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CAPITOLO IV

I TAROCCHI TRA STORIA ED ESOTERISMO

Sommario:
4.1 - Riepilogo e premesse 4.2 - Ambiguità e difficoltà del problema: l'aspetto esoterico 4.3 - Duplicità e difficoltà del problema: l'aspetto storico 4.4 - L'I Ching 4.5 - Rapporti dell'Occidente con la Cina 4.6 - La Cina e la Diaspora 4.7 - Cosa erano in origine i Tarocchi: i Naibi 4.8 - I Tarocchi nel tempo e nello spazio

4.4 - L'I Ching
Il termine cinese "Ching", secondo Etienne Perrot (159), indica la trama di un tessuto variegato. In effetti il termine propriamente corrisponde a "camaleonte" e ne individua la mutevolezza. Ching significa dunque "mutazione" ed "I Ching" "Libro delle mutazioni". La traduzione è chiaramente approssimata ma rende meglio l'idea della dinamicità che anima il passaggio da un ideogramma ad un altro rispetto al libro nel suo insieme.
Philastre, nel 1885, lo tradusse con "Libro dei cambiamenti" e, talora, viene anche usata la locuzione di "Libro dei mutamenti": ma deve essere chiaro che non ci interessano le argomentazioni puramente correlate a raffinatezze semantiche, essendo abbastanza chiaro il significato complessivo del termine (160).

Quanto alle origini, Gennaro D'Amato ci dice: "Si sa che 2800 anni a.C. il cinese Fo-Hi ideò otto simboli su semplici linee" (161):

[I Trigrammi di Fo-Hi]

Figura 3 - I Trigrammi di Fo-Hi (162)


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Il messaggio di base, di tipo ermetico, contenuto negli otto trigrammi mi appare inequivocabile. Mi piace pensare che Fo-Hi vi abbia racchiuso la storia del diluvio così come descritta dalla cosmogonia cinese. Il messaggio mi sembra dire: "Il cielo ha pesato le colpe dell'umanità e la distruggerà con terremoti ed alluvioni: solo pochi su un legno raggiungeranno la terra limitata [dalle acque] e ringrazieranno con sacrifici". Questa lettura suona come quella di Confucio: "Il cielo non tollerò tanta follia e due soli si videro di nuovo all'orizzonte...".
In realtà la creazione dell'I Ching, cioè di una disciplina oracolare molto prossima a quella geomantica, "...avvenne in quattro tappe diverse distribuite in più di 2000 anni". All'inizio non vi erano né trigrammi né esagrammi ma gambi di "achillea" lunghi (risposta affermativa, il si, lo Yang) e corti (risposta negativa, il no, lo Yin). Il vero merito di Fo Hi fu quello di aver ricavato gli otto trigrammi di base ("Kouâ"), successivamente raggruppati a due a due fino a formare i 64 esagrammi. L'introduzione dei Trigrammi, da parte di Fo Hi ebbe luogo nel corso del II millennio a.C., durante la dinastia Hsia, ma se ne trovano menzioni anche sotto la successiva dinastia Chang (1750-1150 a.C.).
Come ho accennato, fin della prima fase evolutiva i due "Kouâ" vennero raggruppati in esagrammi in un periodo indeterminato compreso tra il III ed il II millennio: di tale fase non esiste una documentazione ma viene dedotta dal fatto che all'inizio della fase successiva non si parla più di trigrammi ma di esagrammi.
Sotto la dinastia Chou (1050-841 a.C.), un certo Wen, prigioniero sotto l'imperatore Chou Hsin (1092-1090), scrisse brevi commenti ai 64 esagrammi situazione (Kielce, pp. 7 ss. - Frida Wiom: "Simboli della Cina").
Chou, figlio di Wen, completò l'opera del padre, scrivendo specificando il significato dei singoli tratti. In questo periodo la divinazione era praticata dai rappresentanti dell'aristocrazia, quali portatori della facoltà ordinatrice. Il Maestro Yüang-Kuang, cita numerosi casi di divinazione del Signore di Cheng (672 a.C.), del Signore di Swen (602 a.C.), dei funzionari dello Stato del Tsin (661 a.C.) e del Signore di Hi (645 a.C.).
Ma il VII sec. è quello della definitiva sistemazione dell'I Ching che è dovuta a Confucio. Negli "Annali di Tseuma Ts'ien" si narra che Confucio ne venne a conoscenza in età matura e procedette ad un riordino di tutti gli antichi testi aggiungendone di nuovi (come i "Commenti sulle decisioni", forse di scuola ed i "Commenti sulle immagini", attribuito personalmente al filosofo). I Commenti di Confucio (in sette libri) costituiscono le "Dieci Ali" nelle quali uno spazio notevole è riservato al "Ta Chuan o Hi F'seu" (Grande Commento). Una revisione sistematica venne effettuata nel V sec.
Ma i rivolgimenti politici tra il III sec. a.C. ed il III sec. d.C. ne fecero perdere le tracce fino a quando lo studioso Wan Pi (VI sec. d.C.), riscoprì l'I Ching promuovendone una nuova diffusione.
Nel 213 a.C. l'imperatore Ch'in Shih Huang-ti della dinastia Ch'in (quello dell'esercito di terracotta, tanto per intenderci) fece bruciare, per motivi di ordine politico-religioso, tutti i libri storici al di fuori dei trattati dell'I Ching, di quelli di medicina e di quelli relativi all'agricoltura.
Le opere di Fo Hi, per questo motivo, furono ritenute a lungo opere di mitologia, soprattutto per quanto riguardava il periodo Hsia, ma vennero rivalutate in seguito alle scoperte archeologiche di Andersson e di Tehilard de Chardin. La Mauzzi ci ricorda che i 64 esagrammi rappresentano "...le situazioni archetipe dell'esperienza umana... ...L'I Ching mira infatti a collegare tra loro l'uomo, il cielo e la terra attraverso combinazioni che si trasformano continuamente... ...e che nel loro insieme rappresentano la totalità dell'Universo". E questa è un'esperienza ben nota all'esoterismo occidentale perché corrisponde al principio di specularità o del "così in alto così in basso". Lo scopo dell'I Ching non è di dare risposte concrete ma quello di procurarci delle possibilità di scelta stimolando noi stessi ed aiutandoci a scoprire, attraverso noi stessi, l'armonia insita in ogni occasione.
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Gli studiosi del passato hanno avanzato seri dubbi non tanto sull'I Ching in sé, quanto sulla storicità degli avvenimenti che presiedettero alla sua formazione, tra il XXIX ed il V sec. a.C. "...In poche parole, tutto il racconto precedente alla dinastia Chou venne considerato pura leggenda, soprattutto dagli studiosi dell'occidente, i quali ritenevano che la storia vera e propria della Cina cominciasse appunto con il regno dei Chou" (163).
Questa disputa, cui accenno solo per amore di completezza, tuttavia non ci riguarda, perché è certo che alla fine del II millennio gli esagrammi esistevano. E, in ogni caso, anche a volerne ritardare la venuta in essere, noi siamo in possesso della sistemazione che ne fece Confucio (K'Ung-fu Tzu, nato nel 551 a.C.) nel corso del VI sec.: tutto quello che precede questo dato, sarà anche affascinante sotto l'aspetto speculativo, ma non riguarda affatto la problematica che vado esaminando.

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K'Ung-fu Tzu (Maestro K'ung), filosofo cinese, ricerca la salvezza attraverso il recupero delle tradizioni ed i costumi del passato (cioè della Dinastia Chou): per ottenere ciò sottrae l'etica al dominio degli dei per affidarla al cuore degli uomini. Sostenitore dell'indissolubilità del binomio morale-politica, ritiene che la successione ereditaria del potere non sia sufficiente a garantirla; è necessaria una specifica educazione che fa carico ad una vera e propria aristocrazia intellettuale alla quale appartiene il Chün-tzu. Confucio fondò la filosofia del Tao ispirandosi agli "Annali della Primavera e dell'Autunno" o "Ch'un Ch'iu", cronaca dello Stato di Lu per il periodo che va dal 722 al 481 a.C.
I simboli fondamentali del Taoismo, che costituiscono i motivi ispiratori dell'I Ching sono quelli dello "Yang" (graficamente reso con un tratto continuo: elemento positivo, maschile) e dello Yin (tratto spezzato: elemento femminile e negativo).
Questi due simboli erano sufficienti per formulare risposte mantiche basate sul sì e sul no.
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In occidente, secondo la storiografia ufficiale, i primi a conoscere l'I Ching furono i gesuiti nella seconda metà del XVII sec.: la prima traduzione (in latino), nonostante le lacune, venne effettuata a cura di Padre Régis ed apparve a Stoccarda nella prima metà del XIX sec. Tra il 1880 ed 1900 comparve una traduzione in inglese, di James Legge, intitolata "Tseu Hi" ed una in francese di Philastre, intitolata "L'I-Ching o il libro dei cambiamenti della dinastia di Tseu". Quest'ultima vide la luce prima del 1885. Tuttavia già nel 1883 l'I Ching era stato pubblicato negli "annali del Museo Guinet" dove era rimasto pressoché sconosciuto dato il carattere eccessivamente didattico dell'opera. Nel 1889 Charles de Marlez ne pubblicò, a Bruxelles, una traduzione collegata all'opera di Legge. La prima traduzione completa delle "Dieci Ali" è dovuto a Richard Wilhelm: fu pubblicata in tedesco a Jena nel 1924 e tradotta in inglese nel 1951.

Non va comunque dimenticato che, accanto all'I Ching, esisteva in Cina anche un "gioco di carte" menzionato in una in una enciclopedia del XIII sec. a.C.; sappiamo inoltre che, durante la dinastia Tang e precisamente tra il VII ed il X sec. d.C. la moneta veniva utilizzata come carte da gioco ed il fenomeno, nel 1120, era tanto preoccupante da provocare l'emanazione di editti imperiali che disciplinavano l'uso di carte sia da gioco che da divinazione.
D'altra parte è documentato che, in questo periodo, esistevano almeno due distinti mazzi di carte: le "Kwan P'âi" nel Nord del Paese e le "Lut Chi" nel Sud (164).

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Le carte "Kwan P'âi", che appartengono al periodo Tang (618-908 d.C.), sono formate da quattro serie di trenta strisce di cartoncino divise in tre semi. Le carte "Lut Chi" risalgono allo stesso periodo ma erano utilizzate nelle provincie del Sud. Il Mazzo era costituito in modo analogo da carte divise in quattro semi.
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È stato anche osservato che l'I Ching è quasi un "...completamento ed una preziosa effemeride dello Zohar. Lo Zohar è la spiegazione del lavoro della bilancia e dell'equilibrio universale, l'I Ching ne è la dimostrazione geroglifica e cifrata..." (165).

Possiamo quindi fissare i seguenti punti:
  • I trigrammi di Fo Hi compaiono nel XXVIII sec, a.C.;

  • nel XIII sec. a.C. troviamo la menzione delle prime carte da gioco;

  • tra il 1150 e l'841 a.C. viene codificato l'I Ching;

  • nel V sec. a.C. l'I Ching si collega, per opera di Confucio, alla Geomanzia ed a Taoismo;

  • nel 213 a.C. l'I Ching sopravvive alle distruzioni di Khin Shi Huang-ti;

  • nel VI sec. d.C. l'I Ching viene riscoperto da Wan Pi e da lui diffuso;

  • tra il VII ed il X sec. si diffondono le carte "Kwan P'âi e Lut Chi".


In occidente l'I Ching era certamente conosciuto all'epoca di Wilhelm Gottfried Leibnitz (1648-1767): possiamo ragionevolmente pensare che fosse noto a Court de Gebelin; ma era certamente noto ad Eliphas Levi che lo rese oggetto di studio nella sua "Histoire de la Magie".

Se noi raffrontiamo questi dati con la storia della diaspora notiamo subito che il modello, il mezzo di cui parlavo, era disponibile ed accessibile ai giudei che erano presenti da tempo nelle isole della Sonda, in Indocina ed in Cina.

Note:
159. Nella traduzione in francese del testo di Richard Wilhelm sull'I-Ching.
160. Anton Kielce, "L'I-Ching", Milano 1985, p. 15.
161. G. D'Amato, "L'Alfabeto sacro di Adamo", AUM, Milano, 1987 pp. 32 ss. Kielce, op. cit. p. 11; Per un'analisi storica più accurata si vedano: A. Kielce, op. cit. pp. 12 ss.; Dossena, "Solitari con le carte", Milano, 1976, p. 90; O. Antonia Mauzzi, "Guida all'Oracolo dei Mutamenti", 1981; M. Corona, op. cit. p. 26.
162. Da: "Gli annali della primavera" di Confucio, in M. Corona, "la Civiltà dell'antica Cina", Ginevra, 1977, p. 22.
163. M. Corona, "La civiltà dell'antica Cina", Ginevra, 1977, pp. 26 ss. M. Granet, "La civiltà cinese antica", Torino, 1968, p. 4.
164. Tavaglione, "Carte e Destino", Milano 1984, pp. 8 ss.
165. Del resto Eliphas Levi e lo stesso Leibnitz avevano visto nell'I Ching l'origine del sistema binario. E. Levi, "Storia della Magia", Roma, 1987, pp. 293-294.
					
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