneva che la maggior parte degli "Arcani Maggiori" fosse decisamente connessa a motivi egiziani come i supremi jerofanti (al maschile ed al femminile divenuti il "Papa" e la "Papessa"), come Iside e la Stella del Cane (la "Stella"), come Tifone (il "Diavolo"), come Osiride (il "Mondo"), i cani a guardia del mondo (la "Luna") ecc.
Alcuni Arcani Maggiori del Tarocco egiziano con simboli ebraici
(Collezione dell'Autore)

Per tale via ricercava e individuava una puntuale corrispondenza nell'arte e nell'esoterismo egiziano; ciò per molte ragioni sia di ordine socio-culturale sia finalistico in quanto destinato ad un ambito costituito da studiosi di esoterismo, studiosi a mezza strada tra illuminismo ed idealismo.
Ma la sua tesi egiziana non ha sempre convinto perché, come afferma il Kaplan, sembra troppo conforme al gusto dell'epoca che faceva risalire agli egizi tutto ciò che avesse un sia pur vago sapore di ermetismo e di misterico
(10).

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Ritengo che la tesi di Gebelin non possa essere accettata o respinta in blocco in maniera apodittica. Un corretto esame critico impone che si distingua a seconda che si faccia riferimento o alle modalità di diffusione.

Note:
1. vol. IX, pp. 263 ss.
2. Kaplan, The Encyclopedia of Tarot, Vol. I, pp. 383 ss.; Enciclopedia Britannica, voce "Cards and Cards Games": "The French scholar Count de Gebelin in "Le Jeu des Tarots" (1781) attempted to trace Tarot Cards to an Egyptian origin embodying an ancient philosophical system. Kaplan, I Tarocchi, Milano 1975 pp. 18, 19.
3. Court de Gebelin, cit. in Kaplan, I Tarocchi, Milano, 1975 pp. 48, ss.
4. Cfr. anche J.-G. Mandel, I Tarocchi dei Visconti in Monumenta Longobardica, 1974 pp. 14 ss.
5. Kaplan, op. e loc. cit.; Enciclopedia Britannica, voce "Cards and Card Games".
6. "Statuti delle Corporazioni". Kaplan, op. cit. p. 41.
7. Gebelin, citazione riportata in Kaplan, op. cit. pp. 48 ss.
8. Kaplan, op. cit. pp. 22 ss.
9. E perché non tar - Thoth la strada di Thoth, la strada della sapienza o della scienza occulta? [N.d.A.]
10. Kaplan, I Tarocchi, cit., p. 27.
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