
CAPITOLO IV
I TAROCCHI TRA STORIA ED ESOTERISMO
Sommario:
4.1 - Riepilogo e premesse 4.2 - Ambiguità e difficoltà del problema: l'aspetto esoterico 4.3 - Duplicità e difficoltà del problema: l'aspetto storico 4.4 - L'I Ching 4.5 - Rapporti dell'Occidente con la Cina 4.6 - La Cina e la Diaspora 4.7 - Cosa erano in origine i Tarocchi: i Naibi 4.8 - I Tarocchi nel tempo e nello spazio
4.5 - Rapporti dell'Occidente con la Cina
Il nostro modo di studiare la storia, in senso tutto mediterraneo, ci ha indotti ad una serie di errori sulla reale consistenza delle conoscenze geografiche degli antichi.
Del resto, un pur affrettato sguardo alla cartografia antica, a partire da quella assiro-babilonese e fino a quella del Medioevo, ci accorgiamo subito chele mappe sono state tutte disegnate basandosi su un "punto di vista" intorno al quale si irradia e si sviluppa la rappresentazione delle terre conosciute. Molte terre vengono così a mancare non perché non fossero conosciute, ma perché non erano in uso riferimenti standard (come il polo magnetico) ed il cartografo conosceva unicamente la proiezione piana palesemente inadeguata per rappresentare una superficie sferica.

Diciamo quindi che in questo tipo di cartografia manca un punto di vista "globale"; manca l'effetto "planisfero" ed il punto di vista è non solo terrestre, ma compreso entro l'area nella quale il cartografo viveva ed operava.
Il problema, per il "lettore" della mappa è quello di non lasciarsi condizionare fino a credere che la rappresentazione esaurisca le conoscenze geografiche dell'epoca. Un esempio chiarirà meglio cosa intendo con questa affermazione.
Nel 1929, nel Museo Topkapi di Istambul, venne trovata la mappa di un pirata divenuto "Re'is" (ammiraglio): un certo Piri ibn Mehmed o Mehmet (detto semplicemente Piri Reis) vissuto nel XVI sec.


La famosa Mappa "impossibile" di Piri Reis (Collezione dell'Autore)

La carta, che ci è giunta solo in parte, è probabilmente copiata da originali più antichi scomparsi dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi (166).

**************
Nella prefazione al "Bahriye" (sorta di memorandum), redatto a Gelibolu tra il 9 marzo ed il 7 aprile 1513, Piri Reis afferma di aver studiato tutte le carte esistenti, alcune delle quali tenute segrete, tutte molto antiche, tra le quali alcune orientali. Lo stesso Piri Reis, parlando di Cristoforo Colombo, afferma che gli era in possesso di carte del "Mare Occidentale" (cioè dell'Oceano Atlantico) e dell'estremo occidente. La notizia sembra confermata anche dal Las Casas (biografo di Colombo). Piri Reis, che cercò di conoscere l'origine di tali mappe, venne a sapere che quelle utilizzate da Colombo erano trascrizioni spagnole di esemplari dei tempi di Alessandro Magno.
**************

Com'è ovvio la mappa suscitò perplessità e dubbi: essa infatti implicava non solo la conoscenza di mezzi tecnici ignoti nel periodo rinascimentale (in particolare le tecniche di proiezione conica di una superficie curva sul piano), ma soprattutto indicava correttamente i confini occidentali dell'America settentrionale (quando l'Alaska non era stata ancora scoperta) e quelle delle terre emerse del continente Antartico i cui dati corrispondono perfettamente con quelli del profilo sismico tracciato nella spedizione dell'Anno Geofisico Mondiale del 1949 (167). Peraltro è corretta anche la indicazione delle longitudini nonostante la mancanza di cronometro.
Unico elemento che collega la mappa all'epoca in cui venne presumibilmente elaborata è il "punto di vista" che corrisponde al meridiano di Syene (Egitto) e ciò fece pensare che Piri Reis l'avesse copiata da un originale una volta conservato nella Biblioteca di Alessandria di epoca Tolemaica (168).
**************
La maggior parte delle moderne carte geografiche sono "eurocentriche" in quanto dall'Europa partirono i grandi viaggi di esplorazione ed in Europa si formò la cartografia. Ciò probabilmente significa che, se la cartografia si fosse costituita in Africa o in Australia sarebbero queste terre ad occupare la posizione centrale ("Punto di vista"). Esistono tuttavia numerose mappe che hanno un punto di vista non eurocentrico, come quelle su tavolette assiro-babilonesi che hanno il punto di vista nel Golfo Persico.
Quanto alle mappe "impossibili", già nel Medioevo si favoleggiava su misteriose carte che pochi navigatori privilegiati custodivano come tesori e che venivano trasmesse di padre in figlio: a quanto pare ne possedevano gli stessi Piri Reis e Cristoforo Colombo. Ma si ponga mente anche alla carta scoperta da Philippe Buache, pur'essa custodita al Museo Topkapi; alla mappa di Orace Finné del 1532; alla mappa di ibn Ben Zara; alla mappa di Hadji Ahmed.
**************

Il fatto che esistessero mappe inspiegabili mi induce a ritenere che, in ogni caso, esista una spiegazione, non necessariamente di tipo fantascientifico, che noi non conosciamo; ma mi sembra indiscutibile che gli antichi avessero nozioni sul mondo molto più ampie di quante siamo abituati e riconoscere.
Nella sostanza mi limito ad osservare, con le parole dell'illustre storico Marcel Brion, che "Nei tempi antichi, più che nei tempi moderni, le varie civiltà comunicavano fra loro da un mare all'altro e, con ogni probabilità, da un oceano all'altro. Ed è come se un prodigioso bisogno di movimento animasse le razze, una necessità di cambiare residenza, di vedere quello che gli altri facevano, di possedere oggetti esotici e di vendere i propri prodotti sui mercati stranieri...".
Quando si parla delle conoscenze geografiche degli antichi, bisogna pensare a tutta una serie di scoperte oggi pressoché ignorate. Si pensi, ad esempio, al "Periplo del Mare Eritreo", del II sec. a.C. (probabilmente risale ai tempi di Plinio), che costituisce un vero e proprio portolano sulla via della seta e delle spezie. Se ne conoscono due esemplari, di cui una conservata a Roma ("Codex Palatinus") ed uno a Londra. Ma si veda anche la "Topografia Christiana" di Cosma Indicopleuste (colui che ha viaggiato verso l'India): un greco alessandrino che, in effetti, arrivò fino a Ceylon e che lo datò al 550 d.C. (169).

Queste osservazioni mi sembrano molto rilevanti ai fini della definizione dei rapporti di Romani e Giudei con la Cina. In effetti quest'ansia di movimento e, nel complesso, il mercantilismo cui fa cenno il Brion, avevano allargato i confini del mondo ben al di là della spedizione di Alessandro Magno che si era fermato alla Valle dell'Indo. Gli Yavana (cioè i greci ed i Romani secondo l'espressione indiana) in epoca romana avevano installato stazioni commerciali proprio alle soglie della Cina: ma il viaggio via terra era il più pericoloso ed il più costoso perché, per la maggior parte del tragitto si svolgeva attraverso territori ostili o infestati da predoni.

All'inizio dell'era cristiana il greco Hippalos, aveva scoperto la periodicità dei monsoni e, il viaggio - subito dopo la perdita della Partia - cominciò a svolgersi con regolarità via mare. Greci e Romani in epoca augustea (I sec. d.C.), grazie al geografo Tolomeo, conoscevano bene le rotte per la Cina come ci dimostra la "Tabula Peutingeriana" che indica chiaramente le località di "Cranganore, Arikamedu, Muzieris, Oc Eo" e molte altre fino ai confini della Cina; altrettanto bene i Cinesi conoscevano i Romani come ci dimostra il carteggio tra l'imperatore Cinese e Marco Aurelio ed Antonino Pio di cui ci tiene informati lo storico cinese del II sec. d.C. (170).
Romani e Greci fornivano artisti ed architetti in cambio di spezie e seta: la frequenza e sistematicità dei rapporti implicavano il transito di idee ed esperienze oltre che di merci pregiate.

Note:
166. Peter Kolosimo, "Odissea stellare", Milano, 1977, p. 270; Andrew Tomas, "Non siamo i primi", Milano, 1972; Louis Pauwels & Jacques Bergier, "L'Uomo eterno", Milano, 1972,
167. A tale programma parteciparono la Svezia, la Norvegia e la Gran Bretagna.
168. Si veda Ch. Hapgood, "Mappe degli antichi Re del mare"; Ch. Berlitz, "I misteri dei mondi perduti", pp. 24-29, 29 ss., 38 ss.; Peter Kolosimo, op. cit. p. 269; "Dizionario dei Misteri", vol. 4°, pp. 7 ss. Di altre mappe, che non possediamo, ci sono giunte notizie attraverso gli scritti di Aristagora di Mileto (5oo a.C.), Platone (428 o 427-374 a.C.), Seneca (4 o 8-65 d.C.), Flavio Filostrato (175-249 d.C.).
169. Marcel Brion, op. cit. p. 7; ma anche Guy Annequin, "Le civiltà minori del Mar Rosso", Ginevra, 1974, pp. 94 ss. e 101.
170. Marcel Brion, op. e loc. cit. Per ulteriori notizie sui rapporti tra Roma, Cina ed estremo oriente in genere, si veda: Bruno Gallotta, "Dal Tevere alla Cina, in Storia Illustrata", 1986, n. 338 pp. 66 ss.: E. H. Warmington, "The Commerce between the roman Empire and India"; Università di Cambridge, 1928; Francis Hirt, "China and the roman orient"; Chicago, 1939; J. S. Miller, "Roma e la via delle spezie", Torino, 1974; Guy Annequin, op. cit. pp. 209 ss. Alla scoperta della Cina i romani erano pervenuti partendo dall'India come si rileva dalle monete greche e romane e dalle modifiche apportate nell'arte del Gandhara, delle raffigurazioni di Buddha: tutto ciò presupponeva "...non incontri occasionali, ma scambi continui e frequenti...". (M. Brion, op. e loc. cit.).
![[indice libri]](libro_12.gif)

|
|