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CAPITOLO IV

I TAROCCHI TRA STORIA ED ESOTERISMO

Sommario:
4.1 - Riepilogo e premesse 4.2 - Ambiguità e difficoltà del problema: l'aspetto esoterico 4.3 - Duplicità e difficoltà del problema: l'aspetto storico 4.4 - L'I Ching 4.5 - Rapporti dell'Occidente con la Cina 4.6 - La Cina e la Diaspora 4.7 - Cosa erano in origine i Tarocchi: i Naibi 4.8 - I Tarocchi nel tempo e nello spazio

4.7 - Cosa erano in origine i Tarocchi: i Naibi
La valutazione di questo ultimo fattore, ci porta a riproporre il quesito dal quale è partita la mia indagine: Cosa erano i Tarocchi? Ma procediamo con ordine.

Lo sviluppo del mercantilismo giudaico ed i suo inserimento nell'ambito dell'economia medievale, se garantiva una posizione di predominio finanziario nel mondo dei "gentili" (i giudei finirono col diventare i banchieri di tutte le corti europee), non contribuiva a creare una posizione di privilegio né forniva immunità; ché anzi erano ripagati con l'odio e col disprezzo. Tutto il mantenimento di questa ricchezza e i trasferimenti mercantili avvenivano con un'altissima dose di rischio e con gravissimo pericolo sia per i beni materiali che per la conservazione e la trasmissione di notizie ed idee.

Diciamo addirittura un duplice rischio: il primo derivante dalle comunità gentili nelle quali i giudei stanziali vivevano in una sorta di coabitazione forzata (che sarebbe ben presto sfociata nella politica del "ghetto" e della segregazione razziale). Il secondo, più occasionale ma non meno sistematico e reale, era costituito dall'estrema aleatorietà del sistema di circolazione dei beni e di persone. E questo vuoi per la lunghezza dei percorsi, vuoi per la insicurezza dei territori attraversati (che avevano già indotto i romani a preferire il percorso via mare).

La concomitanza di questi fattori di rischio determinava la necessità di trovare un rimedio all'eventualità di danno economico (già di per sé grave), ma soprattutto alla quasi certezza della sottrazione di documenti irrinunciabili (gravissimo) che potevano coinvolgere l'identità e l'unità del giudaismo.
Mentre è facile intuire il danno economico, è più difficile intendere quello che i fattori di rischio poteva causare in una comunità che si era da sempre caratterizzata, almeno all'esterno, per l'assoluta unitarietà e comunque per il più rigoroso esclusivismo culturale.
Al danno economico fu possibile far fronte con l'ingegnosità tipica del senso mercantile giudaico: i giudei evitarono i trasferimenti materiali di denaro pregiato (aureo) con l'internazionalizzazione del sistema bancario, con l'invenzione delle lettere di credito (ereditato dai banchieri europei come i Medici di Firenze), con l'introduzione di mezzi sostitutivi di pagamento come vere e proprie carte di credito (poi ereditate dai Templari).

Diverso era il discorso del danno culturale: bisognava trovare - il che era più difficile - un sistema di tutta sicurezza per trasferire notizie e documenti certamente per contingenze di ordine dottrinario, ma soprattutto per poter mantenere la coesione di un gruppo nazionale che non aveva alcuna possibilità di diventare un "popolo", in un ambito che era rigidamente controllato dai rapaci occhi dei "gentili", senza con ciò suscitare sospetti o generare ritorsioni.

Per i giudei, avvezzi fin dall'epoca mosaica ad un sistema di trasmissione iniziatica della conoscenza era di necessità vitale un sistema di comunicazione sistematico, abbastanza preciso e puntuale da rispondere agli scopi che si prefiggeva, ma tale da essere incomprensibile (praticamente invisibile) al non iniziato e comunque tale da essere scambiato per qualcos'altro, non appetibile al punto da passare inosservato in un mondo, al tempo stesso, interessato ed ostile. Era lo stesso problema che, in fatto di politica commerciale, molti secoli prima aveva indotto Fenici e Cartaginesi a celare le proprie fonti di approvvigionamento dello stagno britanno riempiendo di miti e di paurosi mostri l'Oceano al di là delle Colonne d'Ercole [N.d.A.].

Fu così che i giudei, i quali avevano già conosciuto l'I Ching, ebbero modo di apprezzarne i contenuti non solo e non tanto per la prossimità ideale alla Kabalah, quanto per le possibili applicazioni pratiche che offriva. Infatti i Giudei di Persia, che svolgevano una funzione di cerniera tra oriente ed occidente per opera della Accademie babilonesi, si affrettarono ad adattarlo alle proprie particolari esigenze adottandolo come "linguaggio" che, tra l'altro, collimava perfettamente con i canoni dell'ermetismo Kabalistico.
Questo sistema aveva il pregio di innovare nella continuità e, quindi, di essere insospettabile. Nella Kabalah i "gentili" erano già penetrati fino al punto che annovereranno illustri Kabalisti (ricordiamo da Dante Alighieri a Marsilio Ficino) e feroci detrattori (come Petrarca).

La novità fu che, nel pieno rispetto delle regole dell'ermetismo, l'I Ching divenne un "codice" segreto: esso consentiva quella comunicazione tra comunità giudaiche sparse in tutto l'Ecumene ed in piena espansione anche per effetto delle politiche anti-ebraiche comunemente praticate in Europa.
Il perseguimento dello scopo primario veniva, in altri termini, assicurato servendosi di un mezzo noto di tipo ermetico. Il risultato raggiunse perfettamente lo scopo e fu tale da non suscitare per secoli alcun sospetto in chi non possedeva la chiave di lettura.

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Quello che assolutamente sorprende del procedimento è la semplicità (il migliore dei mascheramenti) accoppiata all'antichità del sistema degli "steganogrammi": si pensi alla diffusione delle varie figure magiche (dal quadrato del "Sator Arepo" di origine probabilmente romana, ma diffuso in tutta Europa, fino al "quadrato di Salomone" ed al medievale triangolo dell'ABRACADABRA di ispirazione araba). Senza dimenticare codici molto più sofisticati come quello binario di cui si serve Sir Francis Bacon nel suo "New Atlantis".
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Quanto l'I Ching comparve in Spagna, tra la fine del XII e l'inizio del XIII sec. aveva cambiato il nome assumendone uno derivato dall'arabo: si chiamò così "Naib" o "La'ib" e, in Occidente, divenne, ben presto "Naibi" o "Nhaibbe".
È il classico caso dei due piccioni catturati con una sola fava: si concentrava l'attenzione sugli arabi per quanto riguardava l'origine delle carte e si occultava lo scopo cui esse adempivano. In tal modo si gabbavano Gentili ed arabi stornandone l'attenzione sia dal luogo di origine sia sull'effettivo uso.
A tutto ciò contribuiva proprio l'ambiguità insita nel nome "Naibi" che risultava un vero e proprio "steganogramma" nel quale sia l'etimo arabo che quello ebraico, lasciava pensare (come di fatto accadde) alla profezia, all'oracolo, alla mantica per sortes.

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Come origine prossima, il termine derivava infatti dall'arabo "na'ib" (governatore) o "la'ib" (gioco). Tra l'altro indica un personaggio che compare in uno dei mazzi arabi conservati al "Topkapi Muzesi" di Istambul. Che la cosa avesse generato confusione si ricava sulle incertezze cui dette vita l'etimologia: alcuni lo fecero derivare dal biscaglino "napa" (cosa piatta, quindi carta). Che la confusione fosse voluta è dimostrato dal fatto che una parola analoga esiste anche in ebraico: si tratta di "nahbi" che indica, al tempo stesso la profezia, ma anche il profeta, l'ispirato dalla divinità. Il termine ebraico deriva dall'accadico "nabu" (chiamare, annunciare) e si collega all'arabo "nabba'a" (informare) e "naba'un" (notizia). Nella realtà sembra che sia l'ebraico che l'arabo avessero assunto il termine da alcune radici egiziane come "nbi" (fuoco, bruciare), "n[e]b" (signore, tutto), "n[e]h[]b" (decidere), "n[e]hb[e]t" (messaggio del dio o de re). Secondo Eliphas Levi le Naibi erano diavolesse, sibille, pitonesse. Come dato di fatto possiamo dire che in Spagna i Naibi erano presenti certamente almeno nel XIII sec. "perché agli inizi del 1300 erano già diffusi in Spagna, Francia e Italia ed avevano già mutato il nome in Tarocchi" (175).
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Sul fuoco di questa ambiguità, del resto, soffiava una vecchia volpe come Maimonide che ben conosciamo: egli ufficialmente e sistematicamente osteggiò le ricerche esoterico-ermetiche arrivando al punto di negare l'esistenza della "Clavicola di Salomone" che doveva conoscere molto bene (176).

Dell'inganno non si rese conto neppure l'Abate Rives quando affermò che nel 1330 la Spagna avrebbe postato le prime carte dall'Oriente (cioè dall'Egitto) e che nello stesso anno tal Nicola Pepin le avrebbe adattate a quelle spagnole. Per quanto evidentemente imprecisa la notizia è significativa per almeno due motivi.
In primo luogo ne risulta chiaramente indicata la provenienza dall'Oriente anche se non è molto chiaro cosa Rives intenda per "Oriente" genericamente definito "Egitto". Ma "Egitto" appare più che una precisa localizzazione, un punto intermedio tra nord-Africa e vicino Oriente. Esso in sostanza indicava genericamente una provenienza che poteva indicare, indifferentemente, anche Babilonia o Persia. Ma non dobbiamo dimenticare che Alessandria era la sede di un'importantissima accademia ebraica in stretto collegamento con quelle Babilonesi e che Fustat era stato il centro di tutti i collegamenti tra Comunità giudaiche (177). Può darsi anche che Rives ignorasse che le carte erano conosciute in Inghilterra già nel 1240 e che la loro presenza qui, poteva spiegarsi solo o con l'espansione ebraica o con la presenza normanna.
Anche in questo caso, tuttavia, finiamo col ritrovarci in Egitto (cioè in Oriente), perché, anche volendo prescindere dagli ebrei, i Normanni potevano esserne venuti a conoscenza solo attraverso gli arabi di Sicilia che, a loro volta, provenivano dal Nordafrica.

In secondo luogo Rives precisa un'epoca (per quanto ritengo impreciso l'anno) che risulta confermata da altre fonti. Infatti nel 1332 Alfonso di Castiglia fondò l'Ordine della "Banda". Secondo una traduzione del 1558 (pubblicata a Lione da un certo Gutery), negli statuti di fondazione il Re avrebbe inserito la seguente disposizione "Comandoit leur ordre che nul de chevalier de la Bande, n'osat jouer argent aux cartes ou dez". Nel testo spagnolo la parola carte non compare ma è certo che Giovanni I di Castiglia, con editto del 1387, vietò l'uso dei dadi, delle "naipes" e degli scacchi.

Ma la soluzione trovata con ricorso all'I Ching era ancora più sottile: la fusione di mezzi mantici e mezzi ludici (cioè di "I Ching", di "Carte Kwan Pâi", di carte "Lut-Chi" e forse di "Frecce divinatorie") e l'abbinamento alla Kabalah, focalizzava l'attenzione non certo sulle origini, ma sull'aspetto esoterico (e su quello del gioco) disorientando completamente (come di fatto avvenne) gli osservatori.

Per quanto non abbiamo la possibilità di conoscere quale fosse l'aspetto originario e quale quella assunta nella primissima fase di evoluzione, possiamo con certezza dire che i "gentili", che avevano intuito l'importanza dei Naibi, caddero nella trappola. Così, mentre recepirono subito l'aspetto ludico (certamente), l'aspetto mantico (probabilmente) e quello didascalico (verosimilmente), si lasciarono inconsciamente strumentalizzare e finirono col contribuire alla loro diffusione (178) facendoli oggetto di una autonoma evoluzione e rivestendoli di una forma esteticamente più raffinata. Con ciò stesso incrementarono l'indeterminazione, sommarono confusione a confusione e, in una parola, moltiplicarono l'effetto "mascheramento".

I "Naibi" quindi subirono una loro evoluzione che li portò a divenire "Tarocchi": divennero "tarotée", vennero raccolti in mazzi, furono ridisegnati da Kartenmâkers e da Kartenmâlers.
Si deve, infatti ai "maestri tedeschi del bulino" l'introduzione di "...numerose novità (liocorni, cervi, scimmie, pappagalli etc.); la più comune, tra l'altro sopravvissuta in un mazzo di tarocchi di attuale diffusione era costituita da: herzen (cuori), schellen (sonagli), grun o laub (foglie) ed eicheln (ghiande)", mentre al posto della Regina posero un "Ober" (valletto) ed il "valet" venne sostituito da un "unter" (179).

A ben vedere furono proprio i cartai "gentili" a introdurre le carte figurative, estranee sia alla cultura cinese, che a quella Arabo-giudaica. Fu così che si creò la distinzione tra Arcani Maggiori ed arcani minori. Questa distinzione che non appare sostenibile si riferita ai Naibi, è alla base della variabilità della composizione tipo del mazzo di Tarocchi e ciò mi conferma nella validità della tesi fin qui sostenuta.

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Carte da gioco tedesche
(Collezione dell'Autore)


Si sostiene da taluno che l'introduzione dei Tarocchi In Europa sia avvenuta nel XIV o addirittura nel XV sec. Tale tesi è apodittica e non sostenibile. Esistono documenti (come la "Cronaca di Viterbo" e la "Cronaca di Johannes") che confermano l'esistenza dei Naibi in epoca anteriore al XIV sec. Altri documenti, come quelli spagnoli e britannici che retrodatano l'epoca al XIII sec. Ma non bisogna confondere l'epoca dell'introduzione con quello della diffusione.
Il vero è che bisogna concentrare l'attenzione sul valore di un documento databile dal quale, direttamente o indirettamente, possa rilevarsi la presenza di un fenomeno in una certa area geografica, certamente non costituisce una certificazione di avvenuta nascita: costituisce piuttosto un limite minimo di introduzione.
Nel caso di specie il "documento" attesta, in maniera inequivoca che, in un determinato momento storico ed in una determinata area geografica, le carte erano sufficientemente diffuse, al punto da costituire un "fenomeno" degno di attenzione e tale da indurre autorità civili e religiose ad occuparsene.

Né diversamente ritengo sostenibile l'altra tesi, peraltro sostenuta dalla maggioranza degli studiosi, secondo la quale i Tarocchi sarebbero nati in un preciso momento storico (ma quale?) dell'evoluzione della cultura medievale. Si tratta evidentemente di un'affermazione gratuita e frettolosa perché in nessun modo provata o provabile (180).

La mia tesi viene, viceversa, supportata da un'argomentazione di carattere storico che, nel suo evolversi, segna una vera e propria costante. L'espansione del "fenomeno Tarocchi" segue uno schema ben preciso: I Naibi prima (ed i Tarocchi poi) sono presenti in tutte le zone geografiche nelle quali, in quello stesso momento, è massima la penetrazione giudaica.
Quasi a conferma di tale connessione, nella stessa area cominciano a fiorire divieti e limitazioni. Poi delle carte si impadroniscono i "gentili" e, quasi contemporaneamente, si verifica l'espulsione dei giudei e divengono meno oppressivi limiti e divieti. Con lo spostamento delle comunità giudaiche ad oriente il processo puntualmente si ripete nelle nuove aree.
Nello stesso periodo che caratterizza l'evoluzione dei Naibi e la traslazione dei Naibi nei Tarocchi i "gentili" perfezionano l'accoppiamento dei simboli del Tarocco alle lettere ebraiche perfezionando quel sistema di mascheramento iniziato dagli ebrei.
Ma andiamo con ordine e verifichiamo l'attendibilità di questa teoria sulla base della seguente tabella cronologica.

[Tabella 5 - Tabella cronologico-comparativa]

Tabella 5 - Tabella cronologica

Sui dati riassunti in tabella si possono fare diverse considerazioni.
Innanzi tutto non sappiamo come venissero chiamate le carte tra la data di comparsa in Spagna ed il 1377. La "Cronaca di Johannes" di Brefeld parla di "ludus cartharum" e afferma che sarebbe stato introdotto in Svizzera in quell'anno. Questo può significare che nel 1377 era giunta a Brefeld la notizia dell'esistenza di un qualcosa che Johannes, con termine generico definisce "ludus cartharum" (gioco di carte), anche se appare improbabile che lo stesso Johannes avesse effettivamente visto qualcosa di diversamente definibile.

Tra il 1377 (anno della "Cronaca di Johannes") o il 1379 (anno di riferimento della "Cronaca di Viterbo") ed il 1415 (anno di comparsa dei "Tarocchi" Visconti-Sforza), il termine di riferimento è Naibi o una sua variante.
A partire dal 1415 il termine Tarocchi coesiste con quello di "Tarocco", di "Tarocchino" e di "Minchiate" in Italia (in Spagna "Taroco", In Francia e Germania "Tarot", in Germania "Tarok"). Da questo momento inizia la storia ufficiale dei Tarocchi.

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Carta antica delle Minchiate fiorentine

In secondo luogo fino al 31 marzo 1492, divieti e limitazioni compaiono un po' dappertutto con esclusione della Spagna moresca. Dal 1492 in poi la Spagna non perseguita né le carte né i giocatori. Limiti e divieti si spostano, lentamente ma progressivamente, ad oriente.

In terzo luogo la massima diffusione e la produzione di carte da gioco si concentra e procede di pari passo con la progressiva cacciata dei giudei da varie nazioni Europee.

Tutto ciò mi fa pensare che i Giudei non mossero un dito, non dico per rivendicare la paternità, ma per difendere il "ludus cartharum" (nella doppia veste di Naibi e di Tarocchi) o per conservare i diritti di privativa in ciò contraddicendo la fama di mercantilismo che per altri versi si erano conquistata e meritata. Orbene, soprattutto per quanto riguarda i commercio delle carte la cosa appare assai sospetta: appare sommamente strano come, almeno fino all'introduzione della stampa, rinunciassero ad un commercio che costituiva un'occasione ghiotta quanto lucrosa. Si limitarono, in sostanza, ad annoverare grandi giocatori e questo sa tanto di controllo a distanza.
Se questa impostazione, come ritengo, è corretta, risulta essere assolutamente ininfluente stabilire chi avesse introdotto i Tarocchi: arabi, zingari, Crociati o Templari, alcuni dei quali non conservano alcuna tradizione scritta o prova, diretta o indiretta, furono strumenti inconsapevoli di diffusione.

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Tarocchi didascalici: i cosiddetti Tarocchi del Mantegna
(Collezione dell'Autore)


Alcuni (come Crociati e Templari) lo furono in quanto afflitti da un senso di colpa per le efferatezze commesse (progrom operati in Terra Santa ai danni indifferentemente di arabi ed ebrei) e per quello straordinario meccanismo psicologico che porta il carnefice ad identificarsi con la vittima.
Ma diviene ininfluente anche l'altro problema: se il Mazzo di Tarocchi fosse in origine unico o se l'origine degli Arcani Maggiori fosse diversa da quella degli arcani minori. Quando i Giudei permutarono l'I Ching nei Naibi, a mio avviso, si limitarono a mutarne il nome ed a sostituire le "linee dei mutevoli" con notazioni in carattere ebraico.

Note:
175. "Storia della Magia", cit. p. 240, che cita Vaillant, Vedi anche "Enciclopedia Universo", voce "Carte da Gioco" ma si veda anche: Dossena, "I Solitari", Milano, 1978, pp. 13 ss.; Tavaglione, op. cit. p. 9. A titolo di cronaca ricordiamo che le carte da gioco sono tutta chiamate "naipes" in Spagna e "Naypes" in Portogallo.
176. Credo che al mistero contribuisse anche la ripresa dei contatti con la Cina della famiglia dei Polo, probabilmente essi stessi dei "conversos". Vedere Eliphas Levi, op. e loc. cit.
177. Del resto l'indicazione dell'Egitto non è significativa. Come ho dimostrato altrove (si veda il cap. II, incerti ambienti culturali dell'epoca era di moda far coincidere con l'Egitto tutto ciò che, anche vagamente, fosse collegabile con l'ermetismo: si pensi che Antonio Giuseppe Parnéty (1716-1801), monaco benedettino, bibliotecario personale del Re di Prussia, nel XVIII sec. ancora collegava tutto l'ermetismo occidentale a quello egiziano.
178. Si pensi ai re e principi giocatori cui ho fatto cenno nel cap. I.
179. Mandel, "I Tarocchi dei Visconti", in "Monumenta Longobardica", Bergamo 1974. p. 12.
180. Si veda ad esempio, M. Tau, op. cit. p. 5. Feslikenian e Picollo, "L'avvenire rivelato dai Tarocchi", 1976, p. 107. Kaplan, "I Tarocchi", Milano, 1975, pp. 24 ss. Il preciso momento al quale si fa riferimento in realtà è riferibile ad un'epoca e non ad una data precisa. In secondo luogo la notazione fa parte di una registrazione posteriore di un secolo. L'"Enciclopedia Britannica", alla voce "Carte da Gioco" specifica che: "A French Manuscript of the early 14th century contains a reference to cards, and in 1392 the registers of The Chambre des Comptes of Charles VI recorded the purchase of three games of Cards in gold of diverse colours".
Per il vero, nei registri contabili di Charles Poussart (Tesoriere di Carlo VI di Francia) si fa menzione di tre mazzi di carte in oro, riccamente decorate, dipinte da Jacquemin Gringonneur nell'anno 1392, al quale vennero corrisposti 56 "parisi" (moneta corrente in Francia nel 1392. L'annotazione è del seguente tenore: "Donné à Jacquemin Gringonneur, peintre, pour trois jeux de cartes à or et à diverses coleurs, de plusieurs divises pour porter devers le dit Seigneur Roi, pour son ébattement cinquant six sols parisis".
Questa annotazione non sembra ci dica in alcun modo che le Cartes, siano state create nel 1392, ma semplicemente che in quell'anno in Francia le carte erano conosciute al punto da interessare Carlo VI: in sostanza afferma che nel XIV sec. le carte erano diffuse in Francia. Circostanza confermata da un editto del 1369 che limitava i giochi d'azzardo: Ma l'editto non nomina esplicitamente le Carte da gioco che il Re aveva dimenticato tant'è che nello stesso anno commissionava l'esecuzione dei tre mazzi realizzati poi nel 1392.
Sappiamo inoltre in linea di massima alcune delle caratteristiche che differenziavano i Tarocchi dell'epoca da quelli attuali (in parte rilevabili dalle diciassette carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi.
					
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